Ripensare l’Unione Americana

Esiste una “giusta” dimensione oltre la quale uno stato nazionale degenera in modo inevitabile e progressivo verso la tirannia? Se fosse così, come andrebbe organizzata una repubblica? Come possiamo evitare un Leviatano centralizzato? Il nuovo libro di Donald Livingston, Rethinking American Union for the Twenty-First Century, si propone proprio di esaminare questi temi, promuovendo un modello organizzativo per gli Stati Uniti del nuovo millennio.

Quella che segue è la recensione di David Gordon per il Mises Institute.

Ripensare l’Unione Americana, una recensione – David Gordon

Gli autori che hanno contribuito alla preziosa raccolta di saggi di Donald Livingston sostengono principalmente due tesi. Ognuna di queste tesi può essere letta indipendentemente dall’altra ma la prima fornisce ragioni a favore della seconda.

Livingston, con particolare cura, descrive la prima di queste tesi così:

Come insegnava Aristotele, tutto in natura ha una dimensione adeguata, al di là o al di sotto del quale diventa disfunzionale […] Lo stesso vale per il funzionamento di altre entità sociali, come le giurie dei comitati, le assemblee legislative e gli apparati burocratici, il rapporto tra la popolazione e il rappresentante (ad esempio, il rappresentante di un milione di persone non può essere un rappresentante collettivo). Nessuna di queste entità può funzionare adeguatamente se troppo grande, cioé fuori scala (pp. 16-17).

Per Livingston, una repubblica deve avere dimensioni limitate; la sua posizione, se ho ben capito, è questa: una repubblica deve avere un’assemblea rappresentativa con funzione legislativa; al fine di essere veramente tale, il numero di persone che ogni membro del gruppo rappresenta non deve essere eccessivamente esteso. Ma si dà anche il caso che il numero di persone, nella stessa assemblea,  non possa essere così ampio, per il motivo indicato nel paragrafo precedente. In una grande repubblica, questi requisiti non possono contemporaneamente essere soddisfatti. Pertanto, la corretta dimensione di una repubblica è necessariamente limitata.

Livingston aggiunge, a questi argomenti, un richiamo alla tradizione:

Qualsiasi posizione circa la corretta dimensione e scala dell’ordine repubblicano deve poggiare sulla tradizione repubblicana che risale agli antichi greci. Nel fare ciò, dovremmo stupirci nello scoprire che, per oltre duemila anni, le repubbliche raramente andavano oltre una popolazione di 200.000 abitanti; la maggior parte di esse, addirittura, era notevolmente meno estesa” (p. 126).

Per di più,

la tradizione repubblicana ci ha anche insegnato che il governo di un territorio di grandi dimensioni sfocia, necessariamente, in una monarchia centralizzata” (p.25).

Kirkpatrick Sale si richiama ugualmente ad Aristotele, il quale

pensava principalmente in termini di città, non concependo le nazioni. Ma anche potessimo estendere queste unità, avendo acquisito un’esperienza aggiuntiva di 2000 anni, pure queste comunità politiche nuove dovrebbero essere limitate:  dalla natura e dall’esperienza umana “(p. 168).

L’esperienza attuale dimostra che Aristotele aveva ragione.

Le prove, in questo senso, abbondano: un grande stato composto, da 305 milioni di abitanti, è ingovernabile. Non lo hanno forse dimostrato Katrina, il disastro petrolifero BP o la corsa verso l’alto della spesa sanitaria, le frontiere colabrodo e il fallimento dell’istruzione scolastica […]? (p. 168)

Prima di riflettere sulla bontà o meno delle argomentazioni, un altro problema richiede la nostra attenzione. Anche se la posizione di Livingston e Sale fosse sostenibile, non hanno  costoro erroneamente presupposto una premessa che deve, invece, necessariamente essere verificata? Cioé, essi elencano le condizioni costitutive in cui una repubblica prospera, ma cosa succede se si nega del tutto la necessità di uno stato, anche quando si tratta di una repubblica del genere?

Seppure il rifiuto tout court dello stato mi sembra del tutto convincente, gli anarchici non dovrebbero respingere la questione della dimensione rilanciata da Livingston e dai suoi colleghi. Se idealmente dovessimo farla finita con lo stato, dovremmo anche chiederci:

dato che il mondo esistente è fatto di stati-nazione, come può il potere essere limitato  dimodoché, nella pratica, faccia meno danni possibile?

