In difesa dell’euro: una prospettiva austriaca

L’attuale sistema monetario e bancario è incompatibile con una vera economia di libera impresa, che contiene tutti i difetti individuati dal teorema dell’impossibilità del socialismo e che rappresenta una continua fonte di instabilità finanziaria e di perturbazioni economiche. Pertanto, diventa indispensabile ridisegnare profondamente il sistema finanziario e monetario mondiale, per arrivare alla radice dei problemi che ci affliggono e risolverli.

Jesus Huerta De Soto

In difesa dell’euro: una prospettiva austriaca

Con una Critica degli Errori della BCE e l’Interventismo di Bruxelles

I teorici della scuola Austriaca hanno profuso un impegno notevole nel chiarire il sistema monetario ideale in un’economia di mercato. A livello teorico hanno sviluppato un’intera teoria del ciclo economico, che spiega come l’espansione del credito, non coperto dal risparmio reale ed orchestrata dalle banche centrali tramite un sistema a riserva frazionaria bancaria, generi ripetutamente cicli economici. Su un piano storico, hanno descritto l’evoluzione spontanea del denaro e l’intervento coercitivo dello stato, incoraggiato da potenti gruppi di interesse, in questo settore, con un allontanamento generale dal mercato che ha danneggiato la naturale evoluzione delle istituzioni bancarie. Su un piano etico, hanno rivelato i requisiti generali della legge e dei principi dei diritti di proprietà per quanto riguarda i contratti bancari; principi che derivano dalla stessa economia di mercato e che, a loro volta, sono essenziali per il suo corretto funzionamento[1].
Tutte le analisi teoriche sopradette portano alla conclusione che l’attuale sistema monetario e bancario è incompatibile con una vera economia di libera impresa, che contiene tutti i difetti individuati dal teorema dell’impossibilità del socialismo, e che rappresenta una continua fonte di instabilità finanziaria e perturbazioni economiche. Pertanto, diventa indispensabile ridisegnare profondamente il sistema finanziario e monetario mondiale, per arrivare alla radice dei problemi che ci affliggono e risolverli. Tale impegno deve poggiare sulle seguenti tre riforme: (a) il ristabilimento di una riserva obbligatoria al 100%, come principio essenziale dei diritti di proprietà privata in relazione ad ogni deposito a vista di denaro e suoi equivalenti; (b) l’abolizione di tutte le banche centrali (che diventano inutili come prestatori di ultima istanza se la riforma (a) di sopra viene implementata e che come agenzie di pianificazione centrale sono una fonte costante di instabilità) e la revoca delle leggi del corso legale e del groviglio di normative di governo sempre mutevoli che ne derivano, e (c) un ritorno ad un gold standard classico, come unico standard monetario mondiale che porterebbe ad un’offerta di moneta che le autorità pubbliche non riuscirebbero a manipolare e che potrebbe limitare e disciplinare le attese inflazionistiche del diversi agenti economici[2].
Come abbiamo detto, le prescrizioni di sopra ci permetterebbero di risolvere tutti i nostri problemi alla radice, favorendo uno sviluppo economico e sociale sostenibile mai visto nella storia. Inoltre, queste misure possono sia indicare quali riforme incrementali rappresenterebbero un passo nella giusta direzione, permettendo un giudizio più solido sulle diverse alternative della politica economica nel mondo reale. E’ solo da questo punto di vista strettamente circostanziale e possibilista che il lettore dovrebbe visualizzare l’analisi Austriaca relativa al “sostegno” dell’euro che miriamo a sviluppare nel presente documento.

2. La Tradizione Austriaca del Sostegno dei Tassi di Cambio Fissi contro il Nazionalismo Monetario ed i Tassi di Cambio Flessibili

Tradizionalmente, i membri della scuola Austriaca di economia hanno percepito come, fintanto che il sistema monetario ideale non viene raggiunto, molti economisti, soprattutto quelli della scuola di Chicago, commettano un grave errore di teoria economica e prassi politica quando difendono i tassi di cambio flessibili in un contesto di nazionalismo monetario, come se entrambi fossero in qualche modo più adatti ad un’economia di mercato. Al contrario, gli Austriaci ritengono che fino a quando le banche centrali non verranno abolite e non verrà ristabilito un gold standard classico con una riserva obbligatoria del 100% nel settore bancario, dobbiamo indirizzare ogni tentativo al fine di portare l’attuale sistema monetario più vicino a quello ideale, sia in termini del suo funzionamento sia nei suoi risultati. Questo significa limitare il nazionalismo monetario per quanto possibile, eliminando la possibilità che ogni paese possa sviluppare la propria politica monetaria, e limitando le politiche inflazionistiche di espansione del credito, per quanto possiamo, creando un quadro monetario che disciplina, per quanto possibile, gli agenti economici, politici e, soprattutto, i sindacati e gli altri gruppi di pressione, tra cui politici e banche centrali.
E’ solo in questo contesto che dovremmo interpretare la posizione di tali eminenti economisti Austriaci (e illustri membri della Mont Pelerin Society) come Mises e Hayek. Ad esempio, vi è l’analisi notevole e devastante contro il nazionalismo monetario ed i tassi di cambio flessibili che Hayek cominciò a sviluppare nel 1937 nel suo eccezionale libro, Monetary Nationalism and International Stability[3]. In questo libro, Hayek dimostra che i tassi di cambio flessibili ostacolano un’allocazione efficiente delle risorse a livello internazionale, in quanto distorcono i flussi reali di consumo e di investimento. Inoltre, rendono inevitabile l’avvento di reali adeguamenti necessari al ribasso dei costi tramite un aumento in tutti gli altri prezzi nominali, in un ambiente caotico di svalutazioni competitive, espansione del credito ed inflazione, che incoraggia e sostiene tutti i tipi di comportamenti irresponsabili dei sindacati, i quali premono continuamente il tasto dei salari e delle esigenze lavorative, le quali non possono che essere soddisfatti con un aumento della disoccupazione se l’inflazione viene ulteriormente spinta verso l’alto. Trentotto anni dopo, nel 1975, Hayek ha riassunto la sua argomentazione così:

Credo sia innegabile che la domanda di tassi di cambio flessibili sia totalmente originata da paesi come la Gran Bretagna, alcuni dei quali economisti hanno voluto un più ampio margine per l’espansione inflazionistica (chiamata “politica di piena occupazione”). Hanno poi ricevuto il sostegno, purtroppo, da altri economisti[4] che non sono stati ispirati dal desiderio di inflazione, ma che sembrano aver trascurato l’argomento più forte a favore dei tassi di cambio fissi, i quali costituiscono il freno praticamente insostituibile di cui abbiamo bisogno per costringere i politici, nonché le autorità monetarie loro responsabili, a mantenere una moneta stabile [corsivo aggiunto].

Per chiarire ulteriormente la sua tesi, aggiunge Hayek:

Il mantenimento del valore del denaro e gli sforzi nell’evitare l’inflazione richiedono, costantemente, misure altamente impopolari al politico. Solo mostrando la necessità del governo nel prendere queste misure egli può giustificarle davanti alle persone colpite. Fintanto che la conservazione del valore esterno della moneta nazionale è considerata come una necessità incontestabile, come con i tassi di cambio fissi, i politici possono resistere alle continue richieste di crediti a basso costo, evitare un aumento dei tassi di interesse, evitare più spese per “lavori pubblici,” e così via. Con tassi di cambio fissi, una diminuzione del valore estero della valuta, o un deflusso di oro o di riserve valutarie, agisce come un segnale del bisogno di un intervento rapido del governo[5]. Con i tassi di cambio flessibili, l’effetto di un aumento della quantità di denaro sul livello dei prezzi interno è troppo lento per essere in generale visibile o addebitabile a chi, in ultima analisi, è responsabile di esso. Inoltre, l’inflazione dei prezzi è di solito preceduta da un aumento nell’occupazione; si può quindi anche accoglierla, perché i suoi effetti nocivi non sono visibili immediatamente.

Hayek conclude:

Non credo dovremmo riacquistare un sistema di stabilità internazionale senza ritornare ad un sistema di cambi fissi, che impone alle banche centrali nazionali il sistema di limitazione essenziale per una resistenza di successo alla pressione dei sostenitori dell’inflazione nei loro paesi — di solito tra i ministri della finanze (Hayek 1979 [1975], 9-10)

Per quanto riguarda Ludwig von Mises, è ben noto come prese le distanze dal suo discepolo di valore Fritz Machlup quando, nel 1961, questi cominciò a difendere i tassi di cambio flessibili nella Mont Pelerin Society. Infatti, secondo R.M. Hartwell, che era lo storico ufficiale della Mont Pelerin Society,

Il supporto di Machlup per i tassi di cambio fluttuanti portò von Mises a non parlargli per  tre anni (Hartwell 1995, 119).

Mises riusciva a capire come i macroeconomisti senza formazione accademica in teoria del capitale, come Friedman ed i suoi colleghi di Chicago, e i Keynesiani, in generale, potevano difendere i tassi flessibili e l’inflazionismo invariabilmente implicito in essi, ma non era disposto a trascurare l’errore di qualcuno che, come Machlup, era stato suo discepolo, quindi conosceva l’economia e, tuttavia, si lasciava trasportare dal pragmatismo e dalle mode politiche. Infatti, anche Mises disse a sua moglie il motivo per cui non era in grado di perdonare Machlup:

Era nel mio seminario a Vienna; capisce tutto. Lui ne sa di più di molti di loro e sa esattamente che cosa sta facendo (Margit von Mises 1984, 146).

