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Source link: http://vonmises.it/2012/02/28/gli-obiettivi-della-svalutazione-monetaria/

Gli obiettivi della svalutazione monetaria

martedì, febbraio 28, 2012 di

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Nella fase d’espansione terminata nel 1929, i sindacati dei lavoratori erano riusciti in quasi tutti i paesi ad imporre saggi salariali più alti di quelli che il mercato, seppur manipolato dalle barriere migratorie, avrebbe determinato. Questi saggi salariali avevano già prodotto in molti paesi notevole disoccupazione istituzionale, mentre l’espansione del credito progrediva ad un ritmo accelerato.

Quando infine avvenne l’inevitabile depressione ed i prezzi delle merci cominciarono a scendere, i sindacati, fermamente sostenuti dai governi, anche da quelli disprezzati come contrari al lavoro, si attaccarono ostinatamente alla politica dei salari alti. O negavano completamente l’autorizzazione a qualsiasi riduzione dei salari nominali o concedevano soltanto tagli insufficienti. Ne scaturì un aumento poderoso della disoccupazione istituzionale (mentre i lavoratori che mantenevano il loro posto aumentavano il loro tenore di vita ed i loro saggi salariali reali crescevano).

L’onere dei sussidi alla disoccupazione divenne insopportabile. I milioni di disoccupati erano una seria minaccia alla pace interna. I paesi industriali erano perseguitati dallo spettro della rivoluzione. Ma i dirigenti sindacali erano intrattabili, e nessun uomo di governo aveva il coraggio di sfidarli apertamente.

In questa situazione i capi allarmati pensarono ad un espediente a lungo raccomandato dai dogmatici inflazionisti. Poiché i sindacati si opponevano ad un adeguamento dei salari allo stato della relazione monetaria e dei prezzi delle merci, essi scelsero di adattare la relazione monetaria e i prezzi delle merci all’altezza dei saggi salariali. Secondo loro, i saggi salariali non erano troppo alti; la loro unità monetaria nazionale era sopravalutata in termini di oro e cambio estero e doveva essere riaggiustata. La panacea era la svalutazione.

Gli obiettivi della svalutazione erano:

  1. Preservare l’altezza dei saggi salariali nominali o addirittura creare condizioni necessarie al loro ulteriore aumento, mentre i saggi salariali reali dovevano piuttosto diminuire.
  2. Aumentare i prezzi delle merci, specialmente dei prodotti agricoli, in termini di moneta interna o, almeno, frenarne l’ulteriore caduta.
  3. Favorire i debitori a spese dei creditori.
  4. Incoraggiare le esportazioni e ridurre le importazioni.
  5. Attrarre più turisti stranieri e rendere maggiormente dispendioso (in termini di moneta interna) ai cittadini del proprio paese il turismo in paesi stranieri.

Tuttavia, né i governi né i loro seguaci ortodossi erano abbastanza franchi da ammettere apertamente che uno degli scopi principali della svalutazione era la riduzione dei saggi salariali reali. Preferivano per lo più descrivere l’obiettivo della svalutazione come intesa a rimuovere un sedicente “disequilibrio fondamentale” tra il “livello” dei prezzi interni e quello dei prezzi internazionali. Parlavano della necessità di ridurre i costi interni di produzione. Ma si preoccupavano di non menzionare che una delle due voci di costo che si aspettavano di ridurre con la svalutazione erano i saggi salariali reali, l’altra essendo l’interesse stipulato sui debiti comemrciali a lungo termine e sul capitale di tali debiti. É impossibile prendere seriamente le motivazioni avanzate a favore della svalutazione. Esse sono completamente confuse e contraddittorie. La svalutazione non è stata una politica che ha avuto origine da una profonda valutazione dei pro e dei contro. É stato il frutto della capitolazione di un governo nei confronti delle unioni sindacali, che non volevano perdere la faccia nell’ammettere che le loro politiche relative agli stipendi avessero fallito e prodotto disoccupazione istituzionalizzata di dimensioni senza precedenti.

