Perchè studiare la Scuola Austriaca è importante (parte seconda)

Gli economisti mainstream insegnano che, in caso di benefici o costi sopportati da persona diversa rispetto all’agente economico, esiste un’esternalità, che deve essere corretta dal governo attraverso la redistribuzione. Ma, definite ampiamente, le esternalità sono presenti in ogni transazione economica poiché i costi e i benefici sono, in ultima analisi, soggettivi. Potrei compiacermi nel vedere fabbriche gettare fumo perché amo l’industria. Ma questo non significa che dovrei essere tassato per questo privilegio. Analogamente, potrei essere infastidito dall’assenza di barba nella maggior parte degli uomini, ma questo non implica che gli sbarbati debbano essere tassati per compensare il mio dispiacere.

La Scuola Austriaca ridefinisce le esternalità, ritenendole presenti solo in caso d’invasioni fisiche della proprietà (es.: il vicino che getta spazzatura nel mio giardino); quindi il fatto costituisce illecito. Non vi possono essere costi o benefici soggettivi determinati dalla sommatoria di attività non economiche e gratuite. Invece, il criterio rilevante dovrebbe essere quello della modalità dell’azione; in altri termini, se essa è stata pacifica o meno.

Un’altra area nella quale gli Austriaci differiscono dagli economisti mainstream è quella riguardo gli interventi del governo in caso di fallimenti del mercato. Ammesso che il governo, in qualche modo, possa individuare un fallimento di mercato, l’onere della prova è ancora a suo carico: deve dimostrare di saper raggiungere il compito in maniera più efficiente rispetto al mercato. Gli Austriaci vorrebbero utilizzare le energie impiegate nella ricerca dei fallimenti del mercato nell’analisi e comprensione dei fallimenti dell’intervento pubblico.

Ma il fallimento dello stato nel compiere ciò che l’economia convenzionale moderna gli affida non è oggetto di dibattito. Al di fuori della Public Choice, è solitamente ritenuto valido l’argomento che il governo sia capace di fare qualsiasi cosa voglia, e di farlo bene. La natura dello stato come istituzione con propri perniciosi disegni sulla società, viene del tutto dimenticata. Uno dei contributi di Rothbard fu proprio quello di analizzare questo punto, concentrandosi sull’elaborazione e sulle conseguenze dell’interventismo; egli fornì una classificazione degli interventi pubblici, completandola con una critica dettagliata dei diversi tipi d’intrusione.

Gli indovini

La questione è posta dalla famosa domanda di James Buchanan: “Che cosa dovrebbero fare gli economisti?” Risposta mainstream (parziale): predire il futuro. Questo scopo è legittimo nelle scienze naturali, poiché rocce e le onde sonore non fanno scelte. Ma l’economia è una scienza sociale che si occupa di persone che scelgono, rispondono a incentivi, cambiano idee e agiscono anche, a volte, in maniera irrazionale.

Gli economisti Austriaci comprendono che il futuro è incerto, anche se non radicalmente, ma in gran parte. L’azione umana, in un mondo incerto con scarsità diffusa, pone il problema economico al primo posto. Abbiamo bisogno di imprenditori e prezzi che ci aiutino a superare l’incertezza, sebbene essa non possa essere mai completamente superata.

Prevedere il futuro è il lavoro degli imprenditori, non degli economisti. Questo non equivale a dire che gli economisti Austriaci non possano attendersi determinate conseguenze da particolari politiche governative. Ad esempio, sanno che i prezzi massimi creano sempre penuria, che l’espansione dell’offerta di moneta conduce ad un aumento nel livello  generale dei prezzi ed al ciclo economico, anche se non possono predire il momento preciso e l’esatta natura degli eventi attesi.

Numeri Governativi

Ulteriore area di preoccupazione teorica, che distingue gli Austriaci dagli economisti mainstream, è quella delle statistiche economiche. Gli Austriaci criticano il peso che viene dato alla maggior parte delle misure statistiche esistenti in economia e rigettano anche l’uso che se ne fa. Prendiamo, per esempio, la questione dell’elasticità dei prezzi, che dovrebbe misurare la risposta del consumatore ai cambiamenti di prezzi. Il problema sta nella metafora e nelle sue applicazioni; essa suggerisce che le elasticità esistano indipendentemente dall’azione umana e che possano essere comprese in anticipo rispetto all’esperienza. Ma le misurazioni storiche del comportamento del consumatore non costituiscono teoria economica.

