Sogni marxisti e realtà sovietiche

L’acuto contrasto che Alexis de Tocqueville tratteggiò nel 1835 tra gli Stati Uniti e la Russia zarista-“il principio del primo è la libertà, quello del secondo è la servitù” [1]- divenne molto più accentuato dopo il 1917, quando l’impero russo si trasformò in Unione Sovietica.

L’Unione Sovietica è una nazione fondata su un’ideologia ben definita, proprio come gli Stati Uniti.  Nel caso dell’America, l’ideologia era fondamentalmente liberalismo lockeano, le cui migliori espressioni sono la Dichiarazione d’Indipendenza e il Bill of Rights  contenuto all’interno della Costituzione degli Stati Uniti. Il nono emendamento, in particolare, ci fa respirare lo spirito della visione del mondo nel tardo XVIII secolo in America. [2] I padri fondatori credevano nell’esistenza in natura, di diritti individuali che, nel loro insieme, costituiscono una cornice  morale per la vita politica. Tradotto in legge, questo quadro definisce lo spazio sociale in cui gli uomini interagiscono volontariamente, e permette il coordinamento spontaneo per il continuo adattamento reciproco dei vari piani individuali che i membri della società mettono in atto per orientarsi nella loro vita quotidiana.

L’Unione Sovietica è stata fondata su una ideologia molto diversa, il marxismo, così come inteso ed interpretato da Lenin. Il marxismo, con le sue radici intrise nella filosofia hegeliana, era una ribellione perfettamente cosciente contro la dottrina dei diritti individuali del secolo precedente. I leader del partito bolscevico (che ha cambiato il suo nome in comunista nel 1918) erano praticamente tutti intellettuali rivoluzionari, in accordo con la strategia stabilita da Lenin nel 1902 nella sua opera “Che fare?“ [3] Erano avidi studenti delle opere di Marx ed Engels, pubblicate nel corso della loro vita, o poco più tardi, e note ai teorici della Seconda Internazionale. I leader bolscevichi si consideravano gli esecutori del programma marxista, si vedevano come coloro che la provvidenza aveva invitato a realizzare il passaggio apocalittico verso la società comunista predetto dai fondatori della loro fede.

Lo scopo ereditato da Marx ed Engels era niente meno che la realizzazione finale della libertà umana e la fine della “preistoria” della razza umana. Il loro era il sogno prometeico della riabilitazione dell’uomo e della sua conquista del suo giusto posto come padrone del mondo e signore della creazione.

Basandosi sul lavoro di Michael Polanyi e Ludwig von Mises, Paul Craig Roberts ha dimostrato – in libri che meriterebbero di essere più diffusi di quanto purtroppo sono, poiché forniscono una chiave di lettura importante per la storia del 20 ° secolo [4] – il significato della libertà nel marxismo. Si fonda  sulla cancellazione dell’ alienazione, cioè la produzione di merci per il mercato. Per Marx ed Engels, il mercato rappresenta non solo l’arena dello sfruttamento capitalista, ma,  fondamentalmente, un insulto sistematico alla dignità dell’uomo. Mediante esso, le conseguenze dell’azione dell’uomo sfuggono al suo controllo e lo inducono in pensieri maligni. Così, il fatto che i processi di mercato generino risultati non previsti intenzionalmente da nessuno diventa, per il marxismo, la vera ragione per condannare il mercato stesso. Come scrisse Marx, nella fase della società comunista prima della scomparsa totale della scarsità,

La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca.

Sul punto torna  più chiaramente  Engels:

Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società, viene eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. L’anarchia all’interno della produzione sociale viene sostituita dall’organizzazione cosciente secondo un piano. La cerchia delle condizioni di vita che circondano gli uomini e che sinora li hanno dominati passa ora sotto il dominio e il controllo degli uomini, che adesso, per la prima volta, diventano coscienti ed effettivi padroni della natura, perché, diventano padroni della loro propria organizzazione in società. Le leggi della loro attività sociale che sino allora stavano di fronte a loro come leggi di natura estranee e che li dominavano, vengono ora applicate dagli uomini con piena cognizione di causa e quindi dominate. L’organizzazione in società propria degli uomini, che sino ad ora stava loro di fronte come una legge elargita dalla natura e dalla storia, diventa ora la loro propria libera azione. Le forze obiettive ed estranee che sinora hanno dominato la storia passano sotto il controllo degli uomini stessi. Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza la loro storia, solo da questo momento le cause sociali da loro poste in azione avranno prevalentemente, e in misura sempre crescente, anche gli effetti che essi hanno voluto. È questo il salto dell’umanità dal regno della necessità al regno della libertà. [6]