La difesa di Mises dei tassi di cambio fissi corre in parallelo con la sua difesa del gold standard, come sistema monetario ideale a livello internazionale. Per esempio, nel 1944, nel suo libro Omnipotent Government, Mises scrisse:

Il gold standard poneva un controllo sui piani governativi di soldi facili. Era impossibile indulgere nell’espansione del credito ed ancora aggrapparsi alla parità aurea permanente sancita dalla legge. I governi hanno dovuto scegliere tra il gold standard e la loro — nel lungo periodo disastrosa — politica di espansione del credito. Il gold standard non crollò, i governi lo distrussero. Era incompatibile con lo statismo come quest’ultimo lo era col libero scambio. I vari governi abbandonarono il gold standard perché erano desiderosi di far aumentare i prezzi ed i salari interni al di sopra del livello del mercato mondiale e perché volevano stimolare le esportazioni ed ostacolare le importazioni. La stabilità dei tassi di cambio era un male ai loro occhi, non una benedizione. Tale è l’essenza degli insegnamenti monetari di Lord Keynes. La scuola Keynesiana sostiene appassionatamente l’instabilità dei tassi di cambio [corsivo aggiunto][6].

Inoltre, non è una sorpresa il disprezzo Misesiano riservato ai teorici di Chicago quando, in questo settore come in altri, finivano per cadere nella trappola del più rozzo Keynesismo. Inoltre, Mises sosteneva che sarebbe stato relativamente semplice ristabilire un gold standard e tornare a tassi di cambio fissi:

L’unica condizione richiesta è l’abbandono di una politica di denaro facile e degli sforzi di combattere le importazioni con la svalutazione.

Inoltre, Mises dichiarò che solo i tassi di cambio fissi sono compatibili con una democrazia vera e che l’inflazionismo dietro a tassi di cambio flessibili è essenzialmente antidemocratico:

L’inflazione è fondamentalmente antidemocratica. Il controllo democratico è un bilancio controllato. Il governo ha una sola fonte di reddito — le tasse. Nessuna tassazione è legale senza il consenso parlamentare. Ma se il governo ha altre fonti di reddito se ne può liberare (Mises 1969, 251-253).

Solo quando i tassi di cambio sono fissi i governi sono obbligati a dire la verità ai cittadini. Quindi, la tentazione di fare affidamento sull’inflazione e sui tassi flessibili al fine di evitare il costo politico degli aumenti delle tasse impopolari è molto forte, praticamente distruttiva. Quindi, anche se non c’è un gold standard, i tassi fissi limitano e disciplinano l’arbitrarietà dei politici:

Anche in assenza di un vero gold standard, i tassi di cambio fissi forniscono una certa assicurazione contro l’inflazione che non è imminente nel sistema flessibile. Nella fissità, se un paese inflaziona, cade vittima di una crisi della bilancia dei pagamenti. Se e quando esaurisce il possedimento di valute estere, deve svalutare, un processo relativamente difficile, irto di pericoli per i leader politici coinvolti. Sotto la flessibilità, invece, l’inflazione non comporterebbe una crisi della bilancia dei pagamenti, né alcuna necessità di una svalutazione politicamente imbarazzante. Invece, c’è un deprezzamento relativamente indolore della valuta domestica (o inflazionistico) contro le sue controparti straniere (Block 1999, 19, corsivo aggiunto).

3. L´Euro come “approssimazione” del Gold Standard (o Perché i Campioni della Libera Impresa e del Libero Mercato dovrebbero supportare l’Euro dato che l´unica alternativa é il ritorno al Nazionalismo Monetario)

Come abbiamo visto, gli economisti Austriaci difendono il gold standard perché frena e limita le decisioni arbitrarie dei politici e delle autorità. Disciplina il comportamento di tutti gli agenti che partecipano al processo democratico. Promuove l’abito morale del comportamento umano. In breve, scopre le bugie e la demagogia e favorisce e promuove la trasparenza e la verità nelle relazioni sociali. Niente più e niente meno. Probabilmente fu Ludwig von Mises ad esprimerlo al meglio :

Il gold standard fa sì che la determinazione del potere di acquisto del denaro sia indipendente dalle cangianti ambizioni e dottrine dei partiti politici e dei gruppi di pressione. Questo non é un difetto del gold standard, bensì il suo principale pregio (Mises 1966, 474).

L´introduzione dell´euro nel 1999 e il suo folgorante inizio nel 2002 significarono la scomparsa del nazionalismo monetario e del cambio flessibile in gran parte del continente Europeo. Più tardi considereremo gli errori commessi dalla Banca Centale Europea. Ora ciò che ci interessa è notare che i differenti stati membri dell´unione monetaria rilasciarono completamente e persero la loro autonomia monetaria, cioè, la possibilità di manipolare la moneta mettendola al servizio delle necessità politiche del momento. In questo senso, rispetto almeno ai paesi della zona euro, l´euro iniziò ad agire e continua ad agire come il gold standard ai suoi tempi. Così dobbiamo vedere l´euro come un chiaro, vero, sebbene imperfetto, passo verso il gold standard. Di più: l´arrivo della Grande Recessione del 2008 ha ulteriormente dimostrato ad ognuno di noi l’effetto disciplinante della natura dell’euro: per la prima volta i paesi dell’unione monetaria hanno dovuto confrontarsi con una profonda recessione senza l’autonomia di una politica monetaria interna. Sino all’adozione dell’Euro, quando una crisi mordeva, i governi e le banche centrali agivano invariabilmente alla stessa maniera :  iniettavano tutta la liquidità necessaria, permettevano alla loro moneta di muoversi liberamente sui cambi internazionali e la deprezzavano, rimandando indefinitamente le necessarie e dolorose riforme strutturali che prevedevano la liberalizzazione dell´economia, la deregolamentazione, l´aumento della flessibilità dei prezzi e dei mercati (specialmente il mercato del lavoro), la riduzione della spesa pubblica e lo smantellamento dei sindacati e dello stato sociale. Con l’euro, nonostante tutti gli errori, le debolezze e le concessioni che discuteremo dopo, questo tipo di comportamento irresponsabile e di fuga dalla realtà non è più possibile.

Per esempio,  in Spagna, in solo un anno, due successive governi sono stati letteralmente forzati a prendere una serie di misure che, sebbene ancora insufficienti, fino ad ora sarebbero state considerate politicamente impossibili ed utopiche, perfino dagli osservatori più ottimisti :

  1. l´articolo 135 della Costituzione é stato emendato per includere il principio anti-Keynesiano del pareggio di bilancio per il governo centrale, le comunità autonome e i comuni;
  2. Tutti i progetti che implicano un aumento della spesa pubblica, dell’acquisto di voti, sussidi, progetti su cui i politici fondano la loro rielezione e popolarità sono stati sospesi;
  3. gli stipendi di tutti i dipendenti pubblici sono stati tagliati del 5% e poi congelati, mentre l´orario di lavoro è stato esteso;
  4. Le pensioni e la sicurezza sociale sono state, di fatto, congelate;
  5. L’età pensionabile é stata alzata a 67 dai 65 anni;
  6. La spesa totale pubblica é stata diminuita più del 15%  e
  7. Una significativa azione di liberalizzazione é stata avviata nel mercato del lavoro, nell´orario di lavoro, e in generale,nel groviglio della regolamentazione economica[7].

Inoltre, quello che sta accadendo in Spagna sta avvenendo anche in Irlanda, Portogallo, Italia, e perfino in paesi che, come la Grecia, sino ad ora hanno rappresentato il paradigma del lassismo sociale, dell’assenza di rigore di bilancio e della demagogia politica[8]. Quello che é ancora più importante é che i politici di questi cinque paesi, ora non  più nelle condizioni di manipolare la politica monetaria così da mantenere i cittadini nel buio circa i costi reali delle loro politiche, sono stati  cacciati in modo sommario dai loro rispettivi posti di governo. E Stati che, come il Belgio e specialmente la Francia e l´Olanda, fino ad ora erano apparsi sempre immuni dalla necessità delle riforme, vengono forzati a riconsiderare i fondamentali dei volumi delle loro politiche di spesa pubblica e della situazione reale del loro tanto amato stato sociale. Questo é oramai evidente a tutti, grazie alla struttura monetaria introdotta con l’euro, e così dovrebbe essere vista con eccitazione e rinata gioia da tutti i campioni dell´economia della libera impresa e del governo minimo. Dal momento che sarebbe estremamente arduo concepire come tali misure possano essere intraprese in un contesto di moneta nazionale e di cambi flessibili: ogni volta che possono i politici rigettano le riforme impopolari e tutto ciò che comporta sacrificio e disciplina da parte dei propri cittadini. Da qui, in assenza dell’euro, le autorità avrebbero di nuovo intrapreso quello che è sempre stato il cammino normale, ovvero la fuga attraverso una maggiore inflazione, la svalutazione della moneta locale per arrivare alla “piena occupazione” e riguadagnare competitività nel breve termine (coprendosi le spalle e nascondendo la grave responsabilità dei sindacati come i veri generatori della disoccupazione) e in breve, rimandare indefinitamente le necessarie riforme strutturali.

