Possiamo ancora evitare l’inflazione? (parte terza)

In un’occasione passata in cui molti di voi erano presenti, ho paragonato la posizione di coloro che sono responsabili delle politica monetaria dopo che per qualche tempo si è perseguita una strategia volta a raggiungere la piena occupazione a quella di “tenere una tigre per la coda”. Mi sembra che queste due posizioni abbiamo più cose in comune di quanto sia di conforto contemplare. Non solo la tigre tenderà a correre sempre più velocemente ed il movimento di chi segue proseguirà a balzi sempre più pronunciati ma la prospettiva di lasciar andare la tigre sembra sempre più terrificante man mano che questa diventa più furiosa. Un’altra metafora che viene spesso giustamente usata per descrivere questa connessione sono gli effetti di aver assunto delle droghe. Gli immediati effetti piacevoli e la necessità seguente di compiere una scelta difficile costituiscono davvero un dilemma simile. Una volta che si è in questa posizione vi è la tentazione di fare affidamento su palliativi ed accontentarsi di superare le difficoltà di breve termine invece di affrontare i problemi di base contro cui possono poco coloro i quali sono responsabili solo per la politica monetaria.

Prima che proceda verso il punto principale, tuttavia, devo ancora dire alcune parole riguardo la supposta indispensabilità dell’inflazione come condizione per una rapida crescita. Vedremo che gli sviluppi moderni delle politiche dei sindacati nei paesi industrializzati hanno condotto ad una situazione in cui, davvero, la crescita ed un livello di occupazione alto e stabile possono, fin quando queste politiche continuano, fare dell’inflazione l’unico metodo effettivo di superare gli ostacoli che esse creano. Ma questo non significa che l’inflazione sia, in condizioni normale, e specialmente in paesi meno sviluppati, necessaria o addirittura favorevole alla crescita. Nessuna delle grande potenze del mondo moderno ha raggiunto la sua posizione mentre stava deprezzando la sua moneta. I prezzi in Gran Bretagna nel 1914 erano, per quello che può essere significativo un paragone lungo un periodo così esteso, più o meno dove stavano duecento anni prima, ed i prezzi Americani nel 1939 erano anche loro allo stesso livello del punto più lontano di cui abbiamo i dati, il 1749. Benché sia generalmente vero che la storia del mondo sia una storia di inflazione, le poche storie di successo che troviamo sono storie di paesi e periodi in cui era stata preservata una moneta stabile, e nel passato di solito la svalutazione della moneta è andata mano nella mano con la decadenza economica.

Non c’è nessun dubbio, ovviamente, che temporaneamente la produzione di beni capitali può essere aumentata da ciò che viene chiamato “risparmio forzato”, ovvero l’uso di un’espansione creditizia per direzionare l’uso di gran parte delle risorse alla produzione di beni capitali. Alla fine di un tale periodo la quantità fisica di beni capitali esistenti sarà più grande di quanto sarebbe normalmente stata. Alcuni di questi potrebbero essere guadagni che perdurano: le persone potrebbero ottenere case per ciò che non è permesso loro di consumare. Ma non sono sicuro che una tale crescita forzata dello stock di equipaggiamento industriale renda sempre un paese più ricco, ovvero, che il valore dello stock di capitale divenga più grande o che, grazie ad esso, la produttività venga aumentata di più di quanto non sarebbe stata altrimenti. Se gli investimenti erano guidati dall’aspettativa di maggiori investimenti futuri (o di un tasso di interesse più basso, o di salari reali più alti, che portano alla stessa cosa) di quanto poi non si verifica, il tasso di investimento più alto potrebbe aver fatto meno per aumentare la produttività generale di quanto avrebbe potuto fare un tasso di investimento più basso se avesse preso forme più appropriate. Questo ritengo che sia un particolare e serio pericolo per quei paesi sottosviluppati che si affidano all’inflazione per aumentare il loro tasso di investimenti. L’effetto normale di questa politica per me è che una piccola frazione dei lavoratori di questi paesi viene equipaggiata con un quantitativo di capitale pro capita molto superiore a quanto si possa sperare di fare nel prossimo futuro per tutti i lavoratori e che quindi quell’investimento, più grande in totale, abbia minore efficacia nell’alzare la qualità della vita di tutti di quanto avrebbe fatto un investimento di meno entità ma diffuso più equamente. Coloro i quali consigliano ai paesi in via di sviluppo di accelerare il loro tasso di crescita tramite inflazione mi sembrano totalmente irresponsabili, ad un livello quasi criminale. L’unica condizione che, secondo le ipotesi keynesiane, rende l’inflazione necessaria per una piena utilizzazione delle risorse, ovvero la rigidità dei salari determinata dai sindacati, non è presente. E niente che io abbia visto degli effetti di tali politiche, in Sud America, Africa o Asia, può cambiare la mia convinzione che in quei paesi l’inflazione ha solamente effetti dannosi e distruttivi, producendo uno spreco di risorse e ritardando lo sviluppo di quello spirito di calcolo razionale che è una condizione indispensabile per la crescita di una efficiente economia di mercato.

