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Source link: http://vonmises.it/2012/06/11/james-mill-unanalisi-libertaria-della-lotta-di-classe/

James Mill: un’analisi libertaria della lotta di classe

lunedì, giugno 11, 2012 di tradotto da

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Non fu Karl Marx ad introdurre la chiave interpretativa della storia politica basata sulla lotta di classe. Essa nacque, come vedremo, grazie al lavoro di due tra i più brillanti liberali francesi, seguaci di Jean-Baptiste Say, Charles Comte (genero di Say) e Charles Dunoyer, nei primi anni del XIX secolo; cioè subito dopo la restaurazione della monarchia borbonica. A differenza della successiva degenerazione marxista dell’idea di lotta di classe, la visione di Comte e Dunoyer si focalizzava sulle classi che fossero riuscite a conquistare il controllo dell’apparato statale. Ogni gruppo che sia riuscito ad impossessarsi del potere statale diventa la classe dominante: i gruppi che essa può tassare e dei quali può regolamentare gli affari diventano i comandati. L’interesse di classe, dunque, è definito come il rapporto tra un gruppo e lo Stato. È a causa dell’ordine statale, della sua tassazione, del suo esercizio del potere, della sua capacità di controllo che nascono i conflitti tra chi comanda e chi è comandato. Si tratta insomma di una teoria della lotta di classe nella quale si scontrano due gruppi, basata su un gruppo che comanda lo Stato e un altro comandato dallo Stato. D’altro canto, nel libero mercato non esiste lotta di classe, ma un’armonia di interessi tra gli individui che cooperano nella società ed intessono relazioni produttive e di scambio.

James Mill sviluppò una teoria simile negli anni ’20 e ’30 del XIX secolo. Non sappiamo se vi sia giunto autonomamente o tramite l’influenza dei liberali francesi; è chiaro, ad ogni modo, che la sua è un’analisi priva del poliedrico collegamento con la storia occidentale elaborato da Comte, Dunoyer e dal loro giovane collega, lo storico Augustin Thierry. Mill puntualizzò che qualunque governo è retto da una classe dirigente, dai pochi che controllano e sfruttano i subordinati, che sono la maggioranza. Osservò che, dato che ogni gruppo tende a ricercare gli interessi suoi propri, è assurdo attendersi che la cricca al potere agisca altruisticamente per il “bene di tutti”. Come qualunque altra organizzazione, essa userà le proprie facoltà per conseguire i propri obiettivi, derubando quindi i molti subordinati e anteponendo il proprio interesse, o quello di suoi soci, a quello comune. Da queste considerazioni deriva l’uso costante di Mill dell’aggettivo “losco” per indicare un interesse contrario a quello comune. Per Mill e i radicali, beninteso, il bene comune corrispondeva ad un governo minimo, che non interferisse nell’economia, confinato all’assolvimento di pochi funzioni: difesa, polizia, amministrazione della giustizia.

 In linea con questo assunto, Mill, teorico di punta dei radicali, si richiamava ai pensatori liberali del Commonwealth del XVIII secolo nel sottolineare la costante necessità di guardare con sospetto al governo e predisporre controlli per limitarne l’iniziativa e il potere. Mill conveniva con Bentham, sostenendo che “se non scoraggiata, una classe dirigente diventerebbe predatoria.” Il conseguimento dell’interesse particolare, “losco”, conduce alla cronica “corruzione” politica, alla sinecura, a una maggiore burocratizzazione e al parassitismo. Mill deplorò:

Pensate al fine [del governo] per ciò che è per sua natura. Considerate dunque i servizi –giustizia, polizia, sicurezza dall’invasore straniero. E pensate infine all’oppressione che lo Stato infligge ai cittadini d’Inghilterra con il pretesto di fornire simili servizi.

La teoria libertaria della classe dominante non è mai stata illustrata con forza e precisione pari a quelle delle parole di Mill: ci sono due classi, scrisse l’autore, “la prima, formata da coloro che rubano e che sono in minoranza. La seconda, la classe di quelli che vengono derubati, che rappresentano la vasta maggioranza. Sono i Molti, e sono sudditi.” Il professor Hamburger riassunse così la posizione di Mill: “la politica è una lotta tra due classi- i famelici legislatori e le loro vittime predestinate.”

Il grande dilemma riguardante il governo, concludeva Mill, era come eliminare questo furto su vasta scala: abbattere il potere “grazie al quale la classe che deruba prosegue nel coltivare la propria vocazione, è il grande problema di ogni sistema governativo.”

Mill chiamò propriamente “il popolo” “i Molti sudditi”; probabilmente fu Mill a inaugurare l’analisi che pone “il popolo” al rango di classe sfruttata in opposizione agli “interessi particolari”. Com’è possibile, dunque, limitare il potere della classe dominante? Mill pensava di aver trovato la risposta:

Il popolo deve nominare dei sorveglianti. Chi deve sorvegliare i sorveglianti? Il popolo stesso. Non c’è altro modo; senza quest’ultima ancora di salvataggio, i Pochi al comando saranno per sempre il flagello oppressore dei Molti sudditi.

Ma in che modo approntare dei sorveglianti? Per risolvere questo annoso problema Mill propose ciò che oggi è la soluzione standard in Occidente, ma che ancora oggi non è pienamente soddisfacente: attraverso una votazione in cui il popolo elegge dei rappresentanti che assumano il ruolo di sorveglianti.

