In difesa dell’economia di mercato

Di solito, quando tutti i politici, di ogni ordine e schieramento, si trovano d’accordo su qualcosa, dietro c’è una fregatura. È una semplice regoletta ma funziona piuttosto bene. Se poi a essere d’accordo sono i politici di tutte le nazioni la fregatura deve essere anche bella grossa, oserei dire globale. Ricordate quando, dopo il fallimento di Lehman Brothers, tutti i governanti si sono affrettati ad annunciare «la fine del capitalismo laissez-faire» ed il ritorno in auge delle teorie economiche di John Maynard Keynes? Ricordate il violento j’accuse contro il mercato, contro la deregulation, contro il neoliberismo sfrenato ed il capitalismo selvaggio che avevano portato al disastro? Sono le stesse accuse che oggi sentiamo in bocca ai giovani che fanno parte del movimento degli indignados e che protestano nelle piazze di tutto il mondo.

A prima vista questa accusa sembra logica e supportata dai fatti: a partire dagli anni ’80 era stata abbracciata una dottrina economica, il neoliberismo, che invitava lo Stato a lasciare indisturbati i mercati poiché questi ultimi erano «capaci di regolarsi da soli». La famosa “mano invisibile” di Smith doveva assicurare che le risorse venissero allocate in maniera efficiente e che la ricchezza venisse distribuita tra tutta la popolazione.

L’adozione di questa teoria avrebbe portato i paesi Occidentali e gli Stati Uniti in particolare ad abbracciare politiche economiche che hanno progressivamente smantellato lo stato sociale ed hanno portato ad un processo di deregolamentazione sempre più spinto.

Siamo però sicuri che questa storia sia anche vera e non soltanto una mistificazione della realtà? Le politiche economiche degli ultimi decenni sono davvero l’incarnazione di ciò che si definisce come economia di mercato o si sono soltanto spacciate come tali?

Iniziamo a spiegare per bene che cosa significhi veramente il termine liberismo [1] e cosa si intende dire quando si afferma che il mercato si autoregola.

Che cosa significa laissez-faire?

Si racconta [2] che Jean Baptiste Colbert, Ministro delle Finanze francesi durante il regno di Luigi XIV, avesse chiamato a raccolta i più influenti mercanti francesi per chiedere loro che cosa potesse fare il governo per aiutarli. Uno dei mercanti più influenti, chiamato Legendre, rispose al Ministro: «Nous laissez faire», letteralmente «lasciateci fare».

Ve lo immaginate Marchionne andare da Tremonti e, alla richiesta di quest’ultimo su cosa possa fare il governo per aiutare la Fiat (introdurre nuovi incentivi o mettere dazi contro le auto giapponesi) rispondere in quel modo? Fantascienza. [3]

L’espressione laissez-faire è stata poi usata per indicare quella dottrina economica, il liberismo, che auspica il libero commercio tra le nazioni e l’assenza di interventi del governo volti a condizionare il mercato. In sintesi, utilizzando le parole di un grande economista liberale, Ludwig Von Mises [4], la dottrina laissez-faire «patrocina l’abolizione di tutte quelle leggi che impediscono alle persone più industriose ed efficienti di far meglio dei loro concorrenti meno industriosi e meno efficienti e che determinano una restrizione nella mobilità dei beni e delle persone».

Il mercato: libertà o schiavitù?

Se oggi qualcuno si dichiara anche solo simpatizzante delle teorie liberiste quando va bene viene bollato come utopico irresponsabile e nei casi peggiori come affamatore dei popoli del terzo mondo e cameriere della finanza globale. Che il liberismo affami i popoli e conduca alla schiavitù non è il pensiero isolato e radicale di alcuni gruppi di estrema sinistra: sono in tanti a pensarla davvero così. Ad esempio secondo Karl Polanyi [5] il mercato rende l’individuo una sorta di pedina o strumento che perde la sua dignità di individuo e viene obbligato a sacrificare i suoi valori e le sue aspirazioni per mettersi al servizio delle leggi del capitalismo. La mano invisibile di Smith non sarebbe altro che uno stivale ben visibile che schiaccia gli individui, li obbliga a mercificare il loro lavoro e li condanna a una vita di schiavitù. Certo non un meccanismo di autoregolazione che trasforma l’egoismo individuale in benessere collettivo!

