Raggiungere l’abbondanza grazie alla concorrenza

Le tecniche del mercato si evolvono con l’incessante desiderio dell’uomo verso una vita più ricca e più piena. Una tecnica che svolge un ruolo importante in questo obiettivo generale è la concorrenza, o la gara tra gli specialisti per il favore della comunità. Anche se i concorrenti sono motivati da interessi personali, ognuno cerca la clientela tra i suoi simili, l’effetto della rivalità è quello di portare l’abbondanza nel mercato, a tutto vantaggio della Società. Per vincere il favore per le sue offerte, rispetto alle offerte di altri nella stessa linea, ogni concorrente cerca di migliorare la sua capacità di produzione, per quantità o qualità; ognuno cerca di migliorare la sua competenza.

Ma, cos’è la competenza, e come viene determinata da coloro il cui commercio viene richiesto? Scendendo alla base delle definizioni, la competenza è la qualità delle prestazioni, e la parola viene generalmente utilizzata per designare una qualità alta. Il suo opposto è l’incompetenza, una qualità bassa, e nel mezzo ci devono essere un certo numero di gradazioni. Una performance è buona o cattiva, competente o incompetente, ma solo in confronto ad altre performance.

Se Smith è il solo ciabattino in città, e noi non sappiamo come lavorano i calzolai in altre città, come possiamo giudicare la sua abilità? Il meglio che possiamo fare, date le circostanze, è confrontare le sue prestazioni con ciò che potremmo fare noi stessi come calzolai amatoriali; prima del suo arrivo, quello era il miglior servizio che avevamo avuto. Ammettiamo che il nostro calzolaio monopolista sia una persona perbene e che fa del suo meglio per le nostre calzature. Ma non ha alcun obbligo a fare meglio, e il suo meglio può essere determinato dalla sua coscienza o dallo stato della sua salute. Come al resto di noi, anche a lui non piace la fastidiosità e la stanchezza che comporta la fatica e cerca di cavarsela con il minimo sforzo. Dal momento che non possiamo commerciare altrove, e Smith ne è consapevole, la sua inclinazione naturale è quella di lasciare le cose come stanno riguardo il suo lavoro, e per fissare i propri prezzi segue la regola de “il massimo che si possa ottenere.” Il solo limite al suo impulso monopolistico è la possibilità di condurre i suoi clienti a contare sulle proprie forze per quanto riguarda la riparazione delle calzature e facendo terminare il loro commercio.

Solo quando Brown apre un negozio rivale in città, Smith è costretto a considerare e provare la sua competenza. Per attirare commercio il nuovo arrivato o indebolisce il precedente monopolio o migliora la qualità del suo lavoro; il secondo reagisce offrendo di risuolare le scarpe con “riparazioni lampo”; Brown inventa, o acquista da un inventore, una macchina che gli permette di tagliare i costi del suo lavoro, assicurandosi più lavoro in un dato tempo, e chiedendo quindi meno di Smith, e così via. Ognuno migliora la sua performance in qualche modo, non per compassione per i suoi clienti, ma per il proprio benessere. Tuttavia, è la comunità che trae profitto dal miglioramento degli standard e mostra il suo apprezzamento frequentando lo specialista che, tutto sommato, serve meglio gli interessi della comunità. Applaudono la prestazione, non l’esecutore.

La misura pratica della competenza è il sistema profitti/perdite del concorrente, perché in esso vengono registrati i voti favorevoli o sfavorevoli della Società in cui egli serve. Pertanto, il reddito del meccanico rispecchia le riparazioni che ha effettuato, i profitti del produttore provano la sua capacità di produrre ciò che si vuole, lo stipendio del genio manageriale scaturisce dalla linea di produzione. Ognuno di essi è stato premiato dalla Società per la sua performance, rispetto alle prestazioni dei loro concorrenti, e il loro guadagno è una prova sufficiente che la Società ha guadagnato. Ne consegue che una Società di concorrenti benestanti è quella in cui il livello dei salari, ovvero il fondo generale di soddisfazioni, è alto.

