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Source link: http://vonmises.it/2012/06/12/leuro-lezioni-storiche/

L’euro – lezioni storiche

martedì, giugno 12, 2012 di tradotto da

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Quando le valute e gli accordi monetari si sono infranti, ciò è sempre stato dovuto al  richiamo signoraggista da parte dell’emittente di valuta, il quale non poteva più resistere al guadagno che si può ottenere mediante emissione di moneta. Nel ventesimo secolo, questo antico impulso si alleò con nuove teorie, sostenenti il fatto che le  recessioni economiche fossero causate  o aggravate dalla carenza di denaro. Ne conseguiva che potevano essere combattute con la produzione di denaro.

Basata sulla fallacia evidente di confondere aumenti nominali di ricchezza per aumenti reali, questa dottrina trovò immediatamente il  sostegno dei politici spendaccioni, a loro volta sostenuti dal pensiero dominante.

Di volta in volta, nel corso della storia recente, vediamo che il desiderio di signoraggio si è alleato  con la richiesta di più soldi per combattere una crisi, spingendo verso l’alto le pareti dell’architettura monetaria progettata per difendere il valore stesso della moneta. Di volta in volta vediamo l’architettura monetaria crollare.

Il gold standard classico

All’inizio del ventesimo secolo, gran parte del pianeta e delle  sue potenze economiche adottavano il gold standard, che si era evoluto, a partire dal 1870, seguendo l’esempio della Gran Bretagna. Questo era basato sui due pilastri della (1) convertibilità tra carta e oro e (2) libera esportazione ed importazione di oro.

Con una moneta convertibile in oro a un prezzo  fisso, qualsiasi espansione monetaria comporta un declino del valore della moneta rispetto al prezzo relativo dell’oro e ciò si riflette nel suo prezzo di mercato. Quindi, se ci fosse un prezzo di parità 1 oncia di oro a £ 5 ed un’espansione monetaria avesse aumentato il prezzo di mercato di 1 oncia a £ 7, avrebbe senso prendere una banconota da £ 5 alla banca  e scambiarla per un oncia d’oro da vendere sul mercato per £ 7.

Lo stesso  meccanismo funziona anche al contrario, cioè in caso di contrazioni monetarie. Una diminuzione del prezzo di mercato di 1 oncia a  £ 3 renderebbe più redditizio  comprare un’oncia d’oro, andare in  banca e scambiarla per £ 5.

In entrambi i casi la convertibilità della moneta in oro e viceversa, avrebbero agito per compensare l’espansione o la contrazione monetaria. Nel caso di un’ espansione, l’oro sarebbe fuoriuscito  dalle banche costringendole ad  una contrazione nella valuta se volevano mantenere costanti  i loro coefficienti di riserva. Allo stesso modo, una contrazione monetaria  farebbe affluire l’oro nelle banche che, ancora una volta, nel tentativo di mantenere i loro coefficienti di riserva, avrebbero dovuto espandere la propria emissione di moneta.

L’era del gold standard  fu un incredibile periodo di stabilità monetaria; il giovane John Maynard Keynes avrebbe  potuto discutere  del costo della vita, con Samuel Pepys, senza aggiustamento per l’inflazione. La minimizzazione del rischio di inflazione e la facilità di convertibilità hanno comportato  una crescita massiccia del commercio a lungo raggio e  flussi  reciproci di capitali transfrontalieri. Il gold standard era una componente chiave del periodo noto come la ‘prima era della globalizzazione’.

Secondo il giudizio degli storici dell’economia Kenwood e Lougheed:

Non si può non  rimanere impressionati dal funzionamento relativamente fluido del gold standard durante il XIX sec., soprattutto quando contempliamo le difficoltà incontrate in ambito monetario internazionale nel corso del secolo presente. Nonostante lo stato relativamente rudimentale delle conoscenze economiche, inerenti alla bilancia interna ed esterna e la relativa inefficacia della politica fiscale del governo come arma per il mantenimento di un tale equilibrio, il meccanismo di regolazione esterna del gold standard lavorò con un maggior grado di efficienza di quello di qualsiasi successivo sistema monetario internazionale”.

