Le benedizioni di una valuta forte

Ad ascoltare alcuni commentatori si potrebbe pensare che una bella svalutazione sarebbe sufficiente ad eliminare miracolosamente il deficit commerciale americano. Un dollaro sopravvalutato rende le importazioni “troppo a buon mercato” e incentiva gli Americani a comprare dai concorrenti stranieri. Il corollario è che un un dollaro caro sta facendo diventare gli esportatori americani non appetibili per il resto del mondo. Il risultato è un deficit commerciale, dove gli Americani importano più di quanto esportino, un fenomeno che sembra aver presto piede specialmente a partire dai primi anni ’70.

Tuttavia due degli effetti della relazione normale che esiste tra una valuta debole e la salute di un paese meritano qualche parola in più. In primo luogo è vero che un cambio più debole rende le esportazioni meno care? Secondo, ci sono degli effetti collaterali dannosi dovuti a questa policy? Vediamo di affrontare questi due punti, usando il Giappone e lo yen come esempio.

Una valuta forte è di solito vista come una lama a doppio taglio. Mentre in tanti vedono di buon occhio un estratto conto con tanti zeri, in realtà la gioia è vera solo se quelle cifre significano qualcosa. Monete forti permettono a chi le ha in portafoglio di godere di un maggior numero di beni importati – viaggi all’estero o aggeggi elettronici esotici diventano più a buon mercato. Il rovescio della medaglia è che i produttori di questi beni – gli stranieri la cui valuta che si rafforza – vengono sempre considerati come in posizione svantaggiosa in termini di costi.

Qualche dato aneddotico sul Giappone degli ultimi 20 e qualcosa anni mette in dubbio questo ragionamento.

Lo scorso ottobre, lo yen ha raggiunto un minimo per il tasso di cambio di 75 yen per dollaro. Siccome per una valuta forte servono meno unità per acquistare un’altra moneta, più basso è questo valore, più forte è la valuta. Questo numero ha segnato un apprezzamento del 55% dello yen sul dollaro nella passata decade e di più del 75% rispetto a 40 anni fa. Tuttavia lungo tutto questo periodo le esportazioni giapponesi sono rimaste sempre molto forti. Dal 2000 l’economia giapponese è riuscita a mantenere una bilancia commerciale favorevole, intorno al 6% del PIL, anche con una valuta forte.

Confrontiamolo con la situazione americana, che è imbattibile su due fronti. Primo, il dollaro si è costantemente deprezzato nei cambi esteri sin dal 2000. Secondo, la bilancia commerciale americana non ha visto miglioramenti da questo movimento. Dopo aver raggiunto un picco negativo del 6% del PIL nel 2008, la bilancia commerciale è migliorata di poco ma rimane sempre ben al di sotto della parità.

Il tasso di cambio tiene conto solo di una parte dei costi totali che uno straniero deve pagare per importare un bene. Non meno importante è il costo effettivo del bene nella sua valuta interna. Ludwig von Mises dedicò un intero capitolo a questo problema esattamente un secolo fa, evidenziando come mai non è necessariamente vero che una moneta svalutata faccia aumentare le esportazioni e che quindi questa sia una fallacia.

Un modo – spesso invocato da molti commentatori – per svalutare una moneta è inflazionarla. Però questo processo ha due effetti. Uno è quello ricercato di deprezzare i cambi. L’altro effetto, sicuramente quello più importante, è un aumento dei prezzi interni. Che differenza fa, per chi importa dei beni americani, una svalutazione del dollaro del 5% se nel frattempo il prezzo in dollari è aumentato della stessa percentuale? L’effetto è nullo.

A questo riguardo il Giappone fornisce un interessante case study. Nonostante decadi in cui lo yen si è rafforzato, il livello dei prezzi interno è rimasto più o meno stabile. La deflazione ha più recentemente eroso il prezzo dei beni interni in Giappone. Gli stranieri, da parte loro, devono pagare un prezzo più alto a causa dell’apprezzamento dello yen. Ma devono pagare quel prezzo più alto su meno unità monetarie grazie alla deflazione. Nessun danno, nessuna condanna, direbbe qualcuno.

Ma la cosa non finisce qui. I produttori giapponesi possono importare ad un costo inferiore. Il Giappone, che si estende su di una serie di isole, ha pochissime risorse naturali per essere diventato una potenza economica globale. Uno yen forte permette a questi produttori un accesso scontato alle risorse estere, pur mantenendo il loro prezzo di vendita. I profitti quindi aumentano. E anche i consumatori ne hanno beneficio. Tanti Giapponesi sono navigati turisti, che possono girare per il mondo grazie ai loro preziosi yen. I consumatori giapponesi possono godere di un’alta qualità della vita – insieme a belle foto delle loro vacanze – grazie alla posizione di preminenza che hanno nel mondo. Questa posizione è merito dello yen.

Se vogliamo una buona immagine del risultato netto di queste due forze, dobbiamo porre attenzione a quello che sia chiama tasso di cambio reale. Tenendo conto degli aggiustamenti nel livello dei prezzi del Giappone rispetto a quello degli Stati Uniti, la storia della competitività giapponese diventa molto più facile da comprendere.

Mentre il tasso nominale continua a salire, il tasso reale è calato di continuo negli ultimi 15 anni. Infatti, in termini reali, lo yen è meno caro oggi di quanto fosse nel 1986. Solo un’analisi superficiale che si focalizza sul tasso nominale potrebbe far pensare che i produttori giapponesi sono svantaggiati.

Se i policy makers americani sono preoccupati che oggi, senza un dollaro debole, le aziende americane non avranno successo nell’economia globale, dovrebbero prendere lezioni dal Giappone. Una valuta forte non si traduce sempre in beni costosi. In realtà spesso fa l’opposto.  Man mano che le pressioni inflazioniste si allentano, i prezzi rallentano la loro crescita o, come in Giappone, calano anche un po’ di prezzo. Il calo dei prezzi significa meno unità monetarie per acquistare un bene. Anche se per comprare ogni Yen dovremo spendere un po’ di più, tuttavia ne serviranno di meno.

Concludiamo con una deduzione logica partenedo da una reductio ad absurdum.  I policy maker americani dovrebbero domandarsi perchè non richiedere direttamente un’inflazione galoppante. Sicuramente, se inflazionano abbastanza il dollaro questo calerà di valore nel mercato dei cambi. Ma a quale costo? L’Americano medio sarà impoverito e lo straniero medio vedrà un effetto netto molto basso: il guadagno che otterrà nel mercato dei cambi sarà infatti annullato dall’incremento dei prezzi nel mercato interno americano.

Articolo originale di David Howden e  Brenna Sanae Kajikawa su Mises.org

Traduzione di Marco Bollettino