La restrizione

Quando Fréderic Bastiat scriveva “Ciò che si vede e ciò che non si vede,” la battaglia più importante che gli economisti di libero mercato stavano combattendo era quella contro il protezionsimo. In Inghilterra Richard Cobden aveva dato vita alla Anti Corn Laws League (Lega contro le leggi sul grano) che si proponeva di eliminare quelle leggi che, limitando le importazioni di grano dall’estero, mantenevano molto alto il prezzo del cereale. La battaglia contro i dazi sul grano era un simbolo: in un mondo che si apriva sempre più ai commerci mondiali e dove le fabbriche nazionali incominciavano a sentire la concorrenza estera e a richiedere protezioni, gli economisti sottolineavano invece come gli argomenti a favore del protezionsimo lasciassero sempre fuori una variabile dall’equazione, i consumatori.

Tenendo conto di tutti gli effetti di quelle misure e non solo quelli “parziali”che favorivano i produttori,  il risultato era impoverire la nazione, non arricchirla. Pertanto Cobden invitava tutti «come commercianti e come industriali, a non chiedere mai qualsiasi genere di protezione per i prodotti manifatturieri di questo paese, e per abolire qualsiasi dazio protettivo contro tali importazioni».

Sono passati più di 150 anni da allora ma le pressioni politiche per imporre restrizioni alle importazioni (e quelle per favorire le esportazioni) sono sempre di attualità. Specialmente in tempo di crisi, quando tutti faticano a fare profitti, si moltiplicano le richieste al governo di eliminare  per legge la concorrenza straniera e diventa molto più facile che i “fabbricanti di legge,” come li chiama Bastiat, diano ascolto a queste voci.

 

La restrizione, di Fréderic Bastiat

Il sig. Prohibant (non sono io che lo ho nominato, è il sig. Charles Dupin, che… ma allora…), il sig. Prohibant dedicava il suo tempo ed i suoi capitali a convertire in ferro il minerale delle sue terre. Poiché la natura era stata più prodiga verso i Belgi, essi davano il ferro ai francesi a prezzo più conveniente del sig. Prohibant; il che significa che tutti i Francesi, o la Francia, potevano ottenere una quantità data di ferro con meno lavoro, comperandolo dagli onesti Fiamminghi. Così, guidati dal loro interesse, non facevano errori, e tutti i giorni si vedeva una folla di chiodai, fabbri, carradori, meccanici, maniscalchi e contadini, andare di persona, o per mezzo di intermediari, a rifornirsi in Belgio. Ciò dispiaceva molto al sig. Prohibant. Inizialmente ebbe l’idea di fermare quell’abuso con le sue forze. Era il minimo, poiché lui solo ne soffriva. Prenderò il mio fucile, si diceva, metterò quattro pistole alla cintura, riempirò la giberna, cingerò la spada, e mi porterò così equipaggiato alla frontiera. Là, il primo fabbro, chiodaio, maniscalco, meccanico o fabbricante di serrature che si presenti, per fare i suoi affari e non i miei, lo ucciderò, per insegnargli a vivere. Al momento di partire, il sig. Prohibant fece alcune riflessioni che moderarono un poco il suo ardore bellicoso. Si disse: non è poi impossibile che gli acquirenti di ferro, i miei compatrioti e nemici, prendano a male la cosa, e anziché lasciarsi uccidere, non uccidano me. Poi, anche facendo andare tutti i miei domestici, non potrei sorvegliare tutti i passaggi. Poi, il metodo mi costerà molto caro, più caro che non il risultato.

Il sSig. Prohibant andava tristemente rassegnandosi ad essere libero solo come tutti gli altri, quando un raggio di luce venne ad illuminare il suo cervello. Si ricordò che c’è a Parigi una grande fabbrica di leggi. Cosa è una legge? si disse. È una misura alla quale, una volta decretata, buona o cattiva, ciascuno è obbligato a conformarsi. Per la cui esecuzione si organizza una forza pubblica, e, per costituire la suddetta forza pubblica, si attingono nella nazione uomini e denaro.