In realtà quando Adam Smith [6] scriveva della famosa mano invisibile non faceva un’affermazione di principio ma piuttosto stava descrivendo i complicati processi di mercato attraverso una metafora. Ciò che intendeva dire Smith è che se troviamo il pane fresco tutte le mattine è perché c’è un panettiere che si è svegliato prestissimo per prepararlo e probabilmente non lo ha fatto perché spinto dalla solidarietà verso i suoi compaesani ma perché spera di venderlo e realizzarci anche un bel guadagno. La logica del profitto e l’avidità del panettiere vi fanno trovare il pane fresco tutte le mattine: questa è la mano invisibile.

Autoregolamentazione, questa sconosciuta

Vediamo ora cosa si intende quando si dice che il mercato si regola in maniera automatica. Anche qui non si vuole affermare che le regole vadano tutte eliminate perché il mercato se le crea da solo, né che dobbiamo sederci tranquillamente sul nostro divano ad aspettare che per magia appaia dal nulla il perfetto sistema di regolamentazione dei credit default swap [7] Non scherziamo!

Per autoregolamentazione si intende da una parte che sono gli stessi attori del mercato, attraverso le loro azioni individuali, a scoprire quali sono le regole buone per il mercato e dall’altra si mette in guardia contro l’intervento del regolatore che, spesso e volentieri, non fa altro che produrre distorsioni con risultati molte volte inaspettati e disastrosi. Vi faccio un esempio.

In Germania si è pensato di vietare la vendita allo scoperto dei titoli di debito degli Stati dell’Unione Europea. Che cosa significa vendere allo scoperto un titolo di stato? Torniamo a qualche anno fa e immaginiamo che uno speculatore, peste lo colga, analizzando il bilancio della Grecia, avesse scoperto che il governo di Atene aveva truccato i suoi conti e che quindi si era indebitato ad un livello tale non solo da avere difficoltà a ripagare il suo debito esistente, ma che non fosse nemmeno in grado di collocare i suoi futuri titoli di stato. Lo speculatore sapeva che, quando quest’informazione fosse diventata di pubblico dominio, il prezzo dei titoli greci sarebbe probabilmente crollato; dopotutto chi vorrebbe mai comprare un qualcosa che non vale più nulla? Come fare soldi con questa informazione? Vendendo i titoli, qualora li avesse avuti in portafoglio, ma in caso contrario? Poteva utilizzare un metodo chiamato short selling (vendita allo scoperto) che si compone di due operazioni: un prestito ed una vendita. In pratica lo speculatore si fa prestare il titolo (es. per due mesi) da qualcuno che lo possiede e lo vende subito. A questo punto si ha tempo sino alla scadenza del prestito per ricomprarlo e restituirlo, unito ad un interesse, a chi l’aveva prestato inizialmente. Se lo speculatore ha avuto ragione ed effettivamente il prezzo del titolo è sceso, allora realizzerà un bel guadagno, altrimenti incorrerà in una perdita.

Nei primi mesi del 2010 è accaduto qualcosa di molto simile. In tanti hanno scommesso contro la Grecia [8] ed hanno iniziato a vendere allo scoperto titoli di stato greci, proprio mentre il governo di Atene cercava di collocare le nuove emissioni. Quando sono in tanti a vendere e ci sono pochi acquirenti, il prezzo viene spinto verso il basso e nel caso dei titoli di stato questo si traduce in un più alto tasso di interesse da pagare.

In tantissimi hanno gridato allo scandalo e agli speculatori maledetti che volevano affossare l’euro e i paesi europei raccolti nell’acronimo PIGS [9](maiali). Vi invito però a meditare su quanto è successo. Grazie agli speculatori in tanti abbiamo saputo per tempo dei rischi che si correvano nell’acquistare i titoli greci. Non sarebbe stato male se qualcosa di simile fosse successo qualche anno fa quando le banche italiane erano stracariche di bond argentini e cercavano di sbolognarli ai loro ignari correntisti, non è vero?