Un altro esempio di statistica discutibile è il numero indice, attraverso cui il governo calcola l’inflazione. Il problema con gli indici è che essi oscurano i cambiamenti dei prezzi relativi, di importanza fondamentale. Questo non equivale a dire che l’Indice dei Prezzi al Consumo è irrilevante, ma che non è un indicatore solido, essendo soggetto a vasti abusi e avendo la capacità di mascherare movimenti di prezzo altamente complessi tra settori.

Il Prodotto Interno Lordo è pieno di errori di composizione inerenti al modello keynesiano. La spesa pubblica è considerata parte della domanda aggregata, nessuno sforzo è fatto per calcolare i costi distruttivi dell’imposizione fiscale, della regolamentazione e della redistribuzione. Se gli Austriaci fossero ascoltati, il governo non produrrebbe più nessuna statistica; esse sono utilizzate, principalmente, per pianificare l’economia.

Politiche Pubbliche

Per gli Austriaci, la regolamentazione economica distrugge la prosperità, poiché non consente la corretta allocazione delle risorse, mettendo in grande crisi, in maniera particolare, l’imprenditorialità e la piccolo impresa.

La regolamentazione ambientale è stata tra i principali colpevoli negli anni recenti. Nessuno può calcolare le ingenti perdite associate al Clean Air Act o le assurdità collegate alle politiche sui terreni paludosi o sulle specie protette.

Tuttavia, la politica ambientalista può raggiungere il suo obiettivo dichiarato: abbassare lo standard di vita. Ma le politiche antitrust, al contrario, non possono generare ciò che si prefiggono: competitività. Capri espiatori come i “prezzi predatori” spaventano ancora i burocrati, mentre semplici analisi economiche portano a confutare l’idea per cui un concorrente possa abbassare il prezzo sotto il costo di produzione per impadronirsi del mercato e fissare, in seguito, prezzi monopolistici. Qualsiasi impresa che tenterebbe di vendere sotto i costi di produzione, subirebbe perdite. Nel momento in cui cerca di alzare i prezzi, invita altri concorrenti ad entrare nel mercato.

La legislazione sui diritti civili rappresenta una delle più intrusive regolamentazioni nel mercato del lavoro. Quando i datori di lavoro non sono liberi di assumere, licenziare e promuovere in base ai propri criteri di merito, si verificano ampie dislocazioni nell’impresa e nel mercato del lavoro. Inoltre, la legislazione sui diritti civili, creando preferenze legali per determinati gruppi, indebolisce il senso comune di giustizia che è il marchio di fabbrica del mercato.

C’è un altro costo che la regolamentazione comporta: essa impedisce, infatti, il processo di scoperta imprenditoriale. Questo si basa sulla possibilità di disporre di un’ampia gamma di alternative nell’uso del capitale; la regolamentazione limita le opzioni dell’imprenditore, erigendo barriere all’imprenditorialità. Leggi sulla sicurezza, salute e lavoro, ad esempio, non solo inibiscono la produzione esistente, ma impediscono lo sviluppo di migliori metodi di produzione.

Gli Austriaci hanno anche sviluppato un’impressionante critica della redistribuzione. La teoria welfaristica dominante ci dice che, se la legge dell’utilità marginale decrescente è vera, allora l’utilità totale può essere facilmente aumentata. Se prendi un dollaro da un uomo ricco, il suo benessere diminuisce leggermente, ma quel dollaro vale più per un povero che per lui, quindi redistribuire un dollaro, in questo modo, accresce l’utilità generale. L’implicazione è che il benessere possa essere aumentato attraverso una distribuzione dei redditi egalitaria. Il problema, per gli Austriaci, è che le utilità non possono essere aggiunte o sottratte, essendo soggettive.

La redistribuzione prende dai proprietari e produttori per dare, per definizione, ai non proprietari e non produttori. Questo diminuisce il valore della proprietà redistribuita; essa, infatti, diminuisce, non aumenta, il benessere totale. Rendendo la proprietà, e il suo valore, meno sicuri, i trasferimenti reddituali mitigano i benefici della proprietà e della produzione, riducendo gli incentivi per entrambi.

Gli Austriaci rifiutano l’utilizzo della redistribuzione per stimolare o manipolare la struttura economica. Un aumento della pressione fiscale, ad esempio, non causa altro che danni: l’imposizione tributaria distrugge ricchezza, portando alla confisca di proprietà che potevano essere utilizzate altrimenti o risparmiate o investite, diminuendo le opzioni disponibili per il consumatore. Inoltre, non esiste un’imposta rigorosamente di consumo. Tutte le imposte riducono la produzione.

