L’impervia strada della tassazione in America

Quanta parte hanno avuto le tasse nel la storia dell’umanità? Tantissima, secondo lo storico Charles Adams, che nel suo libro “For Good and Evil” ci conduce per mano in un’affascinante ricostruzione della storia dell’uomo, dall’Egitto ai giorni nostri, attraverso lo studio dei sistemi di tassazione che l’hanno accompagnata.  In questo excursus, Adams, ci mostra come: L’eccesso di tassazione sia sempre la conseguenza dell’eccesso di spesa, cioè dello sperpero di “denaro pubblico” (meglio, di denaro dei privati-sudditi) da parte dei governanti, a vantaggio loro o delle loro clientele: questa rapina legalizzata conduce inevitabilmente all’evasione fiscale e spesso alla rivolta.

L’articolo che segue è un adattamento del settimo capitolo del suo libro e ci racconta la storia delle 13 colonie inglesi del Nord America nella loro lotta, prima fiscale poi militare, contro la Madrepatria.

L’impervia strada della tassazione in America, di Charles Adams

Nessuna rivoluzione moderna affonda le radici nella tassazione come quella delle Tredici Colonie del Nord America Britannico. La tassazione inglese non causò solo la rivoluzione, ma, molto più importante, agì da forza unificante tra le colonie. Le una volta disorganizzate e litiganti colonie, si strinsero sulla causa dell’imposizione fiscale senza consenso, prendendo le armi contro la gran Bretagna, formando finalmente gli Stati Uniti d’America. Il movimento di indipendenza americano non ha radici profonde; cominciò nel 1766 quando i leader coloniali si incontrarono per protestare contro le imposte e tasse britanniche attraverso lo Stamp Act. Il Congresso sullo Stamp Act sancì la vera nascita degli Stati Uniti.

La causa contro la fiscalità regia fu, all’inizio, un concetto confuso nelle menti Americane. I coloni, prima, ritenevano che le tasse interne, come le tasse sul cibo, fossero ingiuste ma quelle esterne, come quelle sull’importazione, fossero accettabili. Il Cancelliere Britannico del Tesoro, Charles Townshend, definiva questa posizione Americana “senza senso”. Questo modo di pensare statunitense rendeva difficile per la Corona sapere cosa fare. Alla fine, gli Americani si ribellarono quando il Parlamento adottò il tipo di tassazione che i coloni ritenevano plausibile. Si potrebbe, a ragione, dire che la Rivoluzione Americana si verificò non perché noi fossimo contrari all’imposizione fiscale senza rappresentanza, ma perché vi eravamo contrari e basta.

E l’atteggiamento Americano non cambiò molto dopo la Guerra. Cosa stavano facendo le persone nel 1765? Stavano catramando e piumando (ndt.: “tarring and feathering”, cioè spalmando prima di catrame, poi ricoprendo di piume, i malcapitati. Si trattava di una punizione tipica dell’Europa feudale e delle colonie Americane) esattori fiscali. E nel 1794? Punivano esattori fiscali.

Una volta vinta la Guerra di Indipendenza, ci fu il piccolo problema di creare un governo nazionale col potere di imporre tributi…

Rivolta fiscale nelle colonie

Pienamente convinto, disconosco la politica e il diritto di tassare internamente l’America. Io rinnego tutto il sistema. È cominciato nell’iniquità; perseguito nel risentimento; non può che terminare nel sangue.

— Marchese di Granby, Discorso alla Camera dei Comuni, 5 Aprile 1775

Non è difficile sostenere che i padri fondatori dell’America si siano battuti contro tasse né ingiuste né oppressive. Gli americani erano fra i più fortunati popoli sulla terra; avevano la protezione della nazione Britannica e la loro terra era ricca e confortevole. Gli affari andavano bene e c’era lavoro per tutti. Le caste sociali europee non attecchirono e i loro figli non erano coscritti per combattere guerre lontane. Se la rivoluzione fosse conseguenza dell’oppressione, la Rivoluzione Americana non sarebbe mai avvenuta.

I tributi che gli inglesi raccoglievano erano modesti; il denaro era speso interamente nelle colonie, a loro protezione e beneficio. Non ritornava indietro alla madrepatria. Perché tutte queste storie sulla “tirannia”? L’Inghilterra aveva a che fare con una manica di marmocchi viziati che non capiva quanto fosse agiata? Perché non avrebbero dovuto pagare la loro quota di costi per finanziare la difesa dei confini? Gli americani erano i beneficiari delle recenti vittorie militari che rimossero la minaccia dell’imperialismo francese, aprendo la frontiera occidentale. Non avevano, gli Americani, l’obbligazione morale di ripagare gli inglesi per i costi sostenuti nell’assicurare questi benefici?

La Rivoluzione Americana affonda le sue radici negli atteggiamenti dei primi coloni che arrivarono nel Nuovo Mondo nel XVII secolo. La maggior parte di loro fu coinvolta nella Guerra Civile Inglese e portò con sé gli ideali di Lord Coke e della Petition of Rights. Le loro carte coloniali Parlamentari garantivano loro “tutti i diritti, privilegi e immunità degli uomini inglesi”. Questo significava che essi avrebbero avuto diritto ad un processo con giuria; ad essere governati dal Common Law; a non essere imprigionati arbitrariamente; a non essere tassati senza consenso.

In teoria la Corona fu ristretta nel trattare con loro tanto quanto fu con i cittadini residenti in Inghilterra. Il loro atteggiamento è illustrato in una lettera scritta a casa da un funzionario inglese, il quale raccontava che, se avesse avvicinato un colono al fine di ottenere fondi per l’esercito Britannico stanziato e combattente in America, egli avrebbe risposto con una “lunga elencazione dei suoi diritti”. Una cosa non proprio logica.

Un uomo inglese residente nelle colonie non aveva membri del Parlamento che lo rappresentassero. In queste circostanze non gli era possibile prestare il “consenso” a leggi e tributi. I suoi diritti da cittadino inglese erano illusori, soprattutto quando si trovava nelle grinfie di arroganti burocrati inviati dalla madrepatria per interferire nel suo stile di vita.

Questa sfortunata situazione non era addebitabile a nessuno. Politiche formali e sostanziali che garantivano i suoi diritti non erano state attivate. Le corti locali aiutavano in qualche modo; giurie erano fornite e il Common Law applicato – ma molto andava perduto, soprattutto alcuni strumenti attraverso i quali egli poteva discutere ed acconsentire al prelievo fiscale. Le assemblee locali erano esautorate dalla Corona. Può darsi che la vera causa della Rivoluzione Americana sia stata questa mancanza di macchina politica per la protezione dei diritti dei coloni. Il Parlamento Britannico non fu progettato per lavorare per Inglesi residenti in posti lontani. All’incombere degli eventi, la Rivoluzione Americana fu una soluzione radicale a questo problema. Negli anni che seguirono, altre aree coloniali come e il Canada, l’Australia e anche i Paesi novecenteschi del Commonwealth, trovarono soluzioni più moderate. Il problema fondamentale nel Nord America del  XVIII secolo era rappresentato dall’incompatibilità delle pratiche coloniali Britanniche con i “diritti degli Inglesi” e la Rivoluzione Americana fu espressione di questa incompatibilità.

Il colonialismo britannico del XVIII secolo era basato sul mercantilismo, una pratica economica che legava le colonie alla loro madrepatria. Le colonie mandavano materiale grezzo agli Inglesi, che lo consumavano o usavano per l’industria o il commercio. Più importante, le colonie dovevano comprare le loro importazioni dall’Inghilterra. Il mercantilismo diede ai mercanti inglesi il monopolio sul commercio coloniale. Il contrabbando colpì loro più delle entrate fiscali, poiché regolazioni commerciali e dazi molto cari erano disegnati per prevenire la competizione estera, non per raccogliere tributi. Una legge commerciale, il Molasses Act del 1733, mise un’alta imposta sulla molassa provenienti dalle Indie Occidentali Francesi. La legge non fu mai applicata a causa della facilità con cui le economiche molasse francesi potevano essere contrabbandate nelle colonie. I commercianti di zucchero inglesi si lamentarono parecchio.

“Gli americani”, dissero, “facevano derivare il loro diritto di sottrarsi alle imposte, e di spergiurarlo, dall’esempio dei loro padri e dai diritti naturali”; e continuerebbero “a lamentarsi e a contrabbandare, contrabbandare e lamentarsi, fino a che tutte le limitazioni non saranno rimosse, permettendogli di comprare e vendere quando e dove gli piace. Qualunque cosa minore di questa, sarebbe un torto, un Simbolo di Schiavitù”. Effettivamente, i mercanti inglesi non avevano il diritto di accusare di contrabbando i commercianti Yankees – giacché il contrabbando era molto più esteso in Inghilterra che in Nord America.