In sintesi, come scriveva Mises [10], l’alternativa non è tra un rigido automatismo ed una cosciente pianificazione ma piuttosto tra «l’azione autonoma di ogni individuo contro l’azione esclusiva del governo, tra la libertà individuale e l’onnipotenza del governo».

Laissez-faire significa quindi lasciare che i singoli individui scelgano come vogliono cooperare all’interno della divisione sociale del lavoro e che sia il consumatore a determinare che cosa gli imprenditori dovranno produrre.

La mano invisibile del mercato e quella visibile dello Stato

Che cosa succede però se gli speculatori si sbagliano? Ogni tanto assistiamo, infatti, alla nascita di bolle speculative in cui titoli spazzatura vengono spinti alle stelle mentre altre volte gli speculatori vanno a colpire ed affossano realtà molto solide. Di fronte a questi episodi è lecito domandarsi se l’intervento regolatore di un pianificatore centrale non possa fare meglio e pilotare i mercati nella giusta direzione.

Una prima risposta è che quando gli speculatori spingono in massa un titolo nella direzione sbagliata perdono un sacco di soldi. Questo è sicuramente l’incentivo migliore per garantire un uso attento degli strumenti finanziari ma si presta ad alcune critiche: non è forse vero che storicamente, quando scoppia una bolla, gli unici a pagare sono i piccoli risparmiatori che per ultimi si sono ritrovati con la patata bollente in mano? Le grandi banche e i grandi investitori riescono sempre a cavarsela, magari con l’appoggio di un qualche politico amico che ne esegue il salvataggio con il denaro del contribuente.

La risposta qui può sembrare crudele: il meccanismo di autoregolazione del mercato funziona attraverso il principio di responsabilità, in altre parole chi sbaglia paga in proprio. Se questo principio viene meno, ecco che si generano delle storture irrimediabili che portano ai disastri di cui abbiamo letto sui giornali. Se ci pensiamo è un dilemma molto simile a quello che affrontano ogni giorno i genitori quando devono decidere se punire i loro figli dopo l’ennesima ragazzata oppure lasciar correre; un atteggiamento troppo conciliante può avere effetti deleteri e irreversibili sulla loro educazione.

È chiaro che vedere i propri risparmi evaporati per una decisione sbagliata è drammatico e sono sicuro che nessuno si rifiuterebbe di dare una mano a chi ha perso tutto. Quando però è un soggetto pubblico a decidere chi aiutare, il rischio è molto alto: spesso e volentieri la decisione è influenzata da criteri tutt’altro che altruistici! Non è un caso se nell’ultima crisi finanziaria i grandi gruppi bancari, con l’esclusione di Lehman Brothers, siano stati salvati in blocco dagli Stati e dalle banche centrali.

Questo ragionamento, però, sembrerebbe dare ragione a chi auspica l’intervento di un pianificatore centrale. Il mercato fa muovere l’economia nella giusta direzione ma a costo di fallimenti ed errori quindi perché non lasciare a un organismo centralizzato il compito di raccogliere tutte le informazioni necessarie e individuare quale sia la strada giusta da percorrere?

Sono ovviamente obiezioni ragionevoli e richiamano un dilemma che è stato ampliamente discusso dai più illustri economisti nella prima metà del ‘900 (Mises [11] ed Hayek [12] da una parte, Lange [13] e Lerner dall’altra [14]), ovvero se la pianificazione centrale, e con essa si intendeva il socialismo, potesse funzionare in maniera efficiente [15].

Di quella discussione richiamiamo un brano di Friedrich Hayek che in questo contesto è significativo. L’economista austriaco, in un saggio del 1945 [16], spiegava che un pianificatore centrale, per raggiungere il suo scopo, avrebbe bisogno di avere accesso a informazioni che però, in assenza di un mercato, non può ottenere. Queste ultime sono, infatti, frammentarie e disperse nella società e il sistema dei prezzi di mercato è il mezzo con cui le informazioni possono essere diffuse e coordinare le azioni individuali.