Inoltre, gli anarchici hanno bisogno di prendere in considerazione un problema analogo a quello sollevato in questo libro. Qual è la dimensione corretta di un’agenzia di protezione? Troppi clienti per una singola agenzia pongono problemi simili a quelli creati da troppi elettori per ogni membro dell’assemblea legislativa?

Ciò detto, passiamo ad analizzare la validità delle argomentazioni degli autori. La loro posizione mi sembra in gran parte sostenibile e convincente: il potere tirannico è stato, infatti, spesso favorito dalle grandi dimensioni. Ma non sempre: mi viene in mente la Cambogia, l’eccezione più eclatante – uno stato molto piccolo in cui i comandanti comunisti si macchiarono di crimini mostruosi.

Inoltre, un critico potrebbe affermare: “gli autori si sono concentrati sulla questione sbagliata. Non è forse più importante lo scopo del governo piuttosto che la sua dimensione? Un governo strettamente limitato che controlla un vasto territorio non sarebbe meglio di uno stato invadente di piccole dimensioni?” Gli autori, a questo punto, potrebbero giustamente replicare: “limitare la dimensione di una nazione è spesso uno strumento indispensabile per garantire la diminuzione dell’ingerenza governativa”.

Prima di abbandonare la questione, vorrei sollevare un altro problema. Supponiamo gli autori abbiano ragione: la dimensione corretta di una repubblica è quella descritta nel libro e quando questa tende ad ingrandirsi, è necessario l’abbandono della forma repubblicana, correndo il rischio di dar vita a una tirannia. Consegue da questi fatti che, per qualsiasi stato più grande della dimensione suggerita, una riduzione delle dimensioni costituisce sempre un miglioramento? Non riesco a dimostrarlo, anche se in pratica potrebbe essere vero che tali riduzioni siano quasi sempre auspicabili.

Se l’argomento degli autori fosse valido, non sarebbe difficile mettere in pratica nel nostro mondo ciò che, con tanta cura, essi sostengono? In un mondo di stati giganteschi, come può una piccola repubblica sperare di sopravvivere? Livingston affronta abilmente il problema, rilevando, in primo luogo, come i piccoli stati non siano sempre destinati alla sconfitta nei conflitti contro quelli più grandi e, in ogni caso, indica la federazione come possibile soluzione al quesito. Qui si rifà a David Hume, il quale

concorda con la tradizione repubblicana secondo cui ‘una comunità piccola è il più felice governo del mondo ma ‘può essere conquistata dall’esterno con la forza” (p. 143) [1].

Hume propose una grande repubblica composta di 100 piccole repubbliche. Le leggi approvate dal Senato richiederebbero la ratifica della maggioranza parlamentare delle repubbliche costituenti. Così facendo, Hume pensò, i vantaggi delle piccole dimensioni potrebbero essere uniti alla maggiore potenza di fuoco di un grande stato.

Le idee di Hume, insieme ad altre simili da parte di scrittori differenti, hanno influenzato i fondatori della repubblica americana e qui arriviamo alla seconda delle affermazioni principali di questo libro: l’America delle origini non nacque come Leviatano centralizzato ma come federazione di repubbliche, ognuna delle quali conserva intatto il suo potere sovrano, escluse le questioni delegate al governo federale. Ogni stato, da questo punto di vista, si riserva il diritto di lasciare la federazione, se ritiene che il governo nazionale (o gli altri stati) abbiano violato in maniera irrimediabile i suoi diritti. Gli 11 stati del Sud, che si separarono nel 1861, agirono quindi legalmente, anche se  la scelta, tutto sommato, resta discutibile.