Diversamente dagli analisti liberali francesi, James Mill non era interessato alla storia e allo sviluppo del potere dello Stato: egli voleva occuparsi solo del qui e ora. E nel qui e ora dell’Inghilterra del suo tempo, i Pochi al potere erano gli aristocratici, che comandavano grazie ad un suffragio molto ristretto e al controllo dei “borghi putridi” che inviavano rappresentanti in Parlamento. L’aristocrazia inglese era la classe dominante; il governo inglese, rincarava Mill, era “un organigramma in mano all’aristocrazia, gestito dagli aristocratici per il proprio interesse.” Il figlio di Mill, a quei tempi suo ardente seguace, John Stuart, argomentò alla maniera di famiglia nei gruppi di discussione londinesi che l’Inghilterra non godeva di “un governo misto”, dato che la grande maggioranza della Camera dei Lord era scelta “da 200 famiglie.” Queste poche famiglie nobili “controllavano perciò integralmente il governo… E se un governo controllato da 200 famiglie non è un’aristocrazia, allora possiamo affermare che l’aristocrazia non esista nemmeno.” E dato che un simile governo è retto e guidato da una minoranza, è perciò “condotto per il beneficio esclusivo di questa minoranza.”

È questa analisi che porta James Mill a collocare al centro della sua formidabile attività politica il raggiungimento della democrazia radicale, il suffragio universale del popolo chiamato a decidere in frequenti elezioni, il cui voto dev’essere libero e segreto. Questo era il progetto a lungo termine di Mill, nonostante avesse in mente di battersi temporaneamente –ricercando ciò che i marxisti avrebbero chiamato “obiettivo transitorio”- a favore della Riforma del 1832, che ampliò notevolmente il suffragio della borghesia. Per Mill, l’estensione del diritto di voto era più importante del libero mercato, poiché il processo di rovesciamento della classe aristocratica era necessario; il libero mercato sarebbe stato una delle felici conseguenze dell’abbattimento del potere aristocratico e della sua sostituzione con quello del popolo. (Nel moderno contesto americano, Mill sarebbe definito un “populista di destra”.) L’aver posto al centro del proprio programma politico la democrazia condusse i radicali sostenitori di Mill a perdere influenza politica negli anni ’40 del XIX secolo; avevano peraltro rifiutato l’alleanza con la Lega anti-legge sui cereali, nonostante concordassero con la sua posizione liberomercatista, perché ritenevano che la lotta per il libero mercato fosse troppo legata alla borghesia e li avrebbe alla lunga allontanati dal loro obiettivo principale, e cioè la riforma democratica.

Dato per assodato che il popolo avrebbe detronizzato l’aristocrazia, c’erano ragioni per ipotizzare che esso avrebbe esercitato la sua volontà in direzione del libero mercato? Secondo Mill sì, e su questo punto il suo era un ragionamento acuto. Mentre l’intera classe dirigente poteva godere in comune dei frutti della sua politica di esproprio, questo non valeva per il popolo, il cui unico interesse comune era quello di sbarazzarsi del regime di privilegio. A parte questo, il popolo non aveva comuni interessi di classe tali da dover essere raggiunti grazie al potere dello Stato. Inoltre, l’eliminazione del privilegio è interesse di tutti, e da qui discende l’idea di “interesse pubblico” in opposizione agli interessi particolari, “loschi” dei pochi. L’interesse del popolo coincideva con quello universale, con il libero mercato e la libertà di tutti.

Ma dunque come spiegare il fatto che nessuno può sostenere che le masse abbiano sempre sostenuto il libero mercato, e che esse abbiano anzi fin troppo spesso sostenuto le politiche espropriatrici dei pochi? Semplice: perché il popolo, nel campo complesso della linea politica che un governo dovrebbe seguire, è vittima di ciò che i marxisti avrebbero definito “una falsa coscienza”, un’ignoranza delle basi su cui poggiano i suoi veri interessi. In questo contesto era missione dell’avanguardia intellettuale, dei radicali e di Mill, educare e organizzare le masse in modo tale da raddrizzare la loro consapevolezza e spingerle ad avvalersi della propria irresistibile forza per far trionfare la legge democratica ed instaurare il libero mercato. Benché possiamo accogliere quest’idea in linea di principio, i sostenitori di Mill si dimostrarono fin troppo ottimisti riguardo al tempo necessario perché sorgesse una simile consapevolezza; le disfatte politiche dei primi anni ’40  mortificarono le loro illusioni, spegnendo in loro la fiducia nella strategia radicale e portando al dissolvimento rapido del movimento. Piuttosto curiosamente i suoi capi, come John Stuart Mill e George e Harriet Grote, nonostante proclamassero il loro stanco allontanamento dalla vita politica o dal fervore ideale, in realtà gravitavano con sorprendente foga attorno all’accogliente centro conservatore che avevano un tempo criticato. La loro sbandierata perdita d’interesse politico mascherava piuttosto la perdita d’interesse per la strategia politica radicale.

Tratto da An Austrian perspective on the history of economic thougth

di Murray N. Rothbard su Mises.org

Traduzione di Paolo Amighetti

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