Assumiamo che da qualche parte del mondo sia emersa una nuova occasione per l’uso di una materia prima, diciamo lo stagno […]. Tutto quello che gli utilizzatori di questa materia prima devono sapere è che parte dello stagno che essi erano abituati a consumare viene ora impiegato con maggiore profitto altrove e che, di conseguenza, loro devono economizzare lo stagno. Non c’è alcun bisogno per la grande maggioranza di loro di sapere dove è emerso il bisogno più urgente o in favore di quali altri bisogni essi devono adeguarsi all’offerta [17]

Non importa quale sia il motivo per cui la domanda di stagno è aumentata, ciò che conta è che il suo prezzo ha segnalato al resto dei mercati (non solo quindi a quello dello stagno) che la disponibilità di quel metallo è diminuita. Le persone che conoscono la causa di ciò che è accaduto sono solo poche decine ma l’aumento del prezzo dello stagno spingerà il resto degli individui a farne un uso più parsimonioso. In pratica, secondo Hayek, il sistema dei prezzi di mercato tende a muovere l’economia nella giusta direzione.

Quando è invece lo Stato a decidere i prezzi, i disastri sono dietro l’angolo, come splendidamente descritto da Manzoni nel XII capitolo dei Promessi Sposi. Le autorità fissano il prezzo del pane a Milano durante la carestia generando tutta una serie di effetti indesiderati: i fornai si rifiutano di vendere al prezzo ribassato, la folla assalta i forni e, dopo averli depredati, li distrugge, la moltitudine festeggia credendo di aver sconfitto gli «affamatori» e di poter vivere nell’abbondanza. È emblematico Renzo che, guardando la folla, si domanda «se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? » [18]

Come scrive Manzoni, e vale in generale per tutti i beni, «tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù [..] di far venire derrate fuor di stagione» [19]  e quindi l’illusione di abbondanza è destinata a svanire molto in fretta.

Ma neoliberismo e laissez-faire non sono la stessa cosa?

Ora veniamo ad un punto cruciale, che relazione c’è tra l’economia di mercato che vi ho descritto sin qui ed il neoliberismo, ovvero quel termine che viene utilizzato, con tono dispregiativo, per definire le politiche economiche degli Stati Uniti dall’elezione alla presidenza di Ronald Reagan in poi. I cardini dell’ideologia neoliberista sono:

  • Onnipotenza del Mercato: le imprese e le corporation devono essere liberate da ogni controllo governativo, eliminando quanto più possibile i diritti sindacali
  • Taglio delle spese sociali dello Stato: ridurre le spese statali nei campi dell’educazione, della sanità ed in tutto quello che costituisce la “rete di salvataggio” per i più poveri.
  • Deregulation: eliminare tutte le regole che possono diminuire i profitti delle imprese, ad esempio quelle che prescrivono norme di sicurezza per i lavoratori.
  • Privatizzazioni: vendere tutte le aziende di proprietà pubblica ai privati.
  • Globalizzazione: estendere a tutto il mondo le politiche neoliberiste e la libera circolazione dei capitali attraverso istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

Vi immagino già, con gli occhi sgranati, che indicate lo schermo esclamando: «Ecco sì questo è il risultato dell’ideologia capitalista! Queste politiche sono le sue figlie!». Siete però sicuri che ci sia corrispondenza tra queste linee di condotta l’economia di mercato che vi ho descritto in precedenza?

Per un qualche strano motivo siamo abituati a pensare che capitalisti e imprenditori siano favorevoli al libero mercato e contrari a qualsiasi tipo di ingerenza da parte dello Stato. L’idea è che in un mercato libero da interventi statali possano fare il bello ed il cattivo tempo, realizzare profitti inimmaginabili, come uno squalo calato in un allevamento di pesci. Niente di più falso!

Gli imprenditori, non tutti sia chiaro, sono terrorizzati dal libero mercato. Sapete perché?

Richard Cantillon [20] è stato forse il primo economista a teorizzare la figura dell’entrepreneur (l’imprenditore), descrivendolo come chi, a fronte di costi certi, si sobbarcava il rischio di vendere, in un tempo futuro, a prezzi incerti. Gli imprenditori sarebbero quindi quelli che dirigono la produzione e il commercio sopportandone i rischi.