Il Writ of Assistance [1]

Durante l’era Cromwell, i doganieri erano autorizzati a cercare beni di contrabbando in Gran Bretagna attraverso un ordine giudiziario emanato dalla Corte del Tesoriere. Per ottenere quest’atto, il doganiere avrebbe dovuto giurare, di fronte a un giudice, di essere a conoscenza della presenza di merce di contrabbando in un determinato posto; se gli indizi erano confermati, l’atto sarebbe stato firmato e i doganieri avrebbero condotto la ricerca con l’ausilio di un funzionario locale.

Questo atto giudiziario arrivò nelle colonie nel 1755 in una forma particolare, che non attirò attenzione in un primo momento. Ma nel 1761, a Boston, James Otis rassegnò le dimissioni da procuratore generale, per rappresentare i mercanti di Boston nel processo che avrebbe dovuto prevenire il rinnovo dell’atto (il re era morto e una nuova autorizzazione era richiesta alle corti). Otis lavorò gratuitamente: “in un caso del genere, non prendo nulla”. Un giovane avvocato chiamato John Adams (che diventerà poi presidente) sedeva nella corte, prendendo nota del processo. Otis parlò per 5 ore, ritenendo l’atto:

“Il peggiore strumento di potere arbitrario, l’atto più distruttivo della Libertà Inglese e dei principi fondamentali di giustizia da sempre presenti in un libro di diritto Inglese. Non più di un esempio può essere trovato nei nostri manuali giuridici, cioè il regno di potere arbitrario di Carlo I, quando i poteri della Camera Stellata furono estesi fino all’inverosimile”.

Otis non rigettava l’uso del writ per la ricerca di uno specifico posto, quando autorizzato da una corte e garantito da un giuramento o una deposizione scritta giurata del funzionario; egli obiettava la possibilità, che questo atto dava agli ufficiali, di cercare senza un ordine esecutivo. Non solo il Parlamento poteva autorizzare una tale mostruosità. Disse Otis: “Un atto contro la Costituzione è nullo”. I giudici della corte decisero contra Otis e consegnarono l’atto ai doganieri di Boston. Ma, sebbene Otis avesse perso, il caso attirò l’attenzione del settore e i giudici ed avvocati lavorarono insieme al fine di impedire ai doganieri di ottenere l’atto. Contrariamente ala credenza popolare, i coloni non furono mai oppressi dall’uso del writ of assistance. Era sui libri e irritava gli Americani, ma grazie al coraggio e all’ingegno degli avvocati e dei giudici, la maggior parte dei writs accumulava polvere aspettando di essere firmata nelle camere dei giudici coloniali.

Il Writ of Assistance è importante nella storia Americana perché la minaccia del suo uso provocò l’inserimento del Quarto Emendamento nel Bill Of Rights. Mentre quel grandioso emendamento è ora usato per limitare gli agenti esattoriali, inizialmente fu adottato per il motivo di cui sopra. Esso proibisce “irragionevoli perquisizioni e confische”, il che significa, prima di tutto, che gli esattori non possono ficcare il naso senza un ordine della corte basato su una dichiarazione o deposizione giurata fondata sulla “probable cause” (ndt.: nel linguaggio legale americano, la “probable cause” indica la ragionevole certezza della commissione di un reato da parte dell’imputato).

Per più di trent’anni, prima della Rivoluzione Americana, il Governo Britannico considerò l’ipotesi di tassare le colonie. Il governatore uscente della Virginia disse a Sir Robert Walpole che l’imposizione fiscale coloniale era possibile. Più tardi, nel 1732, quando la crisi delle accise coinvolse il vino e il tabacco, un ministro suggerì di estendere la nuova accisa alle colonie. “No”, disse Walpole, “ho tutto il New England contro di me, credi che mi lasceranno fare questo?”

A metà secolo, l’era pacifica di Walpole finì. La Gran Bretagna era in guerra con la Francia. La necessità di maggiori entrate fiscali divenne pressante. Nel 1764, l’esercito Inglese spinse la Francia fuori dal Nord America e non era ingiusto per gli Americani far fronte a determinati oneri fiscali come controprestazione. Se l’avessero fatto, l’imposta terriera in Gran Bretagna poteva essere ridotta a livelli precedenti la guerra e alcune accise potevano essere abolite. Inoltre, le storie in Inghilterra sui profitti dei mercanti Americani ottenuti grazie ai soldati Inglesi, ai contratti di guerra ed al contrabbando aumentavano. Per molti Inglesi, l’America era una terra di latte e miele, pizzo e lino, argento e seta, pagati dal contribuente britannico.

Lo Sugar Act (Legge sullo zucchero)

Il Parlamento rispose nel 1764 con lo Sugar Act, la prima e unica legge tributaria efficace nelle colonie. I commercianti Yankee del New England protestarono con veemenza, ma il resto delle colonie mostrò poco interesse nella critica situazione. Il Contrabbando continuava nel New England e la maggior parte dei coloni credeva che gli abitanti di quelle zone meritassero ciò che stava loro capitando. Più tardi, dopo la rivoluzione, Il presidente John Adams del Massachussets dirà che lo Sugar Act impose “enormi, oppressivi, rovinosi, intollerabili tributi”. Ma al tempo, fuori dal New England, nessuno la pensava così. I tributi previsti dallo Sugar Act riguardavano un’ampia gamma di merci non-inglesi. Le aliquote erano, tutto sommate, modeste.

Le proteste contro lo Sugar Act erano dirette, in realtà, contro le regolazioni amministrative dirette a controllare l’evasione. L’atto era una tipica misura-balzello che trattava qualsiasi commerciante come un imbroglione. Una selva di regole ingarbugliava la vita degli importatori, anche delle piccole navi costiere, e qualsiasi violazione giustificava la confisca della nave come pure dell’intero carico.

Anche il patrimonio personale degli imprenditori marittimi veniva confiscato se i contenuti del carico non fossero stati elencati nella dichiarazione doganale. Lo Sugar Act puniva più gli innocenti che i colpevoli.

Oltre alla presunzione di colpevolezza promossa dalla legge, le controversie tributarie furono spostate dalle corti locali ad Halifax, Nova Scotia, per il processo dinanzi ai giudici, di parte governativa, delle Corti Ammiraglie. Le assoluzioni erano frequenti nei processi del New England poiché sotto la vigenza del Common Law, al contrario di oggi, una giuria avrebbe assolto se avesse considerato la legge o la punizione ingiusta. Tali assoluzioni aprivano la via ad un’azione civile contro gli agenti fiscali della corona e gli informatori, per false accuse. Con la Legge sullo Zucchero tali azioni venivano proibite. Gli informatori erano incoraggiati con premi fino ad un terzo delle confische proprietarie.

Le entrate previste dalla Legge non portarono sollievo nelle tasche dei contribuenti Inglesi. Nel 1765 vi furono seri disordini in Gran Bretagna. Dopo che gli esattori fiscali delle accise furono assaliti, le accise sul sidro furono cancellate. Alla ricerca di nuove entrate, le ricche e sottotassate colonie attiravano l’attenzione del governo inglese. Il primo ministro chiese al Parlamento se vi fossero dubbi sul diritto del Re di tassare i coloni. Non c’erano contrari. Poi chiese alle colonie se avrebbero rifiutato “di contribuire, con una piccola somma, ad alleviare il pesante carico dal quale siamo oppressi” (Circa diecimila truppe Britanniche stazionavano in America per la sua difesa). Egli dichiarò anche che i coloni potevano adottare qualunque forma di imposizione “desiderata” – ma, per il presente, il governo avrebbe introdotto imposte di bollo.

La legge sui bolli (The Stamp Act)

Lo Stamp Act non fu un obolo qualunque per i coloni; le legislature coloniali tennero sedute di emergenza. Vi furono incontri cittadini, discorsi, saggi che condannarono l’imposta. La violenza di massa dilagò; le proprietà furono distrutte. I governatori scrissero  alla madre terra avvisandola che la ribellione non poteva essere fermata. Anche i più forti oppositori del tributo spesero il loro tempo provando a frenare le violenze e a ristabilire l’ordine. Ma, più importante di tutto, lo Stamp Act unì le colonie – qualcosa di impossibile dal 1765. Il Massachusetts chiese un congresso delle colonie, al quale parteciparono delegati di tutti i governi coloniali.

