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Source link: http://vonmises.it/2012/07/02/le-depressioni-economiche-le-loro-cause-e-come-curarle/

Le depressioni economiche: le loro cause e come curarle

lunedì, luglio 2, 2012 di tradotto da

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Viviamo in un mondo di eufemismi. Le onoranze funebri sono diventate “pompe funebri”, gli addetti stampa ora si chiamano “consulenti alle relazioni pubbliche” e i custodi sono stati trasformati in “sovraintendenti”. Per ogni cammino della vita, i semplici fatti sono stati avvolti in una nebulosa mimetizzazione. Questo non è meno vero per l’economia. Ai vecchi tempi eravamo abituati a soffrire crisi economiche quasi periodiche, la cui improvvisa manifestazione è stata chiamata “panico”, e il periodo di depressione persistente dopo il panico è stato chiamato “depressione”.

La depressione più famosa degli ultimi tempi, naturalmente, fu quella che ebbe inizio come un tipico panico finanziario nel 1929 e durò fino all’avvento della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il disastro del 1929 gli economisti e i politici hanno deliberato che questo non sarebbe più dovuto succedere. Il modo più semplice per avere successo in questo compito fu semplicemente quello di cancellare il termine “depressioni”. Da quel momento in poi l’America non avrebbe più avuto depressioni economiche. Quando si è presentata una nuova depressione, nel 1937-38, gli economisti hanno semplicemente rifiutato di usare quel nome terrificante, e sono ricorsi ad una nuova parola dal suono molto più morbido: “recessione”. Da quel momento in poi abbiamo avuto un bel po’ di recessioni ma non una singola depressione.

Ma molto presto anche la parola “recessione” divenne troppo cruda per la delicata sensibilità del pubblico americano. Ora sembra che la nostra ultima recessione è stata nel 1957-58. Da allora abbiamo avuto solo “flessioni”, o, meglio ancora, “rallentamenti” o “slittamenti”. Quindi siate sereni, d’ora in poi, le depressioni e perfino le recessioni sono state messe fuori legge dalla semantica degli economisti; da ora in poi il peggio che può succedere sono dei “rallentamenti”. Queste sono le meraviglie della “New Economy”.

Per 30 anni gli economisti della nostra nazione hanno adottato la visione del ciclo economico sostenuta dall’economista britannico John Maynard Keynes che ha creato l’economia keynesiana, o “nuova” nel suo libro Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e del Denaro, pubblicata nel 1936. Sotto i loro diagrammi, la matematica e il gergo rudimentale, l’atteggiamento dei keynesiani nei confronti dell’espansione del credito e della crisi è di semplicità, quasi ingenuità. Se c’è inflazione, allora la causa dovrebbe essere una “spesa eccessiva” da parte delle famiglie, la cura presunta è che il governo, sedicente stabilizzatore e regolatore dell’economia della nazione, deve intervenire e costringere le persone a spendere meno, “assorbendo il potere d’acquisto superiore” attraverso una maggiore tassazione. Se c’è una recessione, d’altra parte, questa è causata da un’insufficiente spesa privata e la cura è quindi che il governo aumenti la propria spesa, preferibilmente attraverso il debito, aumentando così il flusso di spesa aggregata della nazione.

L’idea che l’aumento della spesa pubblica o il denaro facile siano “buoni per gli affari” e che i tagli di bilancio o la valuta forte siano “cattivi” permea anche i giornali e le riviste più conservatrici. Queste riviste danno anche per scontato che il sacro compito del governo federale sia quello di guidare l’economia sulla stretta strada tra gli abissi della depressione da un lato e l’inflazione dall’altro, poiché l’economia di mercato è ritenuta sempre suscettibile a soccombere ad uno di questi mali.

Tutte le attuali scuole economiche hanno lo stesso atteggiamento. Notate, ad esempio, il punto di vista del Dr. Paul W. McCracken, il presidente entrante del Council of Economic Advisers del Presidente Nixon. In un’intervista al NYT poco dopo la sua entrata in carica [24 gennaio 1969], il dottor McCracken ha affermato che uno dei principali problemi economici che affliggono la nuova amministrazione è “come raffreddare questa economia inflazionistica, senza allo stesso tempo creare livelli inaccettabili di disoccupazione.” In altre parole, se l’unica cosa che vogliamo fare è ridurre l’inflazione, si può fare. Ma le nostre tolleranze sociali sulla disoccupazione sono strette.. E ancora: “Penso che il nostro cammino qui sia lungo. Non abbiamo in realtà molta esperienza nel tentativo di raffreddare un’economia in modo ordinato. Abbiamo schiacciato i freni nel 1957, ma, naturalmente, abbiamo ottenuto un sostanziale rallentamento nell’economia”.

