La storia fallimentare del controllo dei prezzi: l’editto di Diocleziano (parte prima)

I prezzi determinati dal mercato non vanno mai bene. C’è chi li ritiene troppo alti e punta il dito contro gli speculatori al rialzo, c’è chi li ritiene troppo bassi ed accusa gli speculatori al ribasso. Spesso e volentieri si ritiene di conoscere quale sia il “giusto prezzo” dei beni e si chiede al governo di stabilizzarlo a quel livello, per evitare l”e oscillazioni causate dalla speculazione”.

Ovviamente sono solo parole a vuoto: ogni volta che un pianificatore ha deciso di fissare i prezzi di mercato le conseguenze non si sono mai fatte attendere e non sono state buone.

Questo pezzo di Rober Scheuttinger, tratto dal secondo capitolo di Forty centuries of wage and price controls, ci racconta le conseguenze del più grande tentativo nella storia di fissare arbitrariamente i prezzi di beni e servizi: l’editto di Diocleziano.

Di Robert L. Scheuttinger

L’editto di Diocleziano

Il più famoso ed esteso tentativo di controllare i prezzi ed i salari avvenne durante il regno dell’imperatore Diocleziano il quale, sfortunatamente per i suoi sudditi, non aveva studiato con attenzione la storia economica della Grecia. Siccome sia le cause dell’inflazione che Diocleziano tentò di mettere sotto controllo, sia gli effetti dei suoi sforzi sono ben documentati, è un episodio che vale la pena considerare in qualche dettaglio.

Poco dopo essere salito al trono nel 284 d.c., “i prezzi di merci di ogni genere ed i salari dei lavoratori raggiunsero livelli mai registrati in precedenza”. I documenti storici in grado di far luce sulle cause di questa rimarchevole inflazione sono limitati. Una delle rare fonti contemporanee che è sopravvissuta, il settimo capitolo del De Moribus Persecutorum, dà tutte le colpe a Diocleziano. Siccome tuttavia l’autore era un cristiano e poiché Diocleziano, tra le altre cose, fu un persecutore dei cristiani, dobbiamo prendere questa testimonianza cum grano salis. Nel suo attacco contro l’imperatori ci viene detto che gran parte dei problemi dell’economia dell’impero erano dovuti al massiccio incremento delle spese militari (ci furono diverse invasioni barbariche durante questo periodo), agli enormi progetti di costruzione (ricostruì gran parte della città che scelse come capitale in Asia Minore, ovvero Nicomedia), al seguente rialzo delle tasse ed all’impiego di un numero spropositato di funzionari governativi ed infine all’uso di schiavi per portare a termine gran parte del suo programma di lavori pubblici. [1] Diocleziano stesso, nel suo editto (come vedremo) attribuiva la colpa dell’inflazione interamente all’avarizia dei mercanti e degli speculatori.

Uno storico classico, Roland Kent, scrivendo per la University of Pennsylvania Law Review, conclude che i dati disponibili mostrano che le cause dell’inflazione di prezzi e salari sono molteplici. Nei 50 anni che precedono Diocleziano, c’era stata una successione di sovrani incompetenti, dal breve dominio, elevati al trono dai militari; questa era di governi deboli risultò in guerre civili, rivolte, incertezza generale e, ovviamente, instabilità economica. Ci fu certamente un significativo incremento nelle tasse, alcune delle quali giustificabili per la difesa dell’impero mentre altre furono spese per grandiosi lavori pubblici di dubbio valore. Aumentando le tasse, però, la base tassabili diminuì e divenne sempre più difficile raccoglierle, risultando in un circolo vizioso. [2]

Sembra chiaro che la singola principale causa dell’inflazione fu il drastico incremento nella massa monetaria dovuto alla svalutazione e svilimento delle monete. Nella tarda repubblica e durante il primo impero, la principale moneta romana era il denarius d’argento, il cui valore fu gradualmente ridotto sino a quando, negli anni prima di Diocleziano, gli imperatori coniavano monete interamente in rame e solo con una sottile patina d’argento, che venivano però ancora chiamate “denarius”. La legge di Gresham, ovviamente, divenne operativa e le monete d’oro ed argento vennero naturalmente tesaurizzate e sparirono dalla circolazione.

Nel cinquantennio che precede la morte di Claudius Victorinus nel 268 .d.c. il contenuto argenteo nelle monete romane diminuì sino ad un cinque-millesimo del suo livello originario. Con il sistema monetario in totale disfacimento, il commercio che era stato il marchio di fabbrica dell’impero lascò il posto al baratto e l’attività economica si spense.

La classe media fu praticamente distrutta ed il proletariato fu ridotto velocemente al livello di servitù. A livello intellettuale il mondo era caduto in uno stato di apatia da cui nulla l’avrebbe risollevato. [3]

In mezzo a questa palude intellettuale e morale arrivò l’imperatore Diocleziano che si incaricò di riorganizzare la società con grande vigore. Sfortunatamente il suo zelo superò la sua comprensione delle forze economiche in gioco nell’impero.

Nel tentativo si superare la paralisi associata ad una burocrazia centralizzata, decentrò l’amministrazione dell’impero e creò tre nuovi centri di potere sotto il comando di tre “imperatori associati”. Siccome la moneta era completamente senza valore, progettò un sistema di tasse basato su pagamenti in natura. Questo sistema ebbe l’effetto, tramite l’aescripti glebae, di distruggere totalmente le libertà delle classi più deboli – divennero servi e furono legati al terreno in modo che il flusso di tasse continuasse a fluire.

