Gli argomenti morali a favore della libera impresa

Quando ci prodighiamo per ottenere soluzioni che possano incontrare il favore del canale politico, non solo manomettiamo la nostra più ampia libertà di scelta, perché dismettiamo risorse, capacità ed energie che avremmo potuto impiegare in ben altre strategie cooperative.

Ma stiamo allargando sempre più, e sempre più a dismisura, la presa mortale dello Stato e della sua mortifera espansione, che diventa sempre più invasiva e pervasiva, ingerendosi in maniera totalizzante nelle nostre vite. Ovvero, la maggior richiesta d’interventismo statale e la sua patologica espansione conducono, tra le altre cose, ad un progressivo ma inesorabile indebolimento della nostra capacità di esplorare il mondo. Rimettendoci nelle mani del Leviatano, sarà lui stesso a dirci quali fini debbano intendersi auspicabili e quali no, atrofizzando così, di fatto, la nostra capacità di scelta ed annientando il sacrosanto principio della pari dignità delle scelte. E, di rimando, arrogandosi il diritto assoluto alla loro selezione, il Leviatano tenterà, legittimando in maniera incondizionata tale tentativo, di monopolizzare tutti i mezzi necessari al raggiungimento di quei fini.

Ne consegue che investire risorse per ingraziarsi il favore del “Principe”, attendersi da lui graziose concessioni, o finanche credere passivamente nello Stato, conduce alla lesione del processo di emersione di soluzioni nuove  ed innovative – nuovi prodotti, nuove tecniche e tecnologie produttive, nuove controparti, nuove modalità organizzative, nuovi schemi negoziali, nuove declinazioni contrattuali – che avrebbero potuto soddisfare necessità attuali e bisogni emergenti.

Ma non solo: significa anche, in stretta correlazione e come causa diretta di quanto sopra, distruggere gli incentivi e l’attitudine morale a sviluppare quella che l’economista Jesus Huerta de Soto non ha esitato a definire come “capacità creativa che… permette [ad ogni essere umano] di apprezzare e scoprire  le opportunità di ‘guadagno’ che sorgono intorno a lui… [e] serve proprio per creare e scoprire nuovi fini e nuovi  mezzi”: una caratteristica che si estrinseca nella naturale propensione di ognuno ad inventarsi dinamicamente nuove strade, nel rispetto dei corrispettivi diritti di proprietà sui frutti dell’altrui capacità imprenditoriale, in vista della realizzazione dei propri specifici desideri in ambito spirituale, affettivo, estetico e materiale. E che stimola altresì la cooperazione interindividuale, affinché, in forza della mobilitazione delle proprie conoscenze e delle proprie risorse, della loro messa a profitto ed in virtù del loro scambio produttivo, ognuno possa riuscire a creare valore, per sé e per gli altri, ricavandone così importanti soddisfazioni, e veicolando, per giunta, un progressivo processo di appagamento basato sulla realizzazione, meritata, del proprio potenziale. Una sorta di aristotelica “eudaimonia“, quindi, ripensata in chiave moderna.

Questa riflessione, tanto più importante quanto più negletta, emerge prepotente nell’appello di Arthur C. Brooks, presidente dell’American Enterprise Institute, di cui, di seguito, si ha il piacere di proporre la traduzione.

Cristian Merlo

Gli argomenti morali a difesa della libera impresa

Non è certo il periodo più favorevole per dichiararsi un sostenitore della libera impresa in America.

Per anni, avevamo pensato di esser usciti ormai vincitori. Dopo tutto, quasi nessun personaggio pubblico che si rispetti si definisce più socialista. Con l’avvento dei Nuovi Democratici, anche il partito progressista americano sembrava ormai non nutrire più grandi dubbi nei confronti del libero mercato e di un qualche concetto di Stato limitato. Con l’era di Reagan si era, di fatto, posta la parola fine al dibattito sul fatto se il libero mercato costituisse o meno una forza per il bene nel mondo.

Ma se veramente le cose stanno così, come siamo potuti finire al punto in cui ci ritroviamo oggi: un debito federale superiore al nostro PIL, il salvataggio di gruppi bancari e oltre mille miliardi di dollari spesi in misure di stimolo, una spesa pubblica che si assesta su valori ben superiori ad un terzo della ricchezza prodotta in un anno dal Paese? In altre parole, dopo due decenni di quelli che avrebbero dovuto essere i giorni più entusiasmanti per le forze del libero mercato, come abbiamo potuto incamminarci a grandi passi verso il baratro dello statalismo welfaristico di matrice europea, in scala naturale?

Si sarebbe tentati di dire che, nel realizzare il progetto di libera impresa, non ci sia avvalsi di analisi sufficientemente buone,  di dati corretti, ovvero non si sia fatto affidamento su suggerimenti o su messaggi validi. Ma non è questo il problema.

La verità è un’altra: abbiamo fallito nel proporre un’adeguata difesa della libera impresa, che fosse fondata su argomentazioni di carattere etico e morale. Abbiamo vinto sul piano materiale. Ma quando si tratta di opporre ragioni di ordine morale, abbiamo lasciato vincere a tavolino i nostri detrattori.