Si noti l’atteggiamento fondamentale del Dr. McCracken nei confronti dell’economia – importante solo perché esso è condiviso da quasi tutti gli economisti di oggi. L’economia viene trattata come un paziente potenzialmente malleabile, ma sempre infastidito e recalcitrante, con una tendenza continua a cedere ad una maggiore inflazione o alla disoccupazione. La funzione del governo è quella di essere il saggio e vecchio manager e medico, sempre vigile, che armeggia per mantenere il paziente economico in buono stato. In ogni caso, il paziente economico dovrebbe chiaramente essere il soggetto e il governo il medico. Non molto tempo fa questo tipo di atteggiamento e politica è stato chiamato “socialismo”, ma viviamo in un mondo di eufemismi, e ora viene chiamato con etichette di gran lunga meno aspre, come “moderazione” o “libera impresa illuminata”. Noi viviamo e impariamo.

Quali sono, dunque, le cause delle depressioni periodiche? Dobbiamo sempre rimanere agnostici in merito alle cause delle espansioni e delle contrazioni? É proprio vero che i cicli economici sono radicati in profondità nella libera economia di mercato e che quindi una qualche forma di pianificazione governativa sia necessaria se si vuole mantenere l’economia all’interno di confini stabili? I boom e le crisi capitano, semplicemente, o una fase del ciclo segue logicamente l’altra?

L’atteggiamento di moda oggi nei confronti del ciclo economico nasce, in realtà, da Karl Marx. Marx vide che, prima della Rivoluzione Industriale nel tardo diciottesimo secolo circa, non vi era mai stata una serie di boom e crisi ricorrenti. Ci poteva essere stata un’improvvisa crisi economica ogni volta che un re scendeva in guerra o confiscava la proprietà dei suoi sudditi, ma non c’era traccia dei fenomeni tipicamente moderni delle regolari oscillazioni nelle fortune commerciali, di espansioni e contrazioni. Dal momento che questi cicli sono apparsi sulla scena allo stesso tempo dell’industria moderna, Marx ha concluso che i cicli economici fossero una caratteristica intrinseca dell’economia di mercato capitalista. Tutte le varie scuole di pensiero economico, indipendentemente dalle altre differenze e dalle diverse cause che attribuiscono ai cicli economici, sono d’accordo su questo punto essenziale: questi cicli economici vengono da qualche parte della libera economia di mercato. L’economia di mercato è da biasimare. Karl Marx riteneva che le depressioni periodiche sarebbero state sempre peggiori, fino a quando le masse non si sarebbero ribellate e avrebbero distrutto il sistema, mentre gli economisti moderni credono che il governo possa stabilizzare con successo le depressioni e il ciclo economico. Ma tutte le parti concordano che la colpa sia nel profondo dell’economia di mercato e che se qualcosa può salvarci, sia una qualche forma di massiccio intervento governativo.

Ci sono tuttavia alcuni problemi critici nel presupposto che l’economia di mercato sia colpevole. La “teoria generale dell’economia” ci insegna che l’offerta e la domanda tendono sempre ad essere in equilibrio nel mercato e che quindi i prezzi dei prodotti, nonché dei fattori che contribuiscono alla produzione, tendono sempre verso un punto di equilibrio. Anche se i cambiamenti dei dati, che sono continuamente in corso, impediscono di raggiungere sempre un equilibrio, non vi è nulla nella teoria generale del mercato che spiegherebbe le fasi regolari di espansione e contrazione del ciclo economico. Gli economisti moderni “risolvono” questo problema semplicemente mantenendo la loro teoria generale dei prezzi e del mercato e la loro teoria del ciclo economico in compartimenti separati e ben chiusi, senza che s’incontrino mai, e molto poco integrate tra di loro. Gli economisti, purtroppo, hanno dimenticato che c’è solo un’economia e quindi può esserci solo una teoria economica integrata. Né la vita economica né la struttura della teoria può o deve essere posta in compartimenti stagni; la nostra conoscenza dell’economia o è di un insieme integrato o non è nulla. Eppure la maggior parte degli economisti si accontenta di applicare teorie del tutto particolari e, anzi, che si escludono a vicenda, per l’analisi generale dei prezzi e per i cicli economici. Non possono essere veri scienziati economici finché si accontentano di continuare a ragionare in questi termini primitivi.

