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Source link: http://vonmises.it/2012/05/08/il-dovere-morale-di-ridurre-le-tasse/

Il dovere morale di ridurre le tasse

martedì, maggio 8, 2012 di

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Come fece notare, ormai parecchi anni fa, un gigante della libertà di questo sventurato Paese, le tasse «ci riguardano, prima ancora che come contribuenti, come cittadini, uomini di coscienza, individui che esprimono scale di valori in cui la libertà è presente con spicco… Esse determinano la qualità della nostra vita anche non materiale, ben oltre quanto può sembrare fermandosi all’economia dei tributi. Non modificano solo la nostra ricchezza: modificano la condizione umana spirituale.» Con la straordinaria acutezza che l’ha sempre caratterizzato, e veicolandolo attraverso l’ineguagliabile briosità del suo nitore espositivo, Sergio Ricossa ha qui colto un punto fondamentale e di straordinaria importanza.

Costituendo il fulcro di ogni discussione che voglia porsi come seria ed argomentata, ciò dovrebbe far riflettere tutti coloro cui sta a cuore veramente la libertà e tutti coloro che intendono battersi contro il cancro devastante, che sta ormai prostrando e corrompendo il Paese: la tassazione ed il suo degenerato sottoprodotto, il fiscalismo rapace e parassitario.

Specie in un contesto storico disgraziato come quello attuale, in cui agli atavici disastri strutturali si sommano dei mali, se possibile, ancor più tremendi, il fatto di cogliere e di far proprio il nocciolo profondo di quel messaggio diventa un’esigenza ineludibile.

Questo postula, conseguentemente, che un’efficace opposizione a un dirigismo regolamentatorio ormai alla deriva, a una libido taxandi sempre più arrogante e illimitata, così come a un’ottusa e feroce imposizione di corvée, tanto più gravose quanto più umilianti e ingiustificabili, deve essere condotta, se vuole avere successo, sul piano dell’illegittimità morale ed etica di quei fenomeni.

La difesa della libertà, della proprietà, come pure della responsabilità individuale, deve essere fondata non tanto o non solo su argomenti, seppur condivisibilissimi, di carattere efficientistico e materiale: ovvero, sull’innegabile propensione e sulla maggior capacità delle pacifiche e volontarie interazioni intersoggettive, che hanno luogo nel mercato, di generare ricchezza e di garantire efficienza economica. Questi aspetti – come ha ben sottolineato Milton Friedman – sono dei benefici collaterali del libero mercato, dei corollari ovvi ed ineludibili mi verrebbe da dire. La difesa deve invece essere incardinata su rigorose e inoppugnabili argomentazioni di carattere etico e morale.

I sostenitori della libertà devono rivendicare a gran voce che esistono dei diritti naturali intangibili e pre -politici, che nessun Leviatano redistributore può arrogarsi di conculcare o di svilire, in nome di quei feticci che lo stesso, di volta in volta, pretestuosamente individua per legittimare la sua azione predatoria: che si chiamino “utilità sociale”, “giustizia redistributiva”, “interesse collettivo” o “bene comune”. Proprio perché la preservazione di questi diritti, innati e congeniti, riflette non solo il rispetto per la sacralità e l’irripetibilità del concetto di esistenza individuale, ma ridefinisce altresì i naturali ambiti di pertinenza di ciò che un filosofo, David Kelley, ha icasticamente definito come “prospettiva imprenditoriale sulla vita”: ovverossia, il “senso di proprietà di se stessi, la convinzione che la vita di ciascuno è sua, e non qualcosa di cui deve rispondere a qualche potere superiore”.

La lotta contro il Moloch statale, le sue pretese assurde, i suoi scriteriati progetti, i suoi voleri smodati e disfunzionali – che si concretizzano in una spesa pubblica dissennata, fuori controllo e folle e che riscontrano nell’inefficienza e nello spreco la propria ragione di esistenza e di crescita, generando consequenzialmente una pressione fiscale sempre più insostenibile – deve essere combattuta in nome e per conto di principi sacri ed inviolabili, e non solo in nome e per conto dei freddi ed algidi numeri. Perché dietro la loro scorza dura ed implacabile, ci deve essere ben di più che i “cahiers de doléances” con l’iscrizione dell’entità delle risorse taglieggiate, rapinate e sottratte ai legittimi proprietari, ovverossia coloro che quelle risorse le hanno create, acquisite e legittimamente costituite, con la produzione o con lo scambio.