L’intero argomento keynesiano per una politica di espansione creditizia si poggia completamente sull’esistenza di un livello dei salari monetari determinato dai sindacati che è caratteristica dei paesi avanzati dell’Occidente ma che è assente nei paesi in via di sviluppo, e per ragioni differenti è meno marcato in Germania e Giappone. E’ solo in quei paesi in cui, come è stato detto, i salari monetari sono “rigidi verso il basso” e sono costantemente spinti verso l’alto dalle pressioni sindacali che si può sostenere con una certa plausibilità che un alto livello di occupazione può essere mantenuto solo da una continua inflazione – e non ho nessun dubbio che sino a quando queste condizioni persisteranno continueremo ad ottenerla. Quello che è capitato qui alla fine della scorsa guerra è che sono stati adottati dei principi, spesso inseriti nelle leggi, i quali in pratica scagionavano i sindacati di ogni responsabilità per quanto le loro politiche salariali potevano avere sulla piena occupazione e le conferivano in toto nelle mani delle autorità monetarie e fiscali. Queste ultime sono in effetti necessarie per fornire abbastanza moneta in modo che l’offerta di lavoro ai salari fissati dai sindacati possa essere assorbita dal mercato. E siccome non si può negare che almeno per un certo periodo le autorità monetarie hanno il potere, tramite lo strumento dell’inflazione , di assicurare un alto livello di occupazione, saranno forzate dall’opinione pubblica ad usarlo. Questa è la sola causa degli sviluppi inflazionistici degli ultimi 25 anni e continuerà ad operare sino a quando permetteremo da una parte ai sindacati di aumentare i salari monetari al livello consentito dai datori di lavoro – e questi datori di lavoro accettano di pagare quei salari monetari solo perché sanno che le autorità monetarie ridurranno il danno che subiscono diminuendo il potere d’acquisto della moneta e quindi il livello reale dei salari monetari accordati.

Questo è il fatto politico che rende oggi l’inflazione un fatto inevitabile e che può essere invertito non tramite un cambio di politica monetaria ma solo tramite un cambio nella politica dei salari. Nessuno deve illudersi del fatto che sino a quando verrà mantenuta la condizione attuale del mercato del lavoro saremo condannati ad avere un’inflazione continuata. Tuttavia non ce lo possiamo permettere e non solo perché l’inflazione diventa sempre meno efficace nel prevenire la disoccupazione ma anche perché dopo che è durata per qualche tempo e tende ad operare ad un alto tasso, inizia progressivamente a scombinare l’economia e creare forti pressioni per l’imposizione di ogni tipo di controllo. L’inflazione è un male ma l’inflazione repressa dai controlli anche peggio: è la fine dell’economia di mercato.

Le catene di ferro da cui dobbiamo liberarci se vogliamo preservare il sistema di libera impresa e mercato è quindi, il potere dei sindacati nel fissare i salari. A meno che questi, ed in particolare i salari relativi tra le singole industrie, tornino ad essere soggetti alle forze del mercato e diventino veramente flessibili, in particolari gruppi sia verso l’alto che verso il basso, non c’è possibilità per una linea politica che non sia inflazionarla. Una semplice considerazione mostra che, se non si consente a nessun salario di scendere, tutti i cambiamenti nei salari relativi che sono necessarie devono essere compiute alzando tutti i salari tranne quello a cui non è consentito di scendere. Questo significa che in pratica tutti i salari monetari devono salire se si vuole modificale la struttura salariale. Tuttavia appare impossibile, oggi, che un sindacato consenta una riduzione nei salari del suo gruppo. Nessuno, ovviamente, ci guadagna da questa situazione, in quando l’aumento nei salari monetari è vanificato da un deprezzamento del valore della moneta se non si vuole causare disoccupazione. Mi sembra, però, che sia diventata una necessità insita nel sistema di determinazione dei salari tramite contratto collettivo tra sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro insieme ad una politica di piena occupazione.

Penso che fino a quando non si risolverà questo problema fondamentale non vi sono speranze di miglioramento nello strumento di controllo monetario. Ma questo non significa che gli accordi di oggi sono soddisfacenti. Sono stati progettati precisamente per rendere più facile abbandonarsi alle necessità determinate dal problema dei salari, ovvero per rendere più facile ad ogni paese la volontà di ricorrere all’inflazione. Il gold standard è stato distrutto principalmente perché ne era un ostacolo. Quando nel 1931, pochi giorni dopo la sospensione del gold standard in Gran Bretagna, Lord Keynes scrisse in un giornale londinese che “ci sono pochi Inglesi che non si rallegrano per la rottura delle nostre catene d’oro,” e quindici anni dopo poteva assicurarci che gli accordi di Bretton Woods erano “l’opposto del gold standard”. Tutto questo era diretto contro la caratteristica principale del gold standard che rendeva impossibile ad ogni paese perseguire una prolungata politica inflazionarla. E benché io non sia sicuro che il gold standard sia il miglior sistema possibile per raggiungere questo scopo, tuttavia è stato l’unico a garantire un certo successo. Ha probabilmente molti difetti, ma le ragioni per cui è stato distrutto non sono quelle e ciò che è stato messo al suo posto non ne è certo un miglioramento. Se, come ho recentemente sentito dalla bocca di uno dei membri del gruppo originario di Bretton Woods, il loro intento era piazzare l’onere dell’aggiustamento dei bilanci internazionali solo sui paesi in surplus, mi sembra che il risultato non sia alto che una continua ed internazionale inflazione. Ma ho menzionato questo solo alla fine per mostrare che se vogliamo evitare una continua e globale inflazione dobbiamo adottare un differente sistema monetario internazionale. Tuttavia potremo pensarci in modo proficuo solo quando i paesi leader avranno risolto i loro problemi interni. Sino ad allora dovremo accontentarci di aggiustamenti, e mi sembra che oggi, e fino a quando le difficoltà fondamentali che ho menzionato continueranno ad esistere, non c’è possibilità di risolvere il problema dell’inflazione globale ripristinando il gold standard, anche se fosse una proposta concreta.

Il problema che deve essere risolto prima che possiamo anche solo sperare di raggiungere un ordine monetario soddisfacente, è quello della determinazione dei salari.

Friedrich Hayek, Maggio 1970

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