Fuori di testa, adesso!

I keynesiani affermano spesso che facciano una rozza caricatura del loro Maestro quando diciamo che il suo pensiero si sintetizza nella massima “il governo deve spendere più soldi per tirarci fuori da una depressione“ accompagnata da “il debito pubblico più alto non importa perché sono soldi che dobbiamo a noi stessi”. Keynes, si sostiene, era un pensatore molto più sofisticato di come lo ritrae questa caricatura. Questi difensori possono trovare End This Depression Now! sconcertante. Krugman, che qualunque siano le sue colpe di certo non manca di sofisticazione tecnica, difende più o meno la versione a fumetti del Keynesismo, quella che ci viene detto è semplificata al massimo.

Rende inequivocabilmente chiara la lezione che intende trasmettere: il governo deve spendere una grande quantità di denaro per farci uscire dalle nostre condizioni di depressione economica.

Ma il punto essenziale è che ciò di cui abbiamo veramente bisogno per uscire da questa attuale depressione è un’altra impennata della spesa pubblica. E’ davvero così semplice? Sarebbe davvero così facile? In sostanza, sì. (p. 39)

A coloro che si preoccupano che il livello di spesa che ha in mente si aggiungerà ad un disavanzo pubblico già enorme, dice,

E’ vero che la gente come me crede che la depressione in cui siamo sia stata in gran parte causata dalla formazione di debito delle famiglie, il che ha fondato le basi per un [Hyman] Minsky moment in cui le famiglie fortemente indebitate sono state costrette a tagliare le loro spese. Come può, allora, ancora più debito essere parte di una risposta politica adeguata? Il punto chiave è che questa argomentazione contro la spesa in disavanzo presume, implicitamente, che il debito è un debito – che non importa chi deve i soldi e a chi. Eppure questo non può essere giusto; se lo fosse, non avremmo un problema in primo luogo. Dopo tutto, un debito in prima approssimazione è denaro che dobbiamo a noi stessi; sì, gli Stati Uniti hanno un debito verso la Cina ed altri paesi, ma … il nostro debito netto nei confronti degli stranieri è relativamente piccolo e non il cuore del problema. (p. 146)

Perché Krugman favorisce l’aumento della spesa pubblica? Dopo il crollo del mercato immobiliare e i fallimenti del settore bancario e degli investimenti immobiliari che hanno accompagnato questo crollo, la spesa dei consumatori è scesa. Di fronte alla prospettiva di una spesa ridotta da parte dei consumatori, gli investitori sono riluttanti a investire. A meno che il governo non avesse agito, l’economia minacciava di spiralizzarsi verso il basso. I programmi di aiuto governativi e le azioni della FED hanno impedito il collasso totale, ma la spesa non è stata sufficiente. Il governo deve fare di più. Perché la disoccupazione è così alta, e la produzione economica così bassa? Perché noi non stiamo – dove per “noi” intendo consumatori, imprese e governi insieme – spendendo abbastanza” (p. 24).

Si potrebbe obiettare alla tesi di Krugman in questo modo. Se il governo spende di più ma non aumenta l’offerta di moneta, non ne deve conseguire il fatto che qualcun altro ha speso meno soldi? In questa prospettiva, non ci può essere un calo aggregato della domanda. Può essere prodotta più di una determinata merce che la gente vuole al prezzo che le viene offerto alla vendita, ma non ci può essere sovrapproduzione generale.

Krugman rifiuta questa contrapposizione. “Questa è la fallacia che Keynes definisce ‘legge di Say'” (p. 25).

Cosa c’è di sbagliato con la legge di Say, in breve, è che il denaro può non essere né speso né investito. Le persone possono accumulare denaro; e, se lo fanno, possono infatti provocare un calo nella domanda aggregata. Sorprendentemente, Krugman non offre un resoconto dettagliato di come l’accumulo produca questa diminuzione della domanda aggregata. “Si può comporre un piccolo modello matematico per illustrare i problemi, ma questo funziona solo con gli economisti, non con i normali esseri umani (e non funziona neanche con alcuni economisti)” (p. 26). Al contrario, egli supporta la sua critica della legge di Say con una storiella che ha già utilizzato nel suo The Return of Depression Economics. La storia è quella di una cooperativa di baby-sitter, i cui membri si trovano ad avere interessi contrastanti.

