Quanta confusione sulle tasse!

Barack Obama ha recentemente dichiarato che se un repubblicano vincerà le prossime elezioni, gli americani saranno lasciati soli e dovranno arrangiarsi. La protezione del governo da pericoli come l’inquinamento, le tasse occulte, i pignoramenti, verrà meno. E la gente non potrà più fare affidamento sugli altri per pagare beni e servizi che altrimenti non potrebbe permettersi.

La risposta di Rush Limbaugh non si è fatta attendere: “dannazione, a dire il vero – arrangiarci – è proprio quello che vogliamo!”.

Obama e Limbaugh sembrano avere una visione comune del capitalismo, inteso come una sorta di sistema di “rozzo individualismo”. L’unica differenza consiste nel fatto che il primo condanna, senza mezzi termini, la fiducia in se stessi; l’altro la magnifica.

Nessuno dei due sembra però apprezzare la vera natura del capitalismo.

La cosa non importerebbe granché se la confusione sulla sua natura fosse limitata a loro due. Purtroppo, però, i fraintendimenti circa il reale funzionamento del capitalismo sono alquanto diffusi e generalizzati.

C’è un aspetto su cui molte persone stanno sicuramente tentando di arrangiarsi.

La gente vuole evitare di pagare le tasse. Le recenti discussioni in merito al carico fiscale illustrano la confusione che regna sulle effettive modalità di funzionamento dei mercati. L’ondata di spesa in deficit ha stimolato il dibattito su chi dovrà sostenere gli oneri fiscali futuri.

Le persone di sinistra vorrebbero tassare i ricchi per far pagare la loro “giusta quota”. Secondo il parere della destra politica, invece, i cittadini americani ad alto reddito già sosterrebbero la maggior parte del carico fiscale. L’un per cento più ricco pagherebbe da solo quanto tutti gli altri, mentre il 50 per cento più povero non sarebbe addirittura soggetto ad alcuna tassazione sul reddito. La sinistra politica risponde facendo notare che la disuguaglianza è nel frattempo aumentata. I ricchi diventano sempre più ricchi, e, stando appunto alle apparenze, ci sarebbe sicuramente bisogno di una maggiore uguaglianza per conseguire l’agognata giustizia sociale.

Il problema, con tutto il dibattito popolare che si è innestato sulle tasse, consiste nel fatto che i tentativi di sottrarsi al fisco vanno oltre la mera competizione politica sulle aliquote fiscali in vigore. Gli sforzi per evadere le tasse si estendono al mercato.

Se, ad esempio, le imposte sui redditi più alti aumentassero del 20 per cento, i lavoratori ad alto reddito reagirebbero a questa evenienza, organizzandosi per contrattare stipendi più alti e salari più adeguati. E se essi riuscissero a spuntare un aumento salariale del 10 per cento, quasi la metà dell’aumentato gravame peserebbe sulle spalle dei loro datori di lavoro.

Di fatto, tasse più alte erodono gli stipendi percepiti; e salari più elevati determinano un aumento del costo del lavoro. A questo punto, l’effettiva ripartizione del carico fiscale tra lavoratori e imprenditori dipende dal corrispettivo potere contrattuale, nell’ambito del mercato del lavoro. Il nocciolo della questione è che i lavoratori ad alto reddito trasferiranno una quota dell’innalzamento di qualsivoglia imposta progressiva, se non addirittura la maggior parte della stessa, sui propri datori di lavoro.

Questi ultimi assumeranno di conseguenza meno lavoratori ad alto reddito, e cercheranno di traslare il loro aumento del costo del lavoro sui clienti finali. Anche questa volta dipenderà dal potere contrattuale relativo del venditore e dei suoi clienti. Nella misura in cui gli imprenditori saranno in grado di aumentare i prezzi senza troppo pregiudicare i volumi delle vendite, essi potranno scaricare gran parte del loro maggior carico fiscale sui consumatori. Questi, o almeno quelli che ancora saranno disposti ad acquistare a un prezzo maggiorato, finiranno così per pagare il fio di una tassa che, nei suoi intendimenti, avrebbe dovuto colpire solo “i ricchi”.

La destra politica si sbaglia di grosso quando sostiene che gli strati più poveri della popolazione non pagano imposte sul reddito. Tutti pagano, direttamente, le imposte sui consumi, ma i cittadini americani facenti parte del ceto medio o del ceto meno abbiente, finiscono per sopportare quella quota di tasse che era in partenza mirata a colpire le classi più agiate.