I bolli erano famosi in tutta Europa al tempo. Dal 1750 essi erano usati dai governi coloniali. Il British Act del 1765 seguì la pratica diffusa di tassare quotidiani, documenti legali, licenze commerciali, diplomi e altri oggetti. I fondi raccolti con le imposte servivano esclusivamente a pagare le truppe Britanniche che stazionavano in Nord America. Per rendere l’imposta più tollerabile, ai cittadini locali fu concesso il monopolio della vendita o stampatura dei bolli. Nessun burocrate arrogante fu inviato dalla madre patria, come era invece accaduto con i dazi doganali. Anche Ben Franklin lavorò come venditore di timbri e bolli.

Il Congresso dello Stamp Act  inviò una petizione al Parlamento per l’abrogazione dell’imposta, sostenendo fossero imposte interne, che quindi richiedevano il consenso dei coloni. Il Parlamento non poteva parlare per loro, in quanto mancava di un legame naturale coi coloni. Quando il Congresso si aggiornò, alcuni importanti cittadini furono inviati a Londra per spingere l’approvazione dell’abrogazione.

Benjamin Franklin fu uno di quelli inviati a discutere l’eliminazione dell’imposta. Era il rappresentante del New Jersey, Georgia e, soprattutto, del Massachusets – il focolaio della rivolta. Fu invitato a parlare alla Camera dei Comuni.

Di seguito alcune domande a lui poste dai rappresentanti politici, con le risposte:

Domanda: “Qual era l’atteggiamento dell’America verso la Gran Bretagna prima dell’anno 1763?”
Risposta: “il migliore al mondo. Essi si sottomettevano volontariamente al governo della Corona e mostravano obbedienza, nelle loro corti, agli atti del Parlamento”.

Domanda: “E qual è l’atteggiamento ora?”

Risposta: “Oh, molto arrabbiato”.

Domanda: “Avevate mai sentito mettere in discussione l’autorità del Parlamento di emanare leggi per l’America fino a poco tempo fa?”

Risposta: “L’autorità Parlamentare era considerata generalmente valida, eccetto per ciò che concerne le imposte interne. Era indubbio che fossero necessari balzelli per regolare il commercio”.

Al tempo di questa testimonianza (Gennaio 1766) Franklin parlava con i moderati. Quando parlava di imposte interne si riferiva allo Stamp Act. Rese chiaro che i dazi doganali (imposte esterne) non erano biasimevoli.

Lo Stamp Act fu abolito e vi fu grande festa nelle colonie. I mercanti Britannici in Inghilterra si opposero allo Stamp Act quanto i coloni. Era una vittoria per tutti, eccetto che per il Tesoro e il governo.

Ci fu un’aggiunta all’eliminazione della legge che avrebbe causato irritazione nei coloni negli anni a venire. Infatti, al Parlamento fu concesso il potere di tassarli, se avesse voluto. Il Parlamento voleva rendere chiaro che non stava cedendo i suoi poteri alle colonie, specialmente il potere di imporre tributi. A quel tempo, Franklin disse che queste righe non avrebbero avuto conseguenze negativa fin tanto che il Parlamento si asteneva dal metterle in pratica. Anni dopo, sull’onda della rivoluzione, Franklin cambiò idea, affermando con amara derisione:

Ma ricordate di rendere più dolorosi i vostri balzelli arbitrari alle province, attraverso dichiarazioni pubbliche inclusive dell’affermazione di un potere di imposizione fiscale senza limiti; cosicché, quando prenderete da essi senza il loro consenso uno scellino a sterlina, voi avrete diritto anche agli altri 19.

Quando la rabbia contro lo Stamp Act passò, il Parlamento seguì il consiglio di Franklin e adottò nuovi dazi sui beni provenienti dalla Gran Bretagna. Se gli americani avessero ingenuamente creduto che vi fosse differenza fra fiscalità interna ed esterna, la Corona era intenzionata a dare agli Americani il tipo di tassazione richiesto, per quanto assurda e ridicola la loro filosofia potesse essere. Queste nuove imposte, disse un membro del governo inglese, erano “perfettamente coerenti con la logica espressa dal Dottor Franklin mentre sollecitava l’eliminazione dello Stamp Act”.

I Townshend Acts

Questi nuovi tributi passarono con qualche problema nei Comuni (180 voti a 98). Edmund Bruke, uno straordinario pensatore dell’epoca, ritenne questi tributi simili a quelli introdotti dallo Stamp Act e predisse la follia del loro stesso modo di pensare. La Corona non avrebbe ricevuto uno scellino dagli Americani, indipendentemente dalla natura interna o esterna dei tributi. Burke conosceva gli Americani meglio di loro stessi e certamente meglio di Franklin.

Sotto la loro vigenza, i dazi pesarono su alcuni oggetti provenienti dalla Gran Bretagna – carta, vernici, vetro e tè. Ci fu una disposizione che richiedeva il supporto delle truppe coloniali a quelle inglesi stanziate in America, che avrebbero compiuto ciò che lo Stamp Act lasciò irrealizzato.

La ribellione a questi tributi arrivò dai mercanti coloniali, che boicottarono le merci inglesi. In Gran Bretagna il mercato crollò, molte imprese fallirono e la disoccupazione dilagò. La Corona non aveva altra scelta se non quella di abrogare i tributi, ad esclusione di una leggera imposta sul tè, ridotta da 12 a 3 penny a libbra.

Il Quartering Act, un’imposta mascherata, fu tollerata ovunque meno che a New York, che aveva il maggior numero di soldati Britannici. La legge era decisamente ingiusta e poneva un carico eccessivo sui Newyorkesi, che si rifiutarono di fornire tutto ciò che era necessario al mantenimento delle truppe. Un adirato Parlamento commissariò la legislatura di New York ed annullò i suoi futuri atti. La rabbia dilagò. Il Dr. Samuel Johnson, un importante studioso di lettere, disse: “Sono una razza di galeotti e devono essere grati se non li impicchiamo”.

Il peggiore aspetto dei Townshend Acts era la creazione di un nuovo Consiglio di Commissari tributari. Poteri esecutivi furono concessi al Board e l’arroganza dei tre agenti principali di Boston ebbe non poca importanza nella rivoluzione. Un importante storico Americano osservò:

“Se non fosse stato per le sfortunate personalità di Robinson, Paxton e Hult non ci sarebbe stata, probabilmente, rivoluzione. Dal 1768 al 1772 fu quasi guerra aperta tra gli agenti dei commissari e i coloni”.

Il Canada avrebbe potuto stare fuori dal conflitto grazie al suo magnifico governatore che si rifiutò di tollerare corruzione e malaffare degli agenti della riscossione nella regione. Alla fine la rivoluzione fu, probabilmente, più la conseguenza di un’amministrazione fiscale oppressiva che delle imposte stesse, nonostante tutti i discorsi sull’imposizione fiscale senza consenso.

La migliore testimonianza che abbiamo della tirannia degli esattori inglesi è contenuta in un piccolo articolo scritto da Benjamin Franklin nel 1773, che non ha nessuna somiglianza con le osservazioni fatte davanti al Parlamento nel 1766. Il suo successivo articolo fu chiamato “Regole attraverso cui un Grande Impero può essere parecchio ridotto”.  Non nominò la Gran Bretagna specificamente, ma stese una lista di 20 doglianze coloniali contro il governo inglese. Questo documento è probabilmente il miglior riassunto dei peccati della madrepatria verso le colonie.  Si occupa di affari umani, piuttosto che di aspetti legali, fu scritto al tempo in cui Frankiln era tenuto ancora in grande considerazione fra gli inglesi. Riguardo gli agenti della riscossione disse:

XI Per rendere le vostre tasse più odiose e, più probabilmente, per ottenere resistenza, inviate dalla capitale un gruppo di agenti per sovrintendere al prelievo, costituita dai più indiscreti, maleducati e insolenti disponibili… Qualora vi sia sospetto di benevolenza da parte di un determinato agente, licenziatelo subito. Se gli altri si lamentano giustamente, proteggeteli e premiateli. Se qualcuno dei sottoufficiali si comporta in modo da indispettire il popolo, promuovetelo.

Franklin disse riguardo la marina:

V Trasformate i coraggiosi e onesti marinai della vostra flotta in ispettori e agenti fiscali. Lasciate che siano corrotti da grandi contrabbandieri; (al fine di mostrare il loro zelo) ispezionate con barche armate qualsiasi baia, porto, fiume, torrente e angolo lungo la vostra costa coloniale; fermate e trattenete ogni costiero, ogni imbarcazione, ogni pescatore, rovesciando i loro carichi e, se trovate anche solo qualcosa che valga qualche penny, sequestrate e confiscate.