Ken Masterton Brown, nel suo lungo e argomentato contributo al libro, difende con forza questa posizione. Come fa notare:

la Costituzione è un accordo “tra gli stati che l’hanno ratificata” [così è scritto nella stessa]. Ha delle parti – gli stati. Ognuna di queste ha rinunciato ad alcuni poteri in cambio di una “difesa comune” e di una qualche regolamentazione del commercio tra gli stati, laddove necessario… Ogni parte mantiene il diritto di sciogliere il legame, in caso di violazione materiale, da parte degli stati o del governo federale creato dalla Costituzione…. Non vi è dubbio che i padri e ratificatori della Costituzione avessero ben chiaro che si trattava di un accordo contrattuale. Non solo il documento, nella forma, contiene tutti gli elementi tipici del contratto, ma tutto il pensiero politico prevalente, nel periodo rivoluzionario, considerava le costituzioni scritte “contratti” (pp. 42-43).

Vorrei, nonostante la bontà argomentativa, porre un’obiezione. Se gli stati potessero ritirarsi di propria volontà dall’Unione, perché gli anti-federalisti enfatizzarono, nei dibattiti sulla ratifica, i pericoli della centralizzazione? Se fosse esistito un rimedio già pronto contro l’usurpazione del potere federale, per quale motivo questa era considerata una prospettiva così pericolosa? Forse, però, non v’erano dubbi sulla possibilità giuridica di secessione, piuttosto il timore che, in pratica, questa risultasse difficile da attuare con successo – come del resto  i fatti dimostrarono nel 1861.

Se la Costituzione ha impostato gli Stati Uniti come federazione decentralizzata, purtroppo, nel lungo termine, il potere federale ha prevalso. In un tagliente saggio, Thomas Di Lorenzo esplora le fasi attraverso cui è stato stravolto il vecchio ordine. Chiaramente, fin dall’inizio della nostra storia nazionale, Alexander Hamilton, che Cecelia Kenyon ha giustamente definito il “Rousseau della Destra” (p. 72) e i suoi seguaci, insoddisfatti per il governo decentrato costituzionale, cercarono di sostituirlo con un regime centralizzato. In questo sforzo, Hamilton ricevette un aiuto considerevole da parte di John Marshall, presidente della corte suprema, le cui opinioni nazionaliste fecero da eco alle parole del primo Segretario del Tesoro.

Marshall ripeté la teoria fallace di Hamilton sulla fondazione americana: la “nazione”, in qualche modo, crea gli stati; sostenne la “creazione popolare” del governo federale. […] ‘In nome del popolo’  – disse Marshall – ‘il governo federale affermò la legittimità del diritto di controllare tutti gli individui o i governi all’interno del territorio americano’. (p. 70)

I lettori dei magnifici libri di DiLorenzo su Lincoln non saranno sorpresi nel notare l’attribuzione a Lincoln stesso di grandi colpe nella marcia verso il consolidamento centralizzato della nazione [2]. Marshall DeRosa è completamente d’accordo:

Lincoln retoricamente spiegò [a Gettysburg] di aver condotto gli Stati Uniti in una guerra di aggressione contro la Confederazione in modo da rifondare l’America senza la corruzione sudista; questo è ciò che intendeva con le parole ‘una nuova nascita della libertà’. Le evidenze materiali intorno a lui, a Gettysburg, testimoniano che ai sudisti non sarebbe stato concesso di avere un governo locale, per il sud; essi avrebbero dovuto subire la coercizione del governo di Washington, D.C”. (p.94)

Per gli autori di questo libro, la secessione non è un problema confinato al passato; essi la considerano rimedio essenziale ai mali dell’America odierna. A questo proposito, è interessante notare l’appoggio  che alla secessione diede l’illustre diplomatico e storico americano, George Kennan, in una maniera tale da deliziare Thomas Jefferson, affermando la necessità di suddividere l’America in una serie di repubbliche regionali.

Per iniziare il dibattito, senza essere dogmatico, Kennan suggerisce  la divisione dell’Unione in una dozzina di ‘repubbliche costituenti'” (pp. 21-22).

Ripensare l’Unione americana per il XXI secolo merita l’attenzione degli studiosi di filosofia politica e storia americana. Per la loro audace sfida all’ortodossia contemporanea, dovremmo elogiare gli autori.

Articolo di David Gordon su Mises.org

Traduzione di Loris Cottoni

Note

[1] Livingston è un autorevole studioso di Hume. Per ulteriori informazioni sulle sue opere a riguardo, si veda la mia recensione  Philosophical Melancholy and Delirium in the Mises Review Fall 1998.

[2] Cfr.  The Real Lincoln (2002) e Lincoln Unmasked (2006).