L’arrivo di Brown può essere un vantaggio per la comunità, ma per Smith è una sconfitta. Finora, il suo artigianato e il prezzo che paga per il suo servizio erano fissati per la sua convenienza, ma ora è costretto a soddisfare gli standard stabiliti da un altro. L’impulso monopolistico in lui, che egli condivide con tutti gli esseri umani, viene disturbato. Pertanto, Smith è incline a impedire che Brown offra il suo servizio competitivo alla sua attività commerciale e in condizioni primitive potrebbe ricorrere alle armi. Dal momento che una Società in crescita disapprova tali metodi rozzi, si rivolge ad un uso più sofisticato della forza, convincere i suoi vicini che la scarsità in qualche modo migliora la loro sorte; che dovrebbe essere incoraggiato il “lavoro locale”; che Brown è un essere umano inferiore e quindi un danno alla comunità; che i prezzi più bassi mettono in pericolo “l’economia generale.” Forse la sua tesi è convincente perché ognuno dei suoi vicini sostiene la speranza di una propria posizione di monopolio, ottenere qualcosa in cambio di niente, in ogni caso, riesce a usare la forza collettiva per raggiungere il suo scopo privato. E così si generano le leggi sulla scarsità di produzione, come le tariffe protettive, le leggi di esclusione, i divieti di dispositivi che riducono la necessità di manodopera, le restrizioni sul commercio, o una tassa sulle imprese. O che a Brown venga impedito di offrire i suoi servizi alla comunità, o che i suoi beni siano tenuti fuori dal mercato, o che una tassa sia imposta sui suoi macchinari migliori — o forse un sindacato gli impedisce di utilizzarli. E’ con la forza che Smith mantiene la sua posizione comoda di monopolio, è la forza che impedisce alla concorrenza di arricchire il mercato.

Si tratta di una circostanza strana che tali misure sulla scarsità della produzione non siano auto-imposte, semplicemente perché l’impulso monopolistico è controbilanciato dalla spinta più forte dell’essere umano per l’abbondanza e il conflitto sfocia in una violazione della legge da parte di coloro che vogliono tale norma. Ecco allora la pratica del contrabbando, dell’evasione fiscale, del contrabbando di alcolici, come pure il ricorso a sostituti per il prodotto reso scarso dal monopolio. Non sorprende che i vicini di Smith, che lo hanno aiutato ad evitare la concorrenza, si avvalgano con metodi subdoli dei servizi forniti da Brown.

Quando viene consolidata una posizione di monopolio, quando la concorrenza viene eliminata o ristretta, la competenza acquista un nuovo significato. Non indica più uno standard di prestazioni stabilito dal mercato. Il monopolista, quello che controlla la fornitura di un bene o servizio desiderabile, regola la sua prestazione con una formula netta: il prezzo più alto che gli renderà il massimo profitto netto. Se aumenta la produzione oltre un punto predeterminato, deve ridurre il prezzo in modo da indurre un maggiore consumo, e non ci guadagna nulla. Se aumenta il prezzo, il consumo calerà e così anche il suo utile netto. La competenza in un monopolio consiste quindi nel trovare (con il metodo “a tentativi”) l’esatto rapporto profitti/rendimenti tra prezzo e prestazioni. Il sistema profitti/perdite di un’attività in un monopolio riflette solo in parte il servizio che ha reso alla Società; include anche un prezzo di esazione reso possibile dalla scarsità che è in grado di causare.[1]

La chiave del monopolio è la scarsità. Alcune scarsità sono naturali, come i depositi di minerali e gli appezzamenti di terra; non c’è alcun modo di duplicarli. La proprietà o il controllo di queste limitate opportunità di produzione consente al monopolista di esigere un prezzo di affitto per il loro uso. Il prezzo di affitto è fissato in relazione alla loro scarsità — o alla resa di qualsiasi dato sito rispetto a quella di qualsiasi altro sito disponibile per l’uso. In fin dei conti, il prezzo di affitto è fissato dalla competizione tra gli utenti o i produttori per il possesso esclusivo di questi luoghi.

Altre scarsità sono dichiarate così per legge e il meccanismo con cui vengono create queste scarsità è sempre una limitazione coercitiva della concorrenza. Anche se le misure restrittive sono a volte inventate da individui o gruppi in cerca di un prezzo di monopolio, queste sono di scarso effetto a meno che e fino a quando non vengono attuate con il braccio forte della legge, come quando impone regole commerciali, quando cerca di fissare i prezzi, quando sovvenziona i produttori inefficienti a scapito di quelli efficienti, quando consente alle organizzazioni del lavoro di porre dei limiti all’impresa, oppure quando concede privilegi speciali a degli individui privilegiati. Questo ci porta a una considerazione del ruolo svolto dall’organizzazione politica della Società nella sua economia, che dobbiamo lasciare a un capitolo successivo. Per il momento, lasciamo la questione con questa osservazione: non ci può essere un efficace blocco del bisogno dell’uomo per l’abbondanza attraverso la competizione senza l’aiuto della legge. Cioè, ogni strumento che favorisce la scarsità si basa sulla coercizione politica.