Concentriamoci ora su due aspetti significativi sull’unicità dell’euro. Li contrasteremo entrambi con il sistema delle monete nazionali legate tra loro con i cambi fissi e con quello dello stesso gold standard, iniziando con quest’ultimo. Dobbiamo però notare come abbandonare l’euro oggi sia molto più complesso che abbandonare il gold standard ieri. Infatti le monete legate all’oro ritenevano la loro denominazione (il franco, la sterlina, etc. etc.) e così fu relativamente facile, durante tutti gli anni Trenta, disancorare queste dall’oro fino a quando gli agenti economici, così come indicato dal teorema di regressione di Mises formulato nel 1912 (Mises 2009 [1912], 111-123), continuavano ad usare la moneta nazionale senza interruzione, sebbene non fosse più scambiabile con oro, confidando sul potere di acquisto della moneta pari a quella che aveva giusto prima della riforma. Oggi questa possibilità non esiste per quei paesi che desiderano, oppure sono obbligati, ad abbandonare l’euro. Dato che è l’unica moneta accettata da tutti i paesi dell’unione monetaria, il suo abbandono richiede l´introduzione di una nuova moneta con un minore e sconosciuto potere di acquisto, moneta che provoca necessariamente l’emersione di immense distorsioni che il cambio comporterà per tutti gli attori del mercato: debitori, creditori, investitori, imprenditori e lavoratori [9]. Almeno in questo specifico senso e dal punto di vista dei teorici Austriaci, dobbiamo ammettere che l’euro sorpassa il gold standard e che sarebbe stato molto utile per l’umanità se negli anni Trenta i differenti paesi coinvolti fossero stati obbligati a stare nel gold standard, perché, così com´è oggi con l’euro, ogni altra alternativa sarebbe stata praticamente impossibile da adottare e avrebbe ovviamente provocato danni e sofferenze molto maggiori.

Da qui, per certi versi è affascinante (nonché patetico) notare come le legioni di ingegneri sociali e di politici interventisti, i quali, guidati in passato da Jacques Delors, progettarono la moneta unica come un ulteriore strumento da utilizzare per la grandiosa costruzione dell’unione politica dell’Europa, ora osservino con disperazione qualcosa che non avrebbero mai immaginato: l’euro é di fatto un gold standard che disciplina i cittadini, i politici e le autorità e che lega le mani ai demagoghi, esponendo i gruppi di pressione (guidati dagli infaticabili privilegiati sindacati) e perfino mette in questione la sostenibilità e le fondamenta dello stato sociale[10]. Secondo la scuola Austriaca, questo é esattamente il principale vantaggio comparativo dell’euro come standard monetario in generale, e contro il nazionalismo monetario in particolare, questo e non altri prosaici argomenti come “la riduzione dei costi di transazione” o “l´eliminazione del rischio di cambio” che vennero all’epoca sbandierati dall’immancabile corta veduta degli ingegneri sociali del momento.

Ora passiamo a considerare la differenza tra l’euro ed un sistema a cambi fissi rispetto ai processi di aggiustamento che avvengono quando diversi gradi di espansione creditizia si verificano in paesi differenti. Ovviamente, in un sistema di cambi fissi, queste differenze si manifestano in sostanziali tensioni sui cambi che eventualmente terminano con esplicite svalutazioni e alti costi in termini di perdita di prestigio che, fortunatamente, vengono trasferiti sulle corrispondenti autorità politiche. Nel caso di una moneta unica, come l’euro, queste tensioni si manifestano in generale nella perdita di competitività, che può  essere recuperata solo con l’introduzione di riforme strutturali necessarie a garantire la flessibilità del mercato, insieme alla deregolamentazione di tutti i settori e la riduzione e gli aggiustamenti necessari della struttura dei prezzi relativi.

Ancora, tutto questo termina influenzando i ricavi del settore pubblico, quindi il rating del suo credito. Infatti, sotto le presenti circostanze, nell’area euro, il valore attuale nei mercati finanziari di ogni debito sovrano è andato riflettendo le tensioni tipiche delle crisi in regime di cambio fisso, quando i rapporti di cambio di ogni moneta nazionale erano bene o male fissati; per cui, a questo punto, il ruolo centrale non è più dello speculatore monetario internazionale ma delle agenzie di rating e, specialmente, degli investitori internazionali che, comprando o no il debito sovrano, disciplinano e determinano il destino di ogni paese.  Questo processo potrà essere definito “anti-democratico”, ma è infatti l´esatto opposto. Nel passato, la democrazia soffriva cronicamente ed era corrotta dalla politica irresponsabile fondata sulla manipolazione monetaria e sull’inflazione, una tassa occulta devastante che veniva imposta fuori dal parlamento a tutti i cittadini in modo graduale, nascosto e contorto. Oggi, con l’euro, il ricorso alla tassa dell´inflazione è stato fermato, almeno a livello di singolo paese ed improvvisamente i politici sono stati scoperti ed obbligati a dire la verità e ad accettare la corrispondente perdita di prestigio. Da qui la successiva caduta dei governi dell’Irlanda, Grecia, Portogallo, Italia, Spagna e Francia, che ha dimostrato l’esatto contrario di una caduta di democrazia e che invece ha manifestato un elevato livello di rigore, trasparenza di bilancio e salute democratica che l’euro sta incoraggiando in ogni rispettiva società.

4. L’eterogenea coalizione “anti euro”

Sarebbe interessante e molto illustrativo se dovessimo, ora, anche solo brevemente, commentare la varia e disparata amalgama di nemici dell’euro. Questo gruppo include nelle sue fila elementi così diversi tra loro come dogmatici di estrema destra, nostalgici o inflessibili keynesiani come Krugman e Stiglitz, monetaristi che sostengono i tassi flessibili di cambio, come Barro e altri, sostenitori ingenui della teoria delle arie valutarie ottima di Mundell, sciovinisti terrorizzati dal dollaro (e della sterlina) e in breve, la legione di disfattisti confusi che “di fronte all’imminente scomparsa dell’euro” propone la “soluzione” di farlo saltare in aria e abolirlo il più presto possibile [11].

Forse l’esempio più chiaro (o meglio, la più convincente prova) del fatto che Mises avesse completamente ragione nella sua analisi in materia degli effetti dei tassi di cambio fissi, specialmente del Gold Standard, sulla demagogia politica e sindacale sta nel modo in cui i leader dei partiti politici di sinistra, i sindacalisti, gli opinionisti “progressisti”, gli indignati contro il sistema, i politici di estrema destra e, in generale, tutti gli appassionati della spesa pubblica, dei sussidi statali e dell’interventismo si ribellano apertamente e direttamente alla disciplina che impone l’euro e, in particolare, alla perdita di autonomia nella politica monetaria di ogni paese e a ciò che questo implica: la tanto vituperata dipendenza dai mercati, dagli speculatori e dagli investitori internazionali quando si tratta di essere in grado (o meno) di vendere il crescente debito pubblico richiesto per finanziare i continui deficit. Basta uno sguardo agli editoriali dei giornali più di sinistra [12] o una lettura delle dichiarazioni dei politici più demagoghi [13] o dei sindacalisti di punta, per osservare che è così e che oggi, proprio come nel 1930 con il gold standard, i nemici dei mercati e i difensori del socialismo, dello stato sociale e dei sindacati stanno protestando all’unisono, sia in pubblico che in privato, contro la “rigida disciplina che l’euro e i mercati finanziari stanno imponendoci” e stanno chiedendo la monetizzazione immediata del debito pubblico, senza alcuna contromisura sotto forma di austerità di bilancio o riforme che aumentino la competitività.

In ambito più accademico, ma anche con ampia copertura dei media, teorici contemporanei keynesiani stanno creando una grande offensiva contro l’euro, nuovamente con una belligeranza solo paragonabile a quella che aveva Keynes nei confronti del gold standard nel 1930. Specialmente paradigmatico è il caso di Krugman [14] che, da editorialista, racconta la stessa storia vecchia quasi ogni settimana su come l’euro sia una “camicia di forza” per la ripresa dell’occupazione e arriva persino a criticare il dissoluto governo americano per non essere sufficientemente espansivo e per essere caduto nei suoi (enormi) stimoli fiscali [15]. Più intelligente e colta, ma non meno sbagliata, è l’opinione di Skidelsky, dato che almeno spiega che la teoria del ciclo economico austriaca [16] offre l’unica alternativa al suo amato Keynes e riconosce chiaramente che la situazione attuale comporta una ripetizione del duello tra Hayek e Keynes negli anni Trenta [17].