Non mi propongo di raccontare qui i dettagli dell’esempio di Krugman e della sua importanza per la tesi della depressione economica.[1] Guardiamo invece direttamente all’analisi Keynesiana. Si basa su ipotesi plausibili? Quali prove la supportano?

Non sarà una sorpresa per i lettori che il resoconto Keynesiano mi sembra poco convincente. Per prima cosa, come Krugman stesso riconosce, la depressione inizia con il crollo di mercati particolari quali l’edilizia abitativa. Se è così, perché si suppone che gli investitori debbano temere un calo generale della domanda al consumo futura? Il problema non è piuttosto che ci sono stati investimenti improduttivi in aree specifiche? La soluzione sarebbe, quindi, quella di spostare le risorse lontano da queste aree. Fino a quando questo viene fatto, perché gli imprenditori dovrebbero rifiutarsi di investire?

Krugman è consapevole di questa risposta, ma crede che sia proprio quello che dobbiamo evitare. Cita Joseph Schumpeter, che mise in guardia contro le politiche di stimolo del governo per porre fine alle depressioni. Invece, gli investimenti improduttivi dovrebbero essere lasciati fallire:

Perché in ogni ripresa che è solamente causata da uno stimolo artificiale viene annullata parte del lavoro “di pulizia” della depressionei e si aggiungono, ad un aggiustamento errato residuo e non digerito, nuovi aggiustamenti errati che dovranno essere liquidati a loro volta, minacciando così l’economia con un’altra crisi. (p. 204, citazione di Schumpeter)

Krugman non ci dice cosa ci sia di sbagliato con il ragionamento di Schumpeter. Invece, dà per scontato che gli investitori in una depressione si aspettano un crollo generale della domanda al consumo.

Ma supponiamo che, contrariamente ai fatti, gli investitori si aspettavano un calo generale della domanda dei consumatori. Ne conseguirebbe che gli investimenti si fermerebbero, impantanando l’economia in una continua depressione? Assolutamente no. Come Friedrich Hayek notò tempo fa, l’investimento in un business può essere redditizio anche se la domanda per il prodotto dell’industria è diminuita. Ciò che preoccupa l’uomo d’affari non è la quantità del suo prodotto che gli acquirenti richiedono ad un determinato prezzo, considerato isolatamente, ma piuttosto i ricavi in confronto ai suoi costi. Se i suoi costi sono diminuiti, perché non può continuare con gli investimenti?

Come dice Hayek,

Poiché non è il livello assoluto dei prezzi del prodotto, bensì solo il loro livello relativo confrontato ai prezzi dei fattori di produzione, a determinare la rimuneratività della produzione, la dimensione assoluta della domanda dei beni di consumo non è mai quella che determina la redditività relativa, bensì la dimensione relativa delle richieste dei mezzi di produzione da utilizzare per i vari metodi di produzione dei beni di consumo.[2]

Krugman potrebbe rispondere alle nostre obiezioni in questo modo: “Si possono cavillare i vari dettagli di Keynes, ma i dati dimostrano che ha ragione. La spesa pubblica effettivamente rilancia la prosperità e crea posti di lavoro.”

Questa risposta non ignora l’ovvio? I governi di Bush e Obama hanno speso una grande quantità di denaro, ma, come sostiene proprio Krugman, l’economia non è riuscita a riprendersi completamente. Questo non ci dà una qualche ragione per pensare che la ricetta Keynesiana sia inadeguata? Krugman non la pensa così. Dice che il problema con l’attuale politica Americana è che il governo non ha speso abbastanza. Inoltre, egli dice, non parla con il senno di poi. Ha avvertito tempo fa che la somma di denaro che il governo aveva proposto di spendere non sarebbe stata sufficiente a realizzare la ripresa.