Vi deve essere la ferma e consapevole condanna che lo Stato, con il suo intervento sistemico e sistematico, sta innanzitutto varcando dei limiti che non possono naturalmente competergli, in quanto e per quanto ciò atrofizza la nostra prospettiva imprenditoriale della vita, e svilisce, per dirla con l’economista Huerta de Soto, la “capacità creativa che… permette [ad ogni essere umano] di apprezzare e scoprire  le opportunità di “guadagno” che sorgono intorno a lui… [e] serve proprio per creare e scoprire nuovi fini e nuovi  mezzi”.

Lo Stato Leviatano che decide quali fini siano degni di essere perseguiti e, di rimando, che monopolizza i mezzi necessari a raggiungere quei fini, determina in primis l’annientamento di quella che Rothbard definiva un’esistenza piena e pienamente umana. “Ogni uomo” affermava il filosofo americano “deve avere la libertà, deve avere la possibilità di formare, mettere alla prova, ed esperire le proprie scelte, affinché possa concretizzarsi lo sviluppo delle proprie inclinazioni e della propria personalità. In breve, egli deve essere libero per potersi realizzare e potersi definire pienamente umano”.

Opporsi allo Stato Leviatano, rivendicando argomenti di natura etica, significa allora prendere consapevolezza che ogni suo intervento è prima di tutto immorale, in quanto tende ad aggredire la nostra più ampia libertà di scelta, e a dismettere risorse, capacità ed energie che,  declinandosi come specifiche manifestazioni dei diritti di libertà e di proprietà, avremmo potuto impiegare in ben altre strategie cooperative: nel creare, produrre, comprare, vendere, scambiare, scartare beni e servizi  senza vincoli di sorta e come meglio ci avrebbe aggradato e soddisfatto, in termini di profitto materiale e psicologico, nel rispetto delle libertà individuali e in accordo alle reciproche esigibilità.

Ecco perché la lettura del saggio di Leonard Read, qui tradotto, si presenta come uno strumento formidabile per acquisire quella consapevolezza. Ĕ un saggio straordinario, per intensità e passione, e ancor più sorprendente se si pensa che sia stato scritto più di cinquant’anni fa. Un’analisi lucida, tagliente e incredibilmente lungimirante: che oggi, in questa particolare contingenza storica, trova ancor più valore e significato, in quanto il peso del Leviatano ha raggiunto dimensioni e proporzioni che nemmeno Read avrebbe mai potuto immaginare.

Ma il messaggio che l’autore intende veicolare è immediato, di rara efficacia, e universalmente valido: prendendo a prestito le parole di Gianfranco Miglio, «… l’investitura politica, con il passare del tempo, è diventata soprattutto, e primariamente, “mandato a tassare”: cioè licenza che i cittadini (inconsapevoli) accordano ai governanti di manipolare i loro redditi, e dunque una ricchezza “privata”, la quale, se accumulata nel rispetto della legge, dovrebbe essere invece intangibile. È evidente infatti che su quanto una persona guadagna – vivendo in mezzo ai suoi concittadini, scambiando le sue prestazioni con loro e osservando le regole giuridiche del “mercato”- né i concittadini stessi né i detentori del potere possono vantare alcuna pretesa, fondata sul diritto naturale.»

Cristian Merlo

Il dovere morale di ridurre le tasse di Leonard Read

Solo la Filosofia Morale può far sì che la battaglia per la libertà possa esser vinta

Questo articolo, tratto da un numero di luglio del 1960 di “The Freeman”, è il quarto di una serie mensile per commemorare il 100 ° anniversario della nascita di Leonard Read.