Ancora più strana è la posizione assunta riguardo i tassi di cambio flessibili dai teorici neoclassici della scuola di Chicago [18]. Sembra che l’interesse di questo gruppo nei tassi di cambio flessibili e nel nazionalismo monetario predomini sul loro (si presume sincero) desiderio di incoraggiare le riforme di liberalizzazione economica. Infatti il loro obiettivo primario è quello di mantenere la politica monetaria autonoma e di essere in grado di svalutare (o deprezzare) la valuta locale per “recuperare competitività” e assorbire la disoccupazione il più presto possibile, e solo allora, alla fine, si concentrano sul tentativo di favorire la flessibilità e sulle riforme per un mercato libero. La loro ingenuità è estrema e abbiamo fatto riferimento ad essa nella nostra discussione sulle ragioni del dissenso tra Mises, dal lato della Scuola Austriaca, e Friedman, dal lato dei teorici di Chicago, nel dibattito sui tassi di cambio fissi contro quelli flessibili. Mises ha sempre visto molto chiaramente che i politici non sono capaci di prendere misure nella giusta direzione se non sono letteralmente obbligati a farlo e che i tassi flessibili e il nazionalismo monetario rimuovono ogni incentivo in grado di disciplinare i politici, abolendo la “rigidità verso il basso” dei salari (che diventa una sorta di presupposto che si auto realizza e che i monetaristi e i keynesiani accettano con tutto il cuore) e i privilegi di cui godono i sindacati e tutti gli altri gruppi di pressione. Mises ha anche osservato che, di conseguenza, nel lungo periodo e anche loro malgrado, i monetaristi finiscono per diventare compagni di viaggio delle vecchie dottrine keynesiane: una volta che la “competitività” è stata “recuperata”, le riforme vengono rinviate e, ancora peggio, i sindacalisti diventano abituati agli effetti distruttivi delle loro politiche regolatrici continuamente mascherate da svalutazioni successive.

Questa contraddizione latente tra la difesa del libero mercato e il sostegno al nazionalismo monetario e la manipolazione attraverso cambi “flessibili” è evidente in molti fautori dell’interpretazione più diffusa della teoria di Robert A. Mundell sulle “aree valutarie ottimali” [19]. Tali aree sarebbero quelle in cui, tanto per cominciare, tutti i fattori produttivi sono altamente mobili, perchè, se non fosse questo il caso, sarebbe meglio dividerli in compartimenti con valute di minor portata, per permettere l’uso di una politica monetaria autonoma nel caso di ogni “shock esterno”. Comunque dovremmo chiederci: questo ragionamento ha senso? Non del tutto: la maggior fonte di rigidità nel lavoro e il fattore da cui attualmente il mercato è bloccato e sanzionato, è  rappresentato dalll’interventismo e dalla regolamentazione statale del mercato, quindi è assurdo pensare che gli stati e i loro governi commettano harakiri, perdendo il loro potere e tradendo la loro clientela politica, al fine di adottare una moneta comune dopo. Invece, l’esatto contrario è vero: solo quando i politici hanno raggiunto una moneta comune (l’euro nel nostro caso), sono stati forzati ad attuare le riforme che fino a poco tempo fa sarebbero state inconcepibili per loro. Nelle parole di Walter Block:

il governo è la principale o unica fonte dell’immobilità. Lo stato, con le sue regole… è la ragione principale per cui i fattori di produzione sono meno mobili di quanto sarebbero altrimenti. In altri tempi i costi di trasporto sarebbero stati la spiegazione e causa principale, ma con tutti i progressi tecnologici raggiunti, questo fattore è molto meno importante nel nostro mondo moderno “sempre più piccolo. Se è così, allora sotto il capitalismo del laissez-faire non ci sarebbe praticamente nessun fattore di immobilità e, data la verità approssimativa di questi presupposti, la regione mundelliana diventa quindi l’intero globo – proprio come sarebbe in un regime di gold standard [20].

Questa conclusione di Block è ugualmente applicabile per l’area dell’euro, nella misura in cui gli atti dell’euro, che abbiamo già indicato come una “delega” per il gold standard, riescono a disciplinare e limitare il potere arbitrario dei politici degli stati membri.

Non dobbiamo mancare di sottolineare che keynesiani, monetaristi e mundelliani si sbagliano tutti perché ragionano esclusivamente in termini di aggregati macroeconomici, e quindi propongono, con lievi differenze, lo stesso tipo di regolazione attraverso la manipolazione monetaria e fiscale, la “messa a punto” di flessibili tassi di cambio. Essi credono che tutto lo sforzo necessario per superare la crisi dovrebbe essere guidato da modelli macroeconomici e dall’ingegneria sociale. Così ignorano completamente la profonda distorsione microeconomica che la manipolazione monetaria (e fiscale) genera nella struttura dei prezzi relativi e in quella dei beni capitali. Una svalutazione forzata (o deprezzamento) è onnicomprensiva, ovvero comporta un improvviso calo percentuale lineare nei prezzi dei beni di consumo, dei servizi e dei fattori produttivi, un calo che è uguale per tutti. Sebbene nel breve questo dia l’impressione di una ripresa intensa attività economica e un rapido assorbimento della disoccupazione, in realtà distorce completamente la struttura dei prezzi relativi (dal momento che senza la manipolazione monetaria alcuni prezzi sarebbero calati maggiormente, altri meno e altri non sarebbero scesi del tutto e altri ancora sarebbero, invece, saliti), porta ad una diffusa cattiva allocazione delle risorse produttive, e provoca un trauma importante che ogni economia necessiterebbe di anni per elaborare e riprendersi [21]. Questa è l’analisi microeconomica centrata sui prezzi relativi e la struttura produttiva che i teorici austriaci hanno sviluppato [22] e che, al contrario, manca completamente nello strumentario analitico dei teorici dell’economia che si oppongono all’euro.

Infine, al di fuori della sfera puramente accademica, l’insistenza fastidiosa con cui gli economisti anglosassoni, gli investitori e gli analisti finanziari tentano di screditare l’euro, prevedendo un tetro futuro, è in qualche modo sospetta. L’impressione è rafforzata dalla posizione ipocrita delle diverse amministrazioni americane (e anche, in misura minore, dal governo britannico) nel desiderare (tiepidamente) che l’euro-zona tenga “la sua economia in ordine” e omettendo con interesse che la crisi finanziaria si è originata dall’altro lato dell’Atlantico, cioè nell’incosciente e espansionistica politica perseguita dalla Federal Reserve per anni, i cui effetti si sono diffusi nel resto del mondo attraverso il dollaro, che è ancora utilizzato come valuta di riserva internazionale. Inoltre, c’è un’insopportabile pressione per l’euro zona affinché introduca politiche monetarie tanto espansionistiche e irresponsabili (“quantitative easing”) quanto quelle adottate negli Stati Uniti e questa pressione è doppiamente ipocrita, dal momento che una tale evenienza darebbe senza dubbio il colpo di grazia alla moneta unica europea.

Questa posizione nel mondo anglosassone non potrebbe nascondere un timore che il futuro del dollaro come valuta di riserva internazionale può essere minacciata se l’euro dovesse sopravvivere e fosse in grado di competere efficacemente con il dollaro in un futuro non troppo distante? Tutte le indicazioni suggeriscono che la questione stia diventando sempre più pertinente e, anche se oggi non sembra molto politically correct, c’è l’impressione che si versi il sale sulla ferita che è più dolorosa per gli analisti e le autorità del mondo anglosassone: l’euro sta emergendo come un potenziale rivale enormemente potente per il dollaro a livello internazionale [23].

Come possiamo vedere, la coalizione anti-euro riunisce diversi e potenti interessi. Ognuno diffida dell’euro per una ragione diversa. Tuttavia tutti hanno un comune denominatore: gli argomenti che costituiscono la base della loro opposizione all’euro sono gli stessi, potrebbero ripeterli con ancora più enfasi se invece che la singola valuta europea avessero a che fare con il classico sistema monetario del Gold Standard. In realtà vi è un elevato grado di somiglianza tra le forze che hanno stretto un’alleanza per costringere l’abbandono del gold standard e quelli che oggi cercano (fino ad ora senza successo) di reintrodurre il vecchio e obsoleto nazionalismo monetario in Europa. Come abbiamo già indicato, tecnicamente era molto più facile abbandonare il gold standard allora di quanto sarebbe oggi per qualsiasi paese lasciare l’unione monetaria. In questo contesto, non dovrebbe sorprendere che i membri della coalizione anti-euro spesso cadano nel disfattismo più sfacciato: predicono un disastro e l’impossibilità di mantenere un’unione monetaria e poi propongono la “soluzione” di smantellarla immediatamente. Essi si spostano anche così lontano per tenere concorsi internazionali (- dove altro – in Inghilterra, la casa di Keynes e del nazionalismo monetario) in cui centinaia di “esperti” e pazzi partecipano ognuno con le sue proposte per la migliore e più innocua strada per fa crollare l’unione monetaria europea [24].

5. I veri peccati capitali dell’Europa e l’errore fatale della Banca Centrale Europea [25].

Nessuno può negare che l’Unione Europea soffra cronicamente di una serie di gravi problemi economici e sociali. Tuttavia, il chiacchierato euro non fa parte di loro. Piuttosto è vero il contrario: l’euro agisce come un potente catalizzatore che rivela la gravità dei veri problemi in Europa e accelera o “precipita” l’attuazione delle misure necessarie per risolverle. Infatti, oggi, l’euro sta aiutando a diffondere, più che mai, consapevolezza sull’insostenibilità dell’enorme stato sociale europeo e sulla necessità sostanziale di una sua riforma[26]. Lo stesso si può dire per gli onnicomprensivi programmi di aiuto e sovvenzione, tra i quali la Politica Agricola Comune occupa una posizione chiave, sia in termini dei suoi dannosi effetti sia nella sua totale mancanza di razionalità economica [27]. Soprattutto possiamo dire che la cultura dell’ingegneria sociale e la regolamentazione oppressiva, con il pretesto di armonizzare la legislazione dei diversi paesi, fossilizzano il mercato unico europeo impedendogli di essere un vero e proprio mercato libero [28]. Ora più che mai, il vero costo di tutti questi difetti strutturali si sta evidenziando nell’eurozona: senza una politica monetaria autonoma i vari governi sono stati letteralmente costretti a riconsiderare (e, quando possibile, a ridurre) tutte le loro voci di spesa pubblica, tentando di recuperare e guadagnare competitività internazionale con la deregolamentazione e l’aumento, quando applicabile, della flessibilità dei loro mercati (in particolare il mercato del lavoro, che è tradizionalmente molto rigido in molti paesi dell’unione monetaria).

