Possiamo ancora evitare l’inflazione? (parte seconda)

Prima che io passi alle conseguenze di un’economia che si adatta ad un continuo processo inflattivo, devo trattare un argomento che, anche se non sono sicuro che sia mai stato espresso chiaramente, tuttavia sembra essere alla radice di molti punti di vista che considerano l’inflazione innocua. Sembra infatti che, se i prezzi futuri possono essere previsti correttamente, allora ogni set di prezzi previsto nel futuro è compatibile con una posizione di equilibrio, perché i prezzi presenti si aggiusteranno rispetto ai prezzi futuri. Perché questo avvenga, tuttavia, non è chiaramente sufficiente che sia previsto correttamente il livello generale dei prezzi nelle varie date future poiché, come abbiamo visto, i prezzi si modificano in modo differente. L’assunzione che i prezzi futuri di un particolare bene possano essere previsti correttamente durante un periodo di inflazione è probabilmente sempre non vera poiché, quali che siano i prezzi futuri previsti, i prezzi presenti non si aggiustano da soli rispetto ai maggiori prezzi futuri, ma solo tramite un incremento nel presente della quantità di moneta, con tutti i cambiamenti nei vari prezzi che esso necessariamente comporta.

Cosa più importante, tra l’altro, è il fatto che se i prezzi futuri fossero effettivamente previsti in modo corretto, allora l’inflazione non avrebbe nessuno di quelli effetti stimolanti per cui è così bene accolta da tanta gente.

Ora l’effetto principale dell’inflazione che la rende inizialmente benvoluta alle aziende è precisamente il fatto che i prezzi dei prodotti si dimostrano essere generalmente più alti di quanto previsto. E’ questo che produce lo stato generale di euforia, il falso senso di benessere in cui tutti sembrano prosperare. Chi senza l’inflazione avrebbe fatto alti profitti continua a farlo. Chi avrebbe fatto profitti normale ne ottiene un livello inaspettatamente alto. E non solo le aziende che erano vicino al fallimento ma anche alcune che avrebbero dovuto fallire sono tenute a galla dal boom inaspettato. C’è un generale eccesso di domanda rispetto all’offerta – tutto viene venduto e tutti possono continuare il proprio lavoro precedente. Sembra essere una benedizione in cui ci sono più posti di lavoro che lavoratori, ciò che Lord Beveridge ha definito stato di piena occupazione – non capendo mai che il il calo del valore della sua pensione di cui si lamentava tanto in età avanzata non era altro che l’inevitabile conseguenza delle sue raccomandazioni.

Ma tutto questo mi porta al punto successivo. La “piena occupazione” per durare non richiede solo una inflazione continuata ma anche crescente. Perché, come abbiamo visto, ha un effetto benefico immediato solo fino a quando la sua grandezza non può essere correttamente prevista. Ma quando continua per un certo tempo ci si aspetti che persista. Se i prezzi si sono alzati per un certo periodo del 5% annuo, diventa prassi comune aspettarsi che lo stesso avvenga per il futuro. I prezzi presenti dei fattori produttivi vengono spinti verso l’alto dalle aspettative di prezzi più alti per i prodotti – a volte dove alcune delle componenti dei costi sono fisse, il costo variabile può essere spinto in alto anche di più del previsto aumento del prezzo del prodotto – fino al punto in cui non si realizza solo il profitto normale.

Ma se i prezzi poi non aumentano più di quanto aspettato, non viene realizzato nessun profitto extra. Benché i prezzi continuino ad aumentare al tasso precedente, questo non possiede più quell’effetto magico che aveva prima sulle vendite e sull’occupazione. I guadagni artificiali scompaiono, ci sono di nuovo perdite, ed alcune aziende scoprono che a quei prezzi non riescono a coprire i costi. Per mantenere l’effetto che aveva prima quando non era stato anticipata la sua piena magnitudine, l’inflazione deve crescere. Se all’inizio un tasso annuale di crescita dei prezzi del 5% era stato sufficiente, una volta che questo viene dato per scontato, serve qualcosa di più, come un 7%, per avere lo stesso effetto di stimolo che prima veniva garantito con una crescita del 5%. E siccome, se l’inflazione è in atto già da un certo tempo, un numero maggiore di attività è diventata dipendente dalla sua continuazione ad un tasso crescente, avremo presto una situazione in cui, a dispetto dei prezzi crescenti, molte azienda subiranno delle perdite, e una sostanziale disoccupazione. Una depressione con prezzi crescenti è una tipica conseguenza di una lieve frenata sulla crescita del tasso di inflazione una volta che l’economia ha ingranato grazie ad un certo tasso di inflazione.

Tutto questo significa che, a meno che non siamo preparati ad accettare un tasso crescente di inflazione che alla fine dovrà superare ogni limite assegnabile, essa avrà sempre e solo un effetto benefico temporaneo sull’economia e non solo cessa di avere un effetto di stimolo ma anzi continua a lasciarci con una serie di aggiustamenti rimandati e nuovi cattivi investimenti che rendono ancora più difficili i nostri problemi. Notate che non sto dicendo che una volta che scegliamo l’inflazione siamo tenuti a seguirla necessariamente sino a quando diventa iperinflazione. Non credo che questo sia vero. Ciò che sto invece dicendo è che se volessimo perpetuare il peculiare effetto di prosperità e di creazione di posti di lavoro che l’inflazione ha, dovremmo progressivamente e sempre aumentare il suo tasso. Abbiamo una conferma empirca di questa affermazione dalla Grande Inflazione in Germania dei primi anni venti. Fino a quando essa è aumentata a tassi geometrici c’è stata davvero (tranne verso la fine) assenza di disoccupazione. Ma ogni volta che l’incremento del tasso di inflazione anche solo rallentava, la disoccupazione assumeva subito grandi proporzioni. Non credo che dobbiamo necessariamente seguire quel sentiero – almeno fino a quando abbiamo alla guida persone almeno un po’ responsabili – anche se non sono così sicuro che una continuazione delle politiche monetarie degli scorsi dieci anni non possano creare una situazione in cui vadano al governo persone meno responsabili. Ma questo non è ancora il nostro problema. Quello che stiamo sperimentando ora è ciò che in Gran Bretagna è conosciuto col nome di politica degli “stop’n’go” in cui di volta in volta le autorità monetarie si allarmano e cercano di rallentare, ma solo col risultato che ben prima che i prezzi smettano di salire, la disoccupazione inizia ad assumere un livello preoccupante e le autorità sono costrette a far ripartire l’espansione. Questo meccanismo può ancora andare avanti per qualche tempo ma non sono sicuro l’efficacia di relative piccole dosi di inflazione nel far partire il boom non stia rapidamente decrescendo. L’unica cosa che, devo ammettere, mi ha sorpreso riguardo al boom degli scorsi venti anni è quanto a lungo sia durata l’efficacia di una nuova espansione nel far ripartire il boom . Mi aspettava che questo potere di far ripartire gli investimenti con una leggera espansione del credito si esaurisse presto – e possiamo avere raggiunto ora quel punto. Ma non sono sicuro. Possiamo magari avere ancora dieci anni di politica degli “stop’n’go”, probabilmente con efficacia decrescente delle ordinarie misure di politica monetaria e intervalli di recessione più lunghi. All’interno della struttura politica e dell’opinione pubblica esistente il chairman attuale della Federal Reserve farà probabilmente quanto di meglio ci si possa aspettare da chiunque. Ma le limitazioni imposte su di lui dalle circostanze al di là del suo controllo e sulle quali mi focalizzerò tra un momento restringeranno molto la sua possibilità di poter fare ciò che vuole.

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