Abbiamo dalla nostra delle forti argomentazioni morali e dobbiamo rivendicarle con tutta la forza, prima di affermare i meri fatti materiali. La libera impresa non è importante solo perché ha consentito all’America di diventare il Paese più ricco nella storia. È importante perché ha creato un sistema di sviluppo sociale senza precedenti, in grado di costituire una calamita irresistibile per le persone di tutto il mondo. È importante perché permette di trattare gli individui in modo equo, in virtù di ciò che essi riescono a realizzare e non in forza alle relazioni che riescono a intessere con lo Stato. È importante perché ha sollevato interi popoli dalla miseria più disperata, a miliardi.

Gli americani imparano sin da subito, a scuola, che la Dichiarazione di Indipendenza rivendica per noi, in  quanto naturali ed inalienabili, i diritti alla “vita, alla libertà e al perseguimento della felicità.” I Padri Fondatori non per niente usarono queste parole: essi intendevano ancorare ad argomentazioni di carattere morale la giusta lotta per l’indipendenza della nostra nazione.

Ma cosa significa, in realtà, il diritto di perseguire la propria felicità?  Significa, in buona sostanza, “guadagnarsi il successo:” nel definire e nel cercare la nostra felicità, come meglio ci aggrada, attraverso la creazione di valore nelle nostre vite e nelle vite degli altri. Per alcune persone, ciò si traduce nell’ottenere fortuna nel mondo degli affari. Ma per altri questo concetto si concretizza in ben altro: nel salvare le anime; nell’aiutare i più deboli; nell’educare al meglio i bambini affinché divengano, un giorno, dei bravi uomini e delle brave donne; nell’occuparsi dell’ambiente; nel creare un’opera d’arte. In un caso, come nell’altro, ciò non postula una sterile e irragionevole ricerca del denaro, fine a sé stessa.

Il successo guadagnato con la libera impresa è l’unica via attraverso la quale si possa pervenire ad  una effettiva equità. E con tale nozione non intendiamo “redistribuire arbitrariamente la ricchezza,” prendendo le risorse a chi se le è legittimamente guadagnate per trasferirle a chi invece non lo ha fatto. Vuol dire, invece, creare un sistema di opportunità per tutti, consentendo alle persone di definire i termini del loro successo, permettendo loro di raggiungerlo solo attraverso il loro duro lavoro e il merito.

E chi trarrebbe beneficio da questo sistema? Molti politici oggi ci dicono che lo farebbero solo i ricchi. Ma non credeteci.

Dal 1970, la percentuale di popolazione mondiale che vive con un dollaro al giorno, o anche meno, è diminuita dell’80 per cento. Ma questo risultato è forse da ascriversi al favoloso successo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, anziché agli aiuti americani? Certo che no! Lo dobbiamo solamente alla globalizzazione, al libero scambio, allo sviluppo imprenditoriale. In sintesi, è solo con la libera impresa, che l’America fa effettivamente un dono ai poveri del mondo.

Se avete a cuore la libertà d’impresa, allora vi accorgerete che non vi sto dicendo nulla di nuovo. Tutti coloro che comprendono le effettive ragioni della libertà d’impresa, sanno che essa è in grado di fornire la massima libertà e le più grandi opportunità per le persone, perché ci consente di dare senso alla nostra vita e di definire i nostri scopi e ci porta ad agire in un modo che reca beneficio a tutti i soggetti coinvolti. Ma  troppo spesso ci siamo dimenticati di questi validi argomenti, e ci siamo invece concentrati adducendo, a supporto delle nostre tesi, elementi fondati su argomentazioni di natura squisitamente materialistica, associate a quelle di efficienza economica.

Questo ha consentito ai detrattori della libera impresa, capaci di far leva sulle statistiche, di sostenere che le loro politiche fossero in qualche modo eque, mentre le nostre sarebbero marchiate dall’avidità e dal materialismo. Sappiamo benissimo che questo non è assolutamente vero. Ma abbiamo abdicato a opporre una difesa argomentata sulla  base della superiorità morale del nostro messaggio: ed è per questo che abbiamo perso il confronto.  La nostra sfida è quella di riappropriarci dell’argomento morale, facendolo diventare il nostro cavallo di battaglia, e facendolo con orgoglio.

Quando si mettono in contrapposizione libera impresa e statalismo, non vi è il benché minimo dubbio su quale dei due sistemi conduca ad un maggior grado di felicità, quale dei due sia  più giusto e quale dei due possa favorire l’emancipazione dei meno fortunati fra di noi. Sappiamo benissimo che quel sistema è quello della libera intrapresa, e sappiamo anche il perché. La nostra sfida è quella di far sì che ciò diventi soprattutto un affare di cuore.

L'articolo originale: http://www.aei.org/article/society-and-culture/free-enterprise/why-free-enterprise-is-about-morals-not-materialism