Pertanto, la libertà dell’Uomo si esprimerebbe nel totale controllo esercitato dai produttori associati nel pianificare l’economia e, con essa, tutta la vita sociale. Non esisterebbero più le conseguenze non intenzionali delle azioni umane, ritenute  la vera causa del disastro e della disperazione, non esisterebbero più tali conseguenze. L’uomo determinerebbe il proprio destino. La sinistra non ha mai spiegato  come ci si potesse aspettare che milioni e milioni di individui separati agissero come se avessero una sola mente e una sola volontà – potessero improvvisamente diventare “un Uomo” – specialmente perché si presumeva che lo Stato,  definito, come il motore indispensabile della coercizione, sarebbe scomparso.

Già ai tempi di Marx ed Engels – decenni prima della fondazione dello stato sovietico – ci furono alcuni studiosi che avevano un’idea lungimirante  su chi avrebbe assunto il ruolo principale quando sarebbe arrivato il momento di eseguire il melodramma eroico, l’uomo che crea il proprio destino. Il più celebre dei primi critici di Marx fu l’anarchico russo Michael Bakunin, a giudizio del quale Marx era “il Bismarck del socialismo,” il quale avvertì che il marxismo era una dottrina per sua natura portata a funzionare come ideologia – nel senso marxista: quindi caratterizzata dalla razionalizzazione sistematica e dall’ offuscamento – della sete di potere degli intellettuali rivoluzionari. Ciò avrebbe condotto, Bakunin avvertì, alla creazione di “una nuova classe”, che avrebbe stabilito “il più aristocratico, dispotico, arrogante e sprezzante tra tutti i regimi” [7] e consolidato  il suo controllo sulle classi produttrici della società. L’analisi di Bakunin fu ampliata ed elaborata da  Waclaw Machajski. [8]

Nonostante questa analisi – o forse a conferma  di essa – la visione marxista ispirò generazioni di intellettuali sia  in Europa che  in America. Nel corso di quella immane e insensata carneficina che fu la prima guerra mondiale, l’impero zarista crollò e l’immenso esercito imperiale russo  si polverizzò. Uno sparuto gruppo di intellettuali marxisti prese il potere. Cosa potrebbe esserci di più naturale del fatto che, una volta saliti al potere, queste persone tentassero di porre in essere la visione del mondo che era il loro unico scopo ? Il problema era che l’audacia del loro sogno era pari solo dalla profondità della loro ignoranza economica.

 Nel mese di agosto del 1917 – tre mesi prima che prendesse il potere- Lenin, in Stato e Rivoluzione, tratteggiò  le competenze necessarie per  realizzare una economia nazionale nella “prima fase” del comunismo, quella che lui e i suoi collaboratori stavano per imbastire :

La registrazione e il controllo in tutti questi campi sono stati semplificati all’estremo dal capitalismo che li ha ridotti a operazioni straordinariamente semplici di sorveglianza e di conteggio, e al rilascio di ricevute, cose tutte accessibili a chiunque sappia leggere e scrivere e fare le quattro operazioni [9].

Nikolai Bukharin, un leader “della vecchia guardia bolscevica”, nel 1919 scrisse, insieme a Evgeny Preobrazenskij, uno dei testi più letti dai bolscevichi. E ‘stato L’ABC del comunismo, un lavoro che è passato attraverso 18 edizioni  ed è stato tradotto in 20 lingue. Bucharin e Preobrazenskij “sono stati considerati all’interno del partito i due economisti più dotati .[10] Secondo loro, la società comunista è, in primo luogo, “una società organizzata,” sulla base di un piano dettagliato e calcolato con precisione, che include la “prestazione “di lavoro per i vari rami della produzione. Per quanto riguarda la distribuzione, secondo questi autorevoli economisti bolscevichi, tutti i prodotti saranno consegnati presso i magazzini comunali, e i membri della società li distribuiranno in conformità con le loro auto-definite esigenze. [11]

Le citazioni  favorevoli verso  Bucharin nella stampa sovietica sono ora considerati come un segno importante delle glorie della  glasnost,nel suo discorso del 2 novembre 1987, Mikhail Gorbaciov lo ha parzialmente riabilitato.Va ricordato che Bukharin è l’uomo che scrisse: “Dobbiamo procedere ad una standardizzazione degli intellettuali, noi li produrremo  come in una fabbrica” ​​[13] e che dichiarò, a giustificazione della tirannia leninista:

La coercizione proletaria, in tutte le sue forme, dalle esecuzioni  al lavoro forzato,  paradossale come può sembrare, è il metodo per  estrarre  l’umanità comunista  dal materiale umano del periodo capitalista [14].