Ma ci sono ancora gravi problemi nell’approccio che attualmente è di moda. Gli economisti inoltre trascurano un problema particolarmente critico proprio perché non si preoccupano di far quadrare le loro teorie di ciclo economico e generali dei prezzi: la ripartizione peculiare della funzione dell’imprenditore nei periodi di crisi economica e di depressione. Nell’economia di mercato una delle funzioni più vitali dell’uomo è quella di essere un “imprenditore”, un uomo che investe in metodi produttivi e che compra apparecchiature e lavoro per produrre qualcosa per cui non è sicuro che otterrà un ritorno. In breve, la funzione imprenditoriale consiste nel fare previsioni su un futuro incerto. Prima di intraprendere qualsiasi investimento o linea di produzione, l’imprenditore, o “l’impresario”, deve stimare i costi presenti e futuri e le future entrate e quindi stimare se e quanti profitti guadagnerà dal suo investimento. Se egli prevede bene e significativamente meglio rispetto ai suoi concorrenti commerciali, raccoglierà i profitti del suo investimento. Migliore è la sua previsione, più saranno alti i profitti che otterrà. Se, d’altra parte, è un pessimo esperto di previsioni e sovrastima la domanda per il suo prodotto, egli otterrà perdite e piuttosto presto verrà escluso dagli affari.

L’economia di mercato quindi è un’economia di perdite e profitti, in cui l’acume e la capacità degli imprenditori viene misurata dai profitti e dalle perdite che ottengono. L’economia di mercato, inoltre, contiene un meccanismo incorporato, una sorta di selezione naturale, che assicura la sopravvivenze e la prosperità dei migliori esperto in previsioni e l’esclusione dei peggiori. Ai maggiori profitti raccolti dai migliori previsori, segue una maggiore responsabilità commerciale, e una maggiore disponibilità di investimento nel sistema produttivo. D’altra parte, pochi anni di perdita porteranno i peggiori imprenditori fuori dagli affari e li spingeranno tra le file dei lavoratori dipendenti.

Se, dunque, l’economia di mercato ha incorporato un meccanismo di selezione naturale per i buoni imprenditori, questo significa che, generalmente, non ci si aspetterebbero molte imprese commerciali in perdita. E, infatti, se ci guardiamo intorno nell’economia in un giorno medio o in un anno, troveremo che le perdite non sono molto diffuse. Ma, in questo caso, il fatto strano che ha bisogno di spiegazioni è il seguente: come è possibile che, periodicamente, durante l’insorgenza delle recessioni e specialmente nelle ripide depressioni, il mondo degli affari sperimenti velocemente un massiccio ammontare di gravi perdite? Arriva un momento in cui le imprese commerciali, precedentemente molto astute nel fare affari ed evitare le perdite, improvvisamente e in maniera sconcertante si trovano, quasi tutte, a subire gravi e incalcolabili perdite? Come mai? Questo è un fatto importante che ogni teoria sulle depressioni deve spiegare. Una spiegazione come il “sottoconsumo” – un calo nella spesa totale del consumatore – non è sufficiente, perché quello che bisogna spiegare è perché gli uomini d’affari, in grado di prevedere tutti i tipi di cambiamenti e sviluppi economici, si sono dimostrati totalmente e catastroficamente incapaci di prevedere questo presunto calo della domanda dei consumatori. Perché questa improvvisa mancanza nella capacità di previsione?

Un’adeguata teoria sulle depressioni, quindi, deve tener conto della tendenza dell’economia di muoversi attraverso espansioni e contrazioni successive, senza mostrare alcun segno di stabilizzarsi in qualsiasi tipo di movimento senza intoppi, o in una tranquilla approssimazione di una situazione di equilibrio. In particolare, una teoria della depressione deve tenere conto del mastodontico numero di errori che appare rapidamente e improvvisamente in un momento di crisi economica, e indugia attraverso il periodo di depressione fino alla ripresa. E c’è un terzo fatto universale che una teoria del ciclo deve spiegare. Invariabilmente, le espansioni e le contrazioni sono molto più intense e gravi nelle “industrie di beni capitali” – le industrie che producono macchine e attrezzature, quelle che producono materia prime industriali o impianti industriali di costruzioni – che nelle industrie che producono beni di consumo. Ecco un altro fatto della vita del ciclo economico che deve essere spiegato – e ovviamente non può essere spiegato con tali teorie della depressione come la popolare dottrina del sottoconsumo: che i consumatori non stiano spendendo abbastanza in beni di consumo. Infatti se il colpevole è una spesa insufficiente, allora com’è che le vendite al dettaglio sono le ultime a cadere durante una depressione, e la depressione colpisca davvero le industrie come quelle di macchine utensili, attrezzature di capitale, costruzione e materie prime? Al contrario, sono queste le industrie che realmente decollano nelle fasi di boom inflazionistici del ciclo economico e non quelle imprese al servizio del consumatore. Una teoria adeguata del ciclo economico, quindi, deve anche spiegare l’intensità di gran lunga maggiore di espansione e contrazione delle industrie dei beni non di consumo, o dei “produttori di merci”.