Tutto il contrario degli imprenditori e delle multinazionali di oggi!

Gli imprenditori moderni non dormono la notte pensando di vendere a prezzi incerti, sono terrorizzati dal pensiero di una concorrenza che possa far calare i profitti, di un calo delle vendite che possa portare loro delle perdite. Sopportare il rischio? Ma scherziamo?

Gli imprenditori e le multinazionali odiano il mercato libero. Vogliono un mercato ben regolamentato dallo Stato, dove siano tutelati dalla concorrenza interna e internazionale (i dazi contro i cinesi per Dio! Servono i dazi!), dove siano garantiti i profitti normali, dove un meccanismo di quote di produzione alzi il prezzo di vendita (a qualcuno sono venute in mente le quote latte?), dove la concessione di licenze impedisca la rottura degli oligopoli esistenti (ve li ricordate gli scioperi contro le lenzuolate di Bersani o le “liberalizzazioni” di Monti?) e dove sussidi e incentivi garantiscano lauti profitti e lo Stato socializzi le perdite.

Qui non si chiede al governo di non intervenire ma anzi si fa pressione perché gli interventi ci siano e abbiano una logica ben precisa: favorire alcune grandi imprese, le multinazionali, garantendo loro privilegi attraverso il rilassamento di alcune regole, elargendo sconti fiscali e privatizzando gli ex monopoli pubblici di cui cambia solo il padrone. La definizione giusta sarebbe neocorporativismo [21], non neoliberismo!

Come giustamente ha affermato un regista che è sempre stato molto critico nei confronti del capitalismo, Michael Moore, in un incontro con gli studenti della George Washington University, noi oggi non ci troviamo affatto in un’economia di libero mercato.

Non abbiamo davvero un mercato libero e non abbiamo libere imprese, anche se diciamo di averli. A questa gente, i ricchi e le corporazioni, non piace la concorrenza. Non gradiscono che abbiamo la facoltà di scegliere, amano i monopoli, la loro visione del Nirvana è essere l’unica industria automobilistica oppure l’unica linea aerea ed è bizzarro che questa gente che dice di credere così tanto nel nostro modo di vivere, in realtà creda in un sistema dove noi non dovremmo avere facoltà di scelta ed ammira il modo di fare della vecchia Unione Sovietica [22]

Marx e il liberismo

Perché allora la maggioranza delle persone e dei media ritiene che le politiche economiche degli ultimi trenta anni siano l’applicazione delle teorie del libero mercato? La risposta è che tutti noi accettiamo, pur senza essere marxisti, le idee del filosofo tedesco riguardo al funzionamento del capitalismo.

Marx [23] sosteneva che, senza l’intervento del governo, la logica del profitto, l’interesse personale e l’avidità degli uomini d’affari avrebbero portato allo sfruttamento dei lavoratori, costretti a lavorare 15 ore al giorno ad un salario di sussistenza. Non vi ricorda molto da vicino quanto scriveva Polanyi [5] ?

La lezione della storia sarebbe che è solo grazie all’intervento dello Stato, sotto forma di leggi a favore dei sindacati e l’istituzione del salario minimo, regolando l’orario massimo di lavoro e proibendo il lavoro infantile, che le condizioni dei lavoratori salariati sono migliorate nel tempo. Come corollario vi è l’idea che la crisi economica sia stata causata dalla logica del profitto, dall’avidità dei banchieri e dal fatto che lo Stato abbia permesso alle multinazionali di decidere la politica.

La libertà economica non sarebbe altro che una formula per l’ingiustizia e il caos, mentre solo il governo sarebbe in grado di assicurare giustizia e razionalità negli affari economici. Di fronte ad eventi come l’attuale crisi economica si assume automaticamente che ciò che è avvenuto sia stato causato dalla libertà economica che permette di perseguire l’odiata logica del profitto. Si finge che il mondo di oggi sia l’incarnazione del liberismo in modo da poterlo denunciare come la causa di ogni male.