La sagomatura del “materiale umano” a loro disposizione in qualcosa di più alto – per la fabbricazione dell’Uomo Nuovo,  l’ Homo sovieticus – era cruciale per la loro concezione di milioni di individui che nella società agiscono tutti insieme, con una sola mente e una sola volontà, [15] ed è stato condiviso da tutti i leader comunisti. E’ stato per questo motivo, che Lilina, la moglie di Zinoviev, propose  la “nazionalizzazione” dei bambini, allo scopo di farli diventare buoni comunisti. [16]

La trovata più articolata e brillante dei bolscevichi esprime ciò con lucida chiarezza. Alla fine della sua Letteratura e Rivoluzione, scritto nel 1924, Leon Trotsky scrisse le famose e giustamente derise, ultime righe: sotto il comunismo, scrisse “L’uomo medio assurgerà ai vertici di un Aristotele, un Goethe, o un Marx. E sopra questo crinale nuovi picchi si innalzeranno ” Questa abbagliante profezia era giustificata nella sua mente, da ciò che aveva scritto nelle pagine precedenti. Sotto il comunismo, l’uomo “ricostruirà sia la società sia se stesso in accordo con il suo piano.” “La vita della famiglia tradizionale ” si trasformerà, nelle “leggi dell’ereditarietà e della casuale selezione sessuale,” e lo scopo dell’uomo sarà ” creare un tipo sociale, biologico, più elevato, o che dir si voglia , un superuomo”. [17] (La citazione completa può essere trovata nell’articolo su trotsky in questo volume).

Io suggerisco che quello che abbiamo passato in rassegna in questa sede, denota la pura ostinazione di Trotsky e degli gli altri bolscevichi, nel loro desiderio di sostituire Dio, la natura e l’ordine sociale spontaneo con una totale, pianificazione cosciente fatta da loro stessi, cioè qualcosa che trascende la politica intesa nel senso ordinario del termine. Forse per capire ciò di cui stiamo parlando bisogna trasferirsi su un altro livello, il quale ci è più utile nella comprensione, delle opere degli economisti liberali classici e dei teorici della politica, si tratta di un superbo romanzo del grande apologeta cristiano CS Lewis, That Hideous Strength.

Ora, i cambiamenti fondamentali nella natura umana che i leader comunisti si sono impegnati a porre in essere, nella fattispecie, richiedono assolutamente che il potere politico sia concentrato nelle mani di poche persone. Durante la Rivoluzione francese, Robespierre e gli altri capi giacobini decisero di trasformare la natura umana in conformità con le teorie di Jean-Jacques Rousseau. Questa non fu l’unica motivazione ma sicuramente una delle cause del periodo del Terrore. I comunisti presto scoprirono quello che i giacobini avevano appreso: che per compiere una simile impresa è necessario che il Terrore sia innalzato a sistema di governo.

Il Terrore Rosso cominciò di lì a poco. Nel suo celebre discorso del novembre 1987, Gorbaciov ostracizzò il Regno del Terrore comunista degli anni di Stalin dichiarando:

Molte migliaia di persone all’interno e all’esterno del partito sono state sottoposte a misure repressive in eccessiva quantità. Questa, compagni, è l’amara verità. [19]

Ma in nessun modo è presente tutta l’amara verità. Alla fine del 1917, gli organi repressivi del nuovo stato sovietico erano stati organizzati nella Ceka, più tardi nota con altri nomi, tra cui OGPU, NKVD e KGB. I vari mandati in base ai quali la Ceka ha operato possono essere illustrati da un ordine firmato da Lenin il 21 febbraio 1918: che uomini e le donne della borghesia siano riuniti in battaglioni del lavoro per scavare trincee sotto la supervisione delle guardie rosse, chi si oppone venga fucilato. Altri, ordini includevano gli “speculatori” e i sobillatori contro-rivoluzionari che dovevano essere fucilati sulla scena del crimine. A un bolscevico che contestava questo modo di procedere, Lenin rispose: “Sicuramente non penserai che potremo vincere senza applicare il terrore rivoluzionario più crudele  in assoluto?” [20]