Il gold Exchange standard e la svalutazione

La Prima Guerra Mondiale mandò  in frantumi questo sistema. I Paesi stamparono  denaro per finanziare i loro  impegni bellici e la convertibilità e l’esportabilità furono interrotte; il risultato fu un massiccio aumento dei prezzi.

Dopo la guerra, tutti i paesi vollero  tornare al gold standard, ma incontrarono un problema: con una quantità maggiore di denaro in circolazione rispetto alle riserve auree di un paese (un problema aggravato, in Europa, dai flussi d’oro verso gli Stati Uniti durante la guerra), i prezzi a parità di oro erano di gran lunga inferiori ai prezzi di mercato. Come visto in precedenza, ciò avrebbe comportato massicci deflussi in uscita  di oro, una volta che la convertibilità fosse stata ristabilita.

C’erano tre strade per uscire da questa situazione; la prima era quella di ridurre la quantità di moneta rispetto all’oro. Questa opzione, la  rivalutazione, fu utilizzata dalla Gran Bretagna nel 1925, quando tornò sul gold standard alla parità prebellica.

La seconda è  stata quella seguita dalla Francia tra il 1926 e il 1928. Consisteva nell’accettare l’inflazione del tempo di guerra e stabilire i nuovi prezzi di parità a quelli di mercato.

C’era anche una terza opzione. Lo stock di oro non può espandersi  oltre il tasso di nuove scoperte. Infatti, la stabilità monetaria, che era una parte centrale del ricorso al  gold standard, si fondava sulla crescita fissa o lenta dello stock di oro, il quale  agiva per arrestare o rallentare il tasso di crescita della quantità di moneta che era agganciata all’oro. Così tanti paesi hanno cercato di fare la cosa “migliore”, cioè espandere sostituti d’oro per alleviare una carenza percepita d’oro. Questo ha dato origine al gold exchange standard, che è stato presentato alla conferenza della Società delle Nazioni a Genova  nel 1922.

Nell’ambito di questo sistema, ai paesi sarebbe stato permesso di aggiungere alle proprie riserve auree  gli asset di  paesi la cui moneta era convertibile in oro ed agganciare la valuta domestica a questo stock allargato. In pratica, le valute convertibili in oro,  ricercate dai paesi a corto di oro, erano sterline e dollari.

Gli inconvenienti sono evidenti. La stessa unità d’oro può avere diverse  rivendicazioni contro di essa. I francesi approfittarono di questa situazione  per  ritirare l’oro dalla Gran Bretagna.

Inoltre, spettava alla Bank of England e alla Federal Reserve mantenere il valore della sterlina e del dollaro. C’erano molti dubbi sul fatto  che la Gran Bretagna potesse  mantenere l’alto valore della sterlina, dato lo stato disastroso della sua economia e, inoltre, il dollaro fu indebolito quando, nel 1927, la Federal Reserve ha abbassò i tassi di interesse al fine di alleviare la pressione su una sterlina assediata.

Il gold exchange standard era noto anche come “managed gold standard” che, come Richard Timberlake ha sottolineato, è un ossimoro. Il gold standard operativo era finito per sempre, nel  momento in cui gli Stati Uniti entrarono come belligeranti nella prima guerra mondiale, scrive Timberlake.

L’affermazione secondo cui i responsabili delle politiche della Federal Reserve avessero “gestito” il gold standard è un ossimoro – una contraddizione in termini. Il “gold standard” che viene “gestito” non è un gold standard; si tratta di uno standard di chi sta facendo la gestione. Sia l’oro stato gestito o meno, il Federal Reserve Act ha comunque dato al consiglio della Fed il completo potere legale di abrogare tutte le restrizioni di riserva di oro che la legge aveva imposto per le sue banche (Consiglio dei governatori del 1961). Se la commissione avesse usato questi poteri, chiaramente definiti, in qualsiasi momento dopo il 1929, la Fed avrebbe potuto fermare la contrazione, anche se, così facendo, avrebbe esaurito le proprie riserve auree del tutto”.

Questo fu esacerbato negli Stati Uniti dalla Federal Reserve, che adottò la “real bills doctrine”, per la quale il credito creato non sarebbe stato inflazionistico fintantoché era stato prestato da “real bills”.

Molti economisti, in particolare Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, hanno ascritto l’origine della Depressione del 1930 all’architettura monetaria del 1920. Anche se questo resta l’argomento più dibattuto nella storia economica, non vi è alcun dubbio che il crollo di Wall Street e le sue conseguenze segnarono la fine del gold exchange standard. Quando la Gran Bretagna fu costretta a rinunciare al suo tentativo di contenimento, fino al punto di  svalutare la sterlina nel 1931, altri paesi temettero che la sua svalutazione, rendendo le esportazioni britanniche più convenienti, avrebbe dato al Paese un vantaggio competitivo. Una ondata di svalutazioni “rovina-il-tuo-vicino” iniziò. Trentadue paesi  avevano finito l’oro alla fine del 1932 e la pratica venne continuata per tutti gli anni ‘30.

Bretton Woods e la sua rottura

Verso la fine della seconda guerra mondiale, molti  economisti e politici si riunirono a Bretton Woods, nel New Hampshire, per progettare un nuovo modello monetario per l’economia del dopoguerra. Guardando indietro, riconobbero che le svalutazioni competitive del 1930 furono veicolo  della contrazione del commercio internazionale e, attraverso il suo contributo alla instabilità economica, diedero impulso ad un mortale estremismo politico.

Pertanto, la costruzione di un quadro monetario stabile era una questione della massima importanza. La soluzione cui si giunse fu quella di fissare 1 oncia a $ 35 e di ancorare il valore delle altre valute allo stesso dollaro. In base a tale sistema di Bretton Woods, le valute sarebbero state  agganciate all’oro attraverso il dollaro.

Per i paesi come la Gran Bretagna ciò presentava un problema: ogni tentativo di utilizzare una politica fiscale espansiva o monetaria per stimolare l’economia, come il paradigma keynesiano allora dominante richiedeva, avrebbe poi provocato una crisi della bilancia dei pagamenti che avrebbe messo pressione al ribasso sulla valuta, mettendo a repentaglio il valore in dollari della sterlina. Ciò ha portato alle cc. dd.  politiche di “stop and go” in Gran Bretagna, attraverso le quali i governi successivi avrebbero cercato di espandere l’economia, incorrendo in problemi della bilancia dei pagamenti e svalutando. In estreme circostanze, la sterlina si svalutò clamorosamente, come successe nel 1949 (da £ 1 = $ 4,03 a £ 1 = $ 2,80) e nel 1967 (da £ 1 = $ 2,80 a £ 1 = $ 2,40).

Un problema simile venne affrontato Stati Uniti. Con il dollaro che aveva sostituito la sterlina come moneta di riserva globale, gli Stati Uniti erano in grado di emettere  grandi quantità di debito. Inizialmente la Federal Reserve e il Tesoro si comportarono abbastanza responsabilmente ma, a partire dalla metà degli anni 1960, il presidente Lyndon Johnson decise di spendere di più sia per  la guerra in Vietnam sia per  il suo grande programma welfaristico. Il suo successore, Richard Nixon, continuò queste politiche.

Man mano che i dollari fuoriuscivano dagli Stati Uniti, gli investitori cominciavano a perdere fiducia nella capacità della Federal Reserve di soddisfare le richieste di conversione del  dollaro. La parità con il dollaro fu sempre più sotto pressione durante la fine degli anni ’60, in quanto i titolari di attività in dollari, in particolare la Francia, pretesero oro al prezzo parità di 1 oncia = 35 dollari, prima di quella che sembrava una svalutazione sempre più inevitabile. Non volendo prendere in considerazione l’adozione delle misure deflazionistiche necessarie per stabilizzare il dollaro, a causa  delle elezioni che si sarebbero tenute l’anno successivo, il presidente Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro il 15 agosto 1971. Il sistema di Bretton Woods era morto e, quindi, si era rotto  il legame tra carta e oro.

