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La spesa militare, Bastiat e “ciò che non si vede”

giovedì, marzo 1, 2012 di

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Un’armata di centomila uomini, che costano al contribuente cento milioni, vivono e fanno vivere i loro fornitori fino alla concorrenza di cento milioni: è quello che si vede. Ma questi cento milioni, usciti dalle tasche dei contribuenti, fanno smettere di vivere questi contribuenti ed i loro fornitori, fino alla concorrenza di cento milioni: è quello che non si vede. Calcolate, fate dei numeri, e ditemi: quale è il guadagno per la massa? -Frédéric Bastiat

Sentirete sempre certi che si definiscono conservatori dire “Io supporto il libero mercato e una forte difesa nazionale.” Ma se per “forte difesa nazionale” intendono dire che supportano un settore militare vasto e aggressivo – come fanno di solito – allora queste due posizioni si escludono a vicenda. Un establishment militare finanziato dalla tassazione, dall’inflazione e dal debito è tanto distruttivo per l’economia di mercato quanto un sistema di welfare finanziato allo stesso modo. Ogni dollaro speso nel settore militare, come ogni altro dollaro speso per la salute pubblica e si servizi sociali, è un dollaro che non viene speso o investito nell’economia civile. Ogni persona impiegata dal settore militare o da aziende che lo riforniscono di equipaggiamenti è una persona non impiegata nell’economia civile. E poiché l’occupazione nel settore civile e l’accumulazione di capitale sono le fondamenta di un’economia capitalista che prospera, un apparato militare convenzionale può esistere solo a spese di un sistema capitalista di libero mercato ben funzionante.

Politici maneggioni, economisti lunatici e molti uomini della strada credono che finanziare generosamente il settore militare faccia bene all’economia. Indicano le fabbriche che producono carri armati ed aerei caccia, i cantieri che costruiscono navi e le riforniscono e le economie floride che si sviluppano attorno le basi militari. Ma come ha spiegato Bastiat, sbagliano nel focalizzarsi solo su “ciò che si vede.” Evitano di considerare quei posti di lavoro nel settore privato e progetti di investimento che non esistono a causa delle tasse necessarie per finanziare il settore militare. In altre parole non considerano “ciò che non si vede.” Gli economisti chiamano le alternative perdute con il nome di costo opportunità. Il costo opportunità di finanziare il settore militare è la somma di tutto ciò che avrebbe potuto essere prodotto se le risorse destinate alla Difesa non fossero state sottratte al settore privato.

Ovviamente, è necessario allocare alcune risorse alla produzione di sicurezza. Ma ciò che fa delle argomentazioni per “una forte difesa nazionale” un anatema per il liberto mercato è che cede allo Stato unilateralmente l’autorità di determinare quante tasse raccogliere dalla popolazione nel nome della sicurezza. E come sostiene Hans Hermann Hoppe, “Motivato (come tutti) dall’interesse personale e dalla disutilità del lavoro ma con il potere unico di tassare, la risposta del governo è invariabilmente sempre la stessa: massimizzare le spese per la difesa.” (1)

A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, Il governo degli Stati Uniti ha fatto proprio così. Il budget americano di 700 miliardi di dollari è grande come quello dei successivi 20 paesi in classifica messi assieme. Se uno poi include il costo della polizia e gli interessi sul debito dovuti alle spese militari precedenti, gli Stati Uniti spendono ben più di mille miliardi all’anno per il loro impero. Il governo chiama queste somme come “spesa per la difesa,” ma la gran parte non fornisce affatto alcun valore aggiunto per la difesa.

La marina, ad esempio, ha in servizio 11 costosissime formazioni Carrier Strike Group, che sarebbero perfetti per sconfiggere nuovamente la marina imperiale giapponese, se Hideki Tojo rinascesse. Nel mondo moderno, però, queste flotte sono semplicemente un modo costosissimo per trasportare relativamente pochi aerei in un posto lontano. Sarebbero estremamente vulnerabili ad un attacco di un mezzo moderno equipaggiato con missili cruise supersonici antinave oppure di sottomarini nucleari, e forse pure all’assalto di gruppi di guerriglieri ben organizzati, armati con poco più di una piccola imbarcazione imbottita di esplosivo oppure di una petroliera dirottata. John Patch, comandante della marina in pensione, sostiene che queste minacce, sia quelle convenzionali che quelle anticonvenzionali, fanno sì che le portaerei nucleari in servizio siano “poco più di bersagli molto lenti.”