Il numero di esecuzioni della Ceka, questi omicidi legalizzati, nel periodo dalla fine 1917 all’inizio 1922 – escludendo le vittime dei tribunali rivoluzionari e dell’armata rossa, e  gli insorti uccisi dalla Ceka – è stato stimato con autorevolezza in 140.000. [21] Come punto di riferimento, si consideri che il numero di esecuzioni politiche sotto il repressivo regime zarista nel periodo 1866-1917 fu di circa 44.000, anche considerando quelle effettuate durante e dopo la rivoluzione del 1905 [22] (tranne  per il fatto che alle persone giustiziate era stato concesso un processo), mentre le vittime del Regno del Terrore rivoluzionario francese  furono tra i 18.000 e i 20.000. [23] Appare chiaro che, con il primo stato marxista qualcosa di nuovo era venuto al mondo.

 Nel periodo leninista – cioè fino al 1924 – dobbiamo includere anche la guerra contro i contadini, parte del “comunismo di guerra” e la scarsità di cibo che sfociò nella celebre carestia  del 1921, come risultati del tentativo di realizzare il sogno marxista. La stima più accurata dei costi umani di tali episodi dice che perirono circa 6.000.000 di persone. [24]

Ma la colpa di Lenin e dei vecchi bolscevichi – e dello stesso Marx – non finisce qui. Gorbachev ha affermato che “il culto della personalità di Stalin non era certamente inevitabile.”

“Inevitabile” è una parola grande, ma senza una cosa  simile lo stalinismo non sarebbe esistito, sarebbe stato quasi un miracolo. Disprezzando ciò che Marx ed Engels avevano deriso come mera libertà “borghese” e giurisprudenza “borghese”, [25]Lenin distrusse la libertà di stampa, abolì tutte le protezioni contro il potere della polizia, e respinse ogni parvenza di divisione e di controllo dei poteri del governo. Il popolo russo avrebbe risparmiato una quantità immensa di sofferenza, se Lenin – e Marx ed Engels e prima di lui – non avessero bruscamente respinto il lavoro di uomini come Jefferson e Montesquieu, Benjamin Constant e Alexis de Tocqueville. Questi scrittori erano sensibili al problema di come contrastare la naturale e ineliminabile spinta verso il potere assoluto. Essi stabilirono, spesso nei minimi dettagli, gli accordi politici che erano necessari, le forze sociali che dovevano essere coinvolte  per evitare la tirannia. Ma per Marx e i suoi seguaci bolscevichi, questo non era altro che “l’ideologia borghese,” obsoleta  e di nessuna rilevanza per la futura società socialista. Qualsiasi traccia di decentramento o divisione del potere, il minimo accenno di una forza di contrasto all’autorità centrale dei produttori associati,” era considerato un ostacolo in contrasto con la visione della pianificazione unitaria di tutta la vita sociale. [26]

Il bilancio tra i contadini fu ancora peggiore sotto la collettivizzazione di Stalin [27] e la carestia del 1933 – tale carestia fu causata coscientemente , al fine di terrorizzare e sopprimere i contadini, in particolare quelli dell’Ucraina. Non sapremo mai la verità completa su questo crimine demoniaco, ma sembra probabile che forse dieci o persino 12 milioni di persone persero la vita a causa di queste politiche comuniste – come o forse più del totale di tutti i morti in tutti gli eserciti della Prima Guerra Mondiale. [28]

Numeri scioccanti. Chi avrebbe pensato che, in pochi anni, ciò che i comunisti avrebbero fatto in Ucraina avrebbe potuto competere con i mostruosi eccidi della prima guerra mondiale – Verdun, Somme, Passchendaele ?

Sono morti all’inferno,
Lo chiamavano Passchendaele.

Ma quale parola  usare, per ciò che i comunisti fecero in Ucraina?