 

I segni cuneiformi, come sopra indicati, sono una copia di un cono d’argilla ora in mostra al Louvre. Il cono è stato rinvenuto dai francesi nel sito dell’antica Lagash, una città preistorica situata in Mesopotamia. I messaggi sul cono sono stati incisi con uno stilo di canna sulla argilla morbida, durante il terzo millennio A.C. [1].

Mentre gli esperti di civiltà sumera non concordano appieno nelle loro interpretazioni, vi è invece un unanime consenso circa il significato portato dai tre segni. Essi stanno a rappresentare il concetto di “libertà dalle tasse.” Ci sono due caratteristiche principali da osservare su questi ideogrammi. Innanzitutto, la parola “libertà” fa qui la sua prima apparizione scritta. In secondo luogo, è assolutamente da rimarcare la chiarezza utilizzata per descrivere  il termine “tasse”. I Sumeri riuscirono a condensare in un simbolo l’essenza della natura predatoria del governo, più di quanto noi siamo riusciti ad esprimere il processo nelle nostre lingue moderne. Da notare la sua parte uncinata o le caratteristiche dell’amo o dell’arpione, le quali veicolano, in maniera alquanto icastica, l’idea che siamo di fronte a uno strumento suscettibile di essere conficcato molto in profondità,  ma che difficilmente può essere recuperato da qualunque cosa questo abbia penetrato. La natura fiscale si è rivelata in tal modo sin dagli albori della storia, e l’esperienza non fa altro che confermare questa primigenia rivelazione: le tasse possono essere facilmente aumentate, ma è quasi impossibile diminuirle.

Del resto, non abbiamo bisogno di andare oltre le esperienze del nostro Paese, durante questo secolo, per verificare la tendenza unidirezionale della pressione fiscale. Le tasse continuano a penetrare inesorabilmente sempre più in profondità, avanzando senza posa, e senza mai retrocedere. Basta guardare a questi dati: la popolazione degli Stati Uniti è aumentata da 76 milioni nel 1900 a 174 milioni nel 1958, mentre la spesa pubblica pro-capite (tenendo a riferimento il valore del dollaro del 1947-49) è passata dai 56 dollari del 1900 ai  580 dollari del 1958. Un’espansione delle imposte governative più di dieci volte superiore a persona- uomini, donne e bambini inclusi.

Dove si colloca la fine di tutto questo? Se la tendenza degli ultimi decenni verrà proiettata anche nel futuro, – anche nel  prossimo futuro –  la prospettiva sarà quella di una economia, un tempo grande, destinata ad andare in mille pezzi. La spesa pubblica (ad oggi pari al 35 per cento del reddito pro capite) ha da tempo superato il limite entro cui la stessa possa essere fornita e soddisfatta esclusivamente avvalendosi della leva impositiva. Non resta far altro che ricorrere all’inflazione, aumentando la quantità della moneta in circolazione. Questo, ovviamente, riduce il valore dell’unità monetaria. Può essere considerato serio tutto ciò? Il dollaro ha perso il 52 per cento del suo valore d’acquisto dal 1939!

Storicamente, nella maggior parte dei casi, i governi si avvalgono delle misure inflattive, ogniqualvolta la pressione fiscale  raggiunge una soglia tra il 20 e il 25% del PIL [2]. Di norma, questo è il livello oltre il quale l’imposizione di ulteriori gravami fiscali diventa  politicamente inopportuna. L’inflazione, dunque, diventa l’unico mezzo alternativo per finanziare la spesa pubblica in eccesso. E, ovviamente, tanto più si espande il governo, tanto più aumenterà l’inflazione!

L’inflazione negli Stati Uniti, tuttavia, è più pericolosa che in altri Paesi e per un semplice motivo: abbiamo un livello di specializzazione mai raggiunto altrove o in altre epoche. Siamo così specializzati, che tutti noi dipendiamo, non potendone fare a meno, dallo scambio delle nostre numerose specializzazioni. In un’economia altamente specializzata, come la nostra, gli scambi non possono certamente essere effettuati con il baratto; diventa quindi imprescindibile ricorrere ad un mezzo di circolazione che faciliti gli scambi. Questa è la funzione principale del denaro.

