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Source link: http://vonmises.it/2012/04/06/le-chiacchiere-di-un-premio-pulitzer/

Le chiacchiere di un premio Pulitzer

venerdì, aprile 6, 2012 di tradotto da

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Durante il culmine della crisi finanziaria, Steven Pearlstein ,del Washington Post, ha scritto un numero di articoli contraddittori sia lodando il salvataggio delle banche noto come TARP, che indirizzando una critica feroce sul modo in cui le grandi banche stavano usando i soldi del contribuente per pagare gli azionisti e i bonus dei dirigenti, invece di concedere credito. Secondo Pearlstein, quella gente ignorante diffidente del fatto che lo Zio Sam stesse tamponando i bilanci di banchieri spericolati (incoraggiati dalle politiche immobiliari del governo federale, i suoi mutui concessi attraverso le GSE, e il denaro facile della Federal Reserve di Alan Greenspan) virtualmente in maniera gratuita, semplicemente “non ci arrivava“.

 A quanto pare chi considera il meccanismo virtuoso dei profitti privati e delle perdite come una necessità fondamentale perché i mercati lavorino efficientemente sono troppo ottusi per commentare questi argomenti. Il mondo stava implodendo (o almeno così ci è stato assicurato da una classe bancaria disperata affinché la festa continuasse, così come i suoi ex-alunni che occupavano posizioni di potere nella Federal Riserve e nel Ministero del Tesoro statunitense), quindi non c’era tempo per un’analisi critica. I contribuenti avrebbero dovuto tenere gli occhi chiusi e lasciare che i burocrati eletti gettassero via altri soldi un sistema bancario già zombificato.

Per sostenere completamente la sua opinione, Pearlstein ha menzionato il proprio Premio Pulitzer durante una chat online con il lettori del Washington Post, come prova della sua conoscenza superiore di un affare così serio.

Nessuno è stato più critico delle pratiche delle banche, di Wall Street e dei brokers di quanto lo sia stato io, probabilmente molto prima che tu fossi a conoscenza di questo argomento, quindi di certo non devo nessuna spiegazione a riguardo. Se volete controllare, vedrete che ho vinto un certo premio per questo motivo.

 Chi avrebbe detto che il Premio Pulitzer ti avrebbe concesso la libertà di dichiarare qualsiasi opinione contraria alla tua nulla e vuota? Recentemente Pearlstein ha usato il suo spazio per commentare il controverso editoriale di Greg Smith sul NYT “Perché lascio la Goldman Sachs“. L’editoriale di Smith ha suscitato molto scalpore tra i commentatori finanziari, dove proprio tutti sono intervenuti per commentare sul suo significato e sul suo ragionamento. Mentre chi conosce la natura reciprocamente soddisfacente di un’economia libera è stato critico con l’attacco di Smith alla Goldman, molti si sono crogiolati in accuse riguardo l’avidità sregolata che domina l’industria. Pearlstein rientra in quest’ultimo campo, poiché vede l’articolo di Smith come la completa dimostrazione dell’esuberanza maligna del famigerato calamaro vampiro.

La prevedibile risposta di Wall Street è stata quella di respingere Smith come un irrimediabile ipocrita e ingenuo – ipocrita perché non ha voluto dimettersi dalla Goldman fino a quando non è stato ignorato per una promozione e dopo aver ricevuto il suo assegno bonus per il 2011, ingenuo per aver pensato che vendere strumenti finanziari ai clienti non sia mai stato altro che un gioco a somma zero.

Archiviare il suo discorso in questo modo stato più convincente, tuttavia, se non fosse solo l’ultimo elemento di prova del degrado etico della Goldman in particolare e più in generale di tutta Wall Street. Si dà il caso che proprio quando Greg Smith ci ricordava come Wall Street spennasse i propri clienti, Washington si stava muovendo per tornare al passato a una regolamentazione pensata per proteggere gli investitori da questo genere di comportamento predatorio.