Vladimir Grossman, (in realtà Vasily, ndt) uno scrittore russo che conobbe la carestia del 1933, ne scrisse nel suo romanzo Tutto scorre, pubblicato in occidente: un testimone oculare della carestia in Ucraina dichiarò:

Poi ho capito che la cosa principale per il potere sovietico è il Piano. Realizzare il piano ….I padri e le madri cercarono di salvare i loro figli, cercarono di mettere da parte un po’ di pane, e fu loro detto: voi odiate il nostro paese socialista, voi volete ostacolare il piano, voi siete parassiti, kulaki, demoni e rettili. Quando hanno preso il grano, hanno detto che i membri del kolkoz sarebbero stati alimentati dal fondo di riserva. Hanno mentito. Non avrebbero mai dato del  grano agli affamati. [29]

I campi di lavoro per “i nemici di classe” erano stati istituiti sotto Lenin, già nell’agosto del 1918. [30] furono notevolmente ampliati  sotto il suo successore. Alexander Solzhenitsyn li paragonò a un arcipelago sparso in tutto il grande mare dell’Unione Sovietica. I campi crescevano a dismisura. Chi fu mandato in quei posti? Qualsiasi individuo con forti simpatie zariste e i membri recalcitranti delle classi medie, liberali, menscevichi, anarchici, preti e laici della Chiesa ortodossa, battisti e di altri dissidenti religiosi, i “sabotatori”, i sospettati di ogni genere, poi, “kulaki” e contadini a centinaia di migliaia.

Durante la grande purga della metà degli anni ’30, i burocrati e gli intellettuali comunisti stessi furono vittime, a quel punto ci furono alcuni pensatori  in Occidente che per la prima volta iniziavano a notare i campi, e le esecuzioni. Altre masse di esseri umani vi furono inviate dopo le annessioni della Polonia orientale e dei paesi baltici, poi i prigionieri di guerra nemici, i nemici interni della “nazione”, e i prigionieri di guerra sovietici di ritorno  in patria (considerati   dei traditori per essersi arresi), che  inondarono i campi dopo il 1945 – “vasti banchi densi  e grigi come le  aringhe nell’oceano”  scrisse Solzenicyn, [31]

Il più noto dei campi era la Kolyma, in Siberia orientale – in realtà, si trattava di un sistema di campi quattro volte più grande della Francia. Qui il tasso di mortalità potrebbe essere stato addirittura del 50 per cento l’anno [32] e il numero di morti fu probabilmente nell’ordine di 3.000.000. E continuò così per molto. Nel 1940 ci fu Katyn e l’uccisione degli ufficiali polacchi, nel 1952, i leader culturali yiddish in Unione Sovietica furono liquidati in massa[33] – tutti eliminati per ordine di Stalin. Durante le purghe ci furono probabilmente circa 7.000.000 arresti e, ogni dieci arrestati, uno fu ucciso. [34]

Quanti furono morti totali? Nessuno potrà mai saperlo. Ciò che è certo è che l’Unione Sovietica è stata la peggiore carneficina di tutto il ventesimo secolo, peggiore persino di quella compiuta dai nazisti (ma costoro hanno avuto meno tempo). [35] La somma totale delle morti dovute alla politica sovietica- solamente nel periodo di Stalin – per la collettivizzazione, la carestia, il terrore, le esecuzioni e i Gulag, è probabilmente nell’ordine di 20 milioni [36].

Con l’incedere della glasnost,  questi punti di riferimento della storia sovietica furono resi pubblici ed esplorati in misura maggiore o minore, bisogna sperare che Gorbaciov e i suoi seguaci non mancheranno mai di puntare un dito accusatore contro l’Occidente per il ruolo che ha giocato nel mascherare questi crimini . Mi riferisco a quel vergognoso capitolo della storia intellettuale del XX sec, che coinvolse i compagni di viaggio del comunismo sovietico e gli apologeti stalinisti  Agli americani, e in particolare quelli che studiano al college, sono stati fatti conoscere gli orrori del maccartismo nella nostra storia. Così dovrebbero andare le cose. Le molestie e le umiliazioni pubbliche di innocenti cittadini privati ​ sono ingiuste, e il governo degli Stati Uniti deve sempre rispettare gli standard stabiliti dal Bill of Rights. Ma certamente dobbiamo anche ricordare e informare i giovani americani delle complicità americane in altri diversi tipi di orrori – quegli intellettuali progressisti che “adoranti nel tempio della pianificazione [sovietica] ” [37] mentirono e aggirarono la verità per proteggere la patria del il socialismo, mentre milioni di persone venivano martirizzate . Non solo George Bernard Shaw, [38] Sidney e Beatrice Webb, Harold Laski, e Jean-Paul Sartre, ma, per esempio, il corrispondente da Mosca del New York Times, Walter Duranty, che disse ai suoi lettori, nel mese di agosto 1933,durante il picco della carestia:

Qualsiasi notizia di carestia in Russia è oggi un’esagerazione o propaganda sediziosa. Una carenza di cibo che ha colpito quasi tutta la popolazione nel corso dell’ultimo anno e in particolare nelle province produttrici di cereali – Ucraina, Caucaso settentrionale, regione del basso Volga – c’è stata, ed ha in ogni caso causato ingenti perdite umane [39].