Così come sbaglia, e di grosso, anche la sinistra politica. Perché l’attuale carico fiscale, caratterizzato da tasse più alte, non può essere limitato e isolato ai “soli ricchi”. I poveri e il ceto medio stanno in realtà già pagando delle tasse occulte, dovute ai prezzi maggiorati. Ulteriori aumenti dell’aliquota marginale, intesa a colpire le fasce di reddito più alte, accrescerebbe oltremodo il carico delle tasse implicite ed occulte che tutti, in un modo o nell’altro, stanno già sopportando.

Si potrebbe sostenere che il carico degli oneri fiscali occulti, di cui sopra, spesso non sia poi così gravoso. Forse solo una piccola percentuale delle imposte che vengono traslate ai datori di lavoro, viene a sua volta scaricata sui consumatori, sotto forma di prezzi più elevati.

Se i titolari d’impresa semplicemente si sobbarcano i maggiori costi marginali del lavoro, in assenza di maggiori ricavi marginali, semplicemente si assisterà ad una contrazione dei loro margini di profitto.

Le diminuzioni dei rendimenti sugli investimenti delle imprese inibiscono però la crescita futura ed un rallentamento di quest’ultima si sconterà in termini di un limitato futuro aumento dei salari e dei redditi per la stragrande maggioranza dei produttori. Gli effetti delle imposte sulla crescita sono, forse, ancor più subdoli della loro ripercussione sui prezzi.

Le economie di mercato sono sistemi complessi, in cui si registrano una miriade di interconnessioni degli interessi individuali ed in cui le interazioni intersoggettive si intrecciano e si avviluppano.   Gli sforzi orientati a falsare i risultati della concorrenza di mercato comporteranno delle conseguenze non intenzionali.

Inoltre il concetto di giustizia sociale è di per sé vago e arbitrario. E, anche se fossimo tutti d’accordo sulla nozione di una redistribuzione “socialmente giusta”, sarebbe a ogni buon conto impossibile trovare una modalità pratica per delineare effettivamente una coerente articolazione dei sistemi fiscali (o un adeguato livello di spesa) volto a conseguire quell’obiettivo. L’imposizione di nuove tasse muta semplicemente le dinamiche di salari e di prezzi, in maniera tale che non solo diventa impossibile prevederle in anticipo, ma resta difficile misurarne anche l’impatto ex post.

Tanto la destra, quanto la sinistra, sembrano aver abbracciato il mito in base al quale lo Stato sia in grado di controllare e limitare gli effetti della tassazione, che dovranno così prodursi solo nei confronti delle categorie prese di mira. Ma, ancorché non si sia assolutamente in grado di determinare con precisione l’impatto del carico fiscale su ognuno, sappiamo per certo che la pressione fiscale si discosta significativamente dal carico inizialmente previsto. Le persone ad alto reddito non pagano quanto le aliquote fiscali ufficiali invece suggerirebbero.

I mercati spalmano gli oneri fiscali in modo più uniforme di quanto si creda. Gli sforzi per far sì che “i ricchi paghino la loro giusta quota”, dunque, genera un consequenziale aumento dell’effettivo onere condiviso attraverso le imposte indirette e la tassazione occulta.

Alla stessa stregua, i benefici dei tagli fiscali godono anch’essi della più ampia espansione, più di quanto si possa pensare.

Ci sono due basilari insegnamenti che possiamo così apprendere. In primo luogo, nessuno di noi può considerarsi veramente “un’isola”, poiché il sistema di mercato è un sistema sociale. In secondo luogo, i politici non possono utilizzare le tasse per raggiungere un particolare set di obiettivi, informati a una “giusta redistribuzione”, perché quello del mercato è un sistema straordinariamente complesso e adattabile e i politici stessi sono tutt’altro che onniscienti. Un’autorità onnisciente e onnipotente potrebbe forse imporre una qualche nozione di giustizia sociale. La realtà che dobbiamo affrontare è invece del tutto diversa: la giustizia sociale è un concetto tanto arbitrario, quanto praticamente inapplicabile. Queste due lezioni determinano, di fatto, importanti implicazioni.

Fortunatamente, c’è una soluzione facile, facile per risolvere il problema dell’evasione fiscale. Tutti noi potremmo evitare dei pesanti carichi fiscali, se solo i funzionari pubblici tagliassero gli sprechi o le spese federali inutili. Produrre una dettagliata “spending review” si configura come un compito piuttosto complicato, ma molto di questo lavoro è già stato portato a termine. I pochi programmi federali o devono essere aderenti alla definizione di “bene pubblico”, o essere conformi ai limiti costituzionali previsti dal governo federale.

Tutti noi paghiamo, senza necessità alcuna, tasse troppo elevate. Tutti potremmo pagarne di meno.

Articolo di D.W. MacKenzie su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo