La guerra fa uscire dalla crisi?

Il pezzo che segue è tratto dal libro Meltdown, di Thomas Woods, ci spiega perché non è vero che la Seconda Guerra Mondiale, con il suo grande programma di spesa pubblica, ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione.

di Thomas Woods

Quando qualcuno sostiene che il New Deal, dopo tutto, non ha risollevato il paese dalla Grande Depressione, la risposta più sentita è che durante gli anni 30 la spesa del governo non è stata sufficiente e che se un numero maggiore di risorse fosse stato preso dal settore privato e speso in opere pubbliche, la prosperità sarebbe stata ripristinata.

Ancora oggi molti Keynesiani cercano di sostenere che la brusca recessione del 1937-1938, una specie di depressione dentro la depressione, sia stata causata dalla decisione del governo federale di diminuire il deficit e quindi spendere meno in opere pubbliche. Da questa storia manca il fatto che i salari monetari siano aumentati del 13,7 per cento nei primi nove mesi del 1937, grazie all’intensa opera dei sindacati dopo la decisione favorevole della Corte Suprema riguardo il National Labor Relations Act del 1935. Questa impennata nei salari non si è tradusse in un incremento di produttività e non era in linea con nessun aumento dei prezzi. Naturalmente il risultato fu che l’occupazione calò e l’attività economica ebbe un brusco rallentamento. L’incremento nel costo del lavoro accompagnato a vari programmi di assistenzialismo non fece che aggravare il problema. In breve non dobbiamo farci ingannare dall’affermazione per cui una insufficiente spesa governativa sia stata la causa dei mali di quegli anni [1]

Secondo Paul Krugman, “Ciò che salvò l’economia, ed il New Deal, fu l’enorme opera pubblica conosciuta come Seconda Guerra Mondiale, che finalmente fornì lo stimolo fiscale adeguato ai bisogni dell’economia”.[2]

Questa stupefacente e bizzarra mancanza di comprensione di ciò che avvenne deve essere smentita, perché troppe proposte attuali sono basate sulla medesima e stupida idea per cui sino a quando la spesa del governo ed il debito pubblico rimangono abbastanza grandi, il risultato è la prosperità.

C’è qualcosa di vero ella nozione per cui la Seconda Guerra Mondiale ha stimolato l’economia americana? Certamente è vero che la disoccupazione è calata sostanzialmente durante la guerra ma non ci vuole molto a capire che questo è ciò che accade quando il 29% della forza lavoro pre-bellica viene richiamato alle armi.

Lo storico dell’economia Robert Higgs, in un paio di articoli che sono apparsi nelle riviste specializzate durante gli anni 90, ha portato il più efficiente assalto contro questo vecchio mito della prosperità durante la guerra. Quando l’Oxford University Press ha pubblicato il suo libro “Depressione, guerra e guerra fredda” nel 2006, la tesi di Higgs aveva già cominciato a farsi strada anche nei testi universitari.

Higgs ci chiede di considerare le improvvise e severe limitazioni di risorse che afflissero l’economia americana durante quegli anni. Con il 29% dei lavoratori trasferiti nell’esercito lungo tutto l’arco della guerra, il loro posto fu preso da uomini anziani, donne ed adolescenti con poca esperienza lavorativa. Dobbiamo davvero credere che un’economia che soffre di queste difficoltà tuttavia è riuscita ad ottenere una crescita annuale del prodotto interno lordo del 13% in termini reali, un risultato mai più replicato, prima e dopo, nella storia americana? E dobbiamo anche credere che quando la forza lavoro originale fu ripristinata alla fine della guerra, il prodotto dell’economia americana crollò del 22 per cento nel biennio seguente?

Non è una buona credenziale per la teoria economica mainstream il fatto che così tanti dei suoi studenti abbiano creduto a questo assurdità per così tanto tempo. Un critico potrebbe obiettare che queste conclusioni vengono tratte direttamente da ciò che i dati statistici ci dicono. Bene, non potrebbe allora esserci forse qualcosa di marcio in queste statistiche, visto che ci conducono a delle conclusioni assurde?