Per i suoi reportage “oggettivi” dell’Unione Sovietica, Duranty vinse il premio Pulitzer. [40]

O – per nominare un altro seguace fedele, scelto a caso – si dovrebbe ricordare il prezioso lavoro di Owen Lattimore della Johns Hopkins University. Il professor Lattimore ,visitò la kolyma nell’estate del 1944, come collaboratore del vice presidente degli Stati Uniti, Henry Wallace. Scrisse un bel rapporto sul campo e sul suo capo guardiano, comandante Nikishov, per la National Geographic. [41] Lattimore paragonò la Kolyma ad una fusione tra la Compagnia della Baia di Hudson e la TVA(tennesseee valley authority,ndr). [42] Il numero di influenti “compagni” di viaggio americani è nell’ordine delle legioni e non c’è nessun principio morale che giustifichi l’oblio su ciò che hanno fatto e sull’aiuto che hanno prestato.

Nel suo discorso del 2 novembre, Gorbaciov ha dichiarato che Stalin era colpevole di “crimini enormi e imperdonabili” e ha annunciato che una speciale commissione del Comitato centrale avrebbe avuto il compito di redigere una storia del partito comunista dell’Unione Sovietica, rispecchiante la realtà dello Stalinismo. Andrei Sakharov ha chiesto la completa divulgazione “dell’intera, terribile verità di Stalin e della sua epoca”. [43] Ma i dirigenti comunisti possono davvero permettersi di dire tutta la verità? Al XX Congresso del Partito nel 1956, Nikita Krusciov rivelò la punta dell’iceberg dei crimini stalinisti e subito dopo la Polonia si ribellò ed ebbe luogo la rivoluzione ungherese :

Avvenimenti sconcertanti in Ungheria,

tali da sconvolgere la coscienza di ogni uomo

Cosa significherebbe rivelare tutta la verità? È possibile che i leader comunisti ammettano, per esempio, che durante la Seconda Guerra Mondiale, “le perdite inflitte dallo Stato sovietico sul suo stesso popolo fu paragonabile a quello che i tedeschi inflissero sul campo di battaglia”? Che “i campi di concentramento nazisti erano versioni modificate degli originali sovietici”, la cui evoluzione fu seguita con attenzione dai comandanti tedeschi. Questo, in breve, è il messaggio, “l’Unione Sovietica non fu solo uno stato assassino, ma il modello di stato assassino”? [44] Se lo facessero, quali potrebbero essere le conseguenze questa volta?

Ma il fatto che le vittime del comunismo sovietico non potranno mai essere perfettamente riconosciute nella loro patria è una ragione in più, oltre a ragioni di giustizia storica, perché noi in Occidente dobbiamo sforzarci di mantenere viva la loro memoria.

Articolo di Ralph Raico su Mises.org

Tratto da Great Wars and Great Leaders

Traduzione di Loris Cottoni

Note

[1] Alexis de Tocqueville, Democracy in America, vol. 1 (New York: Vintage, 1945), p. 452.

 [2] “‘l’enumerazione contenuta nella Costituzione di certi diritti non deve essere intesa come volta a negare o a screditare altri [diritti] delle persone” Non serve ricordarlo, il governo degli Stati Uniti raramente ha seguito, anche solo lontanamente, questo credo.

[3] V. I. Lenin, What Is to Be Done? Burning Questions of Our Movement (New York: International Publishers, 1929).

[4] Alienation and the Soviet Economy: Towards a General Theory of Marxian Alienation, Organizational Principles, and the Soviet Economy (Albuquerque: University of New Mexico Press, 1971) and (with Matthew A. Stephenson) Marx’s Theory of Exchange, Alienation, and Crisis (Standford: Hoover Insitution Press, 1973).

[5] Karl Marx, Capital: A Critique of Political Economy, vol. 3, Friedrich Engels, ed. (New York: International Publishers, 1967), p. 820.