 Inizia così la tirata di Pearlstein sull’opposizione ai regolamenti bancari. La logica riguardo i regolamenti finanziari torna indietro all’ideologia Marxista che sostiene che il capitalismo sia un sistema di sfruttamento in cui i consumatori ignoranti e i lavoratori cadono in preda dei ricchi produttori. Poiché Joe Schmo ha stipulato un prestito che non poteva permettersi di pagare, i burocrati dello stato-balia non hanno altra scelta che intervenire e proteggerlo dalle sue stesse scelte. Ma naturalmente nessuno ha obbligato Joe ad accendere un prestito o a sostenere una banca, lo ha fatto di sua spontanea volontà e ha creduto che fosse meglio per lui prendere i soldi. Presumere qualsiasi altra cosa dare troppo credito alle capacità di analisi degli osservatori che si credono in grado di conoscere tutto rispetto alle preferenze individuali degli individui. É un po’ come il caso del banchiere centrale che cerca di dettare il suo personale tasso di interesse a milioni di persone invece di lasciare che questo tasso sia determinato esclusivamente dalle preferenze temporali e dalle abitudini di spesa di tutti gli attori del mercato. Se le affermazioni di Smith, proprio come quelle di Pearlstein, fossero vere e la Goldman stesse davvero spennando in massa i suoi clienti, allora le forze del mercato li avrebbero fatti chiudere abbastanza in fretta. Come ha osservato John Tamny:

Infatti, ciò che deve essere sottolineato qui è che la Goldman non avrebbe potuto fare intenzionalmente male ai suoi clienti nemmeno se avesse voluto; la filosofia della società di “mettere il cliente al primo posto”, è il mantra tautologico di ogni attività commerciale – a prescindere dal settore – che vuole rimanere in affari a lungo. Non poteva perché se l’avesse fatto, con una competizione così alta per i suoi clienti, sarebbe presto diventata l’ombra sbiadita di ciò che era prima.

 Nonostante sia un giornalista molto considerato, Pearlstein in qualche modo non coglie il fatto che solo la convinzione dei clienti di ottenere beneficio dai servizi o dai beni offerti da una compagnia ne determinano il suo stesso successo. Tralasciando questo concetto ingenuo, Pearlstein comincia a difendere la regulation finanziaria.

Ciò che sappiamo anche dalle esperienze dolorose – dalla bolla del credito e dei mutui, dalla Enron, dalla bolla delle telecomunicazioni, dalla crisi dei risparmi e dei prestiti e dallo scandalo dei bond spazzatura e da generazioni di scandali delle Penny Stock – è che i mercati finanziari sono incapaci di regolarsi da soli.

Questo sarebbe in realtà un buon passaggio se lo modificassimo leggermente per includere le reali cause di tutte le crisi elencate. Andrebbe letto così:

Ciò che sappiamo anche dalle esperienze dolorose – dalla bolla del credito e dei mutui, dalla Enron, dalla bolla delle telecomunicazioni, dalla crisi dei risparmi e dei prestiti e dallo scandalo dei bond spazzatura e da generazioni di scandali delle Penny Stock – è che le politiche dei bassi tassi d’interesse della Federal Reserve  hanno perpetuato il susseguirsi delle bolle speculative.

 Le argomentazioni di Pearlstein reggerebbero se il settore finanziario fosse effettivamente privo di qualsiasi regolamentazione da parte del governo. Il problema è che, tuttavia, per quasi un secolo, la Fed è stata responsabile della regolamentazione dell’industria. Prima della nascita della Fed, era prevalente la regolamentazione a livello statale. Contrariamente alle convinzioni di Pearlstein, l’industria finanziaria negli Stati Uniti non sta operando in condizioni di laissez-faire da più di 150 anni.

I mercati finanziari sono focolai di informazione asimmetrica, che si verifica una delle parti in una transazione sa molto di più su ciò che viene trattato rispetto ad altri.

Ancora una volta, per un giornalista esperto di economia, Pearlstein appare non informato su come lavorino realmente i mercati. Non esiste quasi nessuna industria in cui la stessa quantità di informazioni sia detenuta da tutti i partecipanti al mercato. L’essenza dello spirito imprenditoriale è possedere delle spiccate abilità di previsione – cioè essere più informati e in sintonia con la domanda dei consumatori in misura maggiore rispetto alla concorrenza. Se Pearlstein accusa l’industria finanziaria di essere ingiusta per la mancanza di una distribuzione uniforme delle informazioni sul mercato, allora, per rimanere coerente, deve essere critico con tutti gli altri settori economici.

I mercati finanziari sono dei magneti per l’azzardo morale, dove le persone possono correre rischi sapendo che non dovranno subire le conseguenze di tali decisioni per via dei salvataggi governativi.