Se potessi ottenere che esca dalla grande fabbrica parigina una piccola legge che dica: “il ferro belga è proibito”, raggiungerei i risultati seguenti: il governo farebbe sostituire i pochi domestici che volevo inviare alla frontiera da parte di ventimila figli dei miei fabbri, fabbricanti di serrature, maniscalchi, artigiani, meccanici e contadini recalcitranti. Poi, per tenere in buona situazione di gioia e di salute questi ventimila doganieri, distribuirebbe loro venticinque milioni di franchi presi a quegli stessi fabbri, chiodai, artigiani e contadini. La guardia ne sarebbe meglio fatta; non mi costerebbe nulla, non sarei esposto alla brutalità dei rigattieri, venderei il ferro al mio prezzo, ed usufruirei della dolce felicità di vedere il nostro grande popolo vergognosamente mistificato. Ciò gli insegnerebbe a proclamarsi incessantemente il precursore ed il promotore di qualsiasi progresso in Europa. Oh! la cosa sarebbe spinosa e vale la pena di essere tentata.

Dunque, il sig. Prohibant andò alla fabbrica di leggi. Un’altra volta forse dirò la storia delle sue sordide mene; oggi voglio parlare soltanto dei suoi passi di fronte a tutti. Egli fece valere presso i signori legislatori questa considerazione:

“Il ferro belga si vende in Francia a dieci franchi, cosa che mi forza a vendere il mio ferro allo stesso prezzo. Mi piacerebbe di più venderlo a quindici franchi e non posso farlo, a causa di questo ferro belga, che Dio lo maledica. Fabbricate una legge che dica: Il ferro belga non entrerà più in Francia. Immediatamente alzerò il mio prezzo di cinque franchi, ed ecco le conseguenze: Per ogni quintale di ferro che consegnerò al pubblico, anziché ricevere dieci franchi, ne otterrò quindici, mi arricchirò più rapidamente, darò più ampiezza al mio sfruttamento minerario ed occuperò più lavoratori. I miei operai ed io faremo più spese, a grande vantaggio dei nostri fornitori per molte miglia intorno. Questi, avendo più sbocchi, faranno più ordini all’industria e, sempre più, l’attività guadagnerà tutto il paese. Questo fortunato pezzo di cento soldi, che voi farete cadere nella mia cassaforte, come una pietra che si getta in un lago, farà irradiare lontano un numero infinito di cerchi concentrici”.

Affascinati da questo discorso, deliziati di apprendere che è così facile aumentare per legge la ricchezza di un popolo, i fabbricanti di leggi votarono la restrizione. Perché si parla di lavoro e di economia? dicevano. A che pro questi mezzi penosi per aumentare la ricchezza nazionale, quando un decreto è sufficiente?

Ed infatti, la legge ebbe tutte le conseguenze annunciate dal sig. Prohibant; ma ne ebbe anche altre, poiché, rendiamogli giustizia, non aveva fatto un ragionamento falso, ma un ragionamento incompleto. Richiedendo un privilegio, aveva segnalato gli effetti che si vedono, lasciando nell’ombra quelli che non si vedono. Aveva mostrato soltanto due personaggi, quando ce ne sono tre, in scena. Spetta a noi riparare questa dimenticanza involontaria o premeditata.

Sì, il denaro deviato per legge verso la cassaforte del sig. Prohibant, costituisce un vantaggio per lui e per quelli di cui deve incoraggiare il lavoro. E se il decreto avesse fatto scendere quel denaro della luna, questi buoni effetti non sarebbero controbilanciati da alcun cattivi effetti compensativi. Purtroppo, non è dalla luna che esce il denaro misterioso, ma delle tasche di un fabbro, un chiodaio, un carradore, un maniscalco, un contadino, un produttore; in una parola, di Jacques Bonhomme, che lo paga oggi, senza ricevere un milligrammo di ferro di più del tempo in cui lo pagava dieci franchi. Al primo colpo d’occhio, ci si deve subito accorgere che questo cambia la questione, poiché, ovviamente, il profitto del sig. Prohibant è compensato dalla perdita di Jacques Bonhomme, e qualsiasi cosa che il sig. Prohibant potrà fare di quel denaro per l’incoraggiamento del lavoro, Jacques Bonhomme lo avrebbe fatto lui stesso. La pietra è stata gettata in un punto del lago soltanto perché è stato, per legge, vietato di gettarla in un altro punto.