Allora perchè queste inutilità? Secondo il corrispondente militare e giornalista tecnologico Fred Reed,

Perchè, escludendo i missili sottomarini, che non hanno ruolo in combattimento, la Marina consiste nella flotta di superficie. Tanti, tanti miliardi di dollari vengono investiti in portaerei e carriere militari, in navi di scorta negli innumerevoli uomini addestrati per farle funzionare. Metti in naftalina le portaerei e la Marina diventa solo un piccolo gruppo di navi da trasporto buone solo per sbarchi incontrastati… Forse quindi la Marina dice al Congresso, “Non serviamo più a nulla. Suggeriamo che ricicliate le navi e mettiate i soldi in qualcos’altro?” Certo che no. L’umanità non funziona in questa maniera.

La Marina non è da sola in questa condizione. L’Esercito e l’Aviazione sono entrambe stati progettati per reagire ad un’invasione sovietica dell’Europa Centrale. Il carro armato M1 Abrams e l’F-22 Raptor, giusto per fare degli esempi, sono due costosissime macchine succhia benzina, poco adatte per combattere contro manipoli di guerriglieri equipaggiati di armi leggere, come potrebbero essere quelli appartenenti a gruppi come Al-Qaeda.

E non solo soltanto le burocrazie di servizio, ovviamente, che hanno grandissimi interessi nel preservare sistemi d’arma inefficienti e a drenare via risorse dal sistema produttivo civile. Il complesso militar-industriale – “l’elemento di congiunzione tra un immenso establishment militare e una enorme industria degli armamenti” – è diventato estremamente abile nei giochi politici rispetto al tempo in cui il Presidente Eisenhower lanciava avvertimenti sulla sua crescente influenza, 51 anni fa. I n The Handbook on the Political Economy of War, il Dr. Bernhard Klingen dell’Università di Mannheim spiega in modo succinto come l’industria della difesa ottiene i suoi finanziamenti:

I lobbisti del settore militare rappresentano gli interessi di un’industria molto regolata. Il mercato degli armamenti è caratterizzato da poca concorrenza interna, vasti finanziamenti per programmi di ricerca e sviluppo, poca trasparenza negli appalti ed un alto grado di protezionismo. Di fronte a questo contesto l’industria della difesa ha un incentivo a porre molta enfasi nei suoi tentativi di lobbying per massimizzare i profitti. Siccome i lobbisti del settore difesa sono un gruppo piccolo e omogeneo, queste attività di solito hanno successo.

Inoltre, continua Klingen, i lobbisti della difesa “tenteranno di alleggerire le preoccupazioni dei politici riguardo il problema della rielezione finanziando studi che raccomandano una politica di difesa più forte.” In altre parole supportano e forzano il consenso all’interno di Washington D.C. che monopolizza il discorso politico tra le elite. E siccome le elite cercano di escludere quelli che hanno opinioni che sfidano il loro potere da ogni dibattito “rispettabile,” le persone con questi punti di vista alternativi vengono marginalizzate e ignorate. Alla fine a chi non fa parte delle elite non resta che pagare le tasse e sopportare il peso dell’inflazione che i lobbisti della difesa hanno convinto lo Stato ad imporre.

Anche nei momenti in cui l’atmosfera di crisi permanente e l’isteria della guerra generata dal Pentagono si è temporaneamente palcata, le centinaia di aziende come Boeing e Lockheed si sono dimostrate pronte a combattere i tentativi di ridurre le spese militari. Hanno impedito tagli a programmi inutili ed obsoleti diffondendo il più possibile la produzione dei loro sistemi d’armamento. Questa tattica — estremamente inefficiente in senso convenzionale assicura che i loro lavoratori si trovino in quanti più distretti congressuali possibile. Ed i rappresentanti saranno meno propensi a votare il taglio dei finanziamenti per i programmi bellici se questo porterà a perdite di posti di lavoro nei loro distretti. Franklin C. Spinney, nel suo report “Defense Power Games,” ha chiamato questa pratica “ingegneria politica” e ha citato l’esempio del tanto propagandato bombardiere B-2 stealth. Quando una coalizione di deputati cercò di fermare lo sviluppo del costoso aereo nel 1989, la Northrop Corporation, l’appaltatore principale del B-2, rilasciò informazioni precedentemente riservate che dimostrarono che decine di migliaia di posti di lavoro erano a rischio in 46 stati e 383 distretti congressuali . La campagna per annullare il B-2 si sgretolò subito. Ad oggi, il Congresso ha stanziato un totale di $44.75 miliardi per la produzione di soli 21 di questi bombardieri. E nonostante la propaganda del Pentagono, l’aereo, secondo Chalmers Johnson,