[6] Friedrich Engels, “Socialism: Utopian and Scientific,” in Karl Marx and Friedrich Engels, Selected Works (Moscow: Progress Publishers, 1968), p. 432.

[7] Vedere per esempio, Michael Bakunin, “Marx, the Bismarck of Socialism,” in Leonard I. Krimerman and Lewis Perry, eds., Patterns of Anarchy. A collection of Writings in the Anarchist Tradition (Garden City, N.Y.: Anchor/Doubleday, 1966), pp. 80–97, specialmente p. 87. Per una discussione dei problemi teorici connessi all’analisi della “nuova classe” della società sovietica e una critica del tentativo di James Burnham di generalizzare questa interpretazione alle società non marxiste, vedere Leszek Kolakowski, Main Currents of Marxism, P. S. Falla, trans. (Oxford: Oxford University Press, 1981) vol. 3, The Breakdown, pp. 157–66.

[8] See Max Nomad, Political Heretics (Ann Arbor: University of Michigan Press, 1968), pp. 238–41. Also, Jan Waclav Makaïske, Le socialisme des intellectuels, Alexandre Skirda, ed. (Paris: Editions du Seuil, 1979).

[9] V. I. Lenin, State and Revolution (New York: International Publishers, 1943), pp. 83–84.

[10] Sidney Heitman, in “New Introduction” (unpaginated) a N. Bukharin and E. Preobrazhensky, The ABC of Communism (Ann Arbor: University of Michigan Press, 1966).

[11] Ibid., pp. 68–73.

[12] New York Times, no. 3, 1987.

[13] David Caute, The Left in Europe Since 1789 (New York: McGraw-Hill, 1966), p. 179.

[14] Ibid., p. 112.

[15] “The principal task of the fathers of the October Revolution was the creation of the New Man, Homo sovieticus” Michel Heller e Aleksandr Nekrich, L’utopie au pouvoir: Histoire de l’U.R.S.S. de 1917 á nos jours (Paris: Calmann-Lévy, 1982), p. 580. In merito ai risultati, Kolakowski afferma: “lo stalinismo produsse davvero “il nuovo uomo sovietico”: un ideologico schizofrenico, un mentitore che credeva alle sue stesse menzogne, un uomo in grado di portare avanti atti volontari di automutilazione intellettuale..” Kolakowski, vol. 3, p. 97.

[16] Heller and Nekrich, p. 50.

[17] Leon Trotsky, Literature and Revolution (Ann Arbor: University of Michigan Press, 1971), pp. 246, 249, 254–56. Bukharin aveva le stesse idee assurde riguardo agli obiettivi prometeo-collettivisti del socialismo. Affermò nel 1928 (quando il dominio di Stalin era già visibile) che “stiamo creando e creeremo una civiltà che rispetto al capitalismo sarà come le sinfonie di Beethoven confrontate con un motivetto suonato al kazoo.” Heller and Nekrich, p. 181.

[18] Cf. J. L. Talmon, The Origins of Totalitarian Democracy (London: Mercury Books, 1961).

[19] New York Times, Nov. 3, 1987.

[20] George Leggett, The Cheka: Lenin’s Political Police (Oxford: Clarendon Press, 1981), pp. 56–57.

[21] Ibid., pp. 466–67

[22] Ibid., p. 468. La grande maggioranza delle fucilazioni avvenne dopo la rivolta del 1905

[23] Samuel F. Scott and Barry Rothaus, eds., Historical Dictionary of the French Revolution, 1789–1799, L-Z (Westport, Conn.: Greenwood Press, 1985), p. 944.

[24] Robert Conquest, Harvest of Sorrow: Soviet Collectivization and the Terror-Famine (New York: Oxford University Press, 1986), pp. 53–55.

[25] Karl Marx and Friedrich Engels, The Communist Manifesto, in Selected Works, p. 49.

[26] Sulle responsabilità di Marx, Kolakowski (vol. 3, pp. 60–61) scrive, “Sicuramente credeva che nella società socialista ci sarebbe stata una perfetta unione di intenti, i conflitti tra interessi privati sarebbero scomparsi con l’eliminazione delle loro basi economiche date dalla proprietà privata. La società, pensava, non avrebbe più avuto bisogno di quelle istituzioni borghesi come i partiti politici… e delle regole di salvaguardia delle libertà civili. Il dispotismo sovietico fu un tentativo di applicare questa dottrina.” Vedere anche ibid., p. 41.