Dunque, ciò che non si vede compensa ciò che si vede, e fin qui rimane, come resto dell’operazione, un’ingiustizia, e, cosa deplorevole, un’ingiustizia perpetrata dalla legge.

Non è tutto. Ho detto che si lasciava sempre da parte un terzo personaggio. Occorre che lo faccia qui apparire affinché ci riveli una seconda perdita di cinque franchi. Allora avremo il risultato completo dell’evoluzione. Jacques Bonhomme è proprietario di 15 franchi, frutto dei suoi sudori. Siamo ancora al tempo in cui è libero. Cosa fa dei suoi 15 franchi? Compera un articolo di moda per 10 franchi, ed è con quest’articolo di moda che paga (o che l’intermediario paga per lui) il quintale di ferro belga. Rimangono ancora a Jacques Bonhomme 5 franchi. Non li getta nel fiume, ma (ed è ciò che non si vede) li dà ad un industriale qualunque in cambio di un piacere qualunque, ad esempio ad un libraio in cambio del Discorso sulla Storia Universale del Bossuet.

Così, per quanto riguarda il lavoro nazionale, è incoraggiato nella misura di 15 franchi, cioè:
10 franchi che vanno all’articolo Parigi;
5 franchi che vanno alla libreria.
E quanto a Jacques Bonhomme, ottiene per i suoi 15 F, due oggetti di soddisfazione, cioè:
1mo, un quintale di ferro;
2do, un libro.

Interviene il decreto. Quale diventa la condizione di Jacques Bonhomme? Quale diventa quella del lavoro nazionale? Jacques Bonhomme che consegna i suoi 15 franchi fino all’ultimo centesimo al sig. Prohibant, contro un quintale di ferro, non ha più che il piacere di questo quintale di ferro. Perde il piacere di un libro o di qualsiasi altro oggetto equivalente. Perde 5 franchi. Siamo d’accordo; non si può non essere d’accordo che, quando la restrizione aumenta il prezzo delle cose, il consumatore perda la differenza. Ma, si dice, il lavoro nazionale la guadagna. Non, non la guadagna; poiché, dal decreto, è incoraggiato soltanto come lo era prima, nella misura di 15 franchi. Soltanto, a causa del decreto, i 15 franchi di Jacques Bonhomme vanno alla metallurgia, mentre prima del decreto si dividevano tra l’articolo di moda e la libreria.

La violenza che il sig. Prohibant esercita da solo alla frontiera o quella che fa esercitare dalla legge, possono essere giudicate molto diversamente, dal punto di vista morale. C’è gente che pensa che la spogliazione perda tutta il sua immoralità, quando sia legale. Quanto a me, non potrei immaginare una circostanza più aggravante. In ogni caso, ciò che è certo, è che il risultato economico è lo stesso.

Prendete la cosa come volete, ma se avrete un occhio sagace, vedrete che non esce nulla di buono della spogliazione legale o illegale. Non neghiamo che non ne sia uscito per il sig. Prohibant o per la sua industria, o se si vuole per il lavoro nazionale, un profitto di 5 franchi. Però affermiamo che ne escono anche due perdite, una per Jacques Bonhomme che paga 15 franchi ciò che pagava 10; l’altro per il lavoro nazionale che non riceve più la differenza. Scegliete quella di queste due perdite con la quale vi soddisfaccia di compensare il profitto che abbiamo riconosciuto. L’altra rimarrà una perdita secca.

Morale: forzare non è produrre, è distruggere. Oh! se forzare fosse produrre, la nostra Francia sarebbe ben più ricca di quanto è.

Traduzione a cura del sito Società Libera