Fortunatamente Pearlstein riconosce il ruolo dell’azzardo morale nel perpetuare un comportamento a rischio. Ma la sua cura consigliata è poco più della stessa malattia che sta già falsando i controlli sulle esuberanze che esisterebbero senza l’intervento governativo. Con l’esistenza della Fed, del Federal Deposit Insurance Corporation, dei prestiti sanciti dalla riserva frazionaria, e della storia del Congresso nel fare ciò che è più bravo a fare, cioè gettare palate di denaro laddove si percepisce un’emergenza, perché Wall Street non dovrebbe giocare al casinò se si aspetta che le sue perdite verranno socializzate? Sorprendentemente Pearlstein riconosce questa dinamica:

E i mercati finanziari sono molto favorevoli al comportamento del gregge perché i banchieri e i gestori dei fondi sanno che, per quanto disastrose si possano rivelare le loro decisioni, essi non perderanno il loro posto di lavoro o la loro posizione nel settore se stavano compiendo le stesse pessime decisioni come ogni altro.

Nonostante tutto questo, Pearlstein ritiene ancora necessarie ulteriori regolamentazioni, poiché indispensabili per frenare gli eccessi di Wall Street. Questa miopia non tiene conto del ruolo che la burocrazia gioca nel favorire le imprese di grandi dimensioni come la Goldman Sachs, rendendo più costoso l’avviamento di piccole imprese e l’esercizio di qualsiasi tipo di concorrenza. Pearlstein chiede, “Avete mai incontrato un dirigente che vi ha detto che gli piaceva la regolamentazione?” Beh, Steve, considerando che la Fed è il prodotto delle trame dei banchieri, che una delle più grandi aziende di assicurazioni sulla salute private (AHIP) ha approvato Obamacare, e che il CEO di Walmart, il più grande datore di lavoro del paese, ha richiesto l’aumento del salario minimo federale pochi anni fa, allora si, ho sentito dei capi delle grandi imprese che in realtà apprezzano la regolamentazione.

La vera domanda da porsi è se sia davvero così inconcepibile che le grandi imprese siano più che disposte ad appoggiare una regolamentazione se essa crea un fardello economico sui suoi concorrenti. Considerando che la natura dello stato è di aumentare le sue dimensioni e la sua autorità in modo da ottenere sempre più controllo sulle vite private dei suoi cittadini, ogni astuto uomo d’affari vedrebbe un vantaggio nel cooperare per questo potere per il suo stesso beneficio.

 Pearlstein conclude attaccando il progetto di legge JOBS (Jumpstart Our Business Startups Act) che è recentemente stato approvata alla Camera dei Rappresentanti. Questo progetto di legge

esenterebbe le imprese con meno di 1 miliardo di dollari di fatturato dalle riforme attuate dopo la Enron o i più recenti scandali finanziari. Sotto questo progetto passato alla Camera, queste “piccole” compagnie sarebbero esentate dalle regole che richiedono loro di rivelare la remunerazione dei dirigenti e degli altri addetti ai lavori o che danno agli azionisti il diritto di approvare tale indennizzo. Esse sarebbero anche esentate dall’assumere revisori esterni per assicurare che abbiano sufficienti controlli interni per prevenire e scoprire eventuali frodi agli investitori.

Di nuovo, Pearlstein invoca l’immagine degli investitori sprovveduti incapaci di prendere decisioni sul modo in cui essi investono i loro soldi. Da una prospettiva dei diritti di proprietà privata, dovrebbe avvenire sempre che i proprietari di una compagnia rivelino qualunque informazioni che ritengano rilevante. Lo stesso vale per i decreti del governo che obbligano ad assumere revisori esterni. Certamente queste misure migliorano l’immagine di una compagnia che cerca investimenti privati. Ma gli investitori che scelgono di investire il proprio capitale verso un’iniziativa imprenditoriale lo fanno perché prevedono di trarre qualche beneficio – o un profitto monetario, o qualche altri fine desiderato. Se una piccola azienda non divulga le remunerazioni o manca di revisioni esterne, questo costituisce un rischio che ogni investitore volontario è libero di prendere.

Nonostante tutti i suoi riconoscimenti, Steve Pearlstein fallisce nel comprendere come funzionerebbe un libero mercato se non ostacolato dalla regolamentazione governativa. Ridicolizza la visione del laissez-faire di coloro che non vedono i mercati come un gioco a somma zero tra sfruttatori e deboli, mentre accusa aziende come la Goldman Sachs di truffare i loro clienti, che investono volontariamente il proprio denaro e sopportano i rischi correlati che esistono quando si fanno affari con tali imprese. Con opinioni come questa che permeano ancora le sezioni editoriali dei giornali più letti della nazione, non dovrebbe essere una sorpresa che gran parte dell’opinione pubblica conceda loro ancora credito.

 

 

Articolo di James E. Miller su Mises.org

Traduzione di Nicolò Signorini

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