Krugman, Keynes ed Hayek. Perché la soluzione keynesiana alla crisi è sbagliata

Krugman

Il 15 Settembre Paul Krugman analizzava la situazione macroeconomica degli Stati Uniti

Per prima cosa guardiamo quanto è profonda la buca in cui siamo. Invece di entrare nei dettagli dei calcoli necessari a misurare il gap di produzione, lasciatemi presentare un calcolo molto semplice: confrontare il PIL, da quanto è iniziata la recessione, con quello che sarebbe stato se l’economia avesse continuato a crescere lungo il suo trend (dal 1999 al 2007)

Quindi siamo circa un otto per cento sotto a quello che dovrebbe essere. Questo si traduce in una perdita di produzione ad un tasso di più di mille miliardi di dollari all’anno (ed anche in disoccupazione di massa). E continueremo a soffrire queste perdite, anche se il PIL sta ora crescendo, fino a quando avremo abbastanza crescita per chiudere quel gap. Siccome non c’è nulla nei dati che suggerisca che il gap si sta chiudendo, questa è una tragedia che continuerà.

Che cosa vuol dire il professor Krugman (ma anche tutti i keynesiani)? Prendo in prestito il modello che Garrison usa in Time and Money (mutuato da Leijonhufvud) , per spiegare ciò che Keynes sosteneva nella sua Teoria Generale.

Keynes

Ripartiamo dalle conclusioni di Keynes sulle origini del ciclo economico:

«Ora, siamo stati abituati nello spiegare la crisi ad enfatizzare la tendenza del tasso di interesse a salire sotto l’influenza dell’aumento della domanda di moneta sia come intermediario degli scambi che per ragioni speculative. A volte questo fattore può certamente avere un ruolo aggravante e, forse occasionalmente, di scintilla. Ma suggerisco che una più tipica e spesso predominante spiegazione della crisi non è da ricercare nel rialzo del tasso di interesse ma nell’improvviso collasso dell’efficienza marginale del capitale»

Vediamo ora, servendoci da questo grafico riassuntivo, di capire che cosa significa.

Prima della crisi

L’economia si trovava al punto A. Vediamo brevemente che cosa ci indicano i sei pannelli (la lettera D indica la domanda aggregata mentre la S indica sempre l’offerta aggregata):

Pannelli 1,2,3 – Mercato del lavoro e reddito aggregato

Nel punto di piena occupazione vengono impiegate 20 ore di lavoro al salario nominale di 10$ l’ora (pannello 1), per un reddito totale da lavoro dipendente pari a 200$ (pannello 2). Poiché Keynes (Teoria Generale) sosteneva che «i costi dei fattori produttivi hanno un rapporto costante con quello dei salari», possiamo assumere (pannello 3) che i redditi totali siano in rapporto costante con i redditi da lavoro (nel nostro caso 300$/200$, ovvero 3/2).

Pannello 4 – Spese totali

Il pannello 4 è il cuore dell’analisi keynesiana e del suo modello circular flow. La spesa di uno è il reddito di un altro e quindi le spese aggregate saranno uguali ai redditi aggregati. Quali sono le componenti della spesa aggregata?

Vi sono i consumi (componente stabile) i quali dipendono dal reddito tramite quella che Keynes chiamava propensione al consumo (in pratica, se la nostra propensione al consumo è 0.6, per ogni 100$ che riceviamo andremo a spenderne 60$) e gli investimenti (componente instabile) i quali non dipendono dal reddito ma solo dalle aspettative del futuro. Nel nostro caso il livello dei consumi è di 210$ mentre gli investimenti sono di 90$.

Pannello 5 – Frontiera delle possibilità produttive

Normalmente questa figura viene omessa dall’analisi macroeconomica ma è molto importante perché mostra quelli che sono i livelli di produzione sostenibili dall’economia. Secondo l’analisi keynesiana, prima dell’insorgere della crisi, l’economia si trovava lungo la frontiera delle possibilità produttive.

Pannello 6 – Mercato dei fondi mutuabili

Questo pannello, infine, mette in correlazione la domanda e l’offerta di fondi mutuabili, ovvero mette in correlazione i risparmi (Savings) con gli investimenti (Investments) tramite il tasso di interesse di mercato.

