Economie della Conoscenza Emergenti

L’International Journal of Social Ecology and Sustainable Development (editore IGI Global, USA) ha accettato la pubblicazione, tra gli altri, del mio paper “Knowledge Problem and Emerging Economies” (mi spiace che sia a pagamento). All’interno di una discussione su come le nuove tecnologie – dall’informatica alle biotecnologie – possano aiutare le economie emergenti a creare modelli di sviluppo sostenibile (termine da intendersi in varie accezioni), ho potuto esporre una visione austriaca sull’impossibilità della pianificazione centrale dell’economia e su come l’informatica, quale strumento di elaborazione e diffusione di conoscenza, possa essere il supporto di una ricerca – decentrata – di una organizzazione economica sostenibile.

Le pubblicazioni della IGI Global sono fortemente focalizzate sulla tecnologia, in particolare sull’ICT, ed i contributi richiesti devono tener conto di questo; a ciò si aggiunge che il Journal voleva fare un’edizione speciale sullo sviluppo sostenibile nelle economie emergenti. Combinare queste esigenze editoriali in una cornice “austriaca” poteva essere un buon modo per rendere conto dell’attualità di certe teorie o per lo meno dell’utilità di certi approcci.

Ho elaborato il mio contributo facendo un pressante riferimento a Hayek: il suo modo di affrontare il problema della conoscenza – anche intendendola nella sua più semplice forma di informazione – è di grande aiuto quando si vuol ragionare delle possibilità di sviluppo di una economia ai giorni nostri, quando una così grande enfasi è posta sui sistemi di comunicazione e in qualche modo si sta (ri-)scoprendo che è il contenuto “informativo” della produzione (intesa sia come processo che come prodotto) che ne costituisce il valore (che poi l’acquirente riconosce pagandone il prezzo).

Il ragionamento basilare è molto semplice: la conoscenza si divide in conoscenza formalizzata (la scienza) e informale; la seconda è definita da Hayek “conoscenza di luogo e tempo”, la conoscenza individuale e diffusa di ciò che ci circonda (le persone, le abitudini, gli oggetti, la dislocazione, le ricorrenze…), e per l’economista austriaco è quella che maggiormente incide sulle possibilità imprenditoriali di un’economia. Le nuove tecnologie permettono sicuramente elaborazioni “scientifiche” più economiche veloci e potenti, ma non possono elaborare (neppure semplicemente classificare) tutta una serie di variabili inadatte ad essere espresse statisticamente come appunto questa “conoscenza di luogo e tempo”; però le nuove tecnologie possono facilitare la comunicazione, cioè il trasferimento di questa come di qualsiasi altro tipo di conoscenza, e già per questo si permette il connubio ICT-conoscenza che necessariamente deve stare alla base di qualsiasi progetto/idea di “economia della conoscenza” cioè di un sistema economico che sia in grado di sfruttare tutto il patrimonio tangibile e intangibile a disposizione.

La conoscenza è una risorsa – un fattore di produzione – che diventa altamente strategica nel momento in cui il livello tecnologico, almeno quello strettamente utile per la produzione, tende ad uniformarsi tra le varie economie. Nel mondo attuale, anche a causa di quelle stesse ICT, le scoperte tecnologiche tendono a circolare piuttosto velocemente (in economia si parla di “catching up with the Joneses”). I diritti di proprietà intellettuale a volte non sono strumenti così efficaci a garantire una effettiva esclusiva su alcuni processi, il che a maggior ragione richiede di concorrere sul piano della conoscenza per poterla arricchire a tassi sempre maggiori, il che a sua volta richiede strumenti di comunicazione (e elaborazione) sempre più potenti.

La conoscenza è anche un potente strumento per economizzare sugli impegni fisici, liberando quindi risorse fisiche (capitale) per altri impieghi. Sapere il prezzo di un bene su più mercati (un tipo di “conoscenza di luogo e tempo”) equivale in termini austriaci ad avere una conoscenza sui gradi di scarsità, e quindi di valorizzazione, di un certo bene o servizio su più aree geografiche, in modo da “arbitraggiare” immediatamente su dove posizionarsi come venditore o acquirente senza essere costretti a muoversi fisicamente da un posto all’altro per raccogliere le stesse informazioni (rischiando comunque la disparità temporale delle informazioni raccolte) o senza dover decidere di rischiare per una unica destinazione nell’ignoranza delle alternative: tutto questo si risolve in un miglior impiego del proprio capitale (tempo compreso) e quindi di una massimizzazione del risultato produttivo finale (risorse e tempo risparmiati possono essere utilizzati per ulteriori progetti ma pure per semplice svago e riposo, il che è sempre un miglioramento in termini di standard di vita).

