Dall’innovazione alla ricerca di rendite

Si è spesso pensato che il settore tecnologico sia il meno regolamentato e pertanto sia stato il più produttivo nel corso degli ultimi due decenni. Notoriamente, Bill Gates non aveva alcun interesse per la politica. William F.Shugart scrisse sul Freeman che “all’inizio, Microsoft cercò di ignorare le potenti forze politiche schierate contro di lei, ripiegando a Redmond, Washington, per concentrarsi sul suo business.”  Naturalmente, il Dipartimento di Giustizia fece subito scattare sull’attenti Mr. Gates.

E se Mark Zuckerberg dichiara che non gli piace votare, dal momento dell’assunzione di Sheryl Sandberg, che ha servito nell’amministrazione Clinton, la presenza di Facebook a DC è aumentata, e lo stesso Presidente Obama si è fermato nell’ufficio di FB.

La notizia della vendita del brevetto di AOL a Microsoft ci ricorda che ci sono un sacco di soldi che vengono canalizzati con la forza del governo verso le casse delle grandi aziende tecnologiche. Non ci sono solo slogan corporativi, luoghi di lavoro aziendali alla moda e mense aziendali di lusso nella Silicon Valley.

I battaglioni di avvocati della proprietà intellettuale (IP) vigilano costantemente sulle barriere e sui privilegi di monopolio eretti dal governo che imprigionano le idee e creano valore d’impresa dal nulla.

AOL è considerata così vecchia scuola, che i bambini ridacchiano se vedono qualcuno con un indirizzo email aol.com. Nel 2001, il gigante dei media Time Warner si fondeva con American Online (AOL), il provider Internet e di posta elettronica delle persone, per una somma enorme: $111 miliardi. Tuttavia, otto anni più tardi, l’amministratore delegato di Time Warner, Jeff Bewkes, annunciava che il matrimonio tra AOL e Time Warner era sciolto.

L’anno scorso, AOL ha comprato Huffington Post per $315 milioni dollari o, a quanto si dice, cinque volte i ricavi: non si sa quale sia il multiplo dei profitti, visto che non ce n’erano.

Ma Microsoft aveva $1 miliardo che aspettava solo di essere speso ed AOL aveva 800 brevetti di cui non aveva bisogno; venne stipulato un accordo e agli azionisti di AOL è piaciuto molto. Tuttavia, questa  non è un’aberrazione. Scrive Steve Lohr sul New York Times,

Il prezzo alto — $1.3 milioni a brevetto — riflette il ruolo cruciale che i brevetti stanno sempre più assumendo nel business e nelle strategie legali delle aziende tecnologiche più importanti del mondo, tra cui Microsoft, Apple, Google, Samsung e HTC.

I brevetti che possono essere applicati sia agli smartphone che ai tablet PC, i quali utilizzano molta della stessa tecnologia, sono asset di valore ed armi temute, poiché il mercato di tali dispositivi è in esplosione. Le aziende stanno combattendo nel mercato e nelle aule dei tribunali di tutto il mondo, dove vengono presentate quasi quotidianamente rivendicazioni e contro-rivendicazioni sui brevetti.

L’accordo AOL-Microsoft è solo una continuazione del rovente mercato dei brevetti. Lo scorso Aprile, la Novell ha venduto 880 brevetti a un consorzio di aziende, tra cui Microsoft e Apple, per $450 milioni.

Due mesi dopo Apple, RIM, Sony e altri hanno acquistato 6,000 brevetti da Nortel Networks per $4.5 miliardi.

Lo scorso Agosto, Google ha pagato $12.5 miliardi per Motorola Mobility e i suoi 17,000 brevetti.

RealNetworks ha venduto 190 brevetti e 170 domande di brevetto a Intel per $120 milioni a Gennaio di quest’anno.

Il mese scorso, Facebook ha comprato 750 brevetti da IBM per una somma non riferit;  poco dopo il gigante del social networking è stato colpito da una causa di brevetto da Yahoo.

David J. Kappos, direttore del United States Patent and Trademark Office racconta al NYT che queste battaglie legali non sono una novità. Che si tratti di motori a vapore o di automobili, quando si aprono nuovi mercati, iniziano le guerre dei brevetti.

