Responsabilità e proprietà privata

In una recente conversazione riguardo il riscaldamento globale, il mio interlocutore, una vecchia amica che è insegna scienze Nord Americane presso una facoltà tedesca, ha opinato che i climatologi sarebbero degli “irresponsabili” se contraddicessero la versione ufficiale secondo cui il cambiamento climatico sarebbe un disastro per la razza umana se non venissero tirate le redini dell’industria capitalista. Questo mi ha fatto ripensare al significato della parola “responsabilità” e a come viene utilizzata nel linguaggio di tutti i giorni.

Essendo io stesso un insegnante, per prima cosa ho pensato a come questa parola viene utilizzata dai docenti nei confronti degli studenti. Molto spesso acquisisce semplicemente il sinonimo di obbedienza: uno studente è irresponsabile se non segue le direttive dell’insegnante. Mi sembra che sia lo stesso significato con cui la mia amica la stava utilizzando. Secondo il suo punto di vista, la posta in gioco per l’umanità è semplicemente troppo alta perchè la comunità scientifica possa tollerare qualsiasi genere di dissenso riguardo le conseguenze dei cambiamenticlimatici. La questione è stata risolta da un plebiscito di scienziati governativi. I climatologi “responsabili” sono tutti perfettamente d’accordo e chi osa sfidare l’ortodossia è colpevole di una violazione dell’etica professionale.

Webster definisce la responsabilità come la qualità o lo stato d’essere “soggetto ad essere chiamato in causa come la causa primaria, il fine o l’agente” di una particolare azione o circostanza. Quando la identifichiamo con l’obbedienza o la sottomissione, il concetto diventa contraddittorio: uno non può essere la causa primaria, il motivo o l’agente di un’azione che uno è stato costretto a commettere seguendo ordini superiori, come il cliché a discolpa degli ufficiali nazisti (“Stavo solo seguendo gli ordini!”) suggerisce.

La responsabilità significa bisogna dare conto delle proprie azioni, ma ciò è impossibile se l’autorità che prende le decisioni non coincide con l’agente stesso. Nel suo senso completo, la responsabilità significa l’accettazione da parte dell’agente del completo peso delle conseguenze della sua azione, una consapevolezza che non può essere scaricata, per così dire, sugli ma di cui si deve far carico lui. Una società con dei cittadini responsabili, quindi, non è una in cui le masse giocano a seguire il leader; piuttosto, è una in cui, come regola, l’individuo non compie nessun tentativo di scaricare la responsabilità delle proprie decisioni u qualcun altro, e nemmeno afferma di avere il diritto di costringere altri a caricarsene il peso. La responsabilità è inoltre associata a qualità come la maturità, l’autocontrollo e l’autonomia intellettuale, mentre si scontra con la dipendenza, la sottomissione e il conformismo sociale. Per questo motivo nella filosofia libertaria i concetti di libertà e responsabilità vanno necessariamente a braccetto e perché Viktor Frankl ha affermato che la Statua della Libertà di New York dovrebbe essere compensata da una Statua della Responsabilità in California.

Questo solleva un’interessante questione: come fanno esattamente le persone ad imparare ad essere responsabili? La psicologia comportamentale offre una bella risposta. L’esempio paradigmatico, che ho incontrato per la prima volta durante la formazione degli insegnanti circa 20 anni fa, è il modo in cui i genitori effettivamente insegnano ai propri figli ad essere responsabili con la più calunniata di tutte le risorse: il denaro. Questo esempio mi aveva fatto una grande impressione ben prima che conoscessi il libertarismo, e mi ha preparato alle teorie concettualmente più inebrianti dell’economia Misesiana e dell’anarchismo Rothbardiano.  Essendo semplice, universale e molto umana, in diverse occasioni mi ha aiutato a persuadere alcuni dei miei conoscenti più di sinistra nell’ammorbidire la loro posizione critica nei confronti del libero mercato.

Allenamento di Responsabilità

Secondo la psicologia comportamentale, i genitori che impartiscono ai figli lezioni difficili e talvolta dolorose riguardo la responsabilità finanziaria sono coloro che spesso creano situazioni in cui prima i bambini prendono decisioni riguardo il denaro e poi ne subiscono le conseguenze. I genitori devono, in altre parole, iscrivere i loro piccoli tesori alla scuola dei duri. Per fare questo bisogna fissare tre condizioni da seguire rigidamente:

  1. I bambini devono ricevere una paghetta periodica, precisamente quantificata. (L’ammontare deve essere sufficiente a coprire tutte le spese regolari e ricorrenti, ad esempio i soldi per il pranzo scolastico, più forse uno o due modesti lussi appropriati per l’età, come un gioco nuovo o un viaggio alla gelateria)
  2. I bambini devono avere la libertà di spendere i soldi senza condizioni, interferenze da parte dei genitori o punizioni a fatto compiuto (stiamo supponendo che a un bambino di sei anni non venga data una somma sufficiente affinché compri cocaina, armi semiautomatiche, ecc.)
  3. Quando i soldi sono finiti, sono finiti – tutto il piagnucolare, il brontolare e i giocattoli lanciati devono essere trascurati.