É stato il ripiego disperato di statisti deboli e inetti, che erano motivati dal desiderio di prolungare la loro permanenza in carica. Nel giustificare le loro scelte, questi demagoghi non si preoccupavano delle contraddizioni. Essi promisero agli industriali e ai contadini che la svalutazione avrebbe fatto crescere i prezzi. Ma allo stesso tempo promisero ai consumatori un rigido controllo dei prezzi per prevenire qualsiasi aumento del costo della vita. Dopo tutto, i governi potevano ancora giustificare la loro condotta riferendosi al fatto che sotto l’influenza dell’opinione pubblica, completamente soggiogata alle fallaci dottrine delle unioni sindacali, non si sarebbe potuti ricorrere a nessun’altra politica. Tale scusa non può essere usata dagli autori che avevano salutato la flessibilità dei tassi di cambio con l’estero come il perfetto e migliore sistema monetario. Mentre i governi erano ancora ansiosi di affermare che la svalutazione fosse una misura d’emergenza che non doveva essere nuovamente ripetuta, questi autori proclamavano la flessibilità del cambio come il sistema monetario più appropriato ed erano desiderosi di dimostrare i mali presunti collegati alla stabilità dei tassi di cambio. Nel cieco zelo di compiacere i governi e i potenti gruppi di pressione dei sindacati e degli agricoltori, essi gonfiarono a dismisura le ragioni a favore dei cambi flessibili. Ma gli inconvenienti  della flessibilità standard si smanifestarono presto e l’entusiasmo per la svalutazione svanì subito.

Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, poco più di un decennio dopo che la Gran Bretagna aveva fissato il modello per lo standard flessibile, persino Lord Keynes e i suoi adepti scoprirono che la stabilità dei tassi di cambio esteri aveva i suoi vantaggi. Uno degli obiettivi dichiarati del Fondo Monetario Internazionale è quello di stabilizzare i tassi di cambio stranieri. Se non si guarda alla svalutazione con gli occhi di un apologeta del governo e delle politiche sindacali, ma con gli occhi di un economista, si deve per prima cosa sottolineare che tutti i presunti benefici sono solo temporanei. Inoltre essi dipendono dalla condizione che solo un paese svaluti la propria moneta, mentre tutti gli altri si astengano dal fare lo stesso. Se gli altri paesi svalutano nella stessa proporzione, non appariranno cambiamenti nel commercio con l’estero. Se svalutano in maniera maggiore, tutti questi benefici transitori, di qualunque genere siano, favoriscono esclusivamente loro. L’accettazione generale dei principi degli standard flessibili genera necessariamente una serie di rilanci e controrilanci tra le nazioni. Alla fine di questa corsa si avrà la completa distruzione dei sistemi monetari di ogni paese. Il tanto chiacchierato vantaggio che la svalutazione fornisce nel commercio estero e nel turismo è interamente dovuto al fatto che l’adeguamento dei prezzi interni e dei tassi salariali allo stato degli affari creato dalla svalutazione richiede del tempo. Fino a quando il processo di adeguamento non è completato, le esportazioni sono incoraggiate e le importazioni scoraggiate. Comunque, questo semplicemente significa che in questo intervallo i cittadini del paese che svaluta stanno guadagnando meno per quello che stanno vendendo all’estero e pagando di più per ciò che comprano dall’estero; parallelamente essi devono ridurre i loro consumi.

Questo effetto può sembrare un vantaggio per chi ritiene la bilancia commerciale il metro del benessere di una nazione. In un linguaggio semplice può essere descritto in questo modo: i cittadini britannici devono esportare più beni britannici allo scopo di comprare una determinata quantità di té che ricevevano prima della svalutazione in cambio di una minore quantità di beni esportati. La svalutazione, affermano i suoi sostenitori, riduce il fardello dei debiti. Questo è certamente vero. Favorisce i debitori a spese dei creditori. Per coloro i quali non hanno ancora imparato che nel mondo moderno i creditori non devono essere identificati con i ricchi né i debitori con i poveri, ciò è benefico. L’effetto reale è che i proprietari indebitati delle proprietà immobiliari e dei terreni agricoli e gli azionisti di attività indebitate sono aiutati a svantaggio dell’enorme maggioranza i cui risparmi sono investiti in obbligazioni, titoli, depositi di risparmio e polizze assicurative. Vanno anche considerati i prestiti esteri. Quando la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Francia, la Svizzera e altri paesi creditori svalutano le loro valute, fanno un favore ai debitori stranieri. Uno dei principali vantaggi elencati a favore degli standard flessibili è che abbassa il tasso di interesse nel mercato della valuta interna. Nel classico standard aureo, si afferma che un paese deve regolare il tasso di interesse interno sulle condizioni del mercato internazionale della moneta. Nello standard flessibile è libero di seguire nella determinazione dei tassi di interesse una politica guidata esclusivamente dalle considerazioni relative al benessere interno.

