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La Scuola Austriaca e la Scuola di Chicago

martedì, maggio 22, 2012 di tradotto da

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Spesso mi si chiede: “In che modo sono differenti gli Austriaci dagli economisti della Scuola di Chicago? Non siete tutti fan del libero mercato che si oppongono ai Keynesiani del big-government?” In questo articolo evidenzierò alcune delle principali differenze. Sebbene sia vero che gli Austriaci concordino con gli economisti della Scuola di Chicago su molte questioni di strategia, ciò nonostante il loro approccio alla scienza economica può essere abbastanza differente. E’ importante spiegare queste differenze, almeno per respingere la lamentela comune che l’economia Austriaca sia semplicemente una religione che serve a giustificare le conclusioni libertarie.

Prima di iniziare, lasciatemi indicare un paio di chiarimenti: non parlo a nome di tutti gli economisti Austriaci e in questo articolo discuterò dei seguaci Austriaci moderni della tradizione di Ludwig von Mises e Murray Rothbard (sulla metodologia in particolare, gli Austriaci nel campo rothbardiano differiscono in qualche modo da coloro che seguono di più Friedrich Hayek ed Israel Kirzner). E’ inoltre importante notare che non tutti gli economisti della Scuola di Chicago la pensano allo stesso modo. Anche così, spero che le seguenti generalizzazioni siano rappresentative.

Metodologia

Gli Austriaci, tra gli economisti professionisti, sono in primo luogo considerati degli “stavaganti” perché  si focalizzano sulla metodologia. Infatti il capolavoro di Mises, l’Azione Umana, dedica l’intero secondo capitolo (41 pagine) ai “Problemi Epistemologici delle Scienze dell’Azione Umana”. Nell’ultimo libro della serie Freakonomics non ho trovato niente del genere.

Sebbene la maggior parte degli economisti nel ventesimo secolo e nel nostro tempo sarebbe in forte disaccordo, Mises insisteva che la teoria economica stessa era una disciplina aprioristico-deduttiva. Quello che voleva dire è che gli economisti non dovrebbero scimmiottare i metodi dei fisici proponendo ipotesi e sottoponendole a test empirici. Al contrario, Mises pensava che il corpo principale della teoria economica poteva essere logicamente dedotto dall’assioma “dell’azione umana”, ovvero, il concetto o il punto di vista che ci sono altri esseri consapevoli che usano la loro ragione per raggiungere scopi soggettivi (per ulteriori dettagli sui punti di vista metodologici di Mises, si veda questo e questo).

Al contrario, l’articolo più influente della Scuola di Chicago sulla metodologia è “The Methodology of Positive Economics” del 1953 scritto da Milton Friedman. Lungi dal derivare principi economici o leggi che sono necessariamente vere (come suggerisce Mises), Friedman invoca invece lo sviluppo di modelli che partono da ipotesi false. Queste false premesse non intaccano una buona teoria, comunque:

La domanda rilevante da chiedere sulle “supposizioni” di una teoria non è se sono “realistiche”, poiché non lo sono mai, ma se sono approssimazioni sufficientemente buone per il nostro scopo. Ed a questa domanda si può trovare risposta solo vedendo se la teoria funziona, cioè se fornisce previsioni sufficientemente accurate.

Sebbene l’analisi di Friedman paia perfettamente ragionevole e la personificazione della “scientificità”, Mises pensava che fosse una seducente trappola per gli economisti. Per un’illustrazione veloce delle differenze di prospettiva, lasciatemi proporre un esempio dalla mia esperienza d’insegnante.

Era una classe sui principi di microeconomia e stavamo usando un (eccellente) libro di testo di Gwartney, Stroup, et al. Nel primo capitolo c’era una lista di diverse linee guida o principi sul modo di pensare in economia. Se mi ricordo bene, erano frasi del tipo “Le persone rispondono agli incentivi” e “Ci sono sempre tradeoff nelle scelte”. Questi sono principi indiscutibili e ogni economista concorderebbe che sono molto importanti per far imparare agli studenti a “pensare come un economista”.

Tuttavia, c’era un indicatore guida che spiccava come un gigante tra i pigmei era: “Per essere scientifica, una teoria economica deve fare previsioni testabili”. Spiegai alla classe che anche se questa era una visione popolare tra gli economisti professionisti, non era una di quelle che condividevo. Spiegai che ogni cosa che avremmo imparato nell’intero semestre dal libro di testo di Gwartney, Stroup, et al. non avrebbe fornito previsioni testabili. Al contrario, avrei semplicemente insegnato loro un modello con cui avrebbero potuto interpretare il mondo. Gli studenti avrebbero dovuto decidere se il modello sarebbe stato utile, ma alla fine la loro decisione non si sarebbe ridotta a vedere se: “la legge della domanda e dell’offerta ha prodotto buone previsioni?”