Fortunatamente una teoria corretta della depressione e del ciclo economico esiste, anche se è universalmente trascurata nell’economia di oggi. Anch’essa ha una lunga tradizione nel pensiero economico. Questa teoria ha avuto inizio nel diciottesimo secolo con il filosofo e l’economista David Hume, e con l’eminente economista classico degli inizi del diciannovesimo secolo inglese David Ricardo. In sostanza questi teorici videro un’altra istituzione cruciale che si sviluppò a metà del 18esimo secolo, accanto al sistema industriale. Questa era l’istituzione del sistema bancario, con la sua capacità di espandere il credito e l’offerta di moneta (prima, sotto forma di carta moneta o banconote, e più tardi sotto forma di depositi a vista, o conti correnti, che sono immediatamente convertibili in contanti presso le banche). Erano le operazioni di queste banche commerciali, come videro questi economisti, ad essere in possesso della chiave per spiegare i misteriosi cicli ricorrenti di espansione e contrazione, di boom e crisi, che avevano sconcertato gli osservatori a partire dalla metà del diciottesimo secolo.

L’analisi di Ricardo del ciclo economico è riassumibile nel modo seguente: i soldi naturali che emergono nel mondo del libero mercato mondiale sono beni utili, generalmente oro e argento. Se i soldi rimangono limitati semplicemente a questi beni. Se il denaro rimanesse limitato semplicemente a questi beni, allora l’economia funzionerebbe a livello aggregato come accade in mercati particolari: un regolare aggiustamento senza turbolenze della domanda e dell’offerta, e quindi nessun ciclo di espansione e contrazione. Ma l’iniezione di credito bancario aggiunge un altro elemento cruciale e dirompente. Infatti le banche espandono il credito e quindi la moneta bancaria in forma di note o depositi che sono teoricamente rimborsabili su richiesta in oro, ma chiaramente in pratica non lo sono. Ad esempio, se una banca ha 1000 once d’oro nei suoi forzieri, ed emette istantaneamente ricevute di deposito rimborsabili per 2500 once, ha chiaramente emesso 1500 once in più rispetto a quanto si possa riscattare. Ma fintanto che non viene coordinata una “corsa” in banca per incassare queste ricevute, la sua funzione di magazzino di ricevute sul mercato come equivalenti di oro prosegue, e quindi la banca è stata in grado di ampliare l’offerta di moneta del paese di 1500 once d’oro

Le banche, quindi, cominciano felicemente ad espandere il credito, poiché più espandono il credito maggiori saranno i loro profitti. Questo ha come conseguenza l’espansione della massa monetaria all’interno di un paese, diciamo l’Inghilterra. L’offerta di carta e denaro bancario in Inghilterra aumenta, i redditi monetari e le spese degli inglesi crescono, e l’offerta di denaro fa crescere i prezzi dei beni inglesi. Il risultato è l’inflazione e un boom all’interno del paese. Ma questo boom inflazionistico, mentre procede sulla sua strada, sparge i semi della sua stessa fine. Infatti con l’aumento di offerta di denaro e redditi inglesi, questi procedono all’acquisto di altri beni dall’estero. Inoltre, poiché i prezzi crescono, i beni britannici cominciano a perdere la loro competitività nei confronti di prodotti di altri paesi i cui prezzi non si sono gonfiati, o lo hanno fatto in misura minore. Gli inglesi cominciano a comprare meno in casa e più all’estero, mentre gli stranieri comprano meno in Inghilterra e più a casa; il risultato è un deficit nella bilancia dei pagamenti inglesi, con le esportazioni inglesi che crollano velocemente dietro le importazioni. Ma se le importazioni superano le esportazioni, questo significa che il denaro deve uscire dall’Inghilterra verso paesi stranieri. E di quali soldi si tratterà? Sicuramente non di banconote inglesi o depositi, poiché i francesi, o i tedeschi o gli italiani hanno poco o nessun interesse a tenere i loro fondi rinchiusi nelle banche inglesi. Questi paesi quindi prenderanno le loro banconote e i depositi e le presenteranno alle banche inglesi in cambio di oro – e l’oro sarà il tipo di denaro che tenderà a fluire costantemente fuori dal paese come l’inflazione inglese continuerà sulla sua strada. Ma ciò significa che il credito di denaro della banche inglesi sarà sempre più una piramide con una base in oro in costante diminuzione nei caveaux delle banche inglesi. Con il procedere del boom la nostra ipotetica banca espanderà le proprie ricevute di pagamento emesse, diciamo da 2500 once a 4000, mentre la sua base d’oro diminuirà, diciamo, ad 800. Mentre questo processo si intensifica le banche cominceranno a spaventarsi. Le banche, dopo tutto, hanno l’obbligo di riscattare i loro debiti in contanti, e il loro denaro sta fluendo in modo rapido e le loro passività si accumulano. Quindi le banche finiranno per perdere la calma, fermeranno la loro espansione del credito, e al fine di salvare se stesse, contrarranno i prestiti bancari insoluti. Spesso questa ritirata è precipitata dalla bancarotta che scatena il pubblico, che è diventato anch’esso nervoso per la condizione sempre più incerta delle banche della nazione.