Arriva la crisi

Come abbiamo scritto in precedenza Keynes individuava la causa della crisi principalmente in un collasso repentino dell’efficienza marginale del capitale, aggravata poi dall’aumento del tasso di interesse dovuto all’incremento della domanda di moneta (maggiore preferenza per la liquidità).

«Torniamo a cosa accade all’inizio della crisi. Finché il boom continuava, molti dei nuovi investimenti non mostravano di avere un rendimento corrente non soddisfacente. La disillusione arriva perché improvvisamente sorgono dubbi riguardo la plausibilità dei rendimenti futuri, forse perché il rendimento corrente mostra segni di calo man mano che lo stock di nuovi beni durevoli aumenta. Se si pensa che i costi di produzione correnti sono più alti di quanto saranno in futuro, allora c’è un’ulteriore ragione per una caduta dell’efficienza marginale del capitale. Una volta che i dubbi si manifestano poi si diffondono rapidamente. Perciò all’inizio della recessione vi sarà molto capitale la cui efficienza è diventata nulla o anche negativa». (Keynes, Teoria generale, cap.22)

Nel grafico questo movimento si traduce in uno spostamento verso sinistra della domanda di investimento da D a D’ che quale si traduce in un livello di investimenti I’ minore di quello di pieno potenziale. Siccome poi i salari sono, nell’ipotesi keynesiana, rigidi verso il basso, la domanda di lavoro si sposta anch’essa da D a D’ ed il nuovo livello di occupazione (che non è al punto di incontro tra domanda ed offerta) è di sole 15 ore invece di 20. Da notare che se anche si lasciassero calare i salari il livello di occupazione sarebbe minore di quello pre-crisi. Il minor reddito fa sì che anche l’offerta di credito si sposti verso sinistra da S ad S’, lasciando inizialmente invariato il tasso di interesse.

Nel pannello 5 possiamo infine notare come l’economia sia precipitata all’interno della frontiera delle possibilità produttive (vi sono impianti chiusi, catene produttive ferme, etc.).

Subentra poi il fattore aggravante, ovvero l’incremento della preferenza per la liquidità

«Inoltre lo sgomento e l’incertezza sul futuro che accompagnano un collasso nell’efficienza marginale del capitale hanno come naturale conseguenza un brusco aumento della preferenza per la liquidità, e quindi un aumento del tasso di interesse. Perciò il fatto che un collasso nell’efficienza marginale del capitale tenda ad essere associato con un aumento del tasso di interesse può seriamente aggravare il declino degli investimenti» (Keynes, Teoria Generale, Cap. 22)

La curva di offerta di credito si sposta ulteriormente verso sinistra al livello S’’. Questo si traduce in un aumento del tasso di interesse ed in un livello di investimenti I’’. Il risultato è un aggravarsi della situazione che si stabilizza solo al punto B.

Il gap nella produzione di cui parlava Krugman è rappresentato dalla distanza tra i due punti A e B.

La soluzione keynesiana consiste nel “colmare” questo gap tramite una coordinata politica monetaria e fiscale. Innanzitutto le autorità monetarie devono neutralizzare la fuga verso la liquidità rendendo disponibile del denaro attraverso il mercato del credito (ΔMc) e riportare quindi il tasso di interesse al livello pre-crisi (freccia azzurra).

«Se una riduzione del tasso di interesse, da sola, fosse in grado di essere un effettivo rimedio allora potrebbe essere possibile ottenere una ripresa in modo veloce sotto il controllo, più o meno efficace, delle autorità monetarie. Ma questo non è ciò che succede normalmente». (Keynes, Teoria Generale, Cap.22)

Deve poi intervenire l’autorità pubblica la quale, tramite un livello di spesa G (detto quindi “stabilizzante”) va a colmare il gap e riporta l’economia nel punto A di pieno.

Sembrerebbe in pratica che debito e spesa pubblica siano le soluzioni della crisi. Ma è corretta quest’analisi? Come fanno spesa e debito ad essere contemporaneamente cause della crisi e loro soluzione? Per capirlo dobbiamo tornare a cosa era successo prima della crisi, durante il boom.

Hayek

La teoria austriaca del ciclo economico spiega che la fase di boom è causata da una politica monetaria espansiva che abbassa il tasso di interesse al di sotto del suo livello naturale. Poiché il sistema dei prezzi è il modo in cui il mercato segnala le informazioni ai suoi attori e dal momento che il tasso di interesse è sicuramente il prezzo più importante dell’economia, poiché permette la coordinazione della produzione nel tempo, l’intervento delle autorità monetarie ha conseguenze distruttive.

