Laissez faire all’italiana

Si racconta che Jean Baptiste Colbert, Ministro delle Finanze francesi durante il regno di Luigi XIV, avesse chiamato a raccolta i più influenti mercanti francesi per chiedere loro che cosa potesse fare il governo per aiutarli. Uno dei mercanti più influenti, chiamato Legendre, rispose al Ministro: «Nous laissez faire», letteralmente “lasciateci fare”.

Per un qualche strano motivo siamo abituati a pensare che capitalisti ed imprenditori siano favorevoli al libero mercato e contrari a qualsiasi tipo di ingerenza da parte dello stato. L’idea è che capitalisti ed imprenditori, in un mercato libero da interventi statali, possano fare il bello ed il cattivo tempo, realizzare profitti inimmaginabili, come uno squalo calato in un allevamento di pesci.

Niente di più falso!

Gli imprenditori, non tutti sia chiaro, sono terrorizzati – ripeto terrorizzati – dal mercato libero. Ripetiamolo ancora una volta: t e r r o r i z z a t i. Sapete perché?

Richard Cantillon è stato forse il primo economista a teorizzare la figura dell’entrepreneur, descrivendolo come colui che a fronte di costi “certi” si sobbarcava il rischio di vendere, in un tempo futuro, a prezzi “incerti”. Gli imprenditori, ovvero la traduzione italiana del termine entrepreneur, sarebbero quindi quelli che dirigono la produzione ed il commercio sopportandone i rischi.

Tutto il contrario degli imprenditori nostrani e mi riferisco in particolare ai grossi imprenditori che sono membri di Confindustria.

I “nostri” non dormono la notte pensando di vendere a “prezzi incerti”, sono terrorizzati dal pensiero di una concorrenza che possa far calare i profitti, di un calo delle vendite che possa portare loro delle perdite. Sopportare il rischio? Ma scherziamo?

Gli imprenditori italiani odiano il mercato libero. Vogliono un mercato ben regolamentato dallo stato, dove siano tutelati dalla concorrenza italiana ed internazionale (i dazi contro i cinesi per Dio! Servono i dazi!), dove siano garantiti i profitti normali (privatizzazione dei servizi anyone?), dove un meccanismo di quote di produzione alzi il prezzo di vendita (a qualcuno è venuto in mente il latte?), dove la concessione di licenze impedisca la rottura degli oligopoli esistenti (ve li ricordate gli scioperi contro il decreto Bersani?) e dove sussidi ed incentivi garantiscano lauti profitti e lo stato socializzi le perdite.

Libero mercato? No. La filosofia dell’imprenditoria italiana è il corporativismo!

E chi è l’industria maestra della lotta corporativa? Qual è il mercato che è diventato il simbolo degli interventi statali? Ma l’automobile, no!!

La storia si ripete.

Qualche mese fa, mentre scadevano gli incentivi alla rottamazione, le vendite di automobili raggiungevano nuovamente quote record e tutti i giornali parlavano dell’industria automobilistica come del simbolo della ripresa, del settore che era riuscito prima degli altri ad uscire dalla crisi, che grazie all’intervento dello stato aveva potuto salvare migliaia di posti di lavoro.

Ovviamente anche l’ultimo dei fessi avrebbe potuto fermarsi un attimo e farsi due conti. Ma se tutti cambiano le automobili adesso e sfruttano gli incentivi, cosa succederà nei mesi che seguiranno alla scadenza degli stessi? Semplice. Siccome quelli che erano intenzionati a cambiare l’automobile hanno anticipato la loro decisione, questo significa che nei mesi successivi vi sarà un periodo di magra e le vendite saranno ancora più basse rispetto al livello che avrebbero avuto in assenza di incentivi. Se di 100 famiglie che volevano cambiare automobile a luglio 2010, 50 hanno deciso di anticipare l’acquisto a dicembre 2009, a luglio le vendite caleranno a 50 invece che a 100.

Semplice, no? Pare di no. Dichiara Pavan Bernacchi (questo cognome non vi ricorda un certo banchiere centrale?), presidente di Federauto (toh una corporazione!):

«Servirebbe che il Presidente del Consiglio prendesse in mano la situazione. Un altro: “Ghe pensi mì”. Da un lato rinnovando dei bonus pluriennali per svecchiare il parco auto e incentivare le vetture a basso impatto ambientale; in primis quelle alimentate a GPL e a Metano»

Eh certamente! Questa gente vorrebbe il futuro garantito per legge, con lo stato che, in un modo o nell’altro, fa in modo che abbiano sempre vendite record e profitti alle stelle. Incentiviamo le auto a basso impatto ambientale! Prendete la vostra automobile nuova di tre mesi e rottamatela per comprarne una a GPL o metano! Non fatelo per la Fiat ma per l’ambiente, per Madre Terra!

E infine, rullo di tamburi, il piagnisteo preferito dai corporativisti:

secondo Ferauto lo Stato introiterà circa 2 miliardi di imposte a vario titolo in meno, i concessionari devono agire sui costi del personale sopprimendo circa 15.000 posti di lavoro, cui se ne aggiungeranno almeno 30.000 dell’indotto…

I posti di lavoro? Mica vorremo sopprimere migliaia di posti di lavoro! Il governo deve fare qualcosa.

Sono passati più di trecento anni da quando Legendre e Colbert si scambiavano quelle battute ed ora il ruolo si è ribaltato. Adesso sono gli imprenditori a correre dal governo e chiedere aiuti, incentivi e sussidi ed il governo non può che rispondere: “tu garantiscimi i voti e poi…. Lassa fa”