La contrazione delle banche inverte il quadro economico; la contrazione e la crisi seguono il boom. Le banche entrano con le loro corna e le aziende soffrono poiché la pressione per ripagare i debiti e la contrazione aumentano. Il calo dell’offerta di moneta bancaria, a sua volta, porta a una diminuzione generale dei prezzi inglesi. Poiché l’offerta di denaro e i redditi cadono, e i prezzi inglesi collassano, i beni inglesi diventeranno relativamente più attraenti in termini di prodotti stranieri, e la bilancia dei pagamenti si invertirà, con le esportazioni che supereranno le importazioni. Poiché l’oro fluirà nel paese, e il denaro delle banche si troverà su una base d’oro in espansione, la condizione delle banche diventerà quindi molto più solida.

Questo, quindi, è il significato della fase di depressione del ciclo economico. SI noti che si tratta di una fase che segue, ed inevitabilmente consegue, dal precedente boom espansionistico. É il gonfiaggio precedente che rende necessaria la fase di depressione. Possiamo vedere, ad esempio, che la depressione è il processo attraverso il quale l’economia di mercato regola, elimina gli eccessi e le distorsioni del precedente boom inflazionistico e ristabilisce una condizione economica sana. La depressione è la reazione sgradevole ma necessaria alle distorsioni e agli eccessi del boom precedente.

Perché, quindi, il ciclo successivo inizia? Perché i cicli economici tendono ad essere ricorrenti e continui? Perché quando le banche si sono riprese e sono in una situazione più solida, sono quindi in una posizione sicura per procedere al loro percorso naturale di espansione del credito bancario e il boom successivo riparte sulla sua strada, seminando i semi per il prossimo inevitabile crollo.

Ma se il sistema bancario è la causa del ciclo economico, non sono le banche una parte dell’economia di libero mercato, e non possiamo quindi dire che il libero mercato sia ancora il colpevole, anche se solo nel segmento bancario del mercato? La risposta è no, per le banche, per dirne una, non sarebbe mai possibile espandere il credito se non ci fosse l’intervento e l’incoraggiamento del governo. Se le banche fossero veramente competitive, ogni espansione del credito per una banca accumulerebbe rapidamente i debiti e i suoi concorrenti invocherebbero che la banca restituisse i contanti. In breve, i rivali di una banca chiederanno la restituzione in oro o in denaro proprio come fanno gli stranieri, salvo che il processo è molto più veloce e fermerebbe qualsiasi inflazione sul nascere prima ancora che iniziasse. Le banche possono ampliarsi all’unisono solo quando esiste una banca centrale, in sostanza, una banca governativa, che gode di un monopolio di stato degli affari e di una posizione privilegiata imposta dal governo rispetto all’intero sistema bancario. É solo da quando un sistema bancario centrale stabilisce che le banche siano in grado di espandersi per un certo periodo di tempo che il familiare ciclo economico ha preso il via nel mondo moderno.

La banca centrale acquista il suo controllo sul sistema bancario attraverso misure governative come: far diventare le sue passività a corso legale per tutti i debiti e i crediti d’imposta; la concessione del monopolio della banca centrale per l’emissione di banconote, in contrapposizione ai depositi (in Inghilterra la Bank of England, la banca centrale creata dal governo, deteneva il monopolio legale delle banconote nell’area londinese); o attraverso la vera e propria forzatura delle banche affinché usino la banca centrale come cliente per tenere le loro riserve di denaro contante (come negli Stati Uniti con il Federal Reserve System). Non che le banche si lamentino di questo intervento, Perché è l’istituzione di una banca centrale che rende possibile a lungo termine l’espansione del credito bancario, dal momento che l’espansione delle banconote della banca centrale fornisce riserve di liquidità aggiuntive per l’intero sistema bancario e permette a tutte le banche centrali di espandere il loro credito insieme. La banca centrale funziona come un accogliente cartello bancario per espandere le passività delle banche, e le banche sono ora in grado di espandere su una base più ampia di denaro sotto forma di banconote delle banche centrali proprio come l’oro.