L’inflazione, non sarà mai ripetuto abbastanza, è un aumento della massa monetaria, architettato dal costruttivismo dei politici. Ciò determina, ineluttabilmente,  lo svilimento e la compromissione del denaro circolante. Questo può, assumendo che l’inflazione si protragga nel tempo, essere soggetto a uno svilimento tale, da perdere completamente il suo potere d’acquisto. Ciò è quello che successe in  Germania dopo la fine della prima guerra mondiale, quando 30 milioni di marchi non sarebbero stati sufficienti ad acquistare un tozzo di pane.

La questione morale per la libertà

Lo scopo di questo lavoro, tuttavia, non è quello di sottolineare i pericoli inerenti all’espansione incontrollata ed illimitata dello Stato, unitamente alla crescita irrefrenabile ed inevitabile dei suoi costi, e del corollario finale di queste dinamiche, l’inflazione appunto.

Queste minacce, infatti, sono ben note a tutti quei soggetti che non potrebbero probabilmente far nulla per rallentare questo stato di cose e,  magari, per invertire le tendenze attuali. Sappiamo anche bene, del resto, che l’affrontare queste minacce con dei semplici rimaneggiamenti, magari associandoli a rimproveri ed esortazioni, non contribuirà di certo ad invertire la tendenza. La gente semplicemente non è spaventata dal collettivismo perché vengono sciorinati argomenti statistici o matematici, o di stampo materialistico, tesi a mostrare l’inarrestabile espansione dello Stato, l’aumento del debito, il morso della tassazione, l’erosione del dollaro, l’entità dell’inflazione, e via dicendo.
Lo scopo del presente documento, pertanto, è quello di suggerire che gli argomenti addotti in nome e per conto della libertà, se limitati al perimetro del mero materialismo – come spesso avviene – fanno solamente il gioco di quel processo impositivo, che sembra presentare una tendenza apparentemente irreversibile. Se si vuole tentare di produrre e di realizzare qualche cambiamento, dovremmo invece porre più attenzione agli argomenti di carattere morale che devono essere perfezionati e presentati.

Tralasciando le enormi attività e i costi legati alla “guerra fredda”[3], l’espansione dello Stato negli Stati Uniti – ma anche altrove, del resto – si configura come una crescita delle politiche socialiste. È una realizzazione pratica sempre più diffusa ed invalsa della concezione collettivistica, in base al quale l’individuo esisterebbe per il gruppo, in ragione dell’autorizzazione del gruppo, e per il bene del gruppo.

Questo concezione nega l’opera del Creatore e sostituisce quindi lo Stato onnipotente come fonte di tutti i diritti dell’uomo, nonché come dispensatore dei privilegi. Il paternalismo dello Stato, che deve garantire benessere e prosperità, si sostituisce così alla responsabilità personale. Ma lo Stato prende e dà, in base e nella misura in cui la sua gerarchia politica lo ritenga più opportuno. L’ideale marxista, condensato nella massima “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” è, molto coerentemente, parte integrante della dottrina collettivista.

Ormai s’ignora l’idea che lo Stato serve esclusivamente allo scopo di garantire i diritti inalienabili dell’uomo. E non potrebbe essere altrimenti: visto che per il collettivismo è  lo Stato, e  non il Creatore,  il sovrano ultimo della nostra esistenza.

Esempi del  ”da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” possono ravvisarsi nella imposta progressiva sul reddito, nella tassa sui consumi, nel servizio postale in regime di monopolio, nei piani di edilizia popolare, nelle assicurazioni sociali obbligatorie, nei sussidi agli agricoltori, nelle misure protezionistiche, nei programmi federali di sostegno all’educazione, e via dicendo. Un esempio specifico potrebbe invece essere quello di una sovvenzione federale a favore di un ospedale locale.

Rifacendoci a quest’ultimo esempio, le persone che sono alla ricerca di aiuti federali per finanziare il loro ospedale locale, si presentano come un fronte compatto. Essi ottengono un’unanimità politica, un sostegno totale, e le loro rivendicazioni vengono manifestate forte e chiaro. Una volta che l’ospedale viene costruito, questo si erge come prova tangibile di una “realizzazione”, una testimonianza monumentale alla “saggezza” dei suoi patrocinatori. Il bene che è in grado di promuovere è così sotto gli occhi di tutti. Esso costituisce un esempio mirabile e un modello concreto di welfare comunitario.

Ora questa sovvenzione federale- volta a sussidiare le realizzazioni in ambito locale – trova anche  alcuni avversari. Un attento contribuente che risiede a New York non vede alcuna ragione plausibile per cui egli debba essere costretto dall’ apparato politico a sovvenzionare i cittadini di Los Angeles o di Dallas. Ma supponiamo che egli esprima la sua opposizione e la sua contrarietà, adducendo argomenti di carattere materiale, come invariabilmente succede. Egli potrebbe, ad esempio, lamentarsi per i costi cui deve sobbarcarsi. E a quanto ammonterebbero, tali costi? A una miseria, solo una trentina di centesimi, sì e no. Subito si leverebbe un coro sdegnato: “Un pidocchio, un avido egoista pidocchio! Quello, con le entrate che si può permettere!”.

E se egli sostenesse che nessuno, a prescindere dalla sua effettiva capacità contributiva, può essere legittimamente tenuto a tollerare delle imposizioni tanto coercitive quanto arbitrarie, a prescindere dalla forma e dalla misura in cui queste possano manifestarsi, si troverebbe di fronte alla difficoltà di dare un nome e di  definire quei casi di imposizione ritenuti ingiusti ed arbitrari. Si potrebbe anche generalizzare con riguardo alle tendenze finanziare complessive, ma per farlo si dovrebbe parlare in termini di miliardi di dollari. Termini che diventano evanescenti e sfuggenti, ai suoi ascoltatori, come lo sono “100.000.000 di anni luce”.

Chi si oppone al socialismo, e che usualmente a comprova delle sue tesi adduce solo argomenti di carattere materiale, farebbe bene a ricorrere anche ad argomentazioni di natura morale [4]. A differenza dei sostenitori del socialismo, che si costituiscono come un fronte compatto, i suoi detrattori si prefigurano invece come una massa frammentata e disaggregata. Per loro, è quasi impossibile trovare unità d’intenti facendo leva esclusivamente su questioni di carattere materiale. [5] I danni finanziari patiti non sono tutti uguali fra di loro, e nemmeno,  in quanto inferti  alla spicciolata, sono grado di suscitare attrazione sulle vittime. Il danno patito passa, quindi, più o meno inosservato. In più, è difficile che queste lesioni di natura oggettiva possano essere efficacemente denunciate e portate alla ribalta dell’opinione pubblica, con un sufficiente grado di persuasività. Le invisibili, materiali aggressioni alle disponibilità individuali non possono comunque tener testa alla costruzione dell’immensa diga voluta dal governo, o all’apertura del  nuovo, misericordioso ospedale, dotato di migliaia di posti letto.  Sul piano argomentativo, si assiste alla lotta impari tra ciò che si vede e ciò che non si vede. E ciò che si vede è sempre considerato un dato reale, concreto, mentre ciò che non si vede viene respinto in quanto considerato irreale ed immaginario.
Sovvenzionare, per mano dell’interventismo filantropico e del finalismo paternalista dello Stato,  gruppi particolari di cittadini, distrugge tanto rapidamente la loro capacità di provvedere a se stessi, quanto una mano piena di ghiande può addomesticare uno scoiattolo.
Gli uomini, proprio come gli animali, tendono a considerare qualsiasi assegnazione caritatevole come un diritto acquisito. Basta semplicemente riflettere su uno qualsiasi delle migliaia di privilegi speciali concessi dal governo, di durata superiore a un anno, e riscontrare se quello non venga già inteso e considerato come un diritto dovuto. Come potrebbe essere altrimenti, se la concezione collettivista invalsa ipostatizza lo Stato quale Entità assoluta cui compete sia di accordare i diritti, che di dispensare i privilegi? Gli avversari del socialismo, quindi, si muovono su un terreno minato se intendono contrastare coloro che reputano i loro privilegi come diritti acquisti, semplicemente fondando le loro argomentazioni sul piano del puro materialismo. I socialisti, da parte loro, parlano di “diritti umani”;  gli avversari si lamentano esclusivamente dei furti di cui sono vittime.

