Sorpresa! Ora la colpa della crisi è la moneta merce!

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Sul Sole 24 ore di qualche giorno fa, veniva presentato il libro di due docenti dell’Università Bocconi di Milano, Massimo Amato e Luca Fantacci, dal nome “La fine della Finanza”. Questo libro si propone di spiegare, sulla scia di quanto sosteneva Keynes, le ragioni della crisi finanziaria e di proporre una serie di rimedi per evitare che in futuro ce ne siano delle altre.

La tesi che traspare dall’intervista, ma non è detto che sia fedele a quanto contenuto nel libro, potrebbe far rabbrividire, viste le argomentazioni, chi segue la scuola austriaca di economia, ma dal momento che i due docenti sostengono di seguire la scia di Keynes può essere interessante (e divertente) vedere se hanno effettivamente seguito il pensiero dell’economista inglese oppure se ne hanno travisato completamente il contenuto.

Vediamo innanzitutto qual è, per Amato e Fantacci, la causa strutturale della crisi.

«Il vero nodo – dice Amato – è stato modificare la funzione stessa della finanza. Quest’ultima, in senso lato, riguarda l’apertura di un credito a favore di un soggetto cui viene anticipato del denaro per sviluppare, ad esempio, un’impresa. Una funzione essenziale per l’economia reale che presuppone, prima o poi, la chiusura del credito stesso». Non è un caso, quindi, che nel latino del tardo impero “Finantia” significasse «definizione amichevole di una controversia».

«È il “pagherò” della cambiale – fa notare Fantacci-, che, tuttavia, nel mercato finanziario si è trasformato in un “pagherò mai”» [..]«Grazie a tecniche come la cartolarizzazione, il creditore e il debitore sono stati “allontanati”, non c’è più una relazione personale tra loro. È stato volutamente interrotto, scisso il rapporto tra le due parti. In questo modo il debitore ha potuto non solo posticipare il pagamento, ma rinviarlo all’infinito: il “pagherò” è stato, di fatto, trasformato in un “paghero mai”. Una rivoluzione non solo economica ma, oserei dire, antropologica». Ma come è stato possibile arrivare a tanto? «È abbastanza facile da capire – risponde Fantacci – Il debito, magari subprime, è stato trasformato, anche grazie allo spacchettamento delle cartolarizzazioni, in un qualcosa comunque desiderabile, appetibile. Un titolo tanto più richiesto in quanto “gettato” nel fiume della liquidità che, per la sua stessa natura, ha la necessità di trovare una remunerazione, possibilmente sempre maggiore».

Non è affatto semplice riuscire a capire il pensiero di Amato e Fantacci. Viene infatti detto che:

la finanza odierna si basa su debiti che non verranno mai pagati nella loro interezza

la cartolarizzazione dei debiti ha separato debitori e creditori per cui questi ultimi non conoscono chi ha preso in prestito i loro soldi

c’è un enorme fiume di liquidità alla ricerca di una remunerazione

tutti i debiti, anche quelli subprime, sono diventati appetibili

Ma qual è l’ordine causale? Che cosa si intende per “fiume di liquidità” e chi lo ha creato? Ci sono state conseguenze nell’economia reale (qui si parla solo di finanza) oppure no? Come mai è insorta la crisi ad un certo punto? Nell’intervista non lo si spiega.

Si afferma soltanto che

Secondo quest’impostazione, quindi, la liquidità è uno dei problemi alla base della crisi…

La Scuola Austriaca di Economia propone anche una spiegazione approfondita di come mai un boom creditizio porti successivamente ad una crisi e di quale sia il ruolo della “liquidità”. Ma per Amato e Fantacci cosa significa “liquidità”?

«Sì. La liquidità, intesa come continua convertibilità di un titolo in moneta e viceversa, è la base strutturale di questo sistema»

Nel giro di due periodi si è passati dalla “liquidità” intesa come “fiume di denaro contante” a “liquidità” come “possibilità di convertire velocemente un asset finanziario in denaro contante”. Mi sembra di capire dunque che l’idea di Amato e Fantacci sia più o meno questa:

In questi ultimi anni si è avuto un aumento enorme dell’indebitamento di famiglie ed imprese. Una volta, quando due persone stipulavano una cambiale, il creditore rimaneva in possesso del titolo sino a scadenza, quando il debito veniva rimborsato. Ora invece i mercati finanziari permettono di impacchettare e rivendere i debiti e questi sono così appetibili da poter essere venduti (convertiti in moneta) in modo molto veloce sul mercato, cambiando di mano molte volte.