Infatti, coloro che denigrano la concorrenza per motivi pseudo-umanitari si rivolgono alla legge per limitare la concorrenza, anche quando invocano la legge per impedire le estorsioni di monopolio rese possibili da tale limitazioni. La loro tesi è che coloro che sono in possesso di capacità inferiori partono con un handicap nella lotta competitiva e verranno danneggiati a meno che il più competente non venga limitato. (A volte sollecitano l’abbattimento dell’iniziativa proponendo che vengano tassati i profitti che mettano in evidenza l’iniziativa, a volte contemplano l’impossibile compito di sradicare del tutto la ricerca del profitto.) Ma come può un membro della Società essere danneggiato dall’abbondanza nel mercato? Se Brown, a causa della sua migliore abilità, porta via a Smith il commercio delle calzature, il suo successo è la prova che egli ha reso un maggior servizio ai membri della comunità; stanno meglio grazie alla sua efficienza. Ha prodotto scarpe migliori, o una maggiore varietà di stili e di dimensioni, o attraverso metodi avanzati ha ridotto i suoi costi e ha diminuito i prezzi. Ma la sua efficienza non ha senso a meno che non vengano comprate le sue scarpe; comprare le sue scarpe vuol dire che esse hanno prodotto qualcosa che si voleva. Vale a dire, un aumento della produzione di una cosa desiderabile prevede la produzione di altre cose desiderabili. Nel caso di Brown, il suo fiorente commercio di calzature richiede la produzione di maggiori calzature, scatole di scarpe, e servizi extra di altri, per non parlare dello stimolo di servizi come i trasporti, la contabilità, le vendite; inoltre, deve assumere più persone per le sue operazioni. In questa profusione di attività, Smith è sicuro di trovare un’occupazione remunerativa di qualche tipo, e sebbene il suo orgoglio può soffrire perché non era riuscito a tenere il passo con lo standard di Brown, il suo benessere è migliorato. Il vecchio detto recita che “la concorrenza fa bene agli affari”, e quando gli affari sono “buoni” tutta le Società prospera.

A chi è contrario alla concorrenza piace sottolineare il fatto che i grandi aggregati di capitali mettono il “piccino” in svantaggio; perché con i mezzi a sua disposizione il “tipo grande e grosso” è in grado di acquistare le materie prime in grandi quantità e quindi ad un prezzo più basso, di mettere in cantiere macchinari più avanzati, di investire in campagne di vendita costose. Abbastanza vero. Mettendo da parte il fatto che tutto questo significa solo una maggiore produzione a vantaggio della Società, i dati dimostrano che la grandezza di per sé impone restrizioni alla produzione; lo stabilimento pesante non ha la flessibilità necessaria per soddisfare i capricci del desiderio umano. Brown, il produttore di scarpe di grandi dimensioni, non può soddisfare il piede che non è conforme a qualche norma o i capricci di qualche acquirente esigente. Il suo stabilimento è orientato alla produzione di massa. E’ Smith, che o non ha scelto di diventare un produttore oppure non è adattato a questo ruolo, che deve servire questa clientela, che cresce sempre in proporzione all’aumento della ricchezza nella comunità; il numero di stabilimenti di piccole dimensioni o di “negozi di specialità” va di pari passo con il numero e le dimensioni delle grandi unità industriali. Infatti, lo stabilimento grande ammette i suoi limiti quando lascia al suo concorrente più piccolo i lavori che non può svolgere nel modo più efficiente.