Moneta fiat e tassi di cambio flessibili

Ci sono stati tentativi di ristabilire una parvenza di ordine monetario. Nel dicembre 1971 il G10 varò  l’accordo Smithsonian che cercò di fissare l’oro a 1 oncia per $ 38, ma ciò durò soltanto pochi mesi, a causa delle tendenze inflazionistiche della Federal Reserve. I  Paesi europei cercarono di stabilire il “il serpente”, una banda d’oscillazione all’interno della quale le valute potevano fluttuare. La sterlina presto crollò, sotto la pressione delle proprie tendenze inflazionistiche.

Il taglio di ogni legame con l’oro inaugurò l’era della moneta fiat e dei  tassi di cambio fluttuanti, che perdura fino ai giorni nostri. La valuta fiat prende il suo nome proprio dalla natura governativa (“fiat” = comando); la moneta non è garantita da qualcosa di valore, bensì da una promessa dei politici.

L’effetto di ciò si vide rapidamente. Nel 1931 Keynes scrisse:

Una preferenza per una moneta d’oro non è che una reliquia di un tempo in cui i governi erano meno affidabili in queste cose di quanto lo siano ora”.

Ma, come D.R Myddelton conferma:

il potere d’acquisto della sterlina si è dimezzato tra il 1945 e il 1965, il 1965 e il 1975, ed ancora tra il 1975 e il 1980. Così la ‘half-life’ della sterlina è stata di  venti anni nel 1965, dieci anni nel 1975 e soli cinque anni nel 1980”.

Nel 1976 la sterlina è scesa sotto $ 2 per la prima volta; tra Pepys e Keynes ora ci sarebbero stati dei problemi.

I tassi di cambio fluttuanti segnarono il primo trionfo della politica pubblica per Milton Friedman, che già nel 1950 aveva scritto “The Case for Flexible Exchange Rates”. Friedman sosteneva che “un tasso di cambio flessibile non deve essere necessariamente un tasso di cambio instabile”; tutto questo prima che la scuola della public choice  mettesse in luce la tendenza dei governi e delle banche centrali, in assenza del  contenimento operato dall’oro, a stampare moneta per finanziare la loro spesa. Il tasso di inflazione mondiale è stato del 5,9% nel 1971 ed è salito al 9,6% nel 1973 e oltre il 15% nel 1974.

L’esperienza del periodo di tassi di cambio fluttuanti è stata caratterizzata da una crisi valutaria dopo l’altra, intervallate da vari tentativi di stabilizzazione. I tentativi  coinvolgevano cooperazione internazionale ad hoc, come gli accordi del Plaza del 1985 che cercarono di deprezzare il dollaro. Questi furono seguiti dall’ Accordo del  Louvre del 1987 che, invece, fermarono il deprezzamento del dollaro.

Ma possono anche assumere forme più organizzate: l’ “Exchange Rate Mechanism” era un tentativo di ancorare le valute europee al relativamente affidabile marco tedesco. La Gran Bretagna entrò a farne parte nel 1990, a quello che, molti pensavano, fosse un tasso troppo alto (i fantasmi del 1925) e quando la Bundesbank alzò i tassi di interesse per affrontare l’inflazione in Germania, la sterlina andò fuori dall’ ERM, nel 1992, dopo aver speso £ 3.3 miliardi ed essere sprofondata in una recessione, con i tassi di interesse alzati fino al 12%, nel vano sforzo di rimanervi dentro.

E Adesso?

Questo breve sguardo indietro agli accordi monetari degli ultimi cento anni, mostra che gli emittenti di valuta, quasi sempre i governi, hanno più volte spinto la ricerca di signoraggio al massimo possibile, nell’ambito del quadro monetario definito, demolendolo per ritagliarsi una  valuta sempre più “elastica”.