Ha dimostrato di essere quasi completamente inutilizzabile. E’ troppo delicato per essere schierato in climi rigidi senza che prima non vengano costruiti hangar speciali per proteggerlo; non è in grado di soddisfare una qualsiasi missione di combattimento che i vecchi design non erano pienamente adeguati a svolgere.

I sistemi bellici come il B-2 non rendono l’America più sicura. Il loro sviluppo, costruzione e funzionamento non rende l’America più ricca. Ma la gente trascura il vero costo e lo spreco che rappresentano questi programmi perché vedono aerei imponenti e veicoli corazzati mostruosi, e vedono le fabbriche militari, le basi, e gli aeroporti ronzanti di lavoratori, soldati e piloti. Quello che non vedono è come le risorse riversate in questi progetti avrebbero potuto essere utilizzate per migliorare la capacità produttiva.

Esiste solo un certo numero di persone, per esempio, in possesso della capacità cerebrale di ottenere un dottorato di ricerca nel campo scientifico, e nell’America del XX e XXI secolo un numero sproporzionato di loro ha trovato lavoro nel complesso militare-industriale – da un terzo a due terzi di tutti i ricercatori tecnici in qualsiasi momento a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Secondo il defunto professore della Columbia University Seymour Melman, ciò “ha lasciato molte industrie Americane dedite alla soddisfazione dei cittadini in una situazione di svantaggio concorrenziale a causa di una progettazione incerta e un miglioramenti insufficienti nell’efficienza produttiva industriale”.[2] Per vedere che effetto hanno le carenze del settore della Ricerca & Sviluppo privato, sosteneva Melman, basta

andare nei negozi che ora vendono un vasto assortimento di mercanzia “high tech”. Prestate attenzione alle scatole di questi beni, che in genere informano dove il contenuto è stato prodotto. Andate nelle più grandi biblioteche e vedete se è possibile trovare testi che contengono istruzioni su come costruire quei prodotti che sono spariti dalle fabbriche degli Stati Uniti.

Non ci sono. Invece di migliorare i progetti delle automobili, dei treni, dei trattori, delle centrali elettriche, degli aerei civili, dei computer e di altri utensili, un gran numero di ricercatori hanno concentrato le loro energie sulla progettazione di carri armati più grandi, aerei militari più intricati, e robot più mortali. Molti evidenziano le applicazioni civili di alcune invenzioni militari, ma questi adattamenti difficilmente compensano la grande quantità di risorse che lo Stato dirotta via dal settore privato della Ricerca & Sviluppo. Melman ha stimato che solo il 5% delle tecnologie militari ha usi civili.[3] La ragione di questa scarsa quantità è, secondo Robert McKenna,

Quasi nessuna applicazione commerciale deriva dallo sviluppo di particolari sistemi bellici, solo dalla ricerca di base. Inoltre, le tecnologie sviluppate per essere utilizzate nei sistemi militari sono spesso troppo costose e sofisticate per un’applicazione commerciale.

Sarebbe molto più efficace e vantaggioso per la società se le risorse fossero direttamente destinate alla ricerca civile invece di andare a finanziare massicciamente la ricerca militare.