Il problema è che le statistiche del reddito nazionale raccolte durante la guerra sono senza significato. Il prodotto interno lordo è un valore aggregato di dubbia utilità anche in tempi normali ma durante la guerra è stato più ingannevole del solito. Soltanto la libera interazione tra compratori e venditori , l’azione della domanda e dell’offerta, può dar luogo a prezzi che abbiano un qualche significato all’interno del mercato. Se il governo dovesse pretendere, unilateralmente e in maniera isolata dal mercato, che “da oggi in poi il prezzo delle uova è di 10$ l’una e ne ordiniamo un milione,” quale nuova conoscenza delle reali condizioni economiche porterebbe l’aver moltiplicato un prezzo arbitrario di 10$ per un milione di uova, arrivando alla cifra di 10 milioni di dollari, ed averlo aggiunto al reddito nazionale?

Ma questo è ciò che è accaduto durante la guerra. Con almeno due quinti del prodotto nazionale ora parte della macchina bellica, con larghe porzioni del resto dell’economia sotto vari tipi di controllo e con effetti di spillover su tutta l’economia, il sistema dei prezzi è diventato sempre più arbitrario. I prezzi non nascevano più dalla libera interazione di venditori e compratori. Venivano imposti dal governo e non riflettevano la scelta dei consumatori. Sommare tra loro un gruppo di numeri determinati in modo arbitrario ci dà come risultato… un grande numero determinato in modo arbitrario. Ma è su questi numeri, ovvero le stime del prodotto nazionale lordo durante la guerra, che è basata la favola della prosperità durante quegli anni. [3]

In tutto questo i consumatori hanno dovuto sopportare razionamenti, una qualità decrescente dei prodotti, l’impossibilità di acquistare prodotti come nuove case, automobili, elettrodomestici ed un incremento nelle ore di lavoro settimanali. Ma quanto è significativo un “boom” in cui il benessere dei consumatori è soggetto a queste costrizioni? Eppure è questa la “grande prosperità”.

Inoltre venne detto che a guerra finita, con i nostri ragazzi che tornavano a casa e la spesa militare che veniva tagliata, il paese avrebbe dovuto sprofondare di nuovo nella depressione. Ma accadde esattamente l’opposto, ovviamente: il 1946 fu un anno di fantastica prosperità, in cui il settore privato vide il picco di crescita più alto nella storia americana.

Questo è un grande mistero per una certa scuola di economisti ma è buon senso per tutti gli altri: quando si torna a produrre ciò che serve ai consumatori e la forza lavoro aumenta e migliora, l’economia non può che migliorare.

Eppure la contabilità nazionale mostra un grande declino nella prosperità degli Stati Uniti nel 1946 – un’altra assurdità – ma se ascoltiamo i consigli dei cattivi economisti e prendiamo come buone le statistiche durante la guerra, allora dobbiamo considerare che quegli stessi aggregati statistici ci dicono che l’economia ha avuto una brusca frenata nel 1946. La salute del settore privato, ovvero là dove viene generata la ricchezza, è stata però molto precaria durante la guerra ed eccellente dopo.

Queste sono davvero solo considerazioni di buon senso

Se spendere in armi rende davvero un paese ricco allora gli Stati Uniti ed il Giappone dovrebbero fare ciò che segue.

Ognuno dovrebbe costruire la più grande flotta navale della storia, una flotta gigante di navi enormi, potentissime e tecnologicamente avanzate. Le due flotte dovrebbero poi incontrarsi in mezzo al Pacifico. Naturalmente, siccome si vuole evitare la perdita di vite umane, tutto il personale dovrebbe essere evacuato dalle navi. A questo punto gli Stati Uniti ed il Giappone dovrebbero affondarsi reciprocamente le flotte.

In seguito dovrebbero festeggiare quanto sono diventati più ricchi nel destinare la forza lavoro, acciaio ed innumerevoli altre risorse alla produzione di cose che sono finite nel fondo dell’oceano. [4]

[1]Salerno, “Money and Gold in the 1920s and 1930s: An Austrian View”; anche Richard K. Vedder e Lowell E. Gallaway, “Out of work: Unemployment and Government in Twentieh-Century America (New York: Holmes & Meier, 1993), ch. 7

[2] Paul Krugman, “Franklin Delano Obama?” New York Times, 10 novembre, 2008

[3] Robert Higgs, “Depression, War and Cold War

[4] Jon Basil Utley ha inventato questo esperimento mentale