Le “riforme” che sono di maggiore interesse, tuttavia, sono quelle relative alla moneta, ai prezzi ed ai salari. La riforma della moneta giunse per prima e fu seguita, dopo che divenne chiaro che era stata un fallimento, dall’editto dei prezzi e dei salari. Diocleziano aveva tentato di instillare un senso di fiducia pubblica nella moneta ponendo termine alla produzione di monete svilite in oro ed argento.

Secondo Kent,

Diocleziano prese il toro per le corna e coniò un nuovo denarius di rame e senza pretese che fosse composto da altri metalli; nel farlo stabilì un nuovo standard di valore. L’effetto di questa mossa sui prezzi non richiede particolari spiegazioni; ci fu un riaggiustamene verso l’alto, molto verso l’alto. [4]

Il nuovo sistema monetaria diede una certa stabilità dei prezzi per un certo tempo ma sfortunatamente, secondo Diocleziano, il livello dei prezzi era ancora troppo alto e fu quindi messo di fronte ad un nuovo dilemma.

La ragione principale per la sopravvalutazione del valore della moneta era, ovviamente, funzionale al mantenimento di una grande armata ed una estesa burocrazia – l’equivalente di un governo moderno. Diocleziano dovette scegliere se continuare a coniare un denarius che valeva sempre di meno oppure se tagliare le “spese governative” e quindi ridurre la necessità di coniare moneta. In termini moderni poteva continuare ad inflazionare o iniziare un processo di deflazione dell’economia.

Diocleziano decise che la deflazione, ottenuta riducendo i costi civili e militari del governo, era impossibile. D’altro canto,

inflazionare sarebbe stato ugualmente disastroso nel lungo periodo. Era stata l’inflazione a portare l’impero sull’orlo del completo collasso. La riforma del sistema monetario era stata fatta per mettere freno a questo male e stava diventando dolorosamente evidente che non avrebbe potuto avere successo. [5]

Fu in queste apparentemente disperate circostanze che Diocleziano, determinato ad inflazionare, decise di farlo in un modo che credeva avrebbe evitato che ci fossero ripercussioni sui prezzi. La strategia fu di fissare il prezzo di beni e servizi e simultaneamente sospendere la libertà dei cittadini di decidere quanto vale la valuta ufficiale. Il famoso editto del 301 d.c. fu scritto proprio per raggiungere questo obiettivo. Chi lo progettò sapeva benissimo che a meno che non fosse imposto un valore universale per il denarius in termini di beni e servizi – un valore che era totalmente disallineato da quello reale – il sistema che avevano costruito era destinato a fallire. Perciò l’editto fu persuasivo nel suo voler coprire ogni cosa e severissimo nelle pene.

L’editto fu proclamato nel 301 d.c. e secondo Kent, “il suo preambolo è abbastanza lungo e scritto in un linguaggio che è difficile, oscuro e prolisso come pochi altri scritti in latino”.[6] Evidentemente Diocleziano intendeva rimanere sulla difensiva mentre annunciava una legge così rivoluzionaria, che avrebbe condizionato la vita di ogni persona dell’impero in ogni giorno della settimana; utilizzò considerevoli artifici retorici per giustificare le sue azioni, retorica che era stata usata già prima di lui e che fu riutilizzata, con delle variazioni, molte volte in futuro.

Inizia elencando i suoi tanti titoli e poi va vanti annunciando che “E’ un onore ed è degno per la nazione e la grandezza di Roma chiedere che la buona sorte per il nostro Stato… sia anche fedelmente amministrato… certo se un qualche spirito di autocontrollo tenesse a freno queste pratiche che sono infiammate dalla crescente e smisurata avidità… allora ci sarebbe ancora posto per chiudere gli occhi e rimanere in pace, perché la resistenza unita delle mente umani potrebbe alleviare queste detestabili enormità e pietose condizioni [ma siccome non è probabile che l’avidità si autocontrolli]… sembra a noi, che siamo vigili genitori della intera razza umana che la giustizia funga da arbitro in questo caso, in modo che i rimedi che il nostro pensiero ci suggerisce portino a raggiungere, per il sollevo di tutti, quel risultato a lungo sperato, che l’umanità non riesce a raggiungere da sola[7]

In “The common people of Ancient Rome”, Frank Abbot riassume l’essenza dell’editto con le seguenti parole:

Nel suo tentativo di abbassare i prezzi a ciò che considerava un livello normale, Diocleziano non si accontentò di mezze misure [..] ma fissò risolutamente il prezzo massimo al quale la carne, il grano, le uova, i vestiti e tutti gli altri articoli dovevano essere venduti [ed anche i salari di tutti i lavoratori] e prescrisse la pena di morte per chiunque avesse venduto i suoi beni ad un prezzo maggiore. [8]

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[1]Roland Kent, “The Edict of Diocletian Fixing Maximum Prices,” The University of Pennsylvania Law Review, 1920, p. 37.

[2] Ibid., pp. 37–38

[3] H. Michell, “The Edict of Diocletian: A Study of Price-Fixing in the Roman Empire,” The Canadian Journal of Economics and Political Science, February 1947, p. 3.

[4] Kent, op. cit., p. 39.

[5] Michell, op. cit., p.5

[6] Kent, op. cit., p. 40.

[7] Ibid., pp. 41–42.

[8] Frank Abbot, The Common People of Ancient Rome (New York: Scribner, 1911), pp. 150–151.