Un ri -orientamento morale

Negli ultimi quattordici anni ho svolto attività didattica nell’ambito di decine di incontri, di fronte ad un pubblico del tutto eterogeneo. Nella maggior parte di queste conferenze, ho espresso, basandomi su argomenti di stampo materialistico, il corso degli eventi che il nostro Paese ha ora intrapreso, e le mie conclusioni, sempre in termini materialistici, non potevano che essere del tutto terrificanti. Mai una volta i miei fatti, la documentazione portata a supporto, o le conclusioni sono stati messi in dubbio. Eppure, in tutti questi anni, non ho mai assistito a un singolo individuo che sia stato indotto ad abbandonare il suo credo nelle concezioni collettivistiche, in ragione della paura, suscitata dagli argomenti prettamente materialistici, di ciò che il futuro serberà per lui [6]. Il collettivista, il comunista, il socialista, lo statalista interventista – chiamatelo come volete – semplicemente risponderà, convinto: “Sono disposto a subire qualsiasi umiliazione per la mia fede!”
Tuttavia, nel corso di questi anni, mi è anche capitato di notare un sacco di persone che si sono convinte a passare dal collettivismo ideologico alla libertà. In tutti i casi in cui è stato possibile fare una diagnosi, l’individuo ha accettato di cambiare radicalmente la propria visione delle cose, perché ha capito, per la prima volta nella sua vita, quanto vi è di giusto, e quanto di sbagliato in tutto questo. L’esperienza ha determinato una sorta di ri – orientamento morale!
L’argomento materialistico ha solo la forza di gridare “Fuoco!”, o “Uomo in mare!”. Può costringere all’attenzione. Ma lì, a quanto pare, finisce sua utilità. Se, dopo aver ottenuto l’attenzione, non si passa all’argomentazione morale, si può solo aggiungere confusione alla confusione, in quanto non si è in grado di indicare dove siano collocate le uscite di sicurezza, o non si hanno le nozioni per condurre un’operazione di salvataggio.

Adesione al principio

È solo nell’ambito del regno della morale che gli antagonisti del socialismo imperante – i sostenitori della libertà – possono trovare un terreno comune per uno sforzo concertato e unitario. Là dove non si riesce a impressionare nessuno per la perdita personale di 30 centesimi, o per qualsivoglia intervento di pochi spiccioli, possiamo però sicuramente trovare un accordo circa il fatto che non vi sia alcuna differenza di principio tra l’estorsione coattiva di 30 centesimi e quella di un milione di dollari. Si tratta, in un caso come nell’altro, di appropriazione indebita. La distinzione è meramente di grado, non di genere. Infrangere il principio, addirittura minuziosamente, significa compromettere l’importo, ma non il principio. Il principio si abbandona, a prescindere dalla cifra. Rinnegare la devozione all’onestà e all’integrità –espresse dal principio in parola- significa appunto distruggere le basi morali, senza le quali nessuna società ordinata può conservarsi.

Legalizzare l’estorsione forzata delle risorse di proprietà dei cittadini non altera la moralità dell’atto. Esso assolve solo il colpevole del suo delitto, agli occhi dell’apparato legale! Non, però, agli occhi di Dio! L’assoluzione da parte dello Stato ha un senso solo ed esclusivamente se si concedesse che i diritti naturali siano assegnazioni dello Stato, cioè, siano assegnazioni di quegli individui, piuttosto mediocri, che riescono a raggiungere una carica politica. Che queste persone siano la fonte dei diritti non è pero, di sicuro, una tesi più valida di quella, rivendicata dall’assolutismo monarchico, del diritto divino dei rei. Ė solo il tentativo di rendere moderna una fallacia del vecchio mondo.