I paesi emergenti, in particolare le economie africane, sicuramente si stanno avvantaggiando delle conoscenze formali e dagli strumenti tecnologici che arrivano già pronti dalle economie occidentali, ma per certi versi stanno andando anche oltre.

Come raccontato anche in commento qui, l’Africa sconta un forte deficit infrastrutturale, ad esempio mancano collegamenti via terra rapidi e capillari. Ma anche una semplice tecnologia come il telefono cellulare, che non ha bisogno di particolari infrastrutture di terra (linee telefoniche fisiche interrate), ha superato molti di questi problemi: il singolo imprenditore africano può sapere da casa il prezzo fatto sulla sua merce nei vari mercati e quindi dirigersi subito dove è più conveniente (leggasi: dove è più conveniente per lui, perché vende a prezzo maggiore, e per i compratori, che essendo disposti a pagare di più evidentemente scontano una maggior carenza di quel bene). Inoltre, e questo è il fatto più interessante, poter utilizzare una tecnologia non molto costosa (telefoni cellulari) allegandovi servizi finanziari evoluti (pagamenti via telefono, gestioni telefoniche semi-automatiche dei risparmi) ha permesso l’accesso al mondo del risparmio in un’area in cui – dati i problemi infrastrutturali e la scarsa ricchezza – risulta anti-economico impiantare filiali di banche.

Nell’ottica “austriaca” si deve capire la rilevanza di tutto questo. Le nuove ICT permettono una maggiore diffusione della conoscenza di ogni tipo, aiutando a migliorare l’indirizzo delle risorse (capitale e tempo), e quindi sia permettendo la crescita delle attività economiche esistenti che lo sviluppo di attività fino a questo momento sub-marginali; tutto questo non con il supporto di una nuova (illusoria) ricchezza fornita dal pompaggio monetario di un qualche “benevolente” ente superiore (Governo o Banca Centrale che sia), bensì permettendo che un’intera economia potesse cominciare a gestire dei piani di consumo/risparmio effettuando pagamenti di natura finanziaria – cioè slegati da vincoli materiali e temporali – il che è il nocciolo più essenziale di una economia capitalistica: poter esprimere nel maggior dettaglio possibile gli schemi temporali di domanda e offerta sia di beni che di risorse finanziarie (altra “conoscenza di luogo e tempo”), permettendone il più fine coordinamento. E chi ha una visione “austriaca” sa bene che il coordinamento di queste grandezze è l’elemento fondamentale sia della crescita economica che della sua sostenibilità (intesa come coerenza della struttura economica e sua stabilità nel tempo).

Con questo si chiude il cerchio del mio contributo (che nel paper tocca più in dettaglio molti altri punti): le economie emergenti sono economie come tutte le altre, e come tali necessitano di “conoscenza”, ma hanno il vantaggio dell’utilizzo diffuso di strumenti di ICT già piuttosto avanzati che permettono di sfruttare ancor meglio la fondamentale dotazione di “conoscenza di luogo e tempo” sia reale che finanziaria; ma questo hayekiano coordinamento economico spontaneo, fondato su una conoscenza per sua natura diffusa e non centralmente gestibile, ha bisogno di una società “libera” o meglio di uno Stato “leggero” che permetta il coordinamento della conoscenza senza la presunzione di volerla “dirigere” verso una qualche struttura economico-industriale ritenuta – arbitrariamente – migliore da una qualche classe politica. Il mio consiglio, e la mia speranza, è che in Africa si possa realizzare un “nuovo esperimento di libero mercato” fondato sulla conoscenza, una possibilità che le incancrenite e statalizzate economie occidentali ormai si sono negate.

 

di Leonardo, IHC