Quando però aumenta la preferenza per la liquidità ed in tanti vogliono convertire i loro asset in denaro contante, il prezzo dei titoli scende (quindi si alza il loro tasso di interesse) ed insorge la crisi. Questa spiegazione è, in un certo qual modo, l’interpretazione del pensiero keynesiano data da Krugman, ma Keynes aveva le idee un po’ diverse riguardo le cause del ciclo economico (Teoria Generale, Cap. 22)

«Ora, siamo stati abituati nello spiegare la crisi ad enfatizzare la tendenza del tasso di interesse a salire sotto l’influenza dell’aumento della domanda di moneta sia come intermediario degli scambi che per ragioni speculative. A volte questo fattore può certamente avere un ruolo aggravante e, forse occasionalmente, di scintilla. Ma suggerisco che una più tipica e spesso predominante spiegazione della crisi non è da ricercare nel rialzo del tasso di interesse ma nell’improvviso collasso dell’efficienza marginale del capitale»

Ma la “liquidità” da sola non sarebbe stata sufficiente senza il ruolo della moneta come “riserva di valore”

«La moneta intesa come riserva di valore -risponde Fantacci -. Com è noto, la currency attualmente è: unità di conto, mezzo di scambio e, per l’appunto, riserva di valore. Ecco, quest’ultima caratteristica è imprescindibile nel mercato finanziario: la moneta dev’essere una merce il cui prezzo è il saggio d’interesse. Se non ci fosse questo aspetto chi cede moneta non dovrebbe, né potrebbe, essere remunerato con il saggio d’interesse, per l’appunto».

Secondo Amato e Fantacci la moneta odierna sarebbe una “moneta merce il cui prezzo è il saggio di interesse” e questo a causa del fatto che la moneta è “riserva di valore”. A parte l’affermazione per cui la moneta odierna sia una “commodity money”, (una moneta di carta a corso legale può essere una moneta merce?) vale la pena di commentare l’assurdo secondo cui “il tasso di interesse è il prezzo della moneta”, che deriva da una errata interpretazione di quanto scritto da Keynes nella Teoria Generale.

Nella capitolo XIII, che si intitola “La teoria generale del tasso di interesse” Keynes dichiara che l’individuo, quando percepisce un reddito, si trova di fronte ad una doppia decisione:

«Le preferenze temporali di un individuo richiedono due momenti decisionali distinti per essere portate a termine. Il primo riguarda quell’aspetto della preferenza temporale che io chiamo propensità al consumo, che determina per ogni individuo quanto del suo reddito consumerà e quanto terrà a riserva sotto qualche forma per destinarlo a consumi futuri.

Ma dopo aver preso questa decisione, ce n’è una ulteriore che lo attende, ovvero, in quale forma detenere questo “diritto ad un consumo futuro” che si è riservato, sia che esso provenga dal suo reddito corrente o dai suoi risparmi passati. Vuole tenerlo sotto forma liquida (es. moneta o un suo equivalente)? Oppure è preparato a separarsi di questo suo diritto per un periodo specifico o indefinito, lasciando che siano le condizioni future di mercato a determinare in quali termini potrà, se necessario, convertire questo diritto a consumi futuri in immediata possibilità di consumo in generale? »

E quindi: il tasso di interesse, per Keynes, è la ricompensa per separarsi dalla liquidità per un dato periodo, ovvero è il costo opportunità del detenere denaro in forma liquida.

E’ ciò che sostengono Amato e Fantacci? No, ed infatti subito dopo Keynes scrive:

Il tasso di interesse è niente più che l’inverso della proporzione tra una somma di denaro e quanto può essere ottenuto separandosene per un determinato periodo di tempo in cambio di un titolo di debito.

Bisogna stare attenti a non confondere “costo opportunità” con “prezzo” in quanto se è vero che per prestare moneta (e percepire un interesse) l’individuo deve separarsene per un certo periodo, tuttavia la cessione della proprietà delle moneta non è definitiva. Allo stesso modo se affitto una casa ne cedo la proprietà per la durata del contratto ma nessuno si sognerebbe di affermare che l’affitto costituisce il prezzo della casa!

Poco più avanti Amato afferma:

«La prova si è avuta quando le banche centrali hanno inondato il mercato con “denaro frusciante”. Ebbene, se fossero prevalse le caratteristiche di unità di conto e mezzo di scambio, la moneta sarebbe circolata tra gli istituti finanziari. Invece, le banche hanno tesaurizzato la liquidità. L’hanno considerata una merce, l’hanno messa “in magazzino”, tenendo a mente essenzialmente la funzione di riserva di valore»

Si riferisce al fatto che quando la Fed, dallo scorso Ottobre, ha inondato le banche di denaro, queste ultime hanno aumentato le loro riserve presso la Federal Reserve invece di “far circolare la moneta nel mercato del credito”. Secondo Amato questo è avvenuto perché la caratteristica di “riserva di valore” della moneta ha prevalso sulle caratteristiche di “mezzo di scambio ed unità di conto”.