Gli Austriaci non sposano la visione della scarsa importanza dei deficit di bilancio. Infatti, la richiesta di finanziamento da parte della collettività o di investitori stranieri del deficit, porta a tassi di interessi più elevati, logorando gli investimenti privati. I deficit creano altresì il pericolo di finanziamento attraverso politiche inflazionistiche della banca centrale. La risposta al deficit non è un aumento della pressione fiscale, che è più distruttivo dei deficit stessi, ma un equilibrio di bilancio attraverso tagli di spesa inevitabili. Dove tagliare? Ovunque e comunque.

La situazione ideale non è rappresentata da un semplice pareggio di bilancio. La spesa pubblica stessa, indipendentemente dal fatto che sia in deficit o surplus, dovrebbe essere la minima possibile. Perché? Perché tale spesa impedisce un utilizzo migliore delle risorse nei mercati privati.

Spesso sentiamo parlare di questo o quell’”investimento statale”. Gli Austriaci considerano questa espressione un ossimoro: gli investimenti reali sono effettuati dai capitalisti, che rischiano il proprio denaro nella speranza di soddisfare la domanda futura del consumatore. Il governo limita la soddisfazione della domanda ostacolando la produzione nel settore privato. Per di più, gli investimenti pubblici sono conosciuti come sprechi di denaro; rappresentano, infatti, spesa di consumo di politici e burocrati.

Moneta e Attività Bancaria

Gli economisti mainstream ritengono che il governo debba avere il controllo della politica monetaria e della struttura dell’attività bancaria attraverso cartelli, assicurazioni sui depositi e moneta di stato cartacea. Gli Austriaci rifiutano l’intero paradigma, sostenendo che i migliori controlli sono svolti dal mercato; in effetti, se oggi abbiamo serie e radicali proposte per aumentare il ruolo del mercato nell’attività bancaria e monetaria, ciò è dovuto alla Scuola Austriaca.

Le assicurazioni sui depositi si sono fatte strada dal collasso della S&L industrie. Il governo garantisce i depositi e i prestiti con i soldi del contribuente e questo rende le istituzioni finanziarie meno attente. Il governo effettivamente si comporta con le istituzioni finanziarie come un genitore permissivo: incoraggia comportamenti indegni eliminando la minaccia della sanzione.

Gli Austriaci eliminerebbero l’assicurazione sui depositi, non solo permettendo il verificarsi di corse allo sportello, ma apprezzando il suo potenziale di controllo sull’attività. Non vi sarebbe nessun prestatore di ultima istanza (rappresentato dal contribuente) per salvare istituzioni in crisi.

Molta della critica Austriaca intorno all’attività monopolistica della banca centrale ruota attorno al ciclo economico di Mises – Hayek. Entrambi ritenevano la banca centrale, non il mercato, responsabile delle crisi cicliche dell’attività commerciale. Per dimostrare la teoria, gli Austriaci hanno prodotto accurati studi di periodi storici di recessione e ripresa, spiegando come vi fossero sempre interventi della banca centrale all’origine delle difficoltà.

Secondo tale teoria, gli sforzi dei banchieri centrali, attraverso l’abbassamento dei tassi d’interesse sotto il loro livello naturale, provocano, nell’industria dei beni capitali, sovrainvestimenti; un tasso di interesse più basso ci dice che nuovi risparmi sono disponibili per sostenere la produzione. Se un produttore prende in prestito per costruire edifici, ci saranno abbastanza risparmi per consentire ai consumatori l’acquisto dell’edificio e dei servizi in esso situati. I progetti intrapresi possono essere sostenuti. Ma tassi d’interesse artificialmente bassi conducono le imprese ad avventurarsi in progetti non necessari. Questo crea un boom indotto, seguito da una brusca frenata, una volta acclarato che i risparmi non erano abbastanza alti da consentire il grado di espansione verificatosi.

Gli Austriaci fanno notare che la regola di crescita monetaria sostenuta dai Monetaristi ignora gli “effetti da iniezione”, anche del livello più piccolo, nella moneta e nel credito. Un incremento del genere porterà sempre alla creazione di questo tipo di ciclo economico, anche se è finalizzato a mantenere stabile l’indice dei prezzi, come negli anni ’20 e ’80.

Cosa dovrebbero fare i politici quando l’economia entra in recessione? Praticamente niente. Occorre tempo per ripulire i malinvestimenti creati dall’espansione creditizia. I progetti intrapresi devono fallire, i lavoratori assunti erroneamente essere licenziati e i salari scendere. Dopo questa pulizia, vi potrà essere nuova crescita, fondata su di una valutazione realistica del comportamento futuro dei consumatori.