Il settore della Ricerca & Sviluppo, naturalmente, è solo una parte dell’economia privata influenzata dal Pentagono. Il complesso militare-industriale risucchia da occupazioni più produttive anche imprenditori di successo, economisti, storici, esperti di linguaggio e studenti altamente qualificati. Con centinaia di miliardi di dollari a portata di mano, il Pentagono ed i suoi alleati possono offrire ai loro impiegati salari, benefici e prestigio che la maggior parte dei datori di lavoro privati non possono eguagliare. Come sottolinea Robert Higgs in modo convincente,

Il fascismo militare-economico, garantendo potere ed arricchendo i membri ricchi, intelligenti e influenti della popolazione, li rimuove dalle fila dei potenziali oppositori dello Stato e quindi contribuisce a perpetuare l’esistenza dello Stato e il suo sfruttamento intrinseco delle persone al di fuori dello Stato.

In altre parole, sempre più persone, aziende e istituzioni sono coinvolte nell’ambito dell’establishment militare, e lo Stato si rafforza nella misura in cui la società civile si indebolisce. Questo fenomeno, a sua volta, porta a spendere sempre di più nelle forze armate, in quanto le forze che vi si oppongono mancano sempre di più di finanziamenti, credenziali e visibilità per poter veramente competere con i sostenitori dell’infinita espansione militare.

Grazie al continuo successo di questo sistema di “fascicmo del complesso militare-economico”, circa 1.5 milioni di persone sono in servizio attivo nelle forze armate che, invece di provare ad imporre uno Stato-Nazione moderno alle tribù dell’Afghanistan e di presidiare le basi in Giappone, Corea, Germania ed Italia, potrebbero stare in America a lavorare nell’edilizia, nell’industria, nell’istruzione, nella sicurezza privata e locale, o nel settore dei servizi. Da un punto di vista economico, gli anni che questi soldati trascorrono nelle forze armate sono in gran parte sprecati. Non solo creano poco valore economico durante i loro periodi di arruolamento; guadagnano molto poca o nessuna esperienza utile per l’economia civile. Anche se la propaganda di reclutamento del governo vorrebbe far credere che l’esperienza militare è molto apprezzata dai datori di lavoro nel settore privato, il tasso di disoccupazione per i veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan è di 2.6 punti percentuali più alto di quanto lo sia per la popolazione generale. L’esperienza di artiglieri, cecchini, e fanti di prima linea non è facilmente adattabile al mondo civile. E mentre le competenze dei meccanici militari e dei tecnici sono più preziose, le credenziali militari ed i certificati in queste aree non hanno molto peso presso molti potenziali datori di lavoro. Un certo grado di riqualificazione è necessaria. Quindi non solo 1.5 milioni di membri potenzialmente produttivi del servizio militare vengono tolti dall’economia civile; quando questi uomini e donne si ritireranno dal servizio, si troveranno in difficoltà nel momento in cui entreranno nel settore privato. E non stiamo nemmeno prendendo in considerazione gli effetti delle centinaia di migliaia di casi di stress post-traumatico e di depressione che affliggono i veterani di guerra.

Questa semplice discussione dei costi d’opportunità dell’esercito – della quantità immensa di ricchezza e di manodopera deviata dal settore privato e incanalata in un istituto statale – dovrebbe essere una prova sufficiente che un mercato veramente libero è incompatibile con un grande esercito finanziato da fondi pubblici. E non abbiamo nemmeno preso in considerazione gli effetti distorsivi della tassazione, del debito, e del’inflazione che sono necessari a finanziarlo; gli effetti deleteri sulle imprese che si occupano di soddisfare il Pentagono; gli interventi economici attuati nel tentativo di risolvere questi problemi; come l’esistenza di eserciti di grandi dimensioni rende la guerra più probabile; come la guerra distrugge la vita, il capitale, e la divisione internazionale del lavoro; oppure come la guerra porta alla crescita ulteriore dello Stato. Anche solo considerando quello che deve essere fornito per avere l’esercito che gli Stati Uniti ha ora, siamo in grado di rispondere alla domanda di Bastiat, “cosa c’è di utile per le masse?”

Niente. Solo perdite.

Articolo originale di Eric Phillips su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli e Marco Bollettino

Note

(1) Hans-Hermann Hoppe, Democracy: The God that Failed. (New Brunswick: Transaction, 2001), 246.

(2) Vedi anche, Thomas E. Woods, Jr., Rollback: Repealing Big Government Before the Coming Fiscal Collapse. (Washington, DC: Regnery, 2011), Ch. 4.

(3) Woods, 100.

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