Lost in translation ovvero Barnard e la MMT

Eravate pronti a spogliarvi dagli abiti mondani per indossare la tenuta da guerra e combattere il signoraggio bancario? Pensavate che la Banca Centrale fosse il nemico da abbattere per riconsegnare la stampante nelle mani dello Stato? Che la Fed fosse un organismo privato che strozzava il governo federale sotto il peso del debito pubblico?

Contrordine compagni! Ora gli Stati Uniti sono l’esempio da imitare, perchè il dollaro è una moneta sovrana e la Fed è lo strumento per uscire dalla crisi in modo facile ed indolore, parola di Paolo Rossi Barnard e dei fautori della Modern Money Theory.
Mi ero sempre chiesto da dove il nostro beniamino, re degli intellettuali alternativi, avesse tirato fuori la sua celebre perla contenuta ne “Il più Grande Crimine”:
«E di conseguenza se il governo in questione spende acquistando più di quanto incassa, cioè se versa più denaro al netto fra i cittadini di quanto gliene tolga con le tasse (se spende a deficit), questo arricchisce la società. Cosa avete appena letto? Avete letto proprio che il governo a moneta sovrana che spende a deficit, cioè che spende a debito, crea ricchezza nella comunità. Ecco dimostrato che il debito cosiddetto pubblico non è affatto il debito dei cittadini, anzi, il contrario. Si può infatti affermare che esso è ciò che noi cittadini intaschiamo, non ciò che noi cittadini dobbiamo a qualcuno»
Mi sembrava talmente assurda e ridicola da non dover necessitare “dati o prove tecniche” per essere confutata ma ho voluto lo stesso caricarmi di buona volontà e leggere un primer sulla Modern Money Theory, che potete trovare a questo indirizzo, per capire da dove Barnard avesse tirato fuori quelle fantasiose teorie. Leggendo la seconda lezione ho finalmente capito. È risultato subito molto chiaro in quale mondo alla rovescia vivano i sostenitori della Modern Money Theory e soprattutto come la versione italiana debba aver sofferto di qualche piccolissimo errore di traduzione perchè i fan nostrani della MMT non sono neanche riusciti a capirla.
Leggiamo insieme.
Un nostro asset finanziario corrisponde ad una passività finanziaria per qualcun altro. È un principio fondamentale della contabilità che ad ogni attivo finanziario corrisponda un uguale passività che lo eguaglia. Un deposito bancario è un asset per le famiglie ma rappresenta un debito per le banche (un pagherò). Un’obbligazione di un’azienda o del governo, di nuovo, è un asset per le famiglie ma rappresenta una passività per chi lo ha emesso (sia il governo o l’azienda). Anche le famiglie hanno dei debiti, come i prestiti studenteschi, i mutui o il finanziamento per l’acquisto di un’automobile. Questi però sono asset per i creditori, che potrebbero essere banche oppure vari tipi di istituzioni finanziarie come fondi pensione, hedge funs o compagnie di assicurazione.
Su questo punto non ci possono essere contestazioni, sono principi basilari di contabilità: se ti presto 100€, avrò un credito verso di te di 100€ e tu avrai un debito con me per la stessa cifra.  Non c’è nulla di rivoluzionario né incredibile, è una semplice identità contabile.
Ma lo sappiamo bene come va a finire con le identità contabili, vero?
La ricchezza finanziaria netta di una famiglia è uguale alla somma di tutti i suoi asset finanziari meno la somma dei suoi debiti. Se questo numero è positivo allora ha una ricchezza finanziaria netta positiva.
Di nuovo, molta attenzione perchè qui iniziano i “magheggi”. Non si sta parlando di ricchezza delle famiglie ma di ricchezza finanziaria, ovvero soltanto dei crediti e dei debiti che una famiglia ha in portafoglio. Questa definizione può dar luogo a spiacevoli interpretazioni che un semplice esempio può aiutarci ad evidenziare.
Immaginiamo di avere un lingotto d’oro del valore di 1450€ in portafoglio e non possedere nessun credito né debito. La nostra ricchezza finanziaria nettà è al momento nulla.
Andiamo in banca, vendiamo l’oro e compriamo 1000 azioni Calistracci Oil (prezzo 1,45€). Ora la nostra ricchezza finanziaria netta è di 1450€, infatti abbiamo 1000 azioni (asset) e nessun debito.
Poco dopo una strana atmosfera pervade la borsa ed le azioni iniziano misteriosamente a salire di prezzo, fino ad essere quotate oltre 9€ ad azione. Tutti vogliono le Calistracci Oil e a questo punto decidiamo di venderle incassando 9000€, che poi usiamo per acquistare un’auto nuova.
La nostra ricchezza è aumentata? Vi sfido a sostenere il contrario! Ma secondo la definizione che viene utilizzata dalla MTT la nostra ricchezza finanziaria netta è diminuita, di 1450€. Infatti ora non abbiamo più né crediti né debiti e quindi la nostra ricchezza finanziaria netta è zero.
Continuiamo nella lettura.
Una nota sulla ricchezza non finanziaria (gli asset reali). Un asset finanziario è necessariamente bilanciato da un debito. Nell’aggregato, quindi, la ricchezza finanziaria netta deve essere uguale a zero. Tuttavia, gli asset reali rappresentano ricchezza che non è controbilanciata da debiti, quindi, a livello aggregato la ricchezza totale è uguale al valore degli asset reali.
Anche qui niente di strano, segue dalla definizione di partita doppia. Se per ogni credito è registrato un debito uguale allora, considerando il mondo intero, la somma di tutti i crediti sarà uguale alla somma di tutti i debiti.
Il corollario è che l’unica ricchezza che conta, a livello aggregato, è quella reale.