Che qui Amato e Fantacci abbiano abbandonato Keynes al suo destino e stiano seguendo una strada diversa e oramai fuori di dubbio. Keynes, per descrivere questa situazione, avrebbe infatti parlato di trappola della liquidità (Teoria Generale, Cap. XV)

«C’è la possibilità che dopo che il tasso di interesse è sceso ad un certo livello, la preferenza per la liquidità può diventare virtualmente assoluta nel senso che quasi tutti preferiscono il denaro contante rispetto ad un titolo di debito che offre un tasso di interesse così basso. In questo eventualità l’autorità monetaria avrebbe perso il controllo effettivo del tasso di interesse. »

In questa eventualità la soluzione di Keynes non è “eliminare la caratteristica di riserva di valore della moneta” ma

«Se questa situazione dovesse manifestarsi questo comporterebbe che l’autorità pubblica potrebbe prendere in prestito in maniera illimitata dal sistema bancario al tasso di interesse nominale. »

Detta in parole povere: se la politica monetaria non è efficace allora deve intervenire l’autorità pubblica per colmare il gap di output produttivo e ristabilire la piena occupazione.

Invece per Fantacci ed Amato la soluzione è

«eliminare la moneta-merce, in modo che gli istituti di credito tornino a focalizzarsi su quello che dovrebbe essere il loro reale core business, cioè svolgere l’attività d’intermediazione per garantire prestiti al mondo dell’economia reale».

Ovvero eliminare dalla moneta la caratteristica di “riserva di valore” pur mantenendo la sua funzione di mezzo di scambio ed unità di conto.

Questa idea, che ha tristemente tanti sostenitori, si fonda sull’assunto per cui la moneta non è altro che un lubrificante degli scambi e che quando questi avvengono essa sparisce e ciò che rimane è soltanto uno scambio di beni e servizi. Vediamo un esempio.

Gino il pizzaiolo ha appena sfornato una pizza margherita e desidera acquistare una birra. In un’economia di baratto dovrebbe cercare qualcuno che possiede la birra ed è disposto a scambiarla con la pizza ma in un’economia monetaria il tutto è molto più semplice:

Gino vende la pizza a Giorgio (che la desidera) per 4€ e poi si reca al bar dove usa i 4€ per comprare una bottiglia di birra. Alla fine degli scambi la moneta sparisce in quanto prima Gino possedeva la pizza mentre ora ha la birra.

E’ davvero così? Assolutamente no!

Infatti non è sparito nessun euro durante le transazioni (prima Giorgio aveva 4€ mentre ora li ha il barista)! Infatti, come scriveva Mises, non è corretto parlare di moneta “in circolazione” perché in qualsiasi momento tutta la moneta è nel portafogli o nel conto di qualcuno.

Il fatto che gli individui accettino di scambiare beni contro moneta (e che quindi la moneta sia mezzo di scambio) è dovuto al fatto che essi sanno che nel futuro potranno utilizzare quella moneta per ottenere altri beni (ed ecco la funzione di riserva di valore). Se questa aspettativa cessa, perché ad esempio le autorità monetarie iperinflazionano la moneta distruggendone il valore, allora gli individui cercheranno di disfarsi della moneta in loro possesso per acquistare beni reali (come è successo a Weimar, Zimbabwe, etc.) e quest’ultima cesserà anche di essere mezzo di scambio.

E questa è più o meno l’obiezione che lo stesso Keynes, pur condividendone i principi, faceva all’idea di Gesell di “far costare la tesaurizzazione della moneta” (Teoria Generale, Cap. 23)

«In particolare [Gesell] non sapeva che la moneta non è l’unica cosa a possedere un premio per la liquidità, diverso dagli altri beni soltanto per la sua grandezza, e che deriva la sua importanza per il fatto di avere il più grande premio per la liquidità rispetto agli altri articoli. Quindi se le banconote fossero deprivate del loro premio per la liquidità, una lunga serie di sostituti ne avrebbero preso il posto» (Es. oro, moneta straniera, metalli preziosi)

Insomma neanche Keynes, pur volendo provocare «l’eutanasia del rentier» ed «abolire la scarsità di capitale» (Teoria Generale, Cap. 22) non si sarebbe mai sognato di suggerire di privare la moneta della sua funzione di riserva di valore!

Ma quanti sono i keynesiani, che magari insegnano economia all’università, a non avere mai letto, né capito, Keynes?