Queste tre condizioni sono tutte essenziali per il successo del programma, come molti esasperati padri e madri hanno scoperto. Il motivo è semplice: imparare ad essere responsabili comporta sia il pieno controllo di una risorsa (possesso) che dei chiari e definiti limiti naturali (costo opportunità). Se il possesso è assente, il bambino non imparerà la responsabilità finanziaria perché le decisioni riguardo l’allocazione del denaro non saranno completamente sue; senza il costo opportunità le decisioni di spesa del bambino, anche se forse sono state completamente sue, non produrranno alcuna conseguenza da cui potrà imparare qualcosa.

L’applicabilità di questo stratagemma pedagogico alla naturale evoluzione morale di una società diventa chiaro quando viene inserito nel contesto di un mercato funzionante senza interferenze all’interno di in un quadro chiaramente stabilito di diritti inviolabili (legalmente) di proprietà individuale. Così come al figlio del nostro esempio viene data una paghetta appropriata al proprio stadio di sviluppo, in un mercato libero ogni cittadino riceve una remunerazione commisurata al suo contributo alla produzione economica. Come il bambino è libero di spendere il proprio denaro come preferisce, allo stesso modo il cittadino è libero di disporre dei propri guadagni in qualsiasi modo sceglie, che sia un imprenditore, un investitore o un consumatore. E infine, nello stesso modo in cui il bambino è stato limitato nelle sue azioni non dall’intervento di una figura autoritaria, ma dalla limitatezza dei suoi guadagni e dal bisogno di considerare i risultati e fare scambi, allo stesso modo il membro adulto di una società libera deve imparare a fare calcoli simili e compromessi quando si trova di fronte ai limitazioni dati dalle sue risorse e dai confini tra la sua proprietà e quella dei suoi vicini.

Questi, quindi, sono i pre-requisiti per poter inculcare il concetto di responsabilità ai giovani e, in maniera più estesa, per la proliferazione della responsabilità all’interno della società. Come quei cespugli di rose la cui crescita richiede sia il suolo che l’impalcatura, la responsabilità ha poche possibilità di svilupparsi completamente senza la libertà di negoziare e prendere decisioni autonomamente all’interno di un contesto di vincoli benigni (non coercitivi).

A volte, quando si argomenta in questo modo con gli interventisti, verrà sollevata l’obiezione che queste ragioni non sono tanto a favore della libertà, tutt’altro, quanto piuttosto del controllo economico centralizzato.

Si chiederanno, che cosa ne facciamo di quelli che sono troppo poveri per permettersi dei lussi e sono al limite della sussistenza? Non è questa una violazione della prima condizione e questo non giustifica forse l’assistenza governativa? Diranno poi che la seconda condizione – libertà dalla coercizione  – potrà essere in vigore sia per i ricchi che per i poveri  ma avremo ammesso che la libertà da sola non è sufficiente.

Potrebbero ancora obiettare riguardo le enormi fortune delle elite industriali sulla base del fatto che queste sono una violazione della terza condizione, che dice che devono esserci limiti ben precisi, e infine concludere che la logica conseguenza delle argomentazioni che ho presentato non sia il laissez-faire ma un interventismo statale su scala massiccia.

Ci sono tre problemi con questo modo di ragionare. Il primo è che la ragione per cui ai bambini dobbiamo assegnare delle risorse senza che questi contribuiscano in modo produttivo dalla loro parte è precisamente il fatto che non siano ancora in grado, al loro stato di sviluppo, di dare questo contributo. Vivono in uno stato di totale dipendenza che, sebbene inevitabile, è anche solo temporaneo, lasciando il passo gradualmente man mano che la loro competenza cresce e la maturità si avvicina.

Certamente è un compito fondamentale dell’essere genitori quello di ridurre nel tempo questa dipendenza facendo pian piano venire meno il supporto esterno sino a quando la piena indipendenza – l’età adulta – è raggiunta. Se i genitori continuassero ad aiutare finanziariamente i loro figli all’infinito, sia la teoria che l’esperienza ci indicano che il raggiungimento della piena maturità per loro sarebbe impedito più o meno in proporzione alle dimensioni e la periodicità del sussidio.