[27] The “war against the nation” — Stalin’s forced collectivization —non fu il prodotto di un pazzo cinico megalomane. Come ha argomentato Adam Ulam, “Stalin era raramente cinico… era sincero e ossessivo.” La sua ossessione era il marxismo-leninismo, la scienza della società che avrebbe indubbiamente portato alla vera e totale libertà per l’uomo. Se la realtà si dimostrava refrattaria, allora la causa era da ricercare nei “sabotatori” – intere categorie o classi di persone impegnate in atti di deliberato sabotaggio. Sicuramente, il sogno marxista non poteva essere in errore. Adam Ulam, Stalin. The Man and His Era (Boston: Beacon Press, 1973), pp. 300–01.

[28] Conquest, Harvest of Sorrow, pp. 299–307. La terribile carestia fu nel 1933: dopo quell’episodio vennero fatte alcune concessioni ai contadini: potevano coltivare per se stessi mezzo acro e avevano la possibilità di vendere sul mercato il grano in eccesso alla quota stabilita dallo Stato. Stalin, tuttavia, condannava queste “concessioni” come “individualismo”. Ulam, pp. 350–52.

[29] Citato in ibid., p. 346.

[30] Héléne Carrére d’Encausse, Stalin: Order Through Terror, Valence Ionescu, trans. (London and New York: Longman, 1981), pp. 6–7.

[31] Aleksandr I. Solzhenitsyn, The Gulag Archipelago, 1918–1956. An Experiment in Literary Investigation, vols. 1–2.

[32] Nikolai Tolstoy, Stalin’s Secret War (New York: Holt, Rinehart and Winston, 1981), p. 15.

[33] David Caute, The Fellow-Travellers. A Postscript to the Enlightenment (New York: Macmillan, 1973), p. 286.

[34] Robert Conquest, The Great Terror: Stalin’s Purge of the Thirties (New York: Macmillan, 1968), p. 527.

[35] Dovrebbe essere ovvio che, in logica e giustizia, l’enumerazione dei crimini dell’Unione Sovietica possa in nessun modo discolpare gli altri Stati – per esempio le Democrazie Occidentali – per i crimini che hanno commesso o stanno commettendo.

[36] Conquest, The Great Terror, pp. 525–35, specialmente p. 533. Caute, The Fellow-Travellers, p. 107, stima le morti nei campi tra il 1936 e il 1950 a 12,000,000. Aggiunge, “le politiche di Stalin possono essere responsabili di 20 milioni di morti.” Ibid., p. 303.

[37] Caute, The Fellow-Travellers, p. 259.

[38] George Bernard Shaw, per esempio, espresse il suo disgusto per chi protestò contro quando l’Unione Sovietica “giudiziosamente liquidò un manipolo di sfruttatori e speculatore e rese il mondo un miglior luogo per gli uomini onesti.” Ibid., p. 113.

[39] Citato da Eugene Lyons, “The Press Corps Conceals a Famine,” in Julien Steinberg, ed., Verdict of Three Decades. From the Literature of Individual Revolt Against Soviet Communism, 1917–1950 (New York: Duell, Sloan, and Pearce, 1950), pp. 272–73.

[40] Conquest, Harvest of Sorrow, pp. 319–20.  Come scrive Conquest, sino al 1983 il New York Times continuava a menzionare il premio Pulitzer di Duranty tra gli onorificenze del giornale. Se il Times e i suoi corrispondenti mentirono così spudoratamente sulle condizioni della Russia Sovietica e sulle loro cause, tuttavia,  altri subito dopo scrissero la verità: Eugene Lyons and William Henry Chamberlin pubblicarono articoli e libri dettagliando, sulla base della loro esperienza personale, ciò che Chamberlin chiamò “carestia organizzata” usata come arma contro i contadini ukraini. Vedi William Henry Chamberlin, “Death in the Villages,” in Steinberg, p. 291.

[41] Caute, The Fellow-Travellers, p. 102.

[42] Conquest, The Great Terror, p. 354.

[43] New York Times, Nov. 7, 1987.

 [44] Nick Eberstadt, Introduzione a Iosif G. Dyadkin, Unnatural Deaths in the U.S.S.R., 1928–1954 (New Brunswick, N.J., and London: Transaction Books, 1983), pp. 8, 4.