Tale motivazione è ovviamente insostenibile per quei paesi in cui l’ammontare totale dei debiti nei confronti dei paesi stranieri supera l’ammontare totale dei prestiti concessi ai paesi stranieri. Quando, nel corso del 19esimo secolo, alcune di queste nazioni indebitate hanno adottato un’economia con una moneta-merce, le loro imprese e i cittadini potevano contrarre debiti stranieri in termini di valuta nazionale. Questa opportunità è svanita del tutto con il cambiamento delle politiche monetarie di questi paesi. Nessun banchiere americano potrebbe contrarre un debito in lire italiane (la stesura del testo risale al 1949, ndt) o emettere un’obbligazione di titoli in lire. Fino a quando si tratta di crediti stranieri, nessun cambiamento nella valuta del paese debitore può portare qualsiasi risultato. Fino a quando si tratta di crediti interni, la svalutazione attenua solo i debiti contratti in precedenza. Aumenta il tasso di interesse di mercato dei nuovi debiti poiché fa apparire un premio positivo sul prezzo. Ciò è valido anche relativamente alle condizioni dei tassi di interesse delle nazioni creditrici. Non c’è bisogno di aggiungere niente alla dimostrazione che l’interesse non è un fenomeno monetario e nel lungo termine non può essere influenzato da misure monetarie. É vero che la svalutazione a cui hanno fatto ricorso diversi paesi tra il 1931 e il 1938 ha fatto crollare i salari reali e quindi ha ridotto la disoccupazione involontaria. Lo storico nel trattare queste svalutazioni può quindi dire che si sono rivelate un successo perché hanno impedito una sollevazione rivoluzionaria da parte delle crescenti masse di disoccupati e, secondo le prevalenti correnti ideologiche, nessun altro mezzo avrebbe potuto essere utilizzato per uscire da una situazione così critica. Ma lo storico non deve dimenticarsi di aggiungere che questo rimedio non ha risolto le cause della disoccupazione involontaria, i principi difettosi delle unioni sindacali. La svalutazione è un astuto escamotage per eludere l’influenza delle politiche sindacali. Ha funzionato perché non ha compromesso il prestigio del sindacalismo. Ma proprio per questo motivo potrebbe funzionare solo per un breve periodo di tempo.

I leader sindacali hanno compreso la distinzione tra i tassi dei salari reali e quelli nominali. Oggi le loro politiche mirano ad aumentare i tassi reali. Essi non possono essere più ingannati da un calo del potere d’acquisto dell’unità monetaria. La svalutazione ha esaurito la sua utilità come mezzo per ridurre la disoccupazione istituzionale. La conoscenza di questi fatti ci fornisce una chiave per una corretta valutazione del ruolo che le dottrine di Lord Keynes hanno giocato negli anni tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Keynes non ha aggiunto alcuna idea alle fallacie inflazionistiche, centinaia di volte smentite dagli economisti. I suoi insegnamenti erano più contraddittori e inconsistenti di quelli dei suoi predecessori che, come Silvio Gesell, sono stati liquidati come bizzarrie monetarie. Egli ha solo saputo come nascondere i motivi dell’espansione del credito e dell’inflazione dietro a una sofisticata terminologia di economia matematica. Gli scrittori interventisti non erano in grado di avanzare argomenti plausibili a favore di una politica di spesa sconsiderata; essi semplicemente non erano in grado di trovare una dimostrazione contro il teorema economico riguardante la disoccupazione involontaria. In questo frangente hanno salutato la “Rivoluzione Keynesiana” con i versi di Wordsworth: “Era una beatitudine in quell’alba essere vivi, ma essere giovani era un paradiso”.

Si trattava, comunque, di un breve periodo in paradiso. Possiamo ammettere che per il governo britannico e quello americano negli anni trenta non c’era alternativa che non fosse la svalutazione, l’inflazione e l’espansione del credito, bilanci squilibrati e spesa pubblica. I governi non possono liberarsi dalla pressione dell’opinione pubblica. Non possono ribellarsi contro la preponderanza delle ideologie generalmente accettate, per quanto possano essere fallaci. Ma questo non scusa i burocrati che avrebbero potuto dimettersi piuttosto che portare avanti politiche disastrose per il paese. Ciò giustifica ancor meno quegli autori che hanno tentato di fornire una giustificazione pseudo-scientifica per la più cruda delle fallacie popolari: l’inflazionismo.

Tratto da Human Action

Articolo di Ludwig Von Mises su Mises.org

Traduzione di Nicolò Signorini e Francesco Simoncelli

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