Le lamentele di Franklin sulla marina Inglese erano ragionevoli. I marinai ricevevano una buona fetta del carico e dei relativi ricavi dalla vendita delle imbarcazioni sequestrate e confiscate. Le navi da guerra inglesi lungo le coste americane potevano comportarsi da pirati impunemente; documentazione non adeguata bastava a far scattare il sequestro; non era richiesta attività di contrabbando.

I tributi introdotti dai Townshend Acts aiutarono i coloni a chiarire le loro vedute sull’imposizione fiscale e il consenso. Gli Americani non dovevano lasciare di nuovo la porta aperta. Distinzioni tra imposte esterne ed interne furono abbandonate. Qualsiasi tributo doveva essere consensuale. Il modo di sentire Americano iniziò a muoversi lungo un accordo politico che garantiva sovranità limitata al Parlamento. Sfortunatamente, la guerra scoppiò e questa proposta non ebbe riscontri fattuali. Alla fine, il Parlamento chiedeva il potere assoluto sulle colonie. La possibilità di cessione del potere assoluto rimane dubbia. Fino ad allora il Parlamento Britannico godeva di potere costituzionale supremo sui canadesi, anche se mancò del coraggio di interferire  per parecchi anni. Nel 1981 i politici Canadesi si accorderanno sul rimpatrio della Costituzione Canadese, emanata dal Parlamento con il British North America Act del 1867.

Molti leader britannici erano d’accordo con le colonie. Il precedente Primo Ministro, Pitt il Maggiore, si oppose alla tassazione delle colonie. Ma i migliori spunti sul tema vennero da Edmund Burke, che si oppose all’azione militare quando nuvole di guerra cominciavano ad addensarsi dicendo: “Le persone devono essere governate in modo consono alle loro disposizioni e al loro carattere”.

Gli Americani, finalmente, realizzarono che qualsiasi imposizione fiscale senza consenso era contraria al loro modo di sentire. Forse se avessero tenuto questa visione nel 1766, opponendosi allo Stamp Act, una soluzione accettabile sarebbe stata possibile, aldilà della guerra. Sfortunatamente, la questione fu risolta seguendo l’esempio della Guerra dell’Olanda cinquecentesca contro la madre patria che rivendicava il diritto di imporre tributi in maniera del tutto autonoma.

Il Boston Tea Party

Il Boston Tea Party rappresentò un punto di svolta della reazione coloniale alla Gran Bretagna. Nel 1773 la questione fiscale andava scemando. Entrambe le parti si preparavano alla guerra.

Recenti francobolli americani hanno raffigurato il Boston Tea Party come un glorioso atto di sfida al colonialismo Britannico. La maggior parte delle persone vede in esso una protesta contro le imposte inglesi sul tè, ma ciò non è esatto. I mercanti di tè americani boicottavano il tè inglese da cinque anni. Tè olandese contrabbandato era usato nelle colonie. In risposta a ciò, il governo Inglese decise di rimuovere i dazi e le tariffe doganali sul tè delle Indie orientali giunto in Gran Bretagna, così poteva essere venduto, in America, ad un prezzo minore rispetto al tè olandese contrabbandato. Inoltre, un monopolio su questo poco costoso tè fu dato ai fedeli mercanti inglesi nelle colonie. I contrabbandieri Americani sarebbero stati esclusi dal mercato. Il piano della Corona era basato sull’assunto per cui i consumatori americani non avrebbero boicottato il conveniente tè Inglese, ma lo avrebbero preferito a quello più costoso, cioè il tè olandese.

Ciò comportava conseguenze spaventose per gli Americani. Se un monopolio per il tè poteva essere garantito, così poteva essere pure per altri prodotti. Sanzioni economiche di questo tipo avrebbero potuto distruggere i mercanti Americani. In segno di protesta, i mercanti Bostoniani si travestirono da Indiani, salirono a bordo delle navi mercantili cariche di tè e gettarono lo stesso nel porto e a mare. Si trattava, quindi, di una deliberata distruzione di proprietà privata, in un’era in cui quest’ultima era tenuta in grande considerazione. Il primo compito di ogni governo è quello di proteggere la vita e la proprietà dei cittadini.

Il Boston Tea Party è un evento che impone riflessioni morali e legali. È tutt’altro che la goccia che fece traboccare il vaso descritta dagli storici. Questa deliberata distruzione non fu ben accolta nelle colonie. Il Massachusets era un noto covo di teste calde e guerrafondai. Franklin fu scioccato e acconsentì al risarcimento totale per i proprietari del tè. La maggior parte degli Americani credeva questo, ma sfortunatamente la maggioranza di essi voleva sentire lo stivale inglese; un numero cospicuo di “atti intollerabili” fu emanato dalla Corona e fece da scintilla Rivoluzionaria. Le truppe di terra e la marina Inglese invasero le colonie. Riscossori oppressivi, non importa quanto, sarebbero sembrati gentili rispetto alle flotte e ai battaglioni di giubbe rosse. Cannoni, moschetti e baionette rimpiazzarono gli ordini esecutivi, i sequestri e gli obblighi fiscali.

Gli Americani vinsero la Guerra dopo sei anni, poiché gli inglesi trovavano troppo onerosa la logistica e il supporto generale riservati a truppe lontane 3.000 miglia da casa e, per di più, in un paese ostile. L’esercito americano era denutrito e raramente pagato; essi fecero ritorno alle fallimentari fattorie e ai governi statali. Il peso della tassazione sotto i Britannici era misero comparato alle obbligazioni finanziarie ora assunte. La guerra doveva essere pagata e le imposte, anche con l’immaginazione, erano destinate a crescere sempre più.

I lealisti soffrirono maggiormente. Le loro proprietà furono confiscate e il tarring and feathering (catramaggio e piumaggio) era usuale. Una lunga massa di rifugiati si diresse verso il Canada. Benjamin Franklin fece una visita personale in Canada al fine di persuadere i lealisti ad unirsi agli Stati Uniti, ma le ferite della guerra erano profonde e fresche. Franklin aveva trascorso la guerra in Europa. Se fosse rimasto a casa e avesse testimoniato la sofferenza dei lealisti, avrebbe saputo che l’ultimo desiderio di queste persone era unirsi agli Americani. C’era rancore da entrambe le parti, ma non vi furono atrocità. I lealisti, considerando la loro sofferenza, furono fortunati. In altri tempi sarebbero stati macellati.

Gli Americani condussero la Guerra attraverso il Congresso Continentale,che diventò una barzelletta alla fine delle Guerra, soprattutto per la stampa.

Non poteva nemmeno pagare gli arretrati dei veterani combattenti o gli interessi sul debito di guerra, eppure esso andò avanti e adottò diversi programmi costosi al fine di ricostruire la nazione. Naturalmente, niente fu realizzato senza denaro, ma il denaro richiedeva il potere di imposizione fiscale, che il congresso non aveva.

Gli inglesi impararono dalla Guerra. Nel 1778, due anni dopo l’inizio della Rivoluzione, il Parlamento emanò una legge, approvata da Re Giorgio III, nella quale dichiarò che il “Re e il Parlamento della Gran Bretagna non imporranno nessun dazio, imposta o accertamento con lo scopo di raccogliere denaro nelle colonie, province o piantagioni”. Questa saggia decisione, sfortunatamente, arrivò troppo tardi. Nei successivi 150 anni il Parlamento continuò ad esercitare sovranità assoluta sulle colonie, ma quando un tributo doveva essere imposto le assemblee locali, in un modo o nell’altro, dovevano dare il loro consenso.

Perfino in Canada, dove i governi coloniali erano deboli e dominati da governatori inglesi e pubblici dipendenti, l’imposizione fiscale era materia assembleare. Gli Americani vinsero la guerra non solo per sé stessi ma per l’intero impero Britannico, fino alla sua scomparsa, dopo la seconda Guerra Mondiale.

 

La Lotta Fiscale per una “più perfetta unione”

Nel giugno 1776, un mese prima della firma della Dichiarazione di Indipendenza, il Congresso continentale designò un comitato incaricato di stilare gli Articoli della Confederazione per le colonie. La prima stesura concedeva al governo federale il potere di fare tutto, eccetto quello di imporre “imposte e doveri”. Quest’ampia dotazione di poteri politici senza potere fiscale era comprensibile, poiché la rivoluzione fu, sostanzialmente, contro l’imposizione fiscale di un’autorità politica esterna sopra e oltre gli stati. Tutte le imposte devono essere approvate a livello statale. Questa filosofia seguì la pratica delle Province Unite d’Olanda, che produsse la prima moderna repubblica con Stati Generali (cioè un congresso) che non potevano tassare.

La versione finale degli Articoli fu ratificata dagli stati nel 1781. Il governo nazionale, chiamato “Stati Uniti in assemblea congressuale”, fu limitato. Molti dei suoi poteri richiedevano una maggioranza dei tre quarti dei votanti, specialmente su materie finanziarie e belliche. Come previsto, il Congresso non aveva poteri tributari – tutti erano d’accordo su questo – ma quando vi era bisogno di danaro, valutazioni erano fatte sulla base della proprietà privata di ciascuno. Le valutazioni basate sulla popolazione o la proprietà privata furono abbandonate a causa delle difficoltà con gli schiavi. Gli schiavi erano “proprietà” per i sudisti, ma “popolazione” per i Nordisti; Entrate basate sulla proprietà immobiliare evitarono questo problema.

La Confederazione diede all’America un certo numero di cose: primo, il suo nome, gli Stati Uniti d’America; secondo, la sua valuta, il dollaro Spagnolo; ma, soprattutto, esperienza nell’autogoverno a livello federale.

Il sistema di requisizione finanziaria fu copiato dalla Repubblica Olandese insieme a modelli di relazioni stato – governo federale, ma ciò che funzionava in Olanda non avrebbe funzionato in Nord America. La maggior parte dei nuovi stati erano in condizioni finanziarie disperate e non avevano le somme loro richieste dal congresso. Senza moneta, il Congresso diventava la barzelletta della nuova nazione.

Entro due anni il congresso avrebbe dibattuto la questione fiscale daccapo. Ogni metodo di imposizione fu discusso: testatico, accise, imposta sul focolare, monopoli pubblici e dazi sull’importazione. Questi ultimi erano stati a lungo una delle entrate preferite dagli inglesi, sia nelle colonie che a casa e, per quanto ognuno trovasse non saggia l’idea, il ricorso ai tributi sull’importazione sembrava ineludibile.  Ma vi furono oppositori, soprattutto i mangiatori di fuoco dal Massachusetts, rappresentati da Sam Adams, che guidò la rivolta contro i tributi inglesi nella Guerra di Indipendenza. Egli sostenne che, se il Congresso avesse avuto il potere di imporre dazi sulle importazioni, ogni porto, dal Maine alla Georgia, sarebbe stato riempito di un esercito di iperpagati agenti fiscali e ratti.  E cosa sarebbe successo ai fondi raccolti con sudore dal popolo? Avrebbe vigilato su essi il Congresso?  Sarebbero stati raccolti con clemenza? No. Essi avrebbero sperperato gli stessi sudori con incredibile zelo. Con forti appelli emotivi di questo tipo da parte di alcuni leaders Americani, non fu sorprendente che la Confederazione non approvò l’imposizione. Una modifica agli articoli avrebbe richiesto consenso unanime; il veto del Massachusets era una certezza. Per i successivi quattro anni il Congresso non combinò nulla. Robert Morris, il capo dell’ufficio finanziario del Congresso, riassunse: “I Governi avevano il privilegio di chiedere qualsiasi cosa” ma agli stati fu concesso il potere di “invalidare”. Lo stanziamento statale e la sua implementazione sono “noti solo a Lui che tutto sa”.

 

La Rivolta di Shay

Alla fine il Congresso sollecitò una convenzione, in Philadelphia, al fine di rivedere gli Articoli. Inizialmente solo pochi stati designarono delegati e la convenzione sembrava destinata ad essere un fallimento, ma fortunatamente la lotta nazionale si fece ancora più dura a causa della ribellione scoppiata in Massachusets, il focolaio di resistenza al potere fiscale nazionale. La Ribellione di Shay non fu altro che una sommossa, ma spaventò la popolazione dello stato e sottolineò, agli occhi del resto del Paese, il bisogno di un più forte governo nazionale.

Questa fu la prima di tre rivolte fiscali che afflissero la neonata nazione nei primi 15 anni di vita. I ribelli erano spiantati e ipertassati, anche a causa dei debiti di guerra. Essi chiesero un emendamento costituzionale statale (come la Proposition 13 Californiana del 1978) per tagliare la spesa e i poteri fiscali del Massachusets. I vecchi veterani di guerra formarono reggimenti e l’ipotesi di ribellione era discussa quotidianamente. Quando uno di questi reggimenti provò a confiscare un arsenale federale, due colpi di cannone furono sparati, i ribelli si dispersero e la rivolta cessò. I quotidiani ingigantirono la storia e ciò agì da stimolo per gli stati nella costruzione di un più forte governo nazionale. Un quotidiano riportò che la città di Genoa avrebbe potuto sconfiggere le forze militari degli Stati Uniti. I delegati vennero inviati in fretta a Philadelphia. Come lo Stamp Act del 1765, la rivolta di Shay portò i litigiosi stati ad una nuova alleanza, questa volta al fine di formare “una più perfetta Unione”.

I delegati inviati a Philadelphia nel 1787 abbandonarono velocemente l’idea di rivedere gli Articoli. Sotto la Confederazione, la vita fu durissima. Senza soldi il governo non poteva fare altro che discutere. Nel 1787 non vi erano voci altisonanti a favore della continuazione di questo stato di cose; tutti erano d’accordo nel rendere il governo federale abile ad imporre tributi, ma come limitare questo potere? Il Congresso non doveva essere un Parlamento; dovevano esservi limiti e controlli definiti sul suo potere fiscale. Tutti erano d’accordo anche su questo.

Restrizioni costituzionali al potere fiscale non erano nuove. L’imposizione fiscale “consensuale” attraverso rappresentati fiscali era comune a tutta Europa e, inoltre, molti Europei godevano della protezione da determinate forme di tributi. Molti documenti medievali sostenevano l’impossibilità di raccogliere la faille (imposta fondiaria) e il testatico. Gli estensori della Costituzione decisero di definire e controllare il potere tributario del Congresso. Controlli erano necessari al di là del “consenso” dei contribuenti espresso attraverso i loro rappresentanti. Sarebbe stato facile per una categoria di cittadini guadagnare il controllo della macchina fiscale e adottare tributi oppressivi delle minoranze. Qualunque tributo fosse stato adottato, questo doveva ricadere equamente sulla maggioranza e sulla minoranza. In altre parole, se i contadini avessero ottenuto il controllo fiscale, essi non dovevano essere messi in grado di aumentare ferocemente il carico fiscale sui ceti urbani. Il bisogno di regole e controlli per assicurare la giustizia era talmente ovvio da non meritare ulteriori discussioni. Gli uomini alla Convenzione Costituzionale non erano indifferenti ai mali inerenti al processo democratico di imposizione fiscale libero da limiti costituzionali al fine di prevenire le ingiustizie.

Nel 1787 nessun cittadino poteva votare se non era un contribuente; di conseguenza, i delegati decisero di avere un corpo legislativo di rappresentati dei contribuenti nel quale emanare tributi. Il requisito per cui tutti i votanti dovevano essere contribuenti non era presente nella nuova costituzione; era un fatto comunemente accettato sia nelle colonie che in Europa. La funzione economica principale di una legislatura è quella di tassare e raccogliere denaro per la spesa governativa; conseguentemente, nessuno avrebbe dovuto avere voce in capitolo nella modalità di spesa del governo, a meno che non fosse stato un contribuente. Al contrario, se un contribuente non può votare, il processo “consensuale” è svilito. I votanti, quindi, devono essere contribuenti.

Il primo potere garantito al nuovo Congresso fu quello di “imporre e raccogliere tributi” che sono “uniformi in tutti gli Stati Uniti”. La parola più importante è “uniforme”. Precedentemente l’espressione usata era “comune a tutti”, che fu proposta il 23 Luglio del 1787. Successivamente, nella stesura approvata il 12 Settembre 1787, le parole furono “uniformi e uguali”. Questo progetto fu trasmesso al Comitato sullo Stile il quale, per qualche ragione, lasciò cadere del tutto la clausola. Madison riscrisse il tutto, omettendo la parola “uguali”. Furono omissioni intenzionali? Cosa significavano? Probabilmente nulla. Il diritto costituzionale, agli albori degli Stati Uniti, considerava l’accostamento dei termini “uniformi” e “uguali” ridondante. Thomas Cooley, l’autorità principale nel campo costituzionale nel diciannovesimo secolo, spiega il principio nel 1868 nel suo trattato sui Limiti Costituzionali:

“Le costituzioni statuali sono particolareggiate, ma nel fornire uniformità ed uguaglianza essi non hanno fatto altro che palesare, brevemente, un principio di diritto costituzionale attinente al potere fiscale stesso”.

Poiché la “uniformità” doveva essere la caratteristica di tutti i tributi degli Stati Uniti, per capire ciò che essi intendevano non c’è bisogno di ulteriori chiarimenti da parte degli scritti dell’epoca. L’aggettivo “uniforme” è inglese elementare ed ha un significato comune. Quando la Costituzione era pronta per essere ratificata negli stati, i più forti proponenti – i “federalisti” – ritenevano che i poteri fiscali fossero limitati e strettamente definiti. Nessuno voleva un Congresso capace di tassare a capriccio. Noah Webster, uno dei più grandi federalisti, scrisse un saggio nel 10 ottobre del 1787 (appena dopo la Convenzione), indirizzato a “Sua Eccellenza, Benjamin Franklin, Presidente del Commonwealth della Pennsylvania”, nel quale sottolineava come “l’idea che il Congresso possa imporre tributi a propria discrezione è falsa e non fattualmente supportata”.

Nei dibattiti antecedenti la seduta di ratifica di New York, Alexander Hamilton (un altro grande federalista) disse: “è maggiormente desiderabile imporre un tributo con effetti uniformi su tutta l’Unione, che opererà con uguaglianza e silenziosamente”. Vediamo di nuovo la parola “uguaglianza” accostata a “uniformità”.

Un notevole libro pubblicato nel 1832 da Benjamin Oliver, uomo innamorato del suo paese e ansioso di decantarne le gesta nel mondo, disse questo sul potere fiscale del Congresso:

“Questo diritto (proprietà) non è violato da tasse uguali per scopi pubblici, imposte da un’autorità legittima. Una applicazione erronea o appropriazione di fondi pubblici, tuttavia, deve essere considerata una violazione di questo diritto [proprietà]. Sarebbe incostituzionale, quindi, imporre tributi disuguali, come pure oppressivo per coloro obbligati a pagare la fetta più grande di questo”.

Nel Federalista, n. 36, Hamilton concluse una serie di sette saggi discutendo i poteri fiscali e i controlli al fine di prevenire “parzialità ed oppressione”. Il possibile abuso del potere tributario era stato adeguatamente segnalato, con la formula di chiusura per cui tutti i tributi “devono essere UNIFORMI negli Stati Uniti”. Hamilton scrisse in maiuscolo la parola “UNIFORMI”, il che è lo stesso che “italianizzarlo”, cioè enfatizzarne il significato proprio e basilare. E che significava “uniforme”?

Il Dizionario Inglese Oxford del diciannovesimo secolo è un lavoro a più volume che richiese decenni per il suo completamento.  Esso traccia il significato e gli usi delle parole dal tardo Medio Evo. Definì “uniforme” come: “che è o rimane lo stesso in posti diversi, in momenti diversi o sotto diverse circostanze; che non mostra differenze, diversità o variazioni (enfasi aggiunta)”.

Nella metà del diciannovesimo secolo la Corte Suprema sembrava non avere dubbi sul significato quando essi analizzarono un’imposta sulle distillerie:

“La legge non è, a nostro giudizio, soggetta ad obiezioni costituzionali. Il tributo imposto sui distillatori è un’accisa e l’unica limitazione al potere del Congresso di imposizione fiscale di questo tipo è quello della “uniformità” negli Stati Uniti. Qui il tributo è uniforme; cioè è imposto ugualmente su tutti i produttori di alcool, ovunque essi siano. Il provvedimento non stabilisce regole diverse da un distillatore all’altro, ma le stesse regole per tutti”.

Questa visione fu anche riscontrata nelle corti statuali, che avevano costituzioni che richiedevano uniformità. Ma come notato, anche senza un comando costituzionale, uniformità ed uguaglianza erano requisiti necessari per ogni tributo di una società democratica, anche se non esplicitate. Una datata pronuncia della Corte Suprema dell’Ohio stabilì che una regola non può essere applicabile ad un proprietario sì e ad un altro no; non vi può essere imposizione differenziata del 10%, 5% e 3% o carico eccessivo su alcuni e assenza di tributo su altri.

Il monumentale lavoro del Professor Cooley sul Diritto Costituzionale, considerava la regola valevole di due applicazioni (sociale e geografica): la regola dell’uniformità fu scelta per fornire uguale carico fiscale prevenendo un’imposizione eccessiva nei confronti di determinate regioni o gruppi di cittadini rispetto ad altri; nessuna “scappatoia” fiscale.

Come vedremo, la regola dell’uniformità scomparve nel ventesimo secolo. Il reddito di qualcuno era tassato al 90%, di un altro al 70% e di un altro ancora al 20%, lasciando altri privi del tutto di carichi fiscali. La Corte Suprema reinterpretò la regola dell’uniformità come “clausola di uniformità” che poteva essere cancellata dalla Costituzione. Noah Webster aveva torto, il Congresso poteva imporre tributi a suo piacimento.

In Gran Bretagna, nel 1871, la questione dell’uniformità arrivò alla House of Commons, non come questione costituzionale, ma come materia di dibattito politico e tassazione sul reddito progressiva. Il Ministro delle Finanze si oppose con queste parole: “se un’imposta sul reddito deve essere mantenuta, essa deve essere uniforme. Vale a dire, la stessa aliquota per tutti – uniformità”.

Dopo avere richiesto uniformità per tutte le imposte, gli Estensori vollero restringere ulteriormente i poteri fiscali del Congresso riguardo l’imposizione diretta. Tali imposte, diceva Madison, dovrebbero essere adottate in caso di emergenza straordinaria, come Cicerone sostenne quasi duemila anni prima. Esse avrebbero dovuto essere ripartite in base alla popolazione degli stati. Nel Federalista, n. 10, Madison diede questa ingegnosa spiegazione:

“Eppure non c’è atto legislativo in cui viene data opportunità e tentazione più grande al partito di maggioranza di calpestare regole di giustizia. Ogni scellino con cui sovraccaricano una minoranza è uno scellino che rimane nelle loro tasche”.

Madison andò oltre, sottolineando il fatto che in una società democratica le leggi tributarie favoriscono i governanti e sovraccaricano il resto della società. Questo era risaputo in Europa al tempo e nei secoli addietro. I protestanti tassarono i cattolici e gli Ebrei ad aliquote doppie ed anche quadruple. I governi dominati dalle aristocrazie, come in Francia, di solito prevedevano, per essi stessi, bassa o nessuna fiscalità. Le imposte dirette erano, come sempre, guardate con sfavore.

Nei dibattiti, Rufus King del Massachusets chiese “qual è il significato preciso di ‘imposizione diretta’?” Madison commenta scrivendo: “nessuno rispose”. Questa non era una domanda stupida. Queste classificazioni erano storiche, non giuridiche, quindi l’esatto significato era sconosciuto. Nel 1798 la questione sulla costituzionalità dell’imposta di trasporto giunse davanti alla Corte Suprema; questa concluse ribadendo la natura di imposizione diretta del testatico e delle imposte fondiarie. Un centinaio di anni dopo il problema fu posto nel famoso caso dell’imposta sul reddito del 1894 e, come vedremo, la corte litigò parecchi anni, raggiungendo conclusioni piuttosto confuse.

La distinzione tra imposizione diretta e indiretta fu inserita dai Canadesi nella loro costituzione, il British North America Act, che restringeva i poteri fiscali delle province Canadesi. Verso la fine degli anni ’70, un’imposta speciale sul petrolio a Saskatchewan fu dichiarata illegale poiché l’imposta disattendeva le classificazioni e le restrizioni della costituzione Canadese. Incidentalmente, il canadese e l’inglese definiscono le imposte dirette in maniera diversa rispetto alle corti Americane. Le imposte sul reddito sono dirette, spesso ci si riferisce così a loro. Diversi studiosi americani le considerano, invece, accise sul reddito e, quindi, imposte indirette.

Il principale controllo sulla fiscalità selvaggia stava nella restrizione del potere di spesa del Congresso. Non c’è dubbio sul fatto che le imposte ingiuste siano frutto di spesa eccessiva. Spesa e prelievo fiscale si controllerebbero a vicenda.  L’Emendamento sul Pareggio di Bilancio alla costituzione è stato proposto per rendere concreto ciò che gli Estensori provarono a fare con l’Articolo 1, Sezione 8: Il Congresso aveva il potere di imporre tributi “per pagare debiti e fornire la Difesa Comune e il benessere generale degli Stati Uniti”. Le parole chiave sono “debiti”, “Difesa”, e “benessere generale”. Di nuovo, nei dibatti per la ratifica e sul “Federalista” questi termini erano considerati il tappo ultimo o la restrizione finale al governo federale. La spesa al di fuori di questi limiti sarebbe stata illegale e incostituzionale. Quindi controllando le spese controlli i tributi ed eviti la trasformazione del governo federale in governo nazionale onnipotente. Certo, è tutto qua. Come la regola di uniformità, le restrizioni sulla spesa non hanno alcun significato. Ma prendiamoci un momento per vedere ciò che i Costituenti avevano in mente.

Il termine “Difesa comune” significava che le spese militari coprivano solo i bisogni difensivi? Cioè, nessun finanziamento per le guerre d’aggressione?

È proprio quello di cui i costituenti parlavano. Nel Federalista, n. 34, Hamilton disse che si stavano imbarcando in “nuovo esperimento politico, legando le mani del governo nell’ipotesi di guerre d’aggressione, fondate sulle ragioni dello stato; e però, di certo, non dobbiamo disabilitare la protezione della comunità contro l’ambizione o l’aggressione di altre nazioni”.

La ragione sovrastante le limitazioni del potere di spesa del Congresso era costituita dagli alti costi richiesti dalle imposte. Come disse Hamilton, i costi per le spese governative non militari “sono insignificanti se paragonati a quelli relativi alla difesa nazionale”.

Come abbiamo visto, il concetto di fiscalità limitata alla difesa trovava grande supporto in Inghilterra e nelle province Spagnole. Esso arrivò anche nel Nuovo Mondo e trovò espressione nelle prime costituzioni americane. Nelle Leggi e Libertà del Massachusetts (1648), la coscrizione (un tributo sottoforma di lavoro) era limitata alle guerre difensive, entro il Commonwealth. Guardando agli scorsi duecento anni di storia Americana è ovvio che vi furono guerre non difensive, ma “guerre offensive, fondate sulle ragioni dello stato”, nelle parole di Hamilton.

L’espressione “general welfare” era anche mirata a contenere la spesa pubblica. Non significava qualunque cosa in generale, piuttosto il contrario; indicava il beneficio dell’intera nazione. “General” indicava l’illegalità di spese di “welfare speciale”. Non potevi costruire un’opera di cui solo in New Yorkesi avrebbero beneficiato; il progetto doveva essere benefico per l’intera nazione. Questa è anche storia. “Pork barrel” è un termine della scienza politica che indica le spese che un politico riesce ad accaparrarsi e fare approvare attraverso il lobbismo, favorendo “welfare speciale” pagato dal congresso. Applicando la clausola generale della Costituzione e la maggior parte della corruzione e del malaffare politico scomparirebbero.

I Costituenti avevano una concezione realista del governo, priva di illusioni sui pericoli del potere politico, anche nelle mani del più saggio degli uomini. Il governo deve essere tenuto sotto controllo e, mantenendo lo spirito Illuminista, il governo deve essere limitato e questo può compiersi solo attraverso controlli severi sull’imposizione fiscale e la spesa pubblica. Tutti credevano che la Costituzione avesse prodotto questo; e all’inizio lo fece. Tuttavia, alla fine del lavoro e al momento della firma, non c’era euforia sul risultato conclusivo. Il filosofico Dr. Franklin firmò lo strumento “con le lacrime, scusandosi di questo, per i dubbi e le preoccupazioni che sentiva”. Egli osservò e predisse “che i dubbi erano molti; poteva durare per secoli, comprendendo un quarto del globo, per poi terminare nel dispotismo”. La paura del dispotismo appare ancora e ancora nei discorsi e negli scritti, anche fra i grandi supporters come Franklin. Questa visione negativa si attenuò col Bill of Rights e con i forti argomenti esposti nei dibattiti sulla ratifica, i quali sottolineavano il fatto che i poteri fiscali e di spesa erano grandemente limitati. Finché questi controlli saranno effettuati, dissero i sostenitori, il dispotismo sarebbe stato evitato. Ma, possiamo chiederci, se i controlli fallissero, la profezia di Franklin si avvererebbe?

I Whiskey Boys

Dove il governo tradisce i fini per cui è istituito, la libertà è manifestamente in pericolo e tutti gli altri mezzi sono inefficaci, la dottrina della non resistenza contro il potere arbitrario e l’oppressione è assurda, schiavista e distruttiva del bene e della felicità della specie.

Alexander Hamilton divenne il Segretario del Tesoro di Washington. La sua nomina fu definita come “l’uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto” ma è dubbio che i contadini della frontiera occidentale fossero d’accordo nel 1794. Hamilton, seguendo La ricchezza delle Nazioni di Adam Smith persuase il Congresso ad adottare un’accisa sul whiskey per integrare i ricavi dei dazi, che erano inadeguati a pagare i debiti di guerra degli stati. L’imposta sul whiskey fu, nelle parole di Hamilton, un’imposta sul lusso. In più, la nazione ne beveva troppo, quindi era anche una misura salutare. C’erano state imposte sul whiskey prima della guerra e quelle esperienze non erano state negative. Il Congresso acconsentì alla richiesta di Hamilton e mise un’imposta sul whiskey, su alcuni oggetti di lusso, vendite all’asta e strumenti negoziabili.

Si trattava di un’accisa. Presto le voci su una imminente introduzione di un tributo sul cibo e sul vestiario e dell’odiata accisa Europea si diffusero in America. L’accisa può essere collocata al primo posto fra i motivi che spinsero ad immigrare in America. Un dizionario Inglese del diciottesimo secolo definisce l’accisa come: “un’odiosa imposta sui beni, il cui giudizio è rimesso non ai giudici comuni in tema di proprietà, ma a disgraziati assunti da coloro che beneficiano dell’accisa stessa”. Questa affascinante definizione, ovviamente pregiudizievole nei confronti dell’accisa, esprime i sentimenti inglesi sull’imposta. Per molti Americani, l’accisa Hamiltoniana fu il tradimento della rivoluzione.

Essa causò grossi problemi immediatamente. Sulla frontiera occidentale, il whiskey non era un oggetto di lusso, ma il mezzo di scambio di base. Il denaro non esisteva, praticamente. I contadini coltivavano segale, distillavano in whiskey e lo trasportavano attraverso le montagne a Philadelphia, dove poteva essere venduto o barattato. Il grano era troppo ingombrante per essere trasportato, così l’imposta colpì duramente i contadini dell’Ovest. Il 25% di accisa in denaro sonante era oltraggiosa; si trattava, in realtà, di un’imposta sul denaro. Nel 1794, l’intera regione era in aperta rivolta.

Gli esattori furono catramati e piumati, le loro case bruciate e furono fortunati a non essere linciati. Anche coloro che volevano pagare l’imposta, non potevano farlo. Come un moderato della Ribellione disse: “Un respiro in favore dell’imposta era sufficiente per rovinare qualsiasi persona”.

Il precursore dell’IRS (ndt: Agenzia fiscale statunitense) nacque per riscuotere l’imposta. Il paese era diviso in quattordici distretti con corrispondenti direttori. Ogni direttore riceveva l’1% delle imposte raccolte nel distretto; ogni agente riceveva il 4% di quelle da lui prelevate. Il rimanente 95% andava al Tesoro. Il sistema di commissioni trasformò  l’accisa in una sorta di imposta sui contadini – mettendo gli agenti della riscossione contro il contribuente. Più tasse erano raccolte, più l’agente guadagnava.

Nel 1792, quando l’imposta fu istituita, le regioni di frontiera protestarono pacificamente. Ci furono discorsi, incontri, petizioni. In un incontro a Pittsburgh, Albert Gallatin, che divenne un famoso senatore e Segretario del Tesoro sotto Jefferson, disse che l’imposta era ingiusta e oltraggiosa. Le accise erano veri e proprio castighi terrestri. Disse Gallatin: “tutte le imposte sugli articoli di consumo, a causa del potere attribuito agli ufficiali che ne curano la riscossione, finiranno per distruggere la libertà di qualsiasi persona le lasci introdurre”.

Il suo ragionamento era supportato dall’odio senza tempo che gli inglesi provavano per le accise, più trecento anni di esperienza Europea. Quando il governo non fece passi nella giusta direzione, non abrogando l’imposta, gli argomenti ragionati si trasformarono in richieste di secessione. Si tennero votazioni e sondaggi libertari, come nel caso delle proteste contro lo Stamp Act.

Gli agenti della riscossione furono dichiarati “fuorilegge” e un giuramento si diffuse fra i ribelli, che si chiamavano Whiskey Boys, al fine di non dare nessun conforto o aiuto agli agenti stessi. Gli sceriffi che accompagnavano la riscossione furono sequestrati, denudati, rasati a zero e ricoperti di catrame e piume. Le distillerie di coloro che pagarono l’accisa furono riempite di buchi da una specie di Robin Hood che si faceva chiamare “Tommy Tinker”.

L’ostilità dei Whiskey Boys è illustrata in una storia di un idiota del villaggio locale che giocosamente tentava di ottenere informazioni per gli agenti. Uomini ragionevoli avrebbero ignorato questa disgraziata anima, ma i contribuenti arrabbiati non sono ragionevoli. L’idiota fu strappato dal suo letto, portato da un fabbro ferraio, denudato, marchiato a fuoco e catramato e piumato.

Quando l’ordine civile collassò, nel 1794, un giudice della Corte Suprema certificò l’esistenza di un’insurrezione nella Pennsylvania occidentale. Hamilton convinse il Congresso ad autorizzare il Presidente Washington a servirsi della milizia degli stati confinanti per mostrare i muscoli. Washington comandava queste truppe. Fu la prima ed unica volta in cui un Presidente Usa giocò il ruolo di commander – in – chief guidando le truppe sul campo, in piena uniforme. Fortunatamente, il confronto militare fu evitato; i ribelli si arresero e accettarono un’amnistia offerta dal governo federale. Nessun ribelle andò in prigione.

Il risultato finale della ribellione favorì gli insorgenti. Jefferson annullò l’intera legge sull’accisa, che era considerata incostituzionale dai contadini. Questa accisa non era uniforme. I contadini del Sud non pagavano accise sulla loro produzione (cotone e tabacco); il prodotto del New England non era tassato; altri contadini, mercanti e artigiani della nazione non furono tassati. Per rispondere al requisito di uniformità, sotto diverse circostanze, non avrebbero dovuto queste persone essere caricate di un peso similare? Mai risposta fu data a questa domanda.

I libri scolastici hanno sempre lodato l’azione militare contro i whiskey boys come un’importante vittoria per la nuova federazione. Ma, recentemente, gli storici hanno scoperto di essere nel torto. La giustizia stava dalla parte dei ribelli e l’intera operazione militare fu una parata istigata da Hamilton, al fine di mostrare i muscoli del governo federale alla nazione. I ribelli si arresero prima che l’esercitò arrivò sul campo. Dei venti ribelli riportati a Philadelphia per far fronte alle accuse di tradimento, solo due furono condannati, per essere poi perdonati da Washington. Non solo i ribelli vengono oggi difesi, ma la rivolta è considerata politicamente importante anche nell’ottica moderna. Disse recentemente uno studioso: “nel 1991, come nel 1791, la resistenza fiscale manda segnali popolari sul funzionamento corretto della democrazia, segnali che meritano grande attenzione”.

In più, la Ribellione del Whiskey ha anche un messaggio storico importante. Qui, sulla frontiera Americana, un coraggioso gruppo di cittadini si levò in piedi per i propri diritti contro una chiara ingiustizia fiscale, in circostanze particolari. Essi capitolarono di fronte alla possibilità concreta di scontro con una invincibile forza militare, ma quando Jefferson divenne presidente, l’imposta fu abolita ed essi raggiunsero con mezzi democratici ciò che furono prima incapaci di ottenere con la violenza. La domanda rimane, tuttavia: senza la violenza l’imposta sarebbe stata eliminata? E inoltre: la rivolta fu la “medicina necessaria” per la solidità del governo, come credeva Jefferson?

 

La Fries Rebellion

Appena dopo la Ribellione del Whiskey, un’altra rivolta fiscale scoppiò sulla costa orientale, questa volta promossa da coloni Tedeschi. Nel 1798 il Congresso impose la sua prima imposta diretta di due milioni di dollari sulla terra, la casa e gli schiavi. L’imposta fu ripartita fra gli stati, come richiesto dalla Costituzione. La quota della Pennsylvania era di 237.000 dollari, che colpivano ampiamente le case e i terreni. Le case avevano un problema valutativo; le stime furono determinate dal numero e dalla dimensione delle finestre su ciascuna abitazione.

Quando gli esattori arrivarono per contare e misurare le finestre, i coloni Tedeschi cedettero che il governo stesse per imporre l’odiata imposta europea sul focolare. Si organizzarono in piccole bande, si armarono e perlustrarono tutto il paese alla ricerca di esattori, che furono sequestrati, aggrediti e cacciati dal paese. Quando alcuni ribelli furono arrestati, un banditore di nome John Fries marciò sui tribunali e li liberò. Il Presidente John Adams chiamò la milizia. Fries fu arrestato, processato e condannato, per tradimento, alla pena di morte; successivamente fu perdonato dal Presidente Adams, contro il parere di tutto il suo governo.

Adams, come Hamilton, era un federalista. La sua imposta diretta federale sulla terra, come l’accisa Hamiltoniana, fu odiata nel Paese.

Quando Jefferson corse per la presidenza nel 1800, la sua piattaforma fiscal anti federalista conquistò i cuori delle persone, assicurandogli la vittoria. Lo scontento contro la politica fiscale federale era diffusissimo. Così il partito Federalista uscì dal governo nazionale e, con le sue politiche, scomparve dalla storia. Gli storici sottolineano le politiche monetarie sane dei federalisti e i loro effetti benefici sulla nuova nazione, ma sbagliano a trascurare l’odio verso le politiche fiscali attuate. Molti americani iniziarono a farsi domande, apertamente, sulla bontà della rivoluzione. A causa dei federalisti, l’imposizione fiscale attraverso la rappresentanza politica risultò molto peggiore di quella senza rappresentanza. Hamilton, da segretario del tesoro, poteva essere l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto, ma i suoi tributi furono il modo sbagliato di perorare la sua causa. E mentre di questi tributi beneficiava il nuovo governo federale, questi, allo stesso tempo, distrusse il Partito Federalista.

Conclusione

Possiamo ora contestualizzare storicamente il commento di Jefferson, per cui una ribellione ogni venti anni è una buona medicina per il governo. Nel corso della sua vita vi furono quasi una dozzina di ribellioni, delle quali egli era acutamente consapevole. Sei di queste negli Stati Uniti, iniziando dalla Ribellione contro lo Stamp Act e finendo con la Fries Rebellion. Tutte queste rivolte, inclusa la Rivoluzione Americana, erano rivolte fiscali di diversa intensità. In Europa, vi fu un numero importante di sommosse fiscali nel diciassettesimo secolo, dalle rivolte anti accise in Gran Bretagna, ai disordini dei contadini tassati in Olanda alle innumerevoli rivolte Francesi. Ancora, furono tutte insurrezioni fiscali. Così quando Jefferson ci dice che le ribellioni costituiscono una buona medicina per il governo, nel suo quadro di riferimento parlava dei tumulti fiscali. Per una nazione che crede in pesi e contrappesi sul governo, non v’è dubbio che il controllo più efficace su un cattivo sistema fiscale sia quello considerato da Jefferson. Egli sentiva anche che il governo non doveva scoraggiare le rivolte od essere troppo punitivo con i ribelli perdenti:

“La constatazione di questa verità dovrebbe rendere onesti governatori repubblicani così miti nelle loro sanzioni da non scoraggiare troppo le rivolte. Si tratta di medicine necessarie alla buona salute del governo”.

Jefferson giustificava la tolleranza per i disordini civili e le rivolte riferendosi ad un massima Latina, non più diffusa oggi: Mao periculosam libertatem quam quietam servitutem (“Meglio una libertà pericolosa che una schiavitù pacifica”. Ndt: tradotto spesso con “Preferisco i tumulti della libertà alla quiete della servitù”).

Articolo di Charles Adams su Mises.org

Traduzione di Luigi Pirri

Note

[1] In questo contesto può essere tradotto con “mandato di perquisizione” anche se, di norma, il writ ( inteso come “ordine scritto emanato da un’autorità amministrativa o giudiziaria”) of assistance può prevedere anche l’esecuzione di altri compiti (espropri soprattutto).