Quest’ultima situazione è proprio quella che la redistribuzione forzata dei redditi da parte del governo tende a creare. Se escludiamo il caso degli invalidi (il cui fardello di responsabilità, nel nostro senso, diminuisce relativamente all’estensione della loro invalidità), il welfare viene concesso ad adulti nelle loro piene forze, non a persone a carico, con il risultato che nel tempo ci sarà la tendenza da una parte le persone prenderanno meno decisioni in autonomia e con meno responsabilità individuale e dall’altro aumenteranno in numero coloro i quali affermeranno di aver bisogno dell’assistenza altrui.

Se poi i trasferimenti monetari non sono limitati nel tempo, si mette in moto un sentiero di dipendenza professionalizzata, invertendo la traiettoria di sviluppo e facendo ridiventare de facto bambini quelli che altrimenti sarebbero degli adulti autonomi.

Così come le abili tecniche pratiche dell’educazione individualizzata e non coercitiva dei genitori culminano con la crescita del bambino, così le macchinazioni grezze e burocratiche dello Stato paternalista cospirano nel tempo per rendere inferiore un adulto. Concedendo il welfare a chi è in grado di mantenersi da solo, lo Stato non sta seguendo la prima condizione di responsabilità ma solo violando la terza.

Il secondo problema con la risposta statalista è che la naturale immaturità dei bambini fa sì che i loro genitori siano (temporaneamente) superiori a loro in modo naturale. Fino a quando il bambino cresce e stabisce la sua indipendenza, la relazione genitori-figli è del tipo superiore-subordinato.

Sfortunatamente è sin troppo semplice concepire la relazione tra governo e cittadini allo stesso modo, ma questa tentazione svanisce non appena si realizza che il governo non è altro che un gruppo di persone. Sia i funzionari eletti che gli elettori sono esseri umani adulti e autonomi che non possono essere distinti a priori gli uni dagli altri. Quindi fanno parte della stessa categoria e nessuno può affermare di essere superiore di categoria. In più, in un sistema di rappresentanza democratica, se ci deve essere qualcuno a interpretare il ruolo di genitore quello è il cittadino poiché è lui che, tramite il suo voto, dovrebbe rendere il politico responsabile, non il contrario.

Infine, riguardo la terza condizione, non è vero che i pochi ricchissimi non abbiano limiti. È vero che godono di una relativa libertà dalla scarsità che solo pochi possono raggiungere ma sono limitati dai diritti di di proprietà di tutti gli altri. Per quanto sia grande la ricchezza di un industriale, laddove i diritti di proprietà sono assoluti, non potrà utilizzare i suoi soldi per colpire una persona e nemmeno la proprietà del più povero dei membri della società. Inoltre, il fine ultimo di apprendere a essere responsabiliti con le risorse è massimizzarne l’utilità, e nel libero mercato è il fatto che diventa ricco chi lo fa bene – direttamente per lui e indirettamente per tutti gli altri – che è la sola causa della sua abbondanza materiale.

Siamo quindi arrivati al principio fondamentale della responsabilità sociale: dove non c’è stata né frode né coercizione, l’accumulazione di ricchezza (profitto) è il riconoscimento per l’uso responsabile delle risorse nella produzione sociale ed è allocata, non arbitrariamente dalle elite al potere, ma volontariamente e precisamente nelle proporzioni desiderate da tutti i membri della società nella loro capacità contributiva come consumatori. Se è così, la sua confisca, redistribuzione, incentivo e protezione tramite leggi deve violare le prerogative di proprietà dei produttori più responsabili, di tutti i consumatori o di entrambi. Il risultato è necessariamente una tendenza verso meno senso di responsabilità, dal momento che l’unico mezzo disponibile per costringere le aziende a dar conto delle loro attività al pubblico è stato neutralizzato e che la necessità di pagare le conseguenze delle proprie azioni è stata attenuata per tutti.

Le tre precondizioni essenziali per imparare la responsabilità possono essere riassunte in una sola parola: proprietà. In psicologia si dice che la persona che è responsabile per le sue decisioni “le faccia sue,” mentre nel linguaggio comune diciamo che accettare la responsabilità morale di un’azione significhi “farsene carico” (in inglese è own up to e si usa quindi di nuovo il verbo “to own” possedere, ndT). In questo senso, responsabilità significa proprietà ed usiamo queste metafore proprio perchè inconsciamente lo riconosciamo. Per questo motivo una società libera  è quella che tende a produrre i cittadini più responsabili: la sua incrollabile dedizione alla piena libertà supportata da una robusta impalcatura di diritti proprietà uguali per tutti è l’unico mezzo per stabilire su larga scala quelle condizioni che i genitori usando da tempo immemorabile per crescere bambini responsabili.

Articolo di David Greenwald su Mises.org

Traduzione di Nicolò Signorini e Marco Bollettino