1. Skip to navigation
  2. Skip to content
  3. Skip to sidebar
Source link: http://vonmises.it/2012/02/02/la-soluzione-finale-di-krugman/

La soluzione “finale” di Krugman

giovedì, febbraio 2, 2012 di

CONDIVIDI:
In una recente intervista a Le Monde, il mio economista preferito illustra la sua ricetta per scongiurare la crisi europea. Indovinate un po’, la soluzione è stampare denaro! L’avreste mai detto?
Ecco uno stralcio dell’intervista, riportato da Ticino live
«L’Europa ha bisogno di una politica monetaria più aggressiva di quella americana, è l’unica maniera per portare i correttivi necessari. La BCE dovrebbe acquistare un numero maggiore di debiti sovrani e favorire maggiormente l’espansione monetaria.
Se qualcuno mi dice che questo rischia di far scivolare i prezzi, io rispondo che l’inflazione non è il problema, ma è la soluzione.
Per restaurare la competitività in Europa è necessario, ad esempio, che per i prossimi cinque anni nei paesi europei meno competitivi i salari diminuiscano. Con un poco di inflazione, questo aggiustamento è più facile da realizzare, ossia lasciar crescere i prezzi senza aumentare i salari».
Ricordatevi queste parole di Krugman la prossima volta che si ergerà a paladino dei più deboli, contro gli squali affamati di Wall Street. Per chi fosse stato poco attento, il premio Nobel per l’economia nel 2008, sta dicendo che per i prossimi cinque anni, in paesi come Italia e Grecia, i salari, tutti i salari, devono diminuire. Come fare? Secondo Krugman il metodo più facile, e che provoca il minimo numero di manifestazioni di piazza, è quello di provocare una crescita dei prezzi a parità di salari.
Parafrasando un giudizio di Mises su Keynes, Paul Krugman sta proponendo, scusate il francesismo, di fottere i lavoratori.
Perchè dico così? Ora ve lo spiego.
Non è un segreto che in Italia, così come in altri paesi europei, vi sia un divario enorme tra quanto un lavoratore costa all’azienda, il cosiddetto “costo del lavoro”, e quanto effettivamente prende in portafoglio, il suo stipendio netto.
«Per ogni 100 euro di retribuzione lorda erogati a un dipendente, un’azienda italiana versa 32 euro di contributi; il lavoratore, dal canto suo, subisce trattenute – sotto forma di tasse e contributi – per altri 30 euro, e alla fine se ne trova solo 70 in busta paga».
Usando numeri più familiari, se vi arrivano 1200 euro netti mensili, in busta paga potrete leggere uno stipendio lordo di circa 1714 euro ma all’azienda, in realtà, siete costati 2263 euro.
Quando un’impresa deve decidere se assumere un lavoratore, questo è il numero che le interessa maggiormente (1), perchè quelli sono i soldi che effettivamente si troverà a sborsare. Al lavoratore invece interessa lo stipendio netto è contratta su quello, nemmeno troppo consapevole che su 1200 euro che ottiene lui, lo Stato ne pretende 1063. Si veda a questo proposito la sacrosanta battaglia di Giorgio Fidenato contro il sostituto d’imposta.
Torniamo ora all’affermazione di Krugman per cui in Italia e negli altri paesi meno competitivi dell’area euro debbano diminuire i salari, cioè il costo del lavoro. Una misura semplice per ottenere questo risultato senza intaccare lo stipendio netto dei lavoratori sarebbe quella di andare a tagliare la parte di salario di cui si appropria lo Stato, sotto forma di tasse e contributi. Se nell’esempio precedente si riducesse di 200 euro il prelievo contributivo, distribuendo equamente i benefici tra lavoratore e imprenditore, quest’ultimo si ritroverebbe a pagare 100 euro in meno ed il primo, invece, otterrebbe 100 euro netti in più.
Questa manovra, la riduzione del cosiddetto cuneo fiscale, avrebbe come beneficio quello di diminuire il costo del lavoro e contemporaneamente aumentare il monte salari. Il costo, invece, è quello di minore entrate fiscali, almeno nel breve termine (2), da bilanciare con un corrispettivo taglio della spesa pubblica.
