La storia fallimentare del controllo dei prezzi: l’editto di Diocleziano (parte seconda)

I risultati dell’editto

Diocleziano non era stupido (ed infatti, dalle testimonianze sembra che sia stato tra gli imperatori più intelligenti). Sapeva che uno dei primi risultati del suo editto vi sarebbe stato un enorme aumento della tesaurizzazione. Ovvero che gli agricoltori, i mercanti e gli artigiani, non potendo aspettarsi di ricevere quello che consideravano un giusto prezzo per i loro prodotti, non li avrebbero proprio messi sul mercato ma avrebbero aspettato un cambio della legge (o della dinastia).

Stabilì allora che:

“si considererà colpevole anche chi, possedendo abbastanza beni per il vitto e l’utilizzo, abbia deciso di ritirarli dal mercato, poiché la pena [ovvero la morte] meriterebbe di essere più serva per chi causa la penuria che non chi se ne approfitta contro le leggi.” [1]

C’era poi un’altra clausola che prescriveva l’usuale pena per chiunque avesse comprato un bene ad un prezzo più alto di quanto fissato per legge: di nuovo, Diocleziano conosceva bene le normali conseguenze di questi tentativi di regolamentare l’economia. D’altra parte in almeno un aspetto questo editto era più illuminato (da un punto di vista economico) di tante regolamentazioni recenti. “In quei luoghi dove i beni sono abbondanti ,” dichiarava, “le felici condizioni di prezzi bassi non saranno ostacolate – e sia fatta ampia provvista di convenienza laddove l’avidità è frenata e tenuta sotto controllo.”[2]

Frammenti delle liste di prezzi sono state scoperte in circa trenta luoghi differenti, per la maggior parte nella porzione di impero che parlava greco. C’erano almeno 32 tabelle che coprivano più di un migliaio tra differenti prezzi e salari.

I risultati non furono sorprendenti e dalle parole dell’editto, come abbiamo visto, nemmeno inaspettati per l’imperatore. Secondo una testimonianza del tempo,

“quindi stabilì di regolare i prezzi di ogni prodotto. Ci fu molto sangue versato sulla base di racconti molto deboli e sospetti, e le persone non comprarono più sui mercato le loro provvisioni, siccome non potevano ottenere un prezzo ragionevole e questo incrementò così tanto la penuria generale che alla fine, dopo che tanti erano morti a causa sua, la legge fu messa a parte” [3]

Non è certo quanto del sangue a cui questo passaggio allude sia stato causato direttamente dal governo tramite la pena capitale promessa dalla legge e quanto invece sia stato causato indirettamente. Uno storico dei giorni nostri, Roland Kent, crede che gran parte del danno sia stato indiretto. Conclude che,

“In altre parole, i limiti ai prezzi fissati nell’Editto non erano osservati dai mercanti, nonostante che la violazione dello statuto prevedesse la pena capitale; i potenziali compratori, trovando che i prezzi erano al di sopra dei limiti legali, formarono delle bande e assaltarono i negozi dei mercanti, a volte uccidendoli, benché spesso i beni fossero cose di poco valore; accumularono questi beni in vista del giorno in cui le restrizioni sarebbero state rimosse e questo risultò in una maggiore scarsità di merci offerte in vendita causando un ulteriore incremento dei prezzi così che le uniche transazioni che avvenivano erano a prezzi illegali e quindi portate a termine clandestinamente”. [4]

Non si sa esattamente quanto a lungo l’editto rimase operativo: si sa, tuttavia, che Diocleziano, citando le fatiche del governo come causa della sua malattia, abdicò quattro anni dopo che l’editto sui prezzi e salari era stato promulgato. E’ certo che divenne lettera morta dopo l’abdicazione del suo autore. Meno di quattro anni dopo che era stata emanata la riforma della moneta associata con l’editto, il prezzo dell’oro nei confronti del denarius era salito del 250%.

Diocleziano non riuscì ad ingannare la gente e nemmeno a sopprimere la possibilità che le persone comprassero e vendessero al prezzo che ritenevano giusto. Il fallimento dell’editto e della “riforma” monetaria condussero al ritorno alla convenzionale irresponsabilità fiscale ed entro il 305 d.c. il processo di svilimento della moneta era di nuovo cominciato. Entro la fine del secolo questo processo avrebbe prodotto un incremento del 2000% del prezzo dell’oro in denarii.

M. Rostovtzeff, un grande storico del periodo romano, sintetizzato questa infelice esperienza nelle seguenti parole:

“Lo stesso espediente è stato spesso tentato prima e dopo di lui. Come misura temporanea in circostanze critiche può avere una qualche utilità. Ma come misura generale intesa per essere duratura, era certo che generasse un grande danno e causasse un terribile spargimento di sangue, senza portare nessun sollievo. Diocleziano condivideva quella pericolosissima credenza del mondo antico per cui lo stato è onnipotente, un credo che molti teorici moderni continuano a condividere”.[5]

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[1] Roland Kent, “The Edict of Diocletian Fixing Maximum Prices,” The University of Pennsylvania Law Review, 1920, p. 44.

[2] Ibid., p. 43.

[3] Ibid., pp. 45–47.

[4] Kent, op. cit., pp. 39–40.

[5] M. Rostovtzeff, The Social and Economic History of the Roman Empire (Oxford: Oxford University Press, 1957).