Ma questo è un sacco di denaro a caccia di qualcosa che, scrive Stephan Kinsella,

non è realmente una proprietà  ed è solo un termine ombrello che collega diritti distinti, per lo più artificiali, creati dal nulla dalla legge — “diritti legalmente riconosciuti derivanti da un certo tipo di creatività intellettuale o che sono altrimenti connessi ad idee.”

La maggior parte delle persone pensa che i brevetti siano come un diritto esclusivo per produrre, per usufruirne, o per vendere un’invenzione, ma come sottolinea Kinsella, la legge sui brevetti in realtà non fa altro che impedire ad altri di produrre, di utilizzare o di vendere quella invenzione in particolare.

Di solito erano i titolari di brevetti in un campo specializzato, alias i troll, che avrebbero acquistato il brevetto, con la speranza di estrarre un pagamento dalle grandi imprese tecnologiche o prima di una causa, oppure in tribunale. Ma ora sono le grandi aziende che ingaggiano battaglie legali l’una contro l’altra. “Queste grandi aziende utilizzano i brevetti per ottenere un vantaggio competitivo, piuttosto che vedere i brevetti come asset finanziari”, racconta al NYT Colleen Chien, assistente professore presso la Santa Clara University School of Law.

Così Microsoft, per esempio, con i suoi 20,000 brevetti è nel settore della tecnologia oppure è diventata il più grande troll del mondo, in agguato per prendere a pugni opportunisticamente altre aziende tecnologiche in tribunale e fuori?

Naturalmente si pensa che l’idea che sta dietro alla legge dei brevetti sia quella di alimentare l’innovazione. Chi spenderebbe tempo e talento a pensare a tutte le nuove invenzioni, se l’idea poi potesse essere rapidamente rubata e l’inventore non avesse la garanzia di ottenere un lauto guadagno?

Si pensa che la società ne benefici perché più invenzioni significano maggiore ricchezza. Kinsella fa notare che questa argomentazione utilitaristica fa cilecca. La ricchezza della società, anche se potesse essere misurata, non può essere giustificata con l’aggressione dei diritti di un gruppo a beneficio di altri.

Ma gli studi non hanno mostrato alcun guadagno netto nell’innovazione dalla legge sui brevetti. Kinsella suggerisce,

Forse ci sarebbe addirittura più innovazione se non ci fossero le leggi sui brevetti; forse sarebbe disponibile più denaro per la ricerca e lo sviluppo (R&S) se non fosse stato speso per brevetti e azioni legali. E’ possibile che le aziende avrebbero un incentivo ancora maggiore ad innovare se non potessero contare su un monopolio di quasi 20 anni.

Invece di stimolare l’innovazione, l’IP sembra essere un vespaio di contenziosi. Ad esempio, il chief legal officer di Google, David C. Drummond, stima che un moderno smartphone potrebbe essere suscettibile a ben 250,000 potenziali rivendicazioni di brevetto.

In uno studio pubblicato nel 2008, James E. Bessen e un collega, Michael J. Meurer, docenti presso la Boston University School of Law, hanno concluso che i costi dei contenziosi erano due volte superiori alle prestazioni nei settori del software e delle telecomunicazioni, dove “le rivendicazioni sono spesso così ampie e vaghe che è completamente imprevedibile capire cosa coprono o no i brevetti.”

La professoressa Chen ammette che il “sistema dei brevetti sta rendendo più costosa l’innovazione,” ma non pensa che non ci sia abbastanza concentrazione sui benefici. Dopotutto, dice, “In un caso come AOL, questa vendita del brevetto sta mantenendo viva l’azienda e le sta dando la possibilità di innovare altrove.”

Quelle che una volta erano grandi aziende che innovavano in modo frenetico per generare utili, ora sono diventate ricercatrici di rendite che collezionano privilegi statali per competere nelle sale dei tribunali piuttosto che sul mercato.

Se anche la forza del governo potrebbe mantenere in vita aziende come AOL, i consumatori staranno sicuramente peggio e alla fine ne pagheranno il prezzo.

Articolo di Douglas French per il Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli