Morale, libertà e giustizia: una riflessione su Rawls

Su Ideas have consequences il Prof. Sollazzo ha offerto una buona lezione sul neocontrattualismo di Rawls, ma ancora di più sulla concezione – di quest’ultimo – di giustizia e equità, e sul metodo logico che porta a tali conclusioni. Ci sono alcuni punti del pensiero di Rawls – non tanto di Sollazzo – che meritano una particolare riflessione. È curioso che alcune critiche che mi sovvengono siano, come schema logico, le stesse che ho già rivolto ai Gold bug in un contesto chiaramente del tutto diverso.

Rawls, ci spiega Sollazzo, cerca una terza via tra liberalismo e marxismo-leninismo; in effetti tutto ciò che non si colloca ai due estremi è per definizione una “terza” via (ricordo questo schema ternario del collocamento delle soluzioni politico-sociali storiche). Gli estremi sono così descritti:

Il liberalismo accetta alcune forme di disuguaglianza sociale in nome della libertà, ed il marxismo-leninismo giustifica una certa limitazione della libertà individuale in nome dell’uguaglianza sociale.

 Le descrizioni non sono sbagliate (una volta chiarito che con “alcune forme di disuguaglianza” si devono intendere differenze di solo ceto e senza risultati estremizzati), ma difettano nel puntualizzare che il marxismo-leninismo mira ad una uguaglianza dello stato finale degli individui mentre il liberalismo mira all’uguaglianza dello stato di partenza e delle possibilità; nel primo caso le differenze di capacità tra gli individui – ma si può parlare anche della loro “particolare umanità” – vengono scavalcate o represse, mentre nel secondo definiscono le posizioni relative nella società. Scontando che nell’uomo coesista la volontà (necessità?) di far emergere le particolari attitudini assieme al sentimento etico di riduzione della sperequazione (sia in termini di protezione di chi si trova ”in basso” che di “invidia sociale” che chiama il livellamento dei ceti), Rawls propone una sua Teoria della Giustizia ed un nuovo Contratto Sociale stilato dietro il Velo dell’Ignoranza.

Con uno sforzo di astrazione che fa impallidire le “teorie esatte” degli Austriaci – questi ultimi analizzano in astratto l’agire umano per cercare leggi di funzionamento e meccanismi o principi validi universalmente salvo contestualizzazioni, mentre questa Teoria della Giustizia viene applicata direttamente sulla società – Rawls segue il seguente ragionamento: ogni persona valuta un insieme di regole considerando che queste vadano a suo vantaggio stante la posizione sociale che ricopre, ma se gli facciamo valutare le regole senza che lui sappia quale è la sua posizione nella società (appunto: dietro il Velo dell’Ignoranza), allora l’individuo valuterà le regole possibili in modo da minimizzare i rischi di trovarsi in svantaggio, cioè privilegerà sistemi di regole che lo proteggeranno qualora si scoprisse – tolto il Velo dell’Ignoranza – a coprire una posizione “bassa” nella società. Scontando che tutti pensino in questo modo, il sistema di regole che deve emergere sarà votato al criterio di Giustizia come Equità, con il sistematico supporto a chi è più in basso affinché raggiunga gli altri.

Alcune discipline, come la scienza delle finanze, considerano una certa funzione di utilità sociale – una formula teorico-matematica che aggreghi e “misuri” il benessere di tutti gli individui insieme – come guida per la scelta di norme e interventi statali. Le funzioni di utilità sociale definite rawlsiane raggiungono il loro massimo come l’equa (nel senso di uguale) distribuzione della ricchezza tra i cittadini. Quanto detto sopra spiega il perché: non sapendo a che ceto appartengo (o apparterrò), preferirò scegliere un Contratto Sociale che minimizzi le possibilità che mi trovi nel ceto più basso attraverso trasferimenti a partire dai ceti più alti; se si reitera questo ragionamento (rappresentabile con una forma del “beauty contest game” di Keynes) si arriva ad un sistema in cui i rischi vengono totalmente azzerati perché tutti apparterranno ad uno stesso, egualitario, ceto. In altri termini, si ha una soluzione estrema di risk-sharing.

 Sollazzo ha già esposto le sue critiche in merito a eteronomia e conflittualità, e non le ripeterò. Devo però dire che la società rawlsiana non è “moralmente eterogenea e politicamente omogenea”, in quanto già in partenza è ipotizzato un comune senso morale sulla sperequazione ed un comune trattamento del rischio di posizionamento sociale effettivo; Rawls arriva ad un accordo sociale egualitarista perché in origine ha ipotizzato una società di individui uguali ed estremamente avversi al rischio. Se si ipotizzano i cittadini tutti “egualitaristi” si concluderà che si vorranno coordinare in una cornice egualitarista, semplicemente: è una tautologia.

Il grado di astrazione di Rawls, cioè, non stilizza la società ma la “finge” in modo irrealistico. Basta considerare che esistono persone meno avverse al rischio, disposte a rischiare di trovarsi in livelli sociali progressivamente più bassi pur di avere la possibilità di raggiungere livelli sociali a loro volta progressivamente più alti, per invalidare le più estreme conclusioni egualitariste. Possiamo svolgere una discussione su come permettere il concorso delle volontà (e moralità) nella stipula di un nuovo Contratto Sociale, e possiamo pure discutere sulle soluzioni adatte a far sì che i partecipanti decidano dietro al Velo dell’Ignoranza pensato da Rawls, ma che nel mondo reale la conclusione sia un totale e orizzontale risk sharing egualitarista è tutto da dimostrare, essendo questo solo il più estremo – e come tale meno probabile – dei risultati realmente possibili. In sostanza non è possibile definire a priori il Contratto Sociale che emergerebbe pur sotto condizioni rawlsiane, e per questo l’imposizione egualitarista – seppur nata con le migliori intenzioni – non è per la società la soluzione migliore, rischiando inoltre non solo di non risolvere le conflittualità (come osserva Sollazzo) ma addirittura di fomentarne di ulteriori.

Mi viene infine da pensare che la soluzione rawlsiana – vista così – non sia proprio una “terza via” intermedia tra liberalismo e marxismo-leninismo in quanto condivide totalmente con il secondo il focus sullo stato finale della società, ed in particolare su uno stato finale egualitario che il marxismo-leninismo impone esogenamente (o eteronomamente) e che Rawls presuppone nella morale individuale; non vedo bene cosa invece il neocontrattualismo di Rawls condivida con il liberalismo: in un certo senso in Rawls è assunta la libertà di scelta dell’individuo su quale tipo di Contratto Sociale scegliere, ma avendo assunto a priori che l’individuo è uniformemente orientato a livello morale in una precisa direzione, egli nega la diversità morale degli individui e ne definisce ab origine la loro meta; in questo modo la libertà di scelta diventa irrilevante (non c’è alcuna libertà nel poter scegliere l’unica possibilità presente).

Due finali osservazioni da austrofilo:

  • l’approccio individualista austriaco tiene conto delle particolarità individuali già a partire dalla divisione tra i ruoli di imprenditore e di lavoratore/consumatore: l’imprenditore è disposto al rischio di una attività d’impresa (anche solo in forma di variabilità dei risultati), rinunciando ad un consumo oggi nella speranza di un consumo maggiore futuro, mentre il lavoratore/consumatore preferisce un più stabile reddito oggi per un consumo immediato. La diversità di preferenze obiettivi e moventi (vogliamo chiamarla diversità morale?) è quel che permette lo sviluppo della società attraverso il suo coordinamento, ma pure ne impedisce il funzionamento se una moralità “di parte” viene imposta esogenamente (come nel caso dell’imposizione del Contratto Sociale di Rawls);
  • la supposizione rawlsiana di una univoca vocazione al risk sharing (di cui la elaborazione tirata fino all’egualitarismo perfetto) è dello stesso tipo della presupposta vocazione anti-inflazionistica supposta nella generalità degli individui dai Gold bug, che quindi a questi ultimi fa supporre che in un mercato libero la moneta scelta sarebbe il solo oro; basta considerare la presenza di un gruppo di persone dalle preferenze diverse (nel caso, che sia sensibile anche alla variabilità dell’inflazione oltre che al suo livello) per dar spazio a possibili risultati ben più complessi (economie multi-valutarie). Sarebbe interessante continuare il parallelo…

Il mondo non è semplice né omogeneo pure in senso morale, e tanto meno pianificabile dall’alto pur con le migliori intenzioni.

 

Articolo pubblicato originariamente su Ideas have consequences