Dopo aver esposto il mio imbonimento, uno dei miei studenti fece un’eccellente osservazione dicendo che nessuno degli altri indicatori guida forniva una previsione testabile. Aveva ragione! Per esempio, come si potrebbe testare l’affermazione che “Le persone rispondono agli incentivi”? Potrei dire a una persona: “Ti do 20$ se ti tagli l’alluce”. Indipendentemente da cosa accada, la mia affermazione è sicura e inattaccabile. Se la persona non si taglia l’alluce, dimostra semplicemente che non gli ho offerto un incentivo abbastanza grande.

Questo non è solo un discorso filosofico. Mises sottolineò che l’importante eredità di un pensiero economico competente non è una collezione di affermazioni empiricamente testate sul comportamento delle variabili economiche. Piuttosto, la teoria economica è un modello intrinsecamente coerente per interpretare “i dati” in primo luogo.

E’ vero che certe applicazioni d’economia coinvolgono prove storiche — come investigare se la Federal Reserve abbia giocato un ruolo importante nella bolla immobiliare — ma questa è tutt’altra cosa dalla tipica giustificazione degli economisti mainstream per la costruzione di modelli matematici.

Boom & Bust

Un’altra grande divergenza tra le Scuole di Chicago ed Austriaca è la loro spiegazione per i boom e le loro ricette strategiche per uscire dalle crisi. I lettori di questo articolo avranno probabilmente familiarità con la visione Austriaca, quindi eviterò un’altra discussione.

Gli economisti della Scuola di Chicago ovviamente hanno punti di vista sfumati, ma parlando in generale sottoscrivono le “ipotesi dei mercati efficienti”. Nella loro forma più forte le IME negano che possa anche solo esistere un qualcosa di simile a una bolla immobiliare (si veda qui e qui). Date le loro supposizioni sugli attori razionali e sui mercati che si riequilibrano velocemente, e dato che mancano di una sofisticata teoria economica del capitale, gli economisti della Scuola di Chicago sono forzati a spiegare le recessioni come un ambiente “equilibrato” sbilanciato da improvvisi “shock”.

Storicamente non hanno considerato le distorsioni causate da tassi d’interesse al di sotto del loro livello di mercato (che sono ovviamente l’ingrediente chiave nella teoria Austriaca del ciclo economico). Tuttavia, di recente sempre più critici dalla Scuola di Chicago hanno puntato il dito contro la FED sottolineando i pericoli della politica del tasso d’interesse a zero di Ben Bernanke.

Ironicamente, l’area strategica dove gli Austriaci e la Scuola di Chicago differiscono di più è quella che riguarda il denaro, l’argomento in cui si è specializzato Milton Friedman. Friedman (e la sua co-autrice Anna Schwartz) criticò la Federal Reserve per non aver stampato abbastanza denaro all’inizio degli anni trenta per compensare il declino alimentato dagli assalti agli sportelli. Nel nostro tempo alcuni economisti della Scuola di Chicago — che legittimamente puntano allo stesso Milton Friedman per giustificarsi — incolpano per la crisi dell’autunno 2008 le politiche di “ristrettezza monetaria” di Bernanke. Naturalmente questi punti di vista sono un anatema per i moderni Austriaci che seguono la tradizione di Murray Rothbard, secondo cui le banche centrali dovrebbero essere abolite.

Diritto ed Economia

Infine, la maggior parte dei membri delle Scuole di Chicago ed Austriaca hanno idee molto divergenti quando si parla del campo conosciuto come “Diritto ed Economica”. Che ci si basi sulla legge naturale o sull’eredità tradizionale della Common Law, gli Austriaci tendono a pensare che le persone possiedano oggettivamente diritti di proprietà, punto, ed una volta che specifichiamo questi diritti può iniziare l’analisi economica. Al contrario, alcune delle più estreme applicazioni di quello che potrebbe essere chiamato “approccio di Chicago” direbbe che l’assegnazione dei diritti di proprietà stessi dovrebbe essere determinata sulla base dell’efficienza economica (nella reductio ad absurdum di Walter Block, un giudice decide se un uomo ha rubato la borsetta di una donna chiedendo quanto pagherebbero per essa entrambe le parti).

Questa è un’area particolarmente sottile che non posso adeguatamente riassumere in questo articolo. E’ sufficiente dire che gli economisti Austriaci e della Scuola di Chicago possono apprezzare le straordinarie idee — e le sfide lanciate alla critica Pigouviana del mercato — contenute nel famoso articolo di Ronald Coase. Tuttavia la tradizione della Scuola di Chicago ha portato il lavoro di Coase a conclusioni che molti (forse la maggior parte) dei moderni Austriaci trovano repellenti.

Conclusione

Sugli argomenti caratteristici come il salario minimo, le tariffe, o lo stimolo della spesa del governo, gli economisti Austriaci e quelli della Scuola di Chicago possono essere tranquillamente accumunati come economisti di “libero mercato”. Tuttavia sul denaro e in altre aree — in particolare argomenti di pura teoria economica — le due scuole sono completamente differenti. Da economista Austriaco, incoraggerei i fan del libero mercato che conoscono solo Friedman ad aggiungere alle loro letture Ludwig von Mises e Murray Rothbard.

Articolo di Robert P. Murphy su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

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