Così ora vediamo, finalmente, che il ciclo economico è determinato non da eventuali misteriose carenze del libero mercato, ma piuttosto dal contrario: da un intervento sistematico da parte del governo nel processo di mercato. L’intervento del governo determina l’espansione delle banche e l’inflazione, e, quando l’inflazione giunge al termine, la successiva depressione di riequilibrio entra in gioco.

La teoria di Ricardo del ciclo economico ha colto gli elementi essenziali di una corretta teoria del ciclo: la natura ricorrente delle fasi del ciclo, la depressione come intervento di adeguamento del mercato piuttosto che dell’economia di libero mercato. Ma due problemi erano ancora inspiegabili: il perché dell’improvviso crescere di errori negli affari, l’improvviso fallimento della funzione imprenditoriale e il perché delle grandi fluttuazioni di gran lunga maggiori per le industrie che producevano beni capitali piuttosto che beni di consumo.

La teoria corretta e completamente sviluppata del ciclo economico è stata finalmente scoperta e stabilita dall’economista austriaco Ludwig von Mises, quando era un professore presso l’Università di Vienna. Mises ha sviluppato indizi della sua soluzione al problema vitale del ciclo economico nella sua monumentale Teoria della Moneta e del Credito, pubblicata nel 1912, che ancora oggi, circa 60 anni più tardi, rimane il miglior libro sulla teoria della moneta e delle banche. Mises ha sviluppato la sua teoria del ciclo durante gli anni ‘20, ed è stata portata al mondo inglese dal principale seguace di Mises, Friedrich A. von Hayek, che veniva da Vienna per insegnare alla London School of Economics nei primi anni trenta, e che ha pubblicato, in tedesco e in inglese, due libri che applicavano ed elaboravano la teoria del ciclo di Mises: Teoria Monetaria e del Ciclo Economico e Prezzi e Produzione. Dal momento che Mises e Hayek erano austriaci, e anche poiché erano nella tradizione dei grandi economisti austriaci del 19esimo secolo, questa teoria è divenuta conosciuta nella letteratura come teoria del ciclo economico “Austriaca” (o del “sovra-investimento monetario”). Basandosi su Ricardo, sulla teoria generale “austriaca”, e sul suo genio creativo, Mises ha sviluppato la seguente teoria del ciclo economico:

Senza l’espansione del credito bancario, l’offerta e la domanda tendono ad essere equilibrate attraverso il sistema libero dei prezzi e non si possono sviluppare espansioni e contrazioni ricorrenti. Ma allora il governo attraverso la sua banca centrale stimola l’espansione del credito bancario, ampliando le passività delle banche centrali e quindi le riserve di cassa di tutte le banche commerciali della nazione. Le banche quindi procedono con l’espansione del credito e quindi dell’offerta di moneta della nazione sotto forma di conti deposito. Come i Ricardiani hanno visto, questa espansione di denaro bancario fa crescere i prezzi e quindi causa inflazione. Ma, Mises ha mostrato che causa qualcos’altro, e qualcosa di persino più sinistro. L’espansione del credito bancario, versando nuovi fondi di prestito nel mondo degli affari, abbassa artificialmente il tasso di interesse nell’economia sotto il suo livello di libero mercato.

Nel mercato libero e senza ostacoli, il tasso di interesse è determinato esclusivamente dalle “preferenze temporali” di tutti gli individui che compongono l’economia di mercato. L’essenza di un prestito è che un “bene presente” (denaro che può essere utilizzato nel presente) viene scambiato per un “bene futuro” (una cambiale che può essere usata in un certo momento nel futuro). Poiché la gente preferirà sempre i soldi in questo momento alla prospettiva presente di ottenere lo stesso quantitativo di denaro in futuro, il bene presente impone sempre un premio di mercato rispetto al bene futuro. Questo premio è il tasso di interesse, e il suo peso varierà a seconda del grado in cui la gente preferisce il presente al futuro, ovvero, il grado delle loro preferenze temporali.

Le preferenze temporali della gente determinano anche la misura in cui la gente risparmierà ed investirà, rispetto a quanto consumerà. Se le preferenze temporali della gente calano, vale a dire, se il loro grado di preferenza per il presente rispetto al futuro cade, le persone tenderanno a consumare meno ora e risparmiare ed investire di più; al tempo stesso, e per lo stesso motivo, il tasso di interesse e il tasso di sconto cadranno anch’essi. La crescita economica avviene principalmente come risultato di tassi di preferenza temporale in discesa, che portano ad un aumento nella proporzione dei risparmi e degli investimenti rispetto al consumo, e anche a una diminuzione del tasso di interesse.

Ma cosa succede quando il tasso di interesse cade, non per via di minori preferenze temporali e maggiori risparmi, ma per l’interferenza governativa che promuove l’espansione del credito bancario? In altre parole, se il tasso di interesse cade artificialmente, per via dell’intervento, piuttosto che naturalmente, come risultato di un cambiamento nelle valutazioni e nelle preferenze del pubblico dei consumatori? Ciò che avviene sono guai. Gli uomini d’affari, visto il tasso di interesse in calo, reagiscono come sempre dovrebbe avvenire con un tale cambiamento dei segnali nel mercato: investono di più in beni capitali e di produzione. Gli investimenti, in particolare i progetti lunghi e con molto dispendio di tempo, che precedentemente sembravano sconvenienti ora sembrano redditizi, a causa della caduta dei tassi di interesse. In breve, gli imprenditori reagiscono nello stesso modo in cui reagirebbero se i risparmi fossero aumentati veramente: espandono i loro investimenti in beni durevoli, in beni capitali, in materie prime industriali, nella costruzione rispetto alla loro produzione diretta di beni di consumo.

Brevemente, le imprese prendono felicemente in prestito il denaro bancario appena creato che gli viene concesso a tassi più convenienti; usano il denaro per investire in beni capitali, e alla fine questo denaro viene pagato in affitti più alti e salari maggiori per i lavoratori delle imprese di beni capitali. L’aumento di domanda di business aumenta i costi del lavoro, ma gli imprenditori pensano di poter pagare questi costi maggiori poiché sono stati ingannati dall’intervento del governo e delle banche nel mercato dei prestiti e la sua importanza decisiva nel manomettere il tasso d’interesse come segnale del mercato. Il problema nasce non appena gli operai e i proprietari terrieri – in gran parte i primi, poiché la maggior parte del ricavo lordo di un’impresa viene pagato in stipendi – iniziano a spendere i nuovi soldi della banca che hanno ricevuto sotto forma di stipendi più alti. Le preferenze temporali del pubblico non si sono realmente abbassate; il pubblico non vuole risparmiare più di quello che ha. Quindi i lavoratori consumano la maggior parte del loro nuovo reddito, in breve per ristabilire le vecchie proporzioni tra risparmio e consumo. Ciò significa che essi reindirizzano la spesa verso le industrie di beni di consumo, e non risparmiano ed investono abbastanza per comprare le macchine di nuova produzione, le attrezzature capitali, le materie prime industriali, etc. Questo sfocia in una veloce e continua depressione nelle industrie di beni di produzione. Una volta che i consumatori ristabiliscono le loro proporzioni desiderate di consumo/investimento, si rivela così che le imprese avevano investito troppo in beni capitali e troppo poco in beni di consumo. Gli affari erano stati sedotti dalla manomissione governativa e dall’abbassamento artificiale del tasso di interesse, e ha agito come se fossero disponibili ulteriori risparmi da investire di quanto non ci fossero veramente. Non appena il denaro nuovo delle banche è filtrato attraverso il sistema e i consumatori hanno ristabilito le loro vecchie proporzioni, è diventato chiaro che non c’erano abbastanza risparmi per comprare tutti i beni di produzione, e che gli imprenditori avevano male investito i risparmi limitati disponibili. Le imprese avevano sovra-investito in beni capitali e sotto-investito in prodotti di consumo.

Il boom inflazionistico crea così distorsioni del sistema dei prezzi e della produzione. I prezzi della manodopera e delle materie prime nelle industrie di beni capitali erano cresciuti troppo durante il boom per essere redditizi una volta che i consumatori avessero riaffermato le loro vecchie preferenze di consumo e investimento. La “depressione” è quindi vista come una necessaria e salutare fase in cui l’economia di mercato muta e liquida gli investimenti malsani e anti economici del boom e ristabilisce le proporzioni tra consumo e investimento che sono veramente desiderate dai consumatori. Dal momento che i prezzi dei fattori di produzione sono cresciuti troppo nel boom, questo significa che i prezzi del lavoro e dei beni in queste industrie di beni capitali devono essere lasciati cadere fino a che non si riprendono gli appropriati rapporti di mercato.