Come però abbiamo visto, nel mondo di oggi il laissez-faire non è per nulla l’ideologia guida e agendo in questo modo il risultato è di attaccare quei pochi frammenti di libertà che riescono ancora, nonostante tutto, a sopravvivere.

Questa visione è però fuorviante; le politiche economiche degli ultimi anni, che hanno indubbiamente derubato una grossa parte della popolazione per arricchire un ristretto numero di interessi corporativi, non hanno nulla a che vedere con l’economia di mercato. Dietro allo slogan libertà e democrazia, infatti, si nascondono i peggiori nemici della libertà e della democrazia (in Italia ne sappiamo qualcosa). Come scrisse Sergio Ricossa: [24]

«la libertà è la più stuprata delle donne e il suo stupro il più impunito dei delitti»

Marco Bollettino

Note

[1] Da ora in poi userò indifferentemente i termini liberismo e laissez-faire per indicare la stessa teoria economica

[2] Skounsen, The Making of modern economics, London, Sharpe

[3] Infatti Marchionne, lungi dal chiede allo Stato di restarsene fuori dall’economia, nel 2009 si affrettò anzi a chiedere incentivi per non dover «essere costretto a lasciare a casa 60000 operai»

http://www.repubblica.it/2009/01/motori/motori-gennaio09-3/senza-incentivi/senza-incentivi.html)

[4] Mises, Human Action, pp. 730-731

[5] Polanyi, La Grande trasformazione, Torino, Einaudi 2000

[6] Smith, La ricchezza delle Nazioni,  Libro IV, Cap.II, paragrafo IX

[7] Uno swap è un baratto e nel caso dei CDS (Credit Default Swap)  lo scambio è il seguente: A paga periodicamente una somma a B e quest’ultimo in cambio si impegna a rifondere ad A il valore facciale di un titolo C, nel caso in cui C vada in bancarotta. Nel caso dei mutui chi comprava CDS si assicurava contro il fatto che i detentori di mutuo andassero in bancarotta. Questo sistema, simile ad una polizza di assicurazione, è andato fuori controllo anche perché era possibile vendere e comprare CDS su titoli che non si possedevano.

[8] La stessa cosa è accaduta a partire dal luglio 2011 anche con i bond dell’Italia e, indirettamente, ha portato alla caduta del governo Berlusconi

[9] Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia. In realtà spesso si parla di PIIGS e si include nel lotto dei paesi a rischio anche l’Italia.

[10] Mises, Human Action, p. 732]

[11] Mises, Die Gemeinwirtschaft: Untersuchungen über den Sozialismus; trad. it. Socialismo, Rusconi, Milano 1990

[12] Friedrich Hayek, Prices and production, Trad. It. Prezzi e produzione : il dibattito sulla moneta, a cura di Marina Colonna, Napoli, Edizioni scientifiche italiane , 1990

[13] Lange, On the economic theory of socialism, McGraw-Hill

[14] Lerner, Theory and Practice in Socialist Economics, RES

[15] Una ricostruzione del dibattito tra Mises, Hayek e Lange si ritrova in Economic Calculation: The Austrian Contribution to Political economy di Peter Boettke http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1531112

[16] The Use of Knowledge in society, trad. It. L’uso della conoscenza nella società, in Conoscenza, competizione e libertà, Rubettino

[17] Ibid.

[18] Manzoni, I promessi Sposi, Cap.12

[19] Ibid.

[20] Cantillon, Essays on the nature of commerce in general, trad. It. Saggio sulla natura del commercio in generale, Torino, G.Einaudi, 1974

[21] Per corporativismo si intende un sistema economico in cui gli scambi ed i rapporti non sono regolati dalle leggi di mercato, prima fra tutte quella di domanda e offerta, ma da accordi tra lo Stato e le grandi industrie. Un esempio di Stato corporativo è l’Italia durante il ventennio fascista.

[22] Potete trovare il video su youtube a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=gwQ41Yo60og

[23] Das Kapital. Kritik der politischen Oekonomie; trad. It. Il Capitale. Critica dell’economia politica, Avanzini e Torraca Editori 1965

[24] Ricossa, Io, liberale pentito. Il Giornale, 12 Maggio 1999