In aggiunta ai peccati capitali dell’economia europea di cui sopra, dobbiamo aggiungerne un altro che è forse ancora più grave, per via della sua peculiare natura subdola. Ci riferiamo alla grande facilità con cui le istituzioni europee, molte volte a causa di una mancanza di lungimiranza, leadership o convinzione riguardo i loro stessi progetti, si permettono di rimanere impigliate nelle politiche che nel lungo periodo sono incompatibili con le esigenze di una singola valuta e di un vero mercato unico libero.

In primo luogo è sorprendente notare la crescente regolarità con cui vengono introdotte le fiorenti e soffocanti nuove misure di regolamentazione in Europa dal mondo accademico e politico anglosassone, in particolare gli Stati Uniti [29], spesso quando tali misure si sono già dimostrate inefficaci o estremamente dirompenti e spiazzanti. Questa influenza malsana fa parte di una lunga tradizione consolidata (ricordiamo che i sussidi agricoli, la legislazione antitrust e le regolamentazioni in materia di “responsabilità sociale delle imprese” sono in realtà nate, come molti altri interventi fallimentari, negli Stati Uniti). Oggi queste misure di regolamentazione sono rinforzate ad ogni passo, ad esempio il cosiddetto “giusto valore di mercato” e il resto dei principi contabili internazionali o i tentativi (finora, fortunatamente falliti) di attuare i cosiddetti accordi di Basilea III per il settore bancario e Solvency II per il settore assicurativo, entrambi i quali soffrono di carenze teoriche e mancanze teoriche fondamentali e insormontabili, così come pure gravi problemi in relazione alla loro applicazione pratica [30].

Un secondo esempio della malsana influenza anglosassone può essere trovata nel piano europeo di ripresa economica che la Commissione Europea ha lanciato nel 2008. sotto gli auspici del Washington Summit, con la leadership dei politici keynesiani come Barack Obama e Gordon Brown e su consiglio dei teorici economici nemici dell’euro, come Krugman e altri [31]. Il piano raccomanda ai paesi membri l’espansione della spesa pubblica dell’1,5 per cento del PIL (circa 200 miliardi di euro). Anche se alcuni paesi, come la Spagna, hanno fatto l’errore di espandere i loro bilanci, il piano, grazie a Dio e all’euro, e per la disperazione dei keynesiani e dei loro seguaci [32], ben presto non è approdato a nulla, una volta che è diventato chiaro che sarebbe solo servito ad aumentare i deficit, precludendo il conseguimento degli obiettivi del trattato di Maastricht e avrebbe gravemente destabilizzato i mercati del debito sovrano nei paesi dell’Eurozona. Ancora una volta l’euro ha fornito un quadro disciplinare e un freno al deficit, in contrasto con la sconsideratezza del bilancio dei paesi che sono vittime del nazionalismo monetario e, in particolare, gli Stati Uniti e soprattutto l’Inghilterra, che ha chiuso con un disavanzo pubblico del 10.1% del PIL nel 2010 e dell’8,8% nel 2011, su scala mondiale superata solo da Grecia e Egitto. Nonostante tali deficit e pacchetti di stimolo fiscale, la disoccupazione in Inghilterra e negli Stati Uniti rimane a livelli record (o molto alta) e le loro rispettive economie non sono decollate.

In terzo luogo, e soprattutto, c’è una crescente pressione per una completa unione politica europea, che alcuni indicano come l’unica “soluzione” che potrebbe consentire la sopravvivenza dell’Euro nel lungo periodo. Oltre agli “eurofanatici”, che difendono sempre ogni scusa che possa giustificare un maggiore potere e il centralismo di Bruxelles, due gruppi condividono il sostegno all’unione politica. Un gruppo è costituito, paradossalmente, dai nemici dell’euro, in particolare quelli di origine anglosassone: ci sono gli americani che, abbagliati dal potere centrale di Washington e consapevoli che non potrebbe essere replicato in Europa, sanno che con la loro proposta stanno iniettando un virus letale per l’euro; e ci sono gli inglesi, che rendono l’euro un (ingiustificato) capro espiatorio su cui sfogare le loro (completamente giustificate) frustrazioni in vista del crescente interventismo di Bruxelles. L’altro gruppo è costituito da tutti quei teorici e pensatori che credono che solo la disciplina imposta da un governo centrale possa garantire gli obiettivi  di deficit e debito pubblico stabiliti nel trattato di Maastricht.

Nonostante ciò, il problema più serio non giace nella minaccia di un’impossibile unione politica, ma nell’inconfutabile fatto che una politica di espansione del credito, portata avanti in modo sostenuto dalla BCE in un periodo di apparente prosperità economica, sia capace di cancellare, almeno temporaneamente, gli effetti disciplinanti esercitati dall’euro sugli agenti economici di ogni paese. Quindi, l’errore fatale della BCE consiste nel non essere riuscita a isolare e proteggere l’Europa dalla grande espansione del credito orchestrata su scala mondiale dalla Fed e iniziata nel 2001. Per diversi anni, in un lampante fallimento nell’osservazione del Trattato di Maastricht, la Banca Centrale Europea ha permesso che l’M3 crescesse ad un tasso più alto del 9% annuo, che di gran lunga supera l’obiettivo della crescita del 4,5% dell’offerta di denaro, un punto originariamente fissato dalla BCE stessa [33]. Inoltre, sebbene questo aumento sia stato sensibilmente meno imprudente rispetto a quello creato dalla Fed, il denaro non è stato distribuito in maniera uniforme tra i paesi dell’Unione monetaria e ha avuto un impatto sproporzionato sui paesi periferici (Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia), che hanno visto i loro aggregati monetari crescere ad un ritmo molto più rapido, tra le tre e le quattro volte maggiore, rispetto a Francia e Germania. Molti motivi possono essere addotti per spiegare questo fenomeno, dalla pressione applicata da Francia e Germania, entrambe alla ricerca di una politica monetaria che in quegli anni non sarebbe stata troppo riduttiva per loro, all’estrema mancanza di lungimiranza dei paesi periferici, che non hanno voluto ammettere di essere nel bel mezzo di una bolla speculativa, come il caso della Spagna, e quindi non erano in grado di dare istruzioni categoriche ai loro rappresentanti nel Consiglio della BCE affinché rendessero importante il rispetto rigoroso degli obiettivi stabiliti dalla Banca Centrale Europea stessa. Infatti, durante gli anni precedenti la crisi, tutti questi paesi, tranne la Grecia [34], hanno facilmente osservato i limiti di deficit del 3%, e alcuni, come Spagna e Irlanda, hanno persino chiuso i loro conti pubblici con grandi surplus [35]. Quindi, se il cuore dell’Unione Europea è stato escluso dal processo americano di irrazionale esuberanza, il processo è stato ripetuto con grande intensità nei paesi europei periferici, e nessuno, o poche persone, hanno correttamente diagnosticato il grave pericolo che incombeva [36]. Se gli accademici e le autorità politiche sia dei paesi interessati che della BCE, piuttosto che usare gli strumenti analitici macroeconomici e dei monetaristi importati dal mondo anglosassone avessero usato quelli della teoria austriaca del ciclo economico [37] – che dopo tutto è un prodotto del più genuino pensiero continentale – essi sarebbero riusciti a identificare in tempo la natura artificiale della prosperità di questi anni, l’insostenibilità di molti investimenti (specialmente rispetto allo sviluppo del settore immobiliare) che venivano intrapresi grazie alla grande disponibilità di credito e la natura, di breve durata, del sorprendente influsso delle crescenti entrate pubbliche. Eppure, fortunatamente, anche se nel ciclo più recente la BCE non è stata all’altezza degli standard che i cittadini europei avevano il diritto di aspettarsi, e potremmo anche chiamare la sua politica una “solenne tragedia”, la logica dell’euro come valuta unica ha prevalso così chiaramente da esporre gli errori commessi, obbligando tutti a tornare sul sentiero del controllo e dell’austerità. Nella prossima sezione ci soffermeremo brevemente sul modo specifico in cui la Banca Centrale Europea ha formulato la sua politica durante la crisi e in quali punti questa politica differisca da quella seguita dalle banche centrali di Stati Uniti e Regno Unito.

6. Euro contro Dollaro (e Sterlina) e Germania contro Stati Uniti (e Gran Bretagna)

Una delle più importanti caratteristiche dell’ultimo ciclo, culminato nella Grande Recessione del 2008, è stata, senza dubbio, il differente comportamento nelle politiche fiscali e monetarie dell’area Anglo Sassone, basate sul nazionalismo monetario e quelle perseguite dai paesi membri dell’unione monetaria europea. Effettivamente, dall’inizio della crisi, sia la Fed che la Banca d’Inghilterra hanno adottato politiche monetarie di riduzione dei tassi vicine allo zero; immissione di grandi quantità di moneta nell’economia (eufemisticamente chiamate “alleggerimento quantitativo”); e continua, diretta e sfacciata monetizzazione del debito pubblico[38]. A questa politica monetaria permissiva (con la benedizione dei monetaristi e Keynesiani) è stato aggiunto un forte stimolo fiscale con lo scopo di mantenere, sia negli Usa che in GB, i deficit di bilancio vicini al 10% del Pil (riduzione considerata insufficiente dalla maggior parte dei Keynesiani recalcitranti, tra cui Krugman).

