Le accuse all’economia di mercato: il concetto di welfare

Le obiezioni che le varie scuole di Sozialpolitik suscitano contro l’economia di mercato, sono basate su cattivi criteri economici. Ripetono continuamente tutti gli errori che gli economisti analizzarono in tempi passati. Accusano l’economia di mercato per le conseguenze di politiche anti-capitaliste che loro stessi propugnano come riforme necessarie e benefiche, addebitando all’economia di mercato le responsabilità dell’inevitabile fallimento e della frustrazione causata dall’interventismo economico.

Questi propagandisti devono finalmente ammettere che l’economia di mercato non è così cattiva come le loro ‘singolari’ dottrine la dipingono, dopo tutto. Permette la produzione dei beni. Di giorno in giorno aumenta le quantità e la quantità di beni a disposizione. Ha prodotto una ricchezza mai sperimentata. Ma, obiettano i campioni dell’interventismo, è ritenuta carente sotto il profilo sociale. Non ha cancellato povertà e miseria. E’ un sistema che dà privilegi a una minoranza, una classe alta formata da ricchi, alle spese di un’immensa maggioranza. E’ un sistema ingiusto. Il principio del welfare deve sostituire quello del profitto.

 Potremmo provare, per amore della discussione, a interpretare il concetto di welfare in una maniera per la quale la sua accettazione da parte di un’immensa maggioranza di persone ‘non ascetiche’, possa essere probabile. Più ci addentriamo in questo compito, più priviamo il welfare di ogni concreto significato e contenuto, facendolo diventare una parafrasi incolore dell’azione umana, cioè, l’urgenza di rimuovere il più possibile le difficoltà. Come universalmente riconosciuto, quest’ obiettivo può essere raggiunto più velocemente, e pressoché esclusivamente mediante la divisione del lavoro, ove gli uomini cooperano all’interno della cornice dei legami sociali.

L’uomo sociale a differenza dell’uomo autarchico, deve modificare necessariamente la sua originale indifferenza biologica verso il benessere di chi è al di fuori del suo nucleo familiare. Deve adattare la sua condotta in base alle richieste della cooperazione sociale e badare al successo del suo prossimo come condizione indispensabile del proprio. Da questo punto di vista si potrebbe descrivere l’oggetto della cooperazione sociale come la realizzazione della maggior felicità per il più ampio numero di persone possibile.

Difficilmente qualcuno si azzarderebbe a contraddire questa definizione di miglior condizione desiderabile e sostenere che non sia una cosa positiva vedere più persone possibile il più felici possibile. Tutti gli attacchi diretti contro la formula di Bentham si sono concentrati sulle ambiguità o sulle incomprensioni riguardanti la nozione di felicità; ma non hanno inficiato il postulato secondo il quale il bene, qualsiasi cosa possa essere, dovrebbe essere dispensato al più ampio numero di soggetti.

 Tuttavia, se interpretiamo il welfare in questa maniera, il concetto diviene insignificante. Può essere invocato come giustificazione di ogni varietà di organizzazione sociale. E’ assodato che alcuni dei difensori della schiavitù dei Neri dipingessero la schiavitù come il miglior mezzo per rendere felici i Neri e che oggi nel Sud molti bianchi credano sinceramente che una rigida segregazione è benefica tanto per i bianchi quanto per i neri. La tesi principale del razzismo di Gobineau e della variante Nazista è che l’egemonia della razza superiore sia di beneficio per il benessere anche delle cosiddette razze inferiori. Un principio che è sufficientemente ampio da racchiudere tutte le dottrine, per quanto in conflitto l’una con l’altra, è del tutto inutile.

 Ma sulla bocca dei propagandisti del welfare, questa nozione ha un significato definito. Intenzionalmente utilizzano un termine la cui connotazione è generalmente accettata e che preclude ogni opposizione. Nessun uomo decente sarebbe così incauto nel sollevare obiezioni contro la realizzazione del benessere. Arrogandosi il diritto esclusivo di chiamare “welfare” i propri programmi, questi propagandisti vogliono trionfare utilizzando un misero trucchetto logico. Vogliono rendere le loro idee a prova di criticismo attribuendo a esse degli appellativi che siano condivisi da tutti. La loro terminologia già implica che tutti gli oppositori siano delle canaglie malintenzionate desiderose di perseguire il loro egoistico interesse a scapito della maggioranza delle brave persone.

 La piaga della civiltà occidentale consiste precisamente nel fatto che persone serie possano ricorrere a questi artifici sillogistici senza incontrare una tenace opposizione. Solo due spiegazioni sono possibili. O questi auto-proclamatisi economisti del welfare non sono consapevoli dell’inammissibilità logica della loro procedura, nel cui caso questi mancherebbero dell’indispensabile capacità di ragionamento; o hanno scelto questo metodo di argomentare consapevolmente, in modo da riparare le proprie fallacie dietro una parola individuata in precedenza come modo per disarmare tutti gli oppositori. In ogni caso le loro stesse azioni li condannano.

 Non c’è bisogno di aggiungere nulla alle disquisizioni dei precedenti capitoli (dell’Azione Umana) concernenti gli effetti delle diverse varianti di interventisti. I ponderosi volumi sull’economia del welfare non hanno avanzato alcun argomento che potrebbe invalidare le nostre conclusioni. L’unico compito che resta è esaminare la parte critica dei propagandisti del welfare, il loro atto d’accusa dell’economia di mercato.

 Tutti questi appassionati discorsi della scuola welfarista ruotano attorno a tre punti. Il Capitalismo è cattivo, dicono, perché c’è povertà, diseguaglianza di reddito e ricchezza e insicurezza.

 

 

Articolo di Ludwig Von Mises, tratto da l’Azione Umana (1949)

Traduzione di Giuseppe D’Andrea