Spesso è utile distinguere tra diversi tipi di settori nell’economia. La distizione più semplice è tra il settore pubblico (includendo tutti i livelli di governo) e quello privato (aziende e famiglie). Se dovessimo considerare tutti gli asset e le passività finanziarie emesse dal settore privato, è solo una questione di logica che la somma sia uguale a zero. In altre parole la ricchezza finanziaria netta è uguale a zero se consideriamo solo i “pagherò” emessi dal settore privato. Questi vengono a volte chiamati “ricchezza interna” perchè è “interna” al settore privato. Se il settore privato vuole accumulare una ricchezza finanziaria netta, questa deve essere nella forma di “ricchezza esterna”, ovvero, crediti verso un altro settore. Data la nostra divisione tra settore pubblico e privato, la ricchezza finanziaria esterna deve essere nella forma di obbligazioni governative.
Visto dove stiamo andando a parare? La ricchezza reale (l’unica ricchezza che conta a livello aggregato) è sparita dal discorso e si inizia invece a proporre l’idea che il settore privato possa incrementare la sua ricchezza se e soltanto se il settore pubblico si indebita. Certo, si parla di ricchezza finanziaria con la definizione utilizzata in precedenza, ma cominciate a capire da dove salta fuori l’affermazione per cui “solo lo Stato, facendo debito, può creare ricchezza?”
La ricchezza finanziaria netta privata è uguale al debito pubblico. I flussi (di reddito e spesa) si cumulano in riserve. L’accumulazione netta di asset finanziari da parte del settore privato nel corso dell’anno è possibile soltanto se la sua spesa è minore del suo reddito nello stesso periodo. In altre parole, il settore privato sta risparmiando, permettendogli di accumulare una riserva di ricchezza nella forma di asset finanziari. Nel nostro semplice esempio con solo un settore pubblico ed uno privato, questi asset finanziari sono debiti governativi, in particolare obbligazioni o emissioni monetarie. Questi titoli di debito, a loro volta, possono essere accumulati solo quando il governo spende più di quanto riceva sotto forma di tasse.
Avete notato il gioco di prestigio? Come in poche righe si è arrivati ad affermare che il settore privato può “risparmiare” soltanto se il settore pubblico spende in deficit?
Sveliamo il trucco.
Immaginiamo di avere soltanto un settore privato, composto da famiglie ed imprese, il cui reddito aggregato, quello che chiamiamo anche Prodotto nazionale lordo, è di 100 miliardi di euro, nella forma di stipendi, profitti, etc. Di questi 100 miliardi, 80 vengono spesi in consumi e 20 vengono risparmiati dalle famiglie e prestati alle imprese, che li investono per aumentare, l’anno successivo, la produzione di beni e servizi esistenti oppure produrne di nuovi.
In questo esempio la ricchezza finanziaria netta, così come definita in precedenza, non aumenta (i crediti sono uguali ai debiti) ma il settore privato sta risparmiando, altroché, e sono proprio quei risparmi a finanziare gli investimenti che consentiranno di aumentare la sua ricchezza reale.
Evitando di mangiare tutta la torta oggi (risparmiando) è possibile aumentare le dimensioni della torta domani (investendo). È il fondamento del Capitalismo.
Inseriamo ora nella storiella precedente lo Stato che, per semplicità, decide di emettere obbligazioni per 10 miliardi in modo da finanziare in deficit la propria spesa. Immaginiamo che le famiglie continuino a spendere 80 miliardi ma decidano di allocare 10 miliardi, dei propri risparmi, nel debito pubblico. Non è detto che ciò avvenga ma facciamo finta che il governo riesca a collocare tutti i propri titoli (in questi mesi abbiamo visto che non è così semplice).
Ciò che succede è che le obbligazioni governative vanno a far concorrenza a quelle private. Nell’esempio precedente gli investimenti privati erano di 20 miliardi mentre dopo l’intervento dello Stato la cifra è scesa a 10. Inoltre, poichè è aumentata l’offerta di titoli a domanda invariata, il loro prezzo scenderà e questo significa tassi di interesse più alti per ottenere credito.
Questo fenomeno si chiama crowding out degli investimenti privati. A priori non possiamo sapere come verranno investiti i soldi raccolti dal settore pubblico. Saranno infrastrutture utili e costruite a prezzo di mercato? Grandi opere tanto costose quanto inutili? Ospedali e scuole oppure carri armati? Burocrazia, non si sa. Ciò che possiamo dire, però, è che poiché il settore pubblico risponde a incentivi politici (ottenere voti e potere) e non economici (fare profitti servendo meglio il consumatore), è probabile che la torta a disposizione domani sarà più piccola di quella ottenuta nell’esempio precedente.
Che cosa ci dice la Modern Money Theory in questo secondo caso?
Ci spiega che, indipendentemente da come sono stati spesi i soldi pubblici, ora il settore privato ha potuto accumulare una riserva di ricchezza finanziaria netta di 10 miliardi e lo ha potuto fare solo perchè ha acquistato asset che sono debiti del settore pubblico.
La conclusione della MMT è che il settore privato, in’economia chiusa, può risparmiare se e soltanto se il governo sta contemporaneamente facendo deficit e che se invece il governo ha il bilancio in attivo, costringe il settore privato ad indebitarsi (!).
Da affermazioni fantasiose e fuorvianti (la ricchezza finanziaria netta del settore privato è un aggregato privo di senso e sicuramente è una cosa ben diversa dai risparmi) non si possono che ottenere conclusioni altrettanto sbagliate.
Ma Barnard fa di più.
Il termine “net financial wealth”, nella traduzione italiana del nostro intellettuale preferito, è diventato semplicemente “wealth”, ricchezza, da cui quella frase che ho citato in apertura.
Altro giro, altro gioco di prestigio.