Per Krugman, però, questa non è la soluzione ma anzi un modo per aggravare ulteriormente la crisi; per il premio Nobel la soluzione è invece stampare denaro e fregare i lavoratori.
«Una politica monetaria meno severa e un’inflazione più alta, attorno al 4%, offrirebbero alla Zona euro una parte di quella flessibilità che le manca».
Quattro o cinque anni di inflazione al 4%, con stipendi fermi. Meno male che lui è il paladino dei poveri e degli oppressi!
Ma come generare questa inflazione?
«La BCE dovrebbe acquistare un numero maggiore di debiti sovrani e favorire maggiormente l’espansione monetaria».
Tanti soldi alle banche (non a caso Krugman elogia Mario Draghi) e monetizzazione del debito pubblico, in modo che lo Stato possa spendere e spandere senza problemi, la moneta entri in circolazione (e non rimanga nelle banche zombie a ripianare le perdite), ed i prezzi di beni e servizi salgano alle stelle.
E così, mentre negozianti ed autonomi possono aumentare prezzi e tariffe, mentre tutto diventa più caro, gli stipendi dei lavoratori dipendenti (quelli netti!) rimangono fermi, perdendo progressivamente potere d’acquisto: chi faticava ad arrivare a fine mese ora si ritroverà direttamente in mutande, senza nemmeno capire troppo il perché. Per l’uomo della strada la colpa sarà dei negozianti ladri che speculano sulla povera gente ed aumentano i prezzi!
Dal momento che il gioco monetario è sostanzialmente a somma zero, ciò che perdono i salariati viene trasferito a qualcun altro ovvero i primi che ricevono la moneta nuova. Devo ricordarvi chi sono?
Inoltre l’idea di poter promettere cinque anni di inflazione dei prezzi costante al 4% è semplicemente folle. Il meccanismo inflazionistico non si controlla facilmente ed è molto facile che una volta aperto il vaso di Pandora poi non lo si riesca a richiudere tanto facilmente.
Ma lo sapete, vero, perchè Krugman vuole l’inflazione? Perchè i lavoratori dipendenti non sono gli unici a prendersi la fregatura, sono in buona compagnia. L’inflazione dei prezzi, infatti, favorisce i debitori a scapito dei creditori e lo sappiamo tutti chi è il più grosso debitore del paese, no?
(1) C’è poi tutto il contesto giuridico che va a regolare il contratto di lavoro e che in Italia ha sicuramente un gran peso nel determinare la disoccupazione giovanile, ma di questo Krugman non parla (probabilmente perchè non conosce la situazione europea)
(2) Nel medio termine le aziende assumeranno di più, aumentando quindi la base imponibile, e quindi non è detto che alla fine lo Stato incasserà meno tasse. Inoltre bisogna tener conto della riduzione automatica di spesa negli ammortizzatori sociali dovuta alle nuove assunzioni. Si tratta esattamente di quella austerity espansiva di cui parlavo in questo post.

{ 4 commenti… prosegui la lettura oppure aggiungine uno }

avatar Johnny Cloaca febbraio 3, 2012 alle 21:06

La semantica creativa di Reagan è stata già prontamente demolita da Rothbard. Guarda qui.

avatar Anonymous febbraio 3, 2012 alle 18:15

So che chiedo molto, ma non potresti fare un articolo su questo argomento? In fondo di solito è l'argomento più usato da chi sostiene che il liberismo non funzioni.

Ildubbioso (studente di economia al primo anno)

avatar Ashoka febbraio 3, 2012 alle 13:39

La spesa pubblica durante gli anni di Reagan è cresciuta molto, quindi il taglio delle tasse accompagnato ad un aumento della spesa ha generato un bel debito pubblico sulle spalle delle generazioni future.

avatar Anonymous febbraio 3, 2012 alle 11:47

Una domanda, cosa ne pensi dei tagli alle tasse dei ricchi fatti da parte di Reagan? Hanno portato alla fine un maggior benessere per tutti o no?

UN saluto, ildubbioso.

Articolo precedente:

Articolo successivo: