Gli incroci della storia (parte seconda)

Nel 1922, era uscito a Jena The Gemeinwirtschaft: Untersuchungen über den Sozialismus [1], un libro di Mises che precede tutte le opere fin qui esaminate, e che ha fatto epoca: contrastando l’opinione corrente – che era dominata dalla presunzione scientistica del positivismo e del marxismo – esso voleva dimostrare l’impossibilità del calcolo economico in un sistema socialista. Tutte le discussioni successive sul tema hanno fatto i conti con le tesi di Mises. Forse non occorreva essere profeti per scrivere quello che leggiamo nell’Introduzione a Socialismo:

L’idea socialista regna sulla mentalità moderna. La massa l’approva, essa esprime i pensieri e i sentimenti di tutti; la nostra epoca è sotto il suo segno. Quando la storia racconterà la nostra epoca, intitolerà questo capitolo “l’epoca del socialismo” (Socialismo, p. 43).

Quel libro nasceva negli anni del socialismo dei professori, che mostravano tutti i loro limiti nelle difficoltà della Repubblica di Weimar. E Schmoller, uno dei «socialisti della cattedra», economista della scuola storica, fu anche un sostenitore dell’ascesa al potere di Hitler. È vero che i socialdemocratici tedeschi isolarono e sconfessarono i metodi dei comunisti rivoluzionari (R. Luxenburg e K. Liebknecht); essi erano contro la violenza e non volevano prendere ordini da Mosca. Ma loro incapacità di comprendere la realtà, e le loro carenze teoriche – prima fra tutte, l’incomprensione e il rifiuto della teoria del pacifico commercio tra i popoli (la teoria ricardiana dei costi comparati) – li portarono a sposare la causa del nazionalismo: finirono col diventare nazional-socialisti.

Il dibattito politico-culturale dei primi anni ’20 – così come viene registrato nel libro di Mises dedicato al Socialismo – prosegue nei decenni successivi, fino alla seconda guerra mondiale.

3) The Open Society and Its Enemies. I vol. The Spell of Plato (Popper, 1943)

Nei capitoli 6 e 10 di questo libro, Popper esalta l’orazione pronunciata da Pericle durante la cerimonia di sepoltura degli ateniesi caduti nella guerra contro Megara. Egli attinge a Le Storie di Tucidide [2], il quale, pur incline alla conservazione, tratteggia in modo esemplare la figura di Pericle, massimo rappresentante di quella politica democratica che ha reso grande Atene: la libertà di scegliere, circolare, operare, basata sul valore degli individui. A questa ideologia – e alla Grande Generazione che la sosteneva (la generazione di Pericle, Tucidide, Aristofane, Euripide, i sofisti e lo stesso Socrate) – Popper contrappone la visione politica di Platone (e di Aristotele).

Popper vede in Platone l’archetipo del pensiero totalitario. Esso trae origine dal perfetto parallelismo tra individuo e stato. Nel parallelismo, però, il modello esplicativo non è l’individuo, ma lo stato. Il valore supremo è la giustizia, che è l’armonia tra le parti che compongono l’unità: le tre classi di cittadini che, in uno stato retto dalla giustizia, agiscono ciascuna secondo la propria natura; esercitando, cioè, le virtù della sapienza, del coraggio e della temperanza. Uno stato siffatto formerà buoni cittadini, che saranno educati a svolgere ciascuno il proprio compito. La classe dei guardiani, che esprime i governanti, dovrebbe avere in comune i beni e le donne, per evitare occasioni di conflitto e vincere la naturale tendenza a preferire i propri figli naturali a quelli degli altri: l’obiettivo, infatti, è quello di costruire uno stato perfetto, retto dai filosofi, che deve selezionare i migliori.

Popper rifiuta la funzione pedagogica dei governanti, la visione olistica della società, e l’esaltazione della perfetta unità dello stato, da perseguire con tutti i mezzi, incluso l’inganno (secondo Platone, spesso i governanti devono mentire, per raggiungere lo scopo).

4) “Scientism and the Study of Society” (Hayek, 1942-44)

Per l’individualismo metodologico della tradizione austriaca (che include Popper), le istituzioni sociali non esistono, se non nelle menti degli individui.

La società, come noi la conosciamo – dice Hayek – è, per così dire, edificata sul fondamento dei concetti e delle idee di coloro che ne fanno parte»; gli individui sono «nuclei in una trama di interrelazioni [3].

Esiste una oggettività [4] nelle scienze sociali? E se la risposta è positiva, quali sono i fatti oggettivi studiati da queste scienze?

Secondo Hayek, i fatti oggettivi delle scienze sociali sono «le idee costitutive» dei fenomeni da spiegare (ad es. – nell’ambito economico – le cause che spingono la gente a produrre, comprare, vendere, certe cose). Caratteristica di queste «idee» [5] è che spesso trascendono la sfera della coscienza: Hayek le chiama principi di ordine spontaneo.

Oltre a questo tipo di idee, ve n’è un altro, che è formato dai discorsi degli individui a proposito delle totalità, dalle speculazioni sul sistema economico, il capitalismo, il socialismo, etc. Le idee del secondo tipo sono spesso legate a un atteggiamento scientistico – o ‘platonico’, potremmo dire, ricordando le critiche di Popper al filosofo greco –, l’atteggiamento di coloro che sono inclini a progettare modelli alternativi di società.