Diritti inalienabili

Una volta che si accetti l’unica alternativa alla onnipotenza dello Stato, e cioè che l’uomo è stato dotato dal Creatore di certi diritti inalienabili, non si può, logicamente, concedere allo Stato alcun potere che non sia  pre-esistente negli stessi individui che lo organizzano. Questi diritti naturali in relazione agli altri, quando esaminati individualmente, sono del tutto auto-evidenti; pertanto, necessitano di poco in termini di elaborazione.

Nessun agricoltore sano di mente, nella sua qualità di individuo, si sognerebbe di estrarre con la forza, dalle tasche di tutti i cittadini, una somma di denaro come corrispettivo per non coltivare il grano. Nessun cittadino rispettabile di  Dallas penserebbe di scorazzare, in largo ed in lungo, per il Paese, al fine di raccogliere coercitivamente dei fondi a favore di un ospedale di Dallas, a prescindere da quanto urgente sia la necessità. Nessun imprenditore serio cercherebbe di trattenere i clienti forzando personalmente un concorrente ad aumentare il suo prezzo per lo stesso prodotto. Nessun lavoratore dipendente, con un minimo senso di giustizia, negherebbe forzatamente, per suo conto, l’altrui diritto ad accedere a un rapporto di lavoro liberamente e volontariamente concordato. Nessuna persona ragionevole avrebbe la sfrontatezza di imporre la sua personale idea di un salario minimo, o  di un massimo di ore, ai cittadini di una nazione.

I canoni e gli standard morali validi per gli individui, piuttosto ben definiti da tutti i sistemi etici e morali del mondo, non trovano ragionevole sanzione per le forzature che vengono recate dai singoli che agiscono in maniera concertata, non importa in base a quale forma siano organizzati, se come governi, sindacati o associazioni di categoria. Nessun nuovo diritto può venire alla luce dalla collettivizzazione di due persone, e nemmeno da un milione di loro. Se questo non è una conclusione corretta, allora, di grazia, qual è il numero magico dal quale possano scaturire nuovi diritti?

Quanto detto sopra è soltanto esemplificativo. È stato esposto solo per delimitare l’ambito in cui ognuno di noi dovrebbe sforzarsi per tendere alla perfezione. Perché è solo sul piano della filosofia morale – che studia ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, essendo una disciplina qualitativa – che la battaglia per la libertà e per i diritti dell’uomo può essere vinta. Venendo meno una crescente efficacia in quest’ambito, ci dovremo impegnare a continuare per la strada tracciata. Ciò che potrà porre fine a questo corso di espansione dello Stato e alla sua sempre più insaziabile pretesa fiscale sarà, come la storia sembra rivelare, o l’atrofia sociale o la rivoluzione.

Solo quando ci renderemo conto che il governo non può avere poteri legittimi di controllo, oltre e al di là dei poteri che ineriscono agli individui come diritti morali, si potranno chiaramente riconoscere i limiti che sono propri dello Stato. Con questo atto di riconoscimento si perverrà al processo di aggiustamento: il ruolo dello Stato sarò ricondotto alla funzione, di enorme importanza, di assicurare i diritti dell’uomo. Limitato a questo ruolo – come sua unica competenza-lo Stato diventerà d’aiuto, non un disturbo; sarà un affare, non un fardello. Le imposte saranno quindi una questione di relativa, scarsa importanza.

In sintesi, questo contributo insiste sul fatto che l’unico modo per ridurre le tasse è che ogni appassionato della libertà possa diventare, per come meglio riesca, un filosofo morale. Troppo difficile? Solo se la Regola Aurea, i Dieci Comandamenti, e la Dichiarazione d’Indipendenza fossero al di là della propria portata!