Dalla scomparsa dell’ERM la nuova moda monetaria è stata la banca centrale indipendente, costruita  seguendo qualche regola valutaria, come la Banca d’Inghilterra e il suo obiettivo di inflazione; ispirato dalla vecchia Bundesbank, questo è un tentativo di tenere il potere della creazione di moneta lontano dai politici che, nonostante le grandi speranze di Keynes, si sono dimostrati assolutamente inaffidabili. Invece adesso il potere è dei banchieri centrali.

Ma non è scontato che la  consegna del potere di creare moneta da una parte del governo ad un’altra sia stato un miglioramento. Per prima cosa, non possiamo dire che i nostri banchieri centrali siano veramente indipendenti. Il presidente della Federal Reserve è nominato dal Presidente; quando la Banca d’Inghilterra vacillò sul taglio dei tassi di interesse a seguito della stretta creditizia, il governo britannico mise rumorosamente in dubbio la sua indipendenza e alla fine il taglio del  tasso di interesse arrivò.

Inoltre, la creazione di moneta può raggiungere livelli pericolosi se la banca centrale sceglie una politica monetaria sbagliata. La Federal Reserve ha un doppio compito, arduo e insensato: la promozione dell’occupazione e la stabilità dei prezzi. La Bank of England e la Banca centrale europea hanno entrambi come obiettivo la stabilità dei prezzi, ma questo è un aspetto problematico. Come Murray Rothbard e George Selgin hanno notato, in un’economia con aumenti della produttività, i prezzi dovrebbero essere in calo. Inoltre, quale è il  “livello dei prezzi”  da stabilizzare? L’economia contiene innumerevoli prezzi diversi che cambiano nel corso del tempo; il “livello dei prezzi” è solo una un qualcosa di arbitrariamente selezionato all’interno di quella fascia.

Un esempio estremo, come osservato da Jesús Huerta de Soto, è l’euro. Qui alcuni governi hanno deciso di unire i loro poteri di creazione di moneta e puntare sulla Banca centrale europea. L’euro è ormai ampiamente ritenuto sulla via del collasso. Può essere; ma c’è , come è generalmente assunto, un guasto nell’architettura stessa europea?

Ricordiamo che lo scopo  perseguito nell’erigere una struttura monetaria in cui viene rimosso il potere di creare denaro dal governo è quello di interdire al governo stesso l’uso delle stampanti monetarie  per coprire la spesa e, così facendo, distruggere  la moneta.

Il problema che si presenta agli Stati della zona euro come la Grecia e la Spagna è costituito da debiti in una valuta che non può essere stampata  a volontà per ripagarli. Ma qui il problema è che per questi paesi non è possibile stampare il denaro di cui hanno bisogno o, invece, il guaio è rappresentato dai debiti stessi e dal loro continuo aumento? Le soluzioni offerte sono due; o questi paesi lasciano l’euro per adottare una nuova moneta da espandere in misura sufficiente a pagare i loro debiti o la BCE espande l’euro fino a permettere a questi paesi di pagare i loro debiti. Ma c’è un’altra soluzione, comunemente chiamata “austerity”, secondo cui questi paesi non dovrebbero affatto  fare  debiti. Come de Soto sostiene, i guai dell’euro rappresentano, in realtà, fallimenti della politica di bilancio piuttosto che di quella monetaria.

E ‘ quindi possibile sostenere che l’euro stia funzionando. Arrestando l’espansione di moneta per pagare i debiti e proteggendo il suo valore, sbarrando quindi  la strada ai membri che chiedono ancora più debito, l’euro sta facendo esattamente quello per cui fu progettato.

Vi è un crescente clamore, dentro e fuori l’Europa, secondo cui l’ austerità sola non costituisce la risposta ai problemi dell’euro e la politica monetaria debba, altresì, giocare un ruolo importante. La stessa BCE sembra essere entusiasta di assumere questo ruolo. Ma questa è semplicemente l’antica idea, basata sulla confusione tra reale e nominale, della ricchezza derivante dalla stampante monetaria. La Germania sta cercando di resistere, ma la storia dimostra che persino accordi monetari più stabili dell’euro sono collassati, sotto il desiderio insaziabile di una valuta sempre più elastica.

Articolo di John Phelan per il Cobden Centre

Traduzione di Loris Cottoni

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