Se il governo vuole accelerare il processo di ripresa (nel caso in cui, ad esempio, le elezioni fossero vicine) ci sono alcune cose che può fare. Può abbassare la pressione fiscale, lasciando più ricchezza nelle mani private per incentivare la ripresa; può eliminare regolamentazioni che inibiscono la crescita; può tagliare la spesa e ridurre l’indebitamento; può cancellare le leggi anti-dumping e tagliare dazi e quote di importazione, permettendo ai consumatori di comprare beni importati a minor prezzo.

La banca centrale crea anche incentivi inflazionistici; non è una coincidenza che, dalla creazione del Federal Reserve System, il dollaro abbia perso il 98% del suo valore. Il mercato non lascerebbe che ciò accada. Il colpevole è la banca centrale, le cui logiche portano a politiche inflazionistiche proprie di un contraffattore che fa lavorare a pieno ritmo la sua stampante.

Gli Austriaci vorrebbero riforme radicali e importanti; i Misesiani invocano un regime di convertibilità aurea piena, in ossequio alla storia ed evoluzione delle scelte del libero mercato, sostenendo anche l’abolizione della riserva frazionaria e della banca centrale; gli Hayekiani vorrebbero un sistema in cui il consumatore ha a disposizione un’ampia alternativa nella scelta monetaria, tra cui quella cartacea. I due punti non sono necessariamente in contrasto, entrambi considerano la banca centrale l’aspetto più problematico del sistema odierno.

Il Futuro della Scuola Austriaca

L’economia Austriaca, oggi, è in grande crescita. I lavori di Mises sono letti e discussi in tutta Europa e nell’ex Unione Sovietica, così come in America Latina e Asia settentrionale. Ma il nuovo interesse in America, dove vi è disperato bisogno di saggezza Austriaca, è particolarmente incoraggiante.

Il successo del Ludwig von Mises Institute testimonia questo nuovo interesse. Lo scopo principale dell’Istituto è quello di assicurare alla Scuola Austriaca una posizione importante nel dibattito economico. A questo fine, abbiamo adottato economisti di professione, pubblicizzato accademicamente e pubblicamente i loro lavori, istruito centinaia di studenti sulla teoria Austriaca, distribuito milioni di pubblicazioni e formato comunità intellettuali, in particolare all’Università di Auburn e del Nevada, Las Vegas, dove queste idee prosperano.

Ogni anno teniamo un seminario didattico estivo, chiamato Mises University, sulla Scuola Austriaca, con una facoltà di più di 25 membri e studenti appassionati provenienti da tutto il paese; organizziamo anche conferenze accademiche su materie storiche e teoriche e gli studiosi dell’Istituto partecipano frequentemente ai principali incontri professionali del settore.

Le edizioni Transaction cosponsorizzano la Rivista Trimestrale di Economia Austriaca, l’unico trimestrale del mondo anglosassone rivolto, esclusivamente, allo studio della Scuola Austriaca. Transaction pubblica anche alcuni dei nostri libri. La Newsletter di Economia Austriaca è scritta e diretta da, e rivolta a, studenti laureati. Il periodico Free Market applica le idee Austriache ad argomenti di politica pubblica.

Il Mises Institute assiste studenti e facoltà in centinaia di college ed università. Abbiamo un programma per consentire ai visiting fellow di completare le tesi e ai visiting scholar di perseguire nuove ricerche, così come centri per studenti diplomati e laureati. Ad Auburn, il Workshop dell’Istituto esplora nuove aree di ricerca storica, teorica, politica e i colloqui settimanali portano studenti e facoltà ad applicare il pensiero Austriaco, in un contesto interdisciplinare.

Nuovi libri sulla Scuola Austriaca compaiono quasi mensilmente ed esperti Austriaci scrivono per i principali giornali accademici. Le intuizioni Misesiane sono presentate in centinaia di corsi in tutto il mondo (dove, solo 20 anni fa, non più di una dozzina di classi seguivano simili corsi). Gli Austriaci rappresentano gli astri nascenti della professione, gli economisti con nuove idee che attraggono studenti, gli unici sulla pista con un orientamento pro mercato ed anti statalista.

La maggior parte di questi studiosi sono cresciuti attraverso le conferenze, le pubblicazioni e i programmi didattici del Mises Institute. Con il sostegno dell’Istituto alla Scuola Austriaca, la tradizione e il radicalismo costruttivo si combinano, creando un’alternativa intellettualmente attrattiva rispetto al pensiero mainstream.

Il futuro della Scuola Austriaca è luminoso, il che fa ben sperare per il futuro stesso della libertà. Infatti, se vogliamo invertire le tendenze stataliste attuali e ristabilire un libero mercato, la fondazione teorica e intellettuale deve essere la Scuola Austriaca. Ecco perché la Scuola Austriaca è importante.

Articolo di Lew Rockwell su Mises.org

Traduzione di Luigi Pirri