Articolo di Leonard Read su thefreemanonline.org

Traduzione di Cristian Merlo


Note

  1. Cfr. Samuel Noah Kramer, From the Tablets of Sumer (Indian Hills, Colo.: The Falcon’s Wing Press, 1956), Chapter 6, “The First Case of Tax Reduction,” pp. 41–46.
  2. Colin Clark, un economista australiano, è arrivato alla conclusione, con la sua analisi relativa ai costi dello Stato, che ogni qualvolta  la pressione fiscale raggiunge, in ogni Paese, il 20 o il 25 per cento del PIL, è probabile si debba assistere ad una progressiva inflazione e alla conseguente corruzione della moneta. Cfr. p. 110, Liberty: A Path to Its Recovery by F. A. Harper (Irvington-on-Hudson, N.Y.: The Foundation for Economic Education, Inc., 1949).
  3. Mentre gli sprechi e gli eccessi delle spese correnti della difesa sono associati ad una pervasiva acquiescenza al socialismo, questo aspetto del fenomeno va oltre gli scopi del presente contributo. Lo scopo è quello di evidenziare che per l’anno fiscale 1961  le spese di difesa sono solo l’uno per cento più alte rispetto a quelle registrate alla fine della guerra di Corea. Ma, al contempo, le altre spese registrano un incremento dell’86 per cento! Cfr. Monthly Tax Features, February 1960, Tax Foundation, Inc., New York.
  4. Thomas Nixon Carver, 32 anni professore di economia politica all’Università di Harvard, una volta mi disse: “I due libri più influenti per la civiltà occidentale sono stati la Bibbia e La ricchezza delle nazioni di Adam Smith.” Adam Smith e gli scrittori biblici erano, tra le altre cose, filosofi morali. Riflettete, anche, sul pensiero che influenzò l’elaborazione della Dichiarazione di Indipendenza, le discussioni in seno alla Convenzione costituzionale, e gli argomenti esposti in The Federalist. Le istanze non sono state effettuate sulla base dei vantaggi materiali. Gli argomenti esposti afferivano al campo della filosofia morale, e la causa è stata vinta facendo appello al senso di giustizia dell’uomo.
  5. Le esperienze degli ultimi tre decenni supportano questa tesi. Molti avversari del socialismo hanno avuto la certezza della sussistenza di un interesse comune sulla proprietà privata, riscontrandolo tra i milioni di assicurati, azionisti, e proprietari di immobili. Tuttavia, i tentativi ripetuti di organizzarsi contro il socialismo sono abortiti in partenza. Essi semplicemente non si coalizzano facendo leva sulle argomentazioni di matrice materialistica. Né si deve credere che i lavoratori dipendenti si siano aggregati nelle associazioni sindacali in ragione di mere motivazioni monetarie. La loro enorme partecipazione è stata raggiunta attraverso (1) la coercizione e (2) la convinzione che i “benefici” reclamati siano diritti. Tant’è che ciò è dimostrato dal fatto, più evidente a molti iscritti del sindacato che neanche a noi, che essi non percepiscono il salario,  quando scioperano. Queste iniziative costose, come la costosa appartenenza all’associazione, o gli sono fatte forzosamente digerire, ovvero sono loro ascritte quale contropartita necessaria per “ottenere i diritti per i lavoratori”.
  6. I bisogni materiali degli Americani sono soddisfatti a un livello che non ha precedenti nella storia. Questo spiega, in parte, perché far appello al solo benessere materiale sia spesso futile. Douglas Murray McGregor, del Massachusetts Institute of Technology, si è così espresso: “L’uomo è un animale alquanto manchevole – poiché non appena uno dei suoi bisogni viene soddisfatto, ecco subito apparirne un altro al suo posto. . . . I bisogni dell’uomo sono organizzati in una serie di livelli, secondo una gerarchia d’importanza. . . . L’uomo vive di solo pane, quando non c’è pane. . . . Ma quando si mangia regolarmente e in modo adeguato, la fame cessa di essere una motivazione importante. . . . Un bisogno soddisfatto non è un motivatore di comportamento!” Cfr. The Management Review, November 1957.

 

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