In contrasto con la situazione del dollaro e della sterlina, nell’area euro, fortunatamente, il denaro non può essere così facilmente iniettato nell’economia, né l’avventatezza di bilancio può essere mantenuta indefinitamente. Almeno in teoria, la BCE manca dell’autorità necessaria alla monetizzazione del debito pubblico e, sebbene abbia accettato bond sovrani come collaterali dei suoi enormi prestiti al settore bancario e abbia iniziato, a partire dall’estate del 2010, ad acquistare direttamente e sporadicamente obbligazioni dei paesi periferici (Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna), vi è certamente una differenza economica fondamentale tra il comportamento degli Stati Uniti e quello del Regno Unito e la politica seguita dall’Europa continentale: mentre l’aggressività monetaria e la spericolatezza fiscale vengono deliberatamente e sfacciatamente adottate senza riserve nel mondo Anglo Sassone, in Europa tali politiche sono perseguite controvoglia e, in molti casi, dopo numerosi, ripetuti ed infiniti “summit”. Sono il risultato di lunghi ed estenuanti negoziati tra le parti, nei quali paesi con diversi interessi devono raggiungere un accordo. Inoltre, molto più importante, quando la cartamoneta è iniettata nell’economia, supportando i debiti sovrani dei paesi in difficoltà, tali azioni sono sempre bilanciate con, e consentite in cambio di, riforme basate sull’austerità di bilancio (e non pacchetti di stimolo fiscale) e sull’introduzione di politiche dal lato dell’offerta che incoraggiano liberalizzazioni e competitività [39]; in più, sebbene sarebbe stato meglio fosse accaduto prima, la sospensione “de facto” dei pagamenti da parte della Grecia, al quale è stato concesso un “haircut” del 75%  verso i privati investitori che erroneamente avevano investito in obbligazioni sovrane elleniche, ha dato un chiaro segnale ai mercati per cui gli altri paesi in difficoltà non hanno alternativa, se non quella di implementare senza ritardo le rigorose e severe riforme necessarie. Come abbiamo visto, anche stati come la Francia, che ora sembrano intoccabili e soavemente avvolte da uno straripante welfare state, hanno perso valutazioni in termini di rating creditizio sul debito, dato il differenziale col bund tedesco, vedendosi condannati all’introduzione di austerity e riforme liberali per evitare di mettere in pericolo la loro membership tra i paesi europei sostenitori della linea dura [40].

Dal punto di vista politico, è abbastanza ovvio che la Germania (in particolare la cancelliera Angela Merkel) abbia un ruolo principale nella battaglia di stabilizzazione fiscale e austerity (opponendosi a tutte le proposte inopportune, come gli “eurobond”, che rimuoverebbero gli incentivi, per i diversi paesi, ad una azione rispettosa dei bilanci). Molte volte la Germania è costretta a nuotare controcorrente. Da una parte, c’è una costante pressione politica internazionale per l’adozione di misure di stimolo fiscale, soprattutto dall’amministrazione Obama, che sta usando la “crisi dell’euro” come una cortina fumogena al fine di nascondere i propri fallimenti politici; dall’altro lato, la Germania deve confrontarsi con il rifiuto e l’incomprensione da parte di tutti coloro che vogliono rimanere nell’euro solo per i vantaggi che questo offre mentre, simultaneamente, essi si ribellano contro la disciplina fiscale che la moneta unica impone, soprattutto ai politici populisti e più irresponsabili e ai gruppi di interesse privilegiati.

In tutti i casi, e come illustrazione che, comprensibilmente, farà infuriare i Keynesiani e i monetaristi, dobbiamo mettere in luce i risultati non confortanti che, ad ora, sono stati raggiunti con gli stimoli fiscali Americani e gli “alleggerimenti quantitativi”, comparati alle politiche dal lato dell’offerta tedesche e l’austerità fiscale nella zona euro: deficit di bilancio tedesco 1% – deficit Usa oltre 8,20 %; disoccupazione tedesca 5,9% – disoccupazione Usa vicina al 9%; inflazione tedesca 2.5% – inflazione Usa 3.17%; crescita tedesca 3% – crescita Usa 1.7% (i dati del Regno Unito sono ancora peggiori di quelli americani). Lo scontro tra paradigmi non potrebbe essere più evidente [41].

7. Conclusione: Hayek contro Keynes

Proprio come col gold standard a suo tempo, oggi una marea di persone criticano e incolpano l’euro per il suo principale pregio: la capacità di disciplinare i politici stravaganti e i gruppi di pressione. Chiaramente, in nessun modo l’euro costituisce lo standard monetario ideale, il quale, come abbiamo precedente visto, può solo essere costituito dal classico gold standard, con un coefficiente di riserva del 100% sui depositi a vista e l’abolizione della banca centrale. Perciò, è possibile che, trascorso un certo periodo di tempo e calmatisi i tumulti finanziari, la Bce possa tornare a commettere gravi errori del passato, promuovendo e favorendo la crescita di nuove bolle di espansione creditizia[42]. Tuttavia, lasciateci ricordare che i peccati della Fed e della Banca d’Inghilterra sono stati molto peggiori e che, almeno nell’Europa continentale, l’euro ha messo fine al nazionalismo monetario e, per gli stati membri, sta agendo, timidamente, come “proxy” (approssimazione) del gold standard, incoraggiando rigore fiscale e riforme mirate a migliorare la competitività, mettendo fine agli abusi del welfare state e della demagogia politica.

Comunque sia, dobbiamo riconoscere di essere in una congiuntura storica [43]. L’euro deve sopravvivere se tutta l’Europa vuole adottare la tradizionale stabilità monetaria tedesca, che, in definitiva, è l’unico ed essenziale modello attraverso cui, nel breve e nel medio termine, la competitività europea e la crescita possono essere sostenute. Su scala mondiale, la sopravvivenza e il consolidamento dell’euro permetterà, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’emersione di una valuta capace di competere concretamente col monopolio del dollaro come standard monetario internazionale, quindi capace di disciplinare l’attitudine americana a provocare crisi finanziarie sistemiche, come quella del 2007, che mettono costantemente in pericolo l’ordine economico mondiale.

Poco più di 80 anni fa, in un contesto storico simile al nostro, il mondo era diviso tra il mantenimento del gold standard, con la disciplina fiscale che questo comportava, la flessibilità lavorativa e il libero e pacifico commercio e il suo abbandono, con la conseguente diffusione del nazionalismo monetario, le politiche inflazionistiche, le rigidità lavorative, l’interventismo, il “fascismo economico” e il protezionismo. Hayek e gli Austriaci guidati da Mises compirono uno sforzo intellettuale titanico nell’analizzare, spiegare e difendere i vantaggi del gold standard e del libero scambio, in opposizione ai teorici, guidati da Keynes e dai monetaristi, che scelsero di ripudiare i fondamenti fiscali e monetari del laissez faire, i quali avevano innescato la Rivoluzione Industriale e il progresso della civilizzazione [44].

In quella occasione, il pensiero economico prese una strada diversa da quella preferita da Mises e Hayek e tutti noi abbiamo familiarità con le conseguenze economiche, politiche e sociali che fecero seguito a quella scelta. Come conseguenza, oggi, nel ventunesimo secolo, incredibilmente, il mondo è ancora afflitto da instabilità finanziaria, mancanza di disciplina di bilancio e demagogia politica. Per tutte queste ragioni, ma principalmente perché l’economia mondiale ne ha un estremo bisogno, in questa nuova occasione [45], Mises e Hayek meritano una rivincita e l’euro (almeno provvisoriamente, finché non sarà rimpiazzato una volta per sempre dal gold standard) merita di sopravvivere[46].

Articolo di Jesus Huerta de Soto sul Cobden Centre

Traduzione di Francesco Simoncelli, Antonio Manno, Nicolò Signorini e Luigi Pirri

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Note:

[1] I principali autori e le più importanti formulazioni teoriche possono essere consultate in Huerta de Soto 2012 [1998].

[2] Ibid., capitolo 9.

[3] F.A. Hayek 1971 [1937].

[4] Sebbene Hayek non li nomini espressamente, si riferisce ai teorici della scuola di Chicago, guidati da Milton Friedman, che, in questa come in altre aree, condividono le vedute dei Keynesiani

[5] Più avanti vedremo come, con una singola valuta come l’euro, il ruolo disciplinante dei tassi di cambio fissi è svolto dal debito sovrano e societario di ciascun paese.

[6] Per evidenziare maggiormente l’argomento Misesiano, dovrei aggiungere che non c’è modo di attribuire al gold standard l’errore che Churchill commise dopo la Prima Guerra Mondiale, quando fissò la parità aurea senza prendere in considerazione la seria inflazione della sterlina avutasi per finanziare la Guerra; ciò non ha nulla a che fare con la situazione attuale dell’euro, che fluttua liberamente nei mercati internazionali, né con quei problemi che affliggono i paesi periferici dell’eurozona e dai quali deriva la perdita di competitività reale sofferta durante la bolla (Huerta de Soto 2012 [1998], 447, 622 – 623 nell’edizione Inglese).