Personalmente mi stavo più o meno strappando i capelli in pubblico non appena la forma del piano dell’amministrazione [Obama] iniziava a delinearsi chiaramente…. Temevo che uno stimolo inadeguato avrebbe sia fallito nel produrre una ripresa adeguata sia indebolito l’argomentazione politica per promuovere ulteriori azioni. (p. 119)

Nei casi in cui esiste una correlazione tra spesa pubblica e aumenti dell’occupazione, assegna il massimo dei voti a Keynes:

La spesa militare [nel 1940] creò posti di lavoro e il reddito familiare aumentò, anche la spesa dei consumatori aumentò (sarebbe poi alla fine stata ostacolata dal razionamento, ma ciò venne dopo). Poiché le imprese videro salire le loro vendite, risposero anche facendo crescere la spesa. E così, la depressione terminò. (p. 39)[3]

Krugman non menziona però il lavoro pionieristico di Robert Higgs, Depression, War, and Cold War, che contesta decisamente la tesi secondo cui la Seconda Guerra Mondiale fece terminare la Grande Depressione. Higgs dimostra in modo convincente che la prosperità tornò solo dopo la fine della guerra. Ma supponiamo, molto contrariamente ai fatti, che Krugman abbia ragione sugli effetti della spesa pubblica negli anni successivi al 1940. La sua difesa di Keynes sarebbe ancora gravemente carente.

Quello che in effetti sta dicendo è questo: “Gli esempi che sembrano confermare l’affermazione che la spesa pubblica pone fine alle depressioni vanno a favore di Keynes. Ma i casi che vanno contro Keynes non contano, perché non possiamo escludere la possibilità che una maggiore spesa avrebbe funzionato.”

Quello che l’amico di Keynes Piero Sraffa, che non può essere sospettato di parzialità a favore della Scuola Austriaca, scrisse nella sua copia della General Theory di Keynes si applica anche a Krugman: “come al solito, testa io vinco, croce tu perdi.”[4]

Un passaggio del libro è involontariamente rivelatore. Data la continua importanza che Krugman conferisce al puntellamento degli investimenti attraverso incentivi del governo, ci si sarebbe aspettati che favorisse le misure per aumentare la fiducia delle imprese. Invece, cita con approvazione il Marxista Polacco Michal Kalecki, che avvertì come appellarsi alla fiducia delle imprese fosse uno strumento con cui la classe capitalista cercava di controllare la politica. Il governo non dovrebbe placare le imprese ma controllare l’economia direttamente:

Ogni ampliamento dell’attività dello stato viene guardato con sospetto da parte delle imprese, ma la creazione dell’occupazione mediante la spesa pubblica ha un aspetto particolare che rende l’opposizione particolarmente intensa. Nell’ambito di un sistema di laissez-faire il livello dell’occupazione dipende in larga misura dal cosiddetto stato di fiducia…. Ciò dà ai capitalisti un potente controllo indiretto sulla politica del governo; tutto ciò che può scuotere lo stato di fiducia deve essere accuratamente evitato perché causerebbe una crisi economica. Ma una volta che il governo scopre il trucco di aumentarel’occupazione tramite le sue spese, questo potente dispositivo di controllo perde la sua efficacia. (pp. 94–5, citazione di Kalecki)

Krugman osserva, “Questo mi suonava un po’ estremo la prima volta che l’ho letto, ma ora mi sembra fin troppo plausibile” (p. 95).

Krugman brama la gloria di Roosevelt e la grandezza di Truman, ma pensa chiaramente che la loro rivoluzione contro il capitalismo abbia bisogno di procedere oltre.

Krugman non ha nulla da dire sulla teoria Austriaca del ciclo economico. Hayek viene citato una sola volta (p. 205) in connessione con il passaggio di Schumpeter citato in precedenza, ma il suo nome non compare nell’indice del libro. Di Mises e Rothbard non se ne parla affatto. Data la sua evidente mancanza di comprensione della teoria Austriaca nel suo precedente lavoro, questo è un bene.[5]

[Fuori da questa crisi, adesso! di Paul Krugman. Garzanti libri, 2012.  269 pagine]

Articolo di David Gordon su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

Note

[1] Ho discusso altrove della cooperativa delle babysitter e dell’uso che ne fa Krugman. Consultare il mio “Krugman’s Nanny State” su The American Conservative, 12 Gennaio 2009.

[2] Hayek, “The ‘Paradox’ of Saving” in Prices and Production and Other Works (Mises Institute 2008), p. 177.

[3] Consultare anche la discussione sulla spesa militare, pp. 234 e avanti.

[4] Heinz D. Kurz, “Keynes, Sraffa, and the Latter’s ‘Secret Skepticism” in Bradley W. Bateman, et al., eds. The Return to Keynes (Harvard 2010), p. 199.

[5] Consultare l’articolo di Krugman “The Hangover Theory” su Slate, 3 Dicembre 1998, e la mia discussione su The Mises Review, Primavera 1999.