Non c’è nulla di male nella concorrenza che la concorrenza stessa non possa curare. I difetti della concorrenza sono gli ostacoli che vengono messi lungo il suo cammino con la forza — i vincoli, le tasse ed i regolamenti che ostacolano alcuni concorrenti e danno agli altri una posizione di monopolio o di quasi-monopolio. La concorrenza serve al meglio la Società quando è libera. Nel campo delle soddisfazioni culturali nessuno avrebbe proposto che la concorrenza fosse incatenata, che il miglior cantante fosse costretto a esibirsi in condizioni acustiche scarse rispetto a quelle offerte al secondo migliore, o che le differenze nella capacità artistiche fossero equiparate dalla legge. Vi è un consenso comune che in quelle occupazioni il verdetto imparziale del mercato sia definitivo, anche se decide che il giocatore di baseball inferiore servirebbe meglio la Società, e se stesso, se guidasse un camion. Dal momento che l’aspettativa delle ricompense materiali (la ricerca del profitto) gioca un ruolo importante nello stimolare una concorrenza auspicabile tra questi specialisti culturali, ne dovrebbe seguire che è altrettanto auspicabile la concorrenza fra coloro che sono impegnati nella produzione di cose materiali. Anche l’artista cerca di soddisfare i suoi desideri con il minimo sforzo.

Per quanto riguarda l’umanitarismo, la libera concorrenza è gradita per il fatto che coloro che sono necessariamente al di fuori del settore della produzione, o in parte al di fuori, si trovano in ogni caso in un’economia di abbondanza piuttosto che in un’economia di scarsità. I portatori di handicap, i bambini e gli anziani devono in ogni caso essere curati, e il loro destino è migliore in una famiglia in cui la dispensa è piena.

Per ripetere, questo non pretende di essere un libro sull’economia. E’ piuttosto un tentativo di dimostrare che l’economia gioca una grande, se non un’importante, parte nella formazione e nello sviluppo delle integrazioni sociali e delle istituzioni, e verso tal fine era necessario definire, in generale, i principi economici che influiscono su questa tesi.

Qualsiasi richiesta di informazioni sulla natura o sulla ragione della Società (e sulle sue istituzioni politiche conseguenti) deve iniziare con un esame del suo intero, l’individuo. Qualsiasi altra soluzione sarebbe campata in aria. Ma l’individuo dimostra di essere un fenomeno piuttosto complicato, con caratteristiche variabili e sfuggenti, gettando una luce variegata sulle sue abitudini sociali. Dobbiamo metterle da parte e cercare, nel corso della storia e dove lo troviamo, uno schema costante tramite le manifestazioni del suo comportamento. Questa, e non vi può essere alcun dubbio al riguardo, è la sua preoccupazione per tutta la vita: guadagnarsi da vivere. La sua volontà di vivere lo costringe a essere “l’uomo economico”. Anche gli aspetti immateriali del suo carattere — metafisica, cultura e spiritualità — sono in un modo o nell’altro legati al modo in cui va in giro per guadagnarsi da vivere. La costanza della sua preoccupazione per l’economia indica che deve essere il fondamento su cui costruisce il suo ambiente sociale, tutto il resto è sovrastruttura.

La società, dunque, è fondamentalmente un fenomeno economico. Si tratta di un aggregato di individui che, mediante le tecniche emergenti della cooperazione, migliorano le proprie circostanze. Si tratta di un mezzo per alzare il livello generale dei salari; se non avesse tale risultato tenderebbe a disintegrarsi. Le integrazioni sociali che noi chiamiamo primitive sono quelle in cui le tecniche economiche non sono state sviluppate, per una ragione o per un’altra, mentre la Società avanzata è una che le sfrutta nel modo più completo. Una Società perfetta, o tanto perfetta quanto la conoscenza umana può realizzarla, sarebbe quella in cui queste tecniche, chiamate collettivamente mercato, funzionano senza attrito; questo il mondo non l’ha ancora visto, per ragioni che saranno esplorate nei capitoli successivi.

Tratto da “The rise and fall of society”  (1959) di Frank Chodorov

Traduzione di Francesco Simoncelli

Note

 [1] Il concorrente, come il monopolista, cerca il prezzo più alto che gli renderà il più alto profitto netto. Ma, poiché non è in grado di controllare l’offerta, e quindi indurre scarsità, il suo prezzo più alto è quello che la concorrenza gli permetterà di chiedere, che è sempre inferiore a quello che gli sarebbe piaciuto chiedere. In un mercato competitivo, l’utile netto crolla all’interesse sugli investimenti, alla sostituzione del capitale, ed al salario della soprintendenza. Solo in un monopolio c’è un “piccolo extra.”