[7] In Spagna, diversi economisti Austriaci, incluso me, per anni hanno esortato inutilmente l´introduzione di queste (e molte altre) riforme che sono state ritenute politicamente possibili solo ora e sono state adottate così improvvisamente e con una certa urgenza solo grazie all’euro. Due osservazioni: primo, le misure che costituiscono un passo nella direzione giusta sono state rovinate dall’aumento delle imposte e tasse, specialmente quelle sul reddito, sul capitale e sul patrimonio (vedi il manifesto contro l’aumento delle tasse che ho firmato insieme ad altri 50 accademici nel Febbraio del 2012); secondo, il principio del pareggio di bilancio è una condizione necessaria ma non sufficiente per ritornare ad un’economia sostenibile, poiché, nel caso di un altro episodio di espansione creditizia, solo un grande surplus negli anni della prosperità può rendere possibile, quando ritorna la depressione, di evitare gravi problemi come quelli che ci affliggono oggi.

[8] Per la prima volta, grazie all’euro, la Grecia é forzata ad affrontare le sfide che il futuro gli ha posto. Sebbene gli scettici monetaristi ed i recalcitranti Keynesiani non vogliano riconoscerlo, la deflazione interna é possibile e non comporta nessun “ciclo perverso” se é accompagnata da importanti riforme per liberalizzare l´economia e recuperare competitività. È vero che la Grecia ha ricevuto e sta ricevendo sostanziali aiuti, ma non é meno vero che ha la responsabilità storica del rifiuto delle previsioni di tutti quei profeti di sventura che, per differenti ragioni, sono determinati a vedere il fallimento dello sforzo ellenico, potendo così mantenere nei loro modelli la vecchia e stantia ipotesi (poiché interessati) che i prezzi (ed i salari) siano rigidi verso il basso (vedi anche le nostre critiche nella nota 9 sugli effetti disastrosi della tanto invocata e favorita svalutazione Argentina del 2001). Per la prima volta, la tradizionale fallita e corrotta Grecia ha preso dei rimedi drastici. In due anni  (2010-2011) il deficit pubblico é sceso di 8 punti percentuali, i salari pubblici sono stati tagliati del 15% e di un altro 20% dopo, il loro numero é stato ridotto di oltre 80.000 unità ed il numero delle giunte municipali della metà; l’età pensionabile é stata aumentata, il salario minimo è stato diminuito, etc. (Vidal-Folch 2012). Questa “eroica” ricostruzione contrasta con la decomposizione economica e sociale dell’Argentina, che prese la strada opposta (Keynesiana e monetarista) del nazionalismo monetario, della svalutazione e dell´inflazione.

[9] Quindi, fortunatamente, siamo “incatenati all’euro”, per usare un’opportuna affermazione di Cabrillo (Cabrillo 2012). Forse, l´esempio contemporaneo più Keynesiano e monetarista di tutti per illustrare i “meriti” della svalutazione e dell’abbandono dell’euro è il caso dell’Argentina e del congelamento delle banche (“corralito”) del Dicembre 2011. Quest’esempio è seriamente fallace per due ragioni. Primo, nella migliore delle ipotesi, il congelamento delle banche è la semplice presa di coscienza che il sistema bancario a riserva frazionaria non può funzionare senza un prestatore di ultima istanza (Huerta de Soto 2012 [1998], 785-786). Secondo, seguendo la tanto decantata svalutazione, il PIL procapite Argentino calò da 7.726 dollari nel 2000 a 2.767 dollari nel 2002, perdendo così i due terzi del suo valore. Questa caduta del 65% dei ricavi e della ricchezza degli Argentini dovrebbe dare un motivo di riflessione in più a tutti coloro che oggigiorno protestano e dimostrano violentemente, per esempio in Grecia, contro i sacrifici molto minori rappresentati dalla riduzione dei prezzi provocati dalla salutare ed inevitabile deflazione interna provocata dalla disciplina dell’euro. Ancora, tutta la parlantina intorno all’impressionante crescita argentina, superiore all’8% dal 2003, dovrebbe impressionarci molto poco quando consideriamo l’estremo basso livello di partenza dovuto dalla svalutazione stessa, così come la povertà, la paralisi e la natura caotica dell’economia del paese sudamericano, laddove un terzo della popolazione è finita a dipendere dai sussidi e dagli aiuti statali, il tasso reale d´inflazione supera il 30% e la scarsità, le restrizioni, i regolamenti, la demagogia, l’incapacità delle riforme e il controllo governativo (e l’avventatezza) sono diventati gli argomenti del giorno (Gallo 2012) [Sulla stessa linea, Pierpaolo Barbieri afferma: “Trovo veramente incredibile che vi siano commentatori seri ed economisti come Nouriel Roubini che offrano l’Argentina come modello per la Grecia” (Barbieri 2012)].

[10] Persino il Presidente della BCE, Mario Draghi, é andato così lontano da affermare: “il modello sociale continentale é finito”  (Blackstone, Karnitschnig, and Thomson 2012).

[11] Non includo qui l’analisi del mio stimato discepolo e collega Philipp Bagus (The Tragedy of the Euro, Ludwig von Mises Institute, Auburn, Alabama, USA 2010), giacché, dal punto di vista tedesco, la manipolazione dell’euro, da parte della Bce, minaccia la stabilità monetaria tedesca tradizionalmente goduta col marco. Tuttavia, la sua visione per cui l’euro abbia favorito politiche irresponsabili attraverso una tipica tragedia dei beni comuni mi sembra debole, poiché, durante la bolla, la maggior parte dei paesi ora alla prese con grandi problemi, con la sola eccezione greca, godeva di un surplus nei suoi conti pubblici (o qualcosa di molto vicino ad un surplus). Quindi, credo che l’eccellente lavoro di Bagus sarebbe stato più accurato se fosse stato intitolato “La Tragedia della Banca Centrale Europea” (non dell’euro), soprattutto alla luce dei gravi errori commessi dalla Bce durante la bolla, errori che sottolineeremo più avanti in questo stesso articolo (grazie a Juan Ramòn Rallo per avermi suggerito l’idea).

[12] La linea editoriale del defunto quotidiano spagnolo Público era emblematica (vedi anche il caso di Estefanìa 2011 e la sua critica alla già menzionata riforma dell’articolo 135 della Costituzione Spagnola al fine di stabilire il principio “anti Keynesiano” della stabilità di bilancio e dell’equilibrio fiscale).

[13] Si vedano, ad esempio, le dichiarazioni del candidato socialista alla presidenza Francese, per cui “la strada dell’austerità è inefficace, mortale e pericolosa” (Hollande, 2012) o quelle della candidata di estrema destra Marine Le Pen, la quale ritiene che i Francesi “dovrebbero tornare al franco e chiudere una volta per tutte il periodo dell’euro”  (Martìn Ferrand 2012).

[14] Tra i tanti articoli, un esempio è costituito da Krugman 2012; vedi anche Stiglitz 2012.

[15] Il deficit pubblico si è attestato tra l’8,2 e il 10%  negli ultimi tre anni, in netto contrasto col deficit Tedesco, che ha raggiunto appena l’1% nel 2011.

[16] Una spiegazione aggiornata della teoria Austriaca del ciclo economico può essere consultata in Huerta de Soto 2012 [1998], capitolo 5.

[17] Skidelsky 2011.

[18] Una legione di economisti appartiene a questo gruppo e la maggior parte di essi (sorpresa sorpresa!) arriva dall’area anglosassone. Tra gli altri, potrei menzionare Robert Barro (2012), Martin Feldstein (2011) e il consigliere del Presidente Obama Austan Goolsbee (2011). In Spagna, per ragioni diverse, dovrei citare eminenti economisti come Pedro Schwartz, Francisco Cabrillo e Alberto Recarte.

[19] Mundell 1961.

[20] Block 1999, 21.

[21] Cfr. l’eccellente analisi di Whyte (2011) dei gravi danni che il deprezzamento della sterlina sta causando al Regno Unito; per ciò che concerne gli Stati Uniti, cfr. Laperriere 2012.

[22] Huerta de Soto 2012 [1998].

[23] “L’euro, come valuta di un’area economica che esporta molto più degli Stati Uniti, ha mercati finanziari ben sviluppati ed è supportata da una banca centrale di fama mondiale e rappresenta un’ovvia alternativa al dollaro. Mentre, attualmente, sembra di moda esprimere morte e distruzione riguardo la moneta unica europea, la realtà è che essa costituisce il 37% di tutti gli scambi sui mercati esteri; 31% di tutte le emissioni internazionali di obbligazioni; 28% degli scambi esteri di valuta la cui composizione è divulgata dalle banche centrali” (Eichengreen 2011, 130). Guy Sorman, per suo conto, ha sottolineato “l’ambigua attitudine degli attori ed esperti finanziari Usa; essi non hanno mai apprezzato l’euro perché, per definizione, l’euro compete con il dollaro: seguendo gli ordini, i cosiddetti <esperti> americani ci hanno spiegato che l’euro non può sopravvivere senza un governo economico centrale e un singolo sistema fiscale” (Sorman 2011). In breve, risulta chiaro che i campioni della competizione tra valute dovrebbero destinare i loro sforzi contro il monopolio del dollaro (magari supportando l’euro), piuttosto che sostenere la reintroduzione di, e la competizione tra, “piccole valute locali” di minore importanza (dracma, escudo, peseta, lira, sterlina, franco e anche marco).