Vediamo dunque cosa accade al sistema produttivo (che ipotizziamo essere sulla frontiera delle possibilità produttive) quando il sistema bancario immette nell’economia della nuova moneta ΔM sotto forma di credito. Per prima cosa possiamo notare che, nel pannello Saving-Investment, l’offerta di credito si sposta verso destra , intersecando la curva di domanda nel punto A, cui corrisponde un tasso di interesse minore (i’

Vediamo quali sono le reazioni delle famiglie e degli imprenditori.

Per le famiglie il tasso di interesse indica anche il costo opportunità che ricevono quando devono scegliere se consumare oggi oppure risparmiare e comprare in futuro. Se è molto basso questo significa che sono molto incentivate a consumare e pochissimo a risparmiare (gli interessi sul conto corrente sono bassi, i titoli “sicuri” rendono poco e così via). Una politica monetaria espansiva cambia temporaneamente le preferenze temporali dei consumatori e le orienta verso un consumo anticipato, spesso finanziato attraverso il ricorso al credito: è il cosiddetto consumismo. Nel grafico possiamo notare questa tendenza osservando che al tasso i’ le famiglie, che seguono ancora la curva S, risparmiano meno e, di conseguenza, consumano di più (freccia azzurra sul pannello della frontiera delle possibilità produttive).

Il messaggio che ricevono gli imprenditori è invece diametralmente opposto.

Se aumenta il credito a disposizione, ragionano questi ultimi, ciò sta a segnalare che i consumatori stanno risparmiando e che quindi saranno propensi ad aumentare i loro consumi in futuro: vi è quindi spazio per aumentare la produzione futura. Inoltre un tasso di interesse basso fa diventare appetibile tutta una serie di investimenti, specialmente quelli a lungo termine, che prima era considerata svantaggiosa.

Se l’espansione del credito aumenta la quantità di denaro disponibile, l’abbassamento del tasso di interesse da pagare sui prestiti definisce la qualità dell’investimento. In sintesi non solo viene espanso il credito oltre i limiti del risparmio reale (overinvestment) ma esso viene anche indirizzato verso attività speculative e rischiose, che hanno scarse possibilità di successo (malinvestment). Sulla frontiera delle possibilità produttive possiamo notare l’overinvestment (la freccia azzurra, mentre il triangolo di Hayek mostra il malinvestment (l’allungamento temporale della struttura produttiva)

Il livello di consumo ed investimento che si manifesta durante il boom, rappresentato nel grafico dal punto A, non si trova affatto lungo la frontiera delle possibilità produttive, ma al di là di essa, e non è quindi un punto sostenibile per l’economia.

Gli eccessi e le distorsioni che si sono verificate durante il boom non sono senza conseguenze. La nuova frontiera delle possibilità produttive, infatti, non solo è all’interno del punto A (non è quindi rappresentata dalla curva rossa tratteggiata), ma non è nemmeno più quella che si aveva all’inizio del boom (la curva blu). In realtà non possiamo dire molto riguardo la sua posizione ma ciò che raccomanda la scuola austriaca è che non si cerchi di interrompere il processo di liquidazione dei cattivi investimenti perché soltanto in questo modo l’economia può individuare la sua struttura sostenibile e ripartire.

Conclusioni

Alla luce delle analisi di Hayek è sbagliato e dannoso voler colmare il gap produttivo e cercare di riportare l’economia, a suon di stimoli fiscali e monetari, ai livelli che aveva prima dell’insorgere della crisi (tornare quindi al punto A). Non solo si impedisce al mercato di riscoprire qual è la sua struttura produttiva efficiente ma inevitabilmente si continuano a sprecare risorse proprio in quelle attività produttive che si sono sviluppate, durante il boom, in modo insostenibile, peggiorando ulteriormente la situazione generale.

Si pensi ad esempio al mercato dell’automobile: il biennio 2006-2007 ha visto un boom di automobili vendute (stimolato dagli incentivi alla rottamazione e dal credito facile). E’ forse lecito e ragionevole considerare il livello produttivo record del 2007 come l’obiettivo da raggiungere e rendere permanente a suon di sussidi, incentivi e rottamazioni forzate (si pensi alle limitazioni alla circolazione per le automobili più vecchie)?