Hayek non predica la conservazione dell’esistente. D. Hume, al quale egli si ispira, aveva sottolineato la tendenza umana a inventare artifici:

I disegni, i progetti e i punti di vista degli uomini sono principi […] necessari nella loro azione ([6], p. 501).

Il genere umano è una specie dotata di inventiva ([6], p. 511).

L’approccio che Hayek vuole criticare è quello di chi osserva i suoi oggetti considerandoli un’entità collettiva, e non giunge a ricostruire la totalità a partire dagli individui che la compongono. Perciò, Hayek definisce  un simile approccio «collettivistico», e ne individua le radici in due tradizioni filosofiche, per vari aspetti contrapposte, ma che – da questo punto di vista – convergono: positivismo (Comte) e idealismo (Hegel) [6].Un altro aspetto di tale scientismo nyiè la sua alleanza con lo storicismo, che ha portato Marx a elaborare una teoria della successione necessaria degli stadi di sviluppo della società, ispirata sia al positivismo sia all’idealismo.

Le critiche di Hayek allo storicismo percorrono un sentiero che è anche quello di Popper e Mises. Ma l’antesignano delle critiche allo storicismo tedesco era stato Menger, fondatore della scuola austriaca, protagonista di una memorabile disputa metodologica con Schmoller, massimo esponente della scuola storica tedesca di economia (già citato). Quest’ultimo negava la possibilità di una teoria astratta dell’agire economico; e, a differenza di Marx, non cercava leggi storiche generali: a suo parere, l’osservazione della storia era il punto di partenza per la formulazione di teorie economiche differenti, adeguate alla storia di ciascun popolo o nazione.

5) The Great Transformation (Karl Polanyi, 1944)

Le discussioni dei protagonisti della diaspora austriaca, negli anni decisivi della guerra, vertono sia sul destino dell’economia di mercato, sia sulle possibili alternative, visibili all’orizzonte. Ma queste ‘alternative’, nell’ottica degli austriaci liberali, affondano le loro radici nelle stesse contraddizioni che hanno determinato gli sconvolgimenti socio-economici del primo novecento e delle due guerre mondiali. Le idee dominanti, se non sono dichiaratamente socialiste o nazi-fasciste, sono fortemente influenzate da esse. Per di più, l’alternativa tra socialismo e fascismo mostra di essere, per vari aspetti, una falsa alternativa.

L’accostamento tra fascismo e socialismo non è un’invenzione di Mises e Hayek. Karl Polanyi, autore assai lontano dal loro punto di vista, scrive:

Il fascismo, come il socialismo, si radicava in una società di mercato che si rifiutava di funzionare [7]

La civiltà del XIX secolo non fu distrutta da un attacco interno o esterno di barbari; la sua vitalità non fu minata dalle devastazioni della prima guerra mondiale né dalla rivolta di un proletariato socialista o di una piccola borghesia fascista […] Essa si disgregò come risultato di un insieme di cause completamente diverso: le misure adottate dalla società per non essere a sua volta annullata dall’azione del mercato autoregolato([6],  311).

In altri termini – è la tesi centrale del libro La Grande Trasformazione –, il fascismo e il socialismo sono nati come forme (differenti) di autodifesa della società dal mercato, reo di aver ridotto a merci la terra, il lavoro e la moneta. K. Polanyi – ispirandosi al marxismo ed a teorie antropologiche come la teoria del dono (di M. Mauss) – vorrebbe sostituire al mercato un sistema di relazioni (e di redistribuzione) basato sulla «reciprocità».

Per contro, il fratello di Karl, Michael Polanyi (1951), fautore del libero scambio, segue una rotta complementare a quella di Mises e Hayek, quando vede nella lotta di classe il principio ispiratore del fascismo, come del comunismo. Dal suo punto di vista, Hitler e Mussolini «seguono esattamente la linea del marxismo applicato alla lotta di classe tra nazioni»[8].

Fine seconda parte

Prof. Biagio Muscatello, Università di Siena

Articolo originariamente pubblicato su Ideas have consequences

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Note

[1] Mises, Socialismo Analisi economica e sociologica, Rusconi, Milano, 1990.

[2] Tucidide, Le Storie, vol. I, UTET, Torino, 1991, pp. 331-sgg.

[3] In Hayek, L’abuso della ragione, SEAM, Roma, 1997, p. 35.

[4] In Weber, l’oggettività sociologica si misurava col metro della validità, cioè del «successo» che un certo agire riesce ad ottenere: quindi, il problema dell’oggettività era strettamente legato a quello dell’uniformità  dell’agire.

[5]Per il significato qui attribuito al termine “idee”, cfr. Hume, Trattato sulla natura umana in Opere filosofiche 1, Laterza, Roma-Bari, 2010.

[6] Hayek, L’abuso della ragione, p. 72.

[7]Polanyi Karl, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974, p. 300.

[8] Polanyi Michael, La logica della libertà, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002, p. 231.