[24] Questo è il caso della gara tenutasi nel Regno Unito grazie a Lord Wolfson, il proprietario dei magazzini Next. Ad oggi, questo contest ha attratto non meno di 650 “esperti” e picchiatelli. Se non fosse per la crassa e ovvia ipocrisia implicita in queste iniziative, sempre tenute fuori dall’area euro (specialmente nel mondo anglosassone e da quelli che temono, odiano o disprezzano l’euro), dovremmo lodarli per gli sforzi profusi e l’interesse mostrato in una valuta che, dopotutto, non è nemmeno la loro.

[25] Potrebbe essere utile notare che l’autore di queste righe è un “Euroscettico” e mantiene l’idea che le funzioni dell’Unione Europea dovrebbero essere limitate esclusivamente a garantire la libera circolazione di persone, capitali e merci in un unico contesto monetario (possibilmente il gold standard).

[26] Ho già menzionato le recenti riforme legislative che hanno allungato l’età pensionabile a 67 anni (indicizzandola ai cambiamenti futuri dell’aspettativa di vita), riforme già introdotte o in procinto di essere introdotte in Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Potrei anche citare l’introduzione di un “ticket” e l’aumento delle aree di privatizzazione connesse alle cure sanitarie. Sono piccoli passi nella giusta direzione, i quali, a causa dei loro alti costi politici, non sarebbero stati presi senza l’euro. Essi contrastano con il percorso opposto intrapreso e indicato dalla riforma sanitaria di Barack Obama e con l’ovvia resistenza al cambiamento sperimentata con l’avanzamento dell’inevitabile riforma del Servizio Sanitario Nazionale Britannico.

[27] O’Caithnia 2011.

[28] Booth 2011.

[29] Cfr. “United States’ Economy: Over-regulated America: The home of laissez-faire is being suffocated by excessive and badly written regulation,” The Economist, February 18, 2012, p. 8 e gli esempi già citati.

[30] Huerta de Soto 2003 and 2009.

[31] Sul supporto isterico per il grande pacchetto di stimolo fiscale di questo periodo, cfr. Fernando Ulrich 2011.

[32] Krugman 2012, Stiglitz 2012.

[33] Specificamente, l’aumento medio di M3 nell’euro zona, dal 2000 al 2011 ha superato il 6.3% e dovremmo focalizzarci sugli aumenti occorsi durante la bolla (2005, dal 7 all’8%; 2006, dall’8 al 10% e 2007, dal 10 al 12%). I dati mostrano che, come già indicato, l’obiettivo del pareggio di bilancio, sebbene meritorio, è una condizione necessaria, ma non sufficiente, alla stabilità: durante la fase espansiva di un ciclo indotto dall’aumento creditizio, gli impegni di spesa risultano tranquillamente raggiunti grazie alla falsa tranquillità generata dal surplus mentre, successivamente, quando la recessione colpisce, questi impegni diventano palesemente insostenibili. Il pareggio di bilancio richiede quindi un’economia non soggetta gli alti e bassi dell’espansione creditizia o, almeno, una chiusura con grandi surplus negli anni di espansione.

[34] Quindi, la Grecia sarebbe l’unico caso nel quale applicare la visione “tragedia dei comuni” Bagusiana (2010) riguardo l’euro. Alla luce del ragionamento suesposto, come già menzionato, credo che un titolo più adatto per l’eccellente lavoro di Bagus sarebbe stato La Tragedia della Banca Centrale Europea.

[35] Questi i surplus spagnoli: 0.96%, 2.02% e 1.90% nel 2005, 2006 e 2007 rispettivamente. Quelli irlandesi: 0.42%, 1.40%, 1.64%, 2.90%  e 0.67% nel 2003, 2004, 2005, 2006, e 2007, rispettivamente.

[36] L’autore di queste righe potrebbe essere citato come un’eccezione (Huerta de Soto 2012 [1998], xxxvii).

[37] Ibid.

[38] In questo momento (2011 – 2012), la Fed sta direttamente acquistando almeno il 40% del nuovo debito pubblico Americano. Una dichiarazione simile può essere fatta riguardo la Banca d’Inghilterra, diretto detentore del 25% di tutto debito sovrano del Regno Unito. In confronto a questi dati, la (diretta e indiretta) monetizzazione portata avanti dalla Bce sembra una birichinata.

[39] Luskin e Roche Kelly hanno fatto sempre riferimento alla “Rivoluzione Supply – Side Europea” (Luskin e Roche Kelly 2012). Altamente significativo è anche il “Piano per la Crescita in Europa”, lanciato il 20 febbraio 2012 dai leader dei dodici paesi dell’Unione Europea (inclusi Italia, Spagna, Paesi Bassi, Finlandia, Irlanda e Polonia), un piano che comprende solo politiche dal lato dell’offerta e non prevede misure di stimolo fiscale. Vi è anche il manifesto “Iniziativa per una Libera e Prospera Europa” (IFPE) firmato a Bratislava nel gennaio 2012 anche dal sottoscritto. In breve, un cambio dei modelli sembra una priorità nei paesi in cui, come la Spagna, c’è urgenza di muoversi da un’economia speculativa, “calda”, basata sull’espansione creditizia a una “fredda” economia basata sulla competitività. Effettivamente, appena i prezzi diminuiscono (“deflazione interna”) e la struttura dei prezzi relativi si riaggiusta, in un contesto di liberalizzazioni economiche e riforme strutturali, numerose opportunità di profitto imprenditoriale crescono (investimenti sostenibili ad esempio) e, in un’area monetaria molto estesa come quella dell’euro, attrarranno sicuramente finanziatori. Queste sono le modalità con cui la necessaria riabilitazione deve essere portata avanti: questa dovrebbe essere nuovamente fredda, sostenibile e basata sulla competitività.

[40] In questo contesto, come ho spiegato nella sezione dedicate alla “Coalizione anti euro”, non dovremmo essere sorpresi dalle dichiarazioni dei candidati alla presidenza francese, menzionate nella nota 13.

[41] Dati del 31 dicembre 2011.

[42] Altrove ho menzionato le riforme incrementali che, come la radicale separazione tra banche commerciali e banche di investimento (come prevedeva il Glass Steagall Act), potrebbero migliorare l’euro in qualche modo. Allo stesso tempo, è nel Regno Unito che, paradossalmente (o meno, alla luce dei devastanti danni sociali causati dalla crisi bancaria), le mie proposte hanno raccolto maggiore interesse, al punto che una proposta di legge è stata presentata al Parlamento Britannico al fine di completare il Peel’s Bank Charter Act del 1844 (curiosamente, ancora in vigore) estendendo il coefficiente di riserva del 100% ai depositi a vista. Il consenso ottenuto qui, nella separazione tra banca commerciale e banca di investimento, dovrebbe essere considerato un (molto piccolo) passo nella giusta direzione (Huerta de Soto 2010 e 2011).

[43] Il marito di mia zia, l’imprenditore Javier Vidal Sario da Navarre, rimasto perfettamente lucido e attivo alla veneranda età di novantatrè anni, mi assicura che in tutta la sua vita non aveva mai visto, neanche durante gli anni del Piano di Stabilizzazione del 1959, un simile sforzo di contenimento ed equilibrio fiscale in Spagna. Storicamente significativo è il fatto che questo sforzo non sta avendo luogo in un solo paese (la Spagna ad esempio) né in relazione ad una moneta locale (la vecchia peseta) ma, piuttosto, si sta diffondendo in tutta Europa, essendo compiuto da centinaia di milioni di persone che usano la stessa unità monetaria (euro).

[44] Già nel 1924, il grande economista Americano Benjamin M. Anderson scrisse: “Vita economica, politica finanziaria prudente, riduzione del debito piuttosto che nuova creazione dello stesso – tutte queste cose sono necessarie se l’Europa vuole tornare a splendere. E tutte queste cose sono coerenti con un grandemente maggiore standard di vita in Europa, se le attività fossero di nuovo messe in moto. Il gold standard, insieme allo sconto naturale e ai tassi di interesse, può fornire la più solida fondazione possibile affinché un tale percorso sia effettivamente intrapreso”. Chiaramente, di nuovo, la storia si ripete (Anderson 1924).

[45] Inoltre, questa situazione storica viene ora rivisitata in tutta la sua gravità in Cina, la cui economia è sull’orlo del collasso inflazionistico ed espansionistico. Cfr.: “Keynes versus Hayek in China”. The Economist, December 30, 2011.

[46] Come abbiamo visto, Mises, il grande difensore del gold standard e del coefficiente di riserva 100%, negli anni ’60 si scontrò frontalmente con alcuni teorici, guidati da Friedman, che supportavano tassi di cambio flessibili. Mises denunciò il comportamento del suo discepolo Machlup, quanto questi abbandonò la difesa dei tassi fissi. Ora, cinquant’anni dopo con l’euro, la storia si ripete. In quella occasione, i sostenitori del nazionalismo e dell’instabilità monetaria vinsero, con le conseguenze che conosciamo. Questa volta speriamo che la lezione sia stata imparata e che la visione Misesiana prevarrà. Il mondo ne ha bisogno e lo merita.