Poiché i lavoratori ricevono il denaro nuovo sotto forma di salari più alti abbastanza rapidamente, come è possibile che il boom possa proseguire per anni senza che vengano rivelati i loro insostenibili investimenti, che i loro errori dovuti alle manomissioni dei segnali del mercato diventino evidenti e che il processo di regolazione della depressione cominci a funzionare? La risposta è che il boom sarebbe di breve durata se l’espansione del credito bancario e la conseguente spinta del tasso di interesse al di sotto del libello di libero mercato fossero solo una scelta di breve periodo. Ma il punto è che l’espansione del credito non avviene una sola volta ma procede a lungo, non dando ai consumatori la possibilità di ristabilire le proporzioni preferite di consumo e di risparmio, non permettendo mai che l’aumento dei costi nelle industrie di beni capitali si mettano in pari con l’aumento inflazionistico dei prezzi. Come il doping ripetuto a un cavallo, il boom continua sulla sua strada e verso la sua meritata ed inevitabile punizione, tramite dosi ripetute di stimolante di credito bancario. È solo quando l’espansione del credito bancario deve finalmente fermarsi, sia perché le banche sono in una condizione traballante sia perché il pubblico comincia a ribellarsi alla continua inflazione, che il castigo arriva finalmente per il boom. Appena l’espansione del credito si ferma, allora il pifferaio deve essere pagato e gli adattamenti inevitabili liquidano gli anti economici sovra-investimenti del boom, con la riaffermazione di una maggiore enfasi proporzionale sulla produzione dei beni di consumo. Così, la teoria misesiana del ciclo economico valuta tutti i suoi pezzi: la ripetuta e ricorrente natura del ciclo, il massiccio ammontare di errori imprenditoriali, la maggiore intensità del boom e del crollo sulle industrie di beni di produzione.

Mises, poi, individua la colpa per il ciclo nell’espansione inflazionistica del credito bancario spinto dall’intervento del governo e dalla sua banca centrale. Cosa dovrebbe essere fatto secondo Mises, ad esempio da parte del governo, una volta che arriva la depressione? Qual è il ruolo governativo nella cura della depressione? In primo luogo il governo deve smettere di inflazionare il prima possibile. É vero che questo, inevitabilmente, porterà il boom inflazionistico a una brusca fine, e darà inizio all’inevitabile recessione o depressione. Ma più tempo il governo attende per questo, peggiori dovranno essere gli adattamenti necessari. Quanto prima si ricorre all’aggiustamento attraverso la depressione, meglio è. Ciò significa, inoltre, che il governo non deve mai tirare fuori dai guai o prestare denaro alle imprese commerciali in difficoltà. In questo modo prolunga semplicemente l’agonia e converte una fase di depressione acuta e rapida in una malattia cronica e persistente. Il governo non deve mai cercare di sostenere i salari o i prezzi dei beni di produzione; in questo modo si prolunga e ritarda indefinitamente il completamente del processo di aggiustamento depressivo; si provocherà un’indefinita e prolungata depressione e disoccupazione di massa nelle industrie vitali di beni capitali. Il governo non deve cercare di inflazionare di nuovo, al fine di uscire dalla depressione. Infatti, anche se questa nuova inflazione avrà successo, seminerà solo nuove difficoltà in seguito. Il governo non deve fare nulla per incoraggiare il consumo e non deve aumentare la sua spesa, perché questo aumenterà ulteriormente il rapporto sociale tra consumo e investimento. In realtà il taglio del bilancio governativo migliorerà questo rapporto. Ciò di cui ha bisogno l’economia non è di più spesa per i consumi ma di più risparmio, al fine di convalidare alcuni degli investimenti eccessivi del boom.

Così, quello che dovrebbe fare il governo, secondo l’analisi di Mises della depressione, è assolutamente niente. Dovrebbe, dal punto di vista della salute economica e per far terminare la depressione prima possibile, mantenendo una politica di non interventismo e laissez-faire. Qualsiasi cosa faccia ritarderà e ostacolerà il processo di aggiustamento del mercato: meno fa, più rapidamente il processo di aggiustamento del mercato compirà il suo lavoro, e ne deriverà una sana ripresa economica. La prescrizione misesiana e quindi agli antipodi di quella keynesiana: spetta al governo di tenere le mani lontane dall’economia e limitarsi a fermare la sua stessa inflazione tagliando anche il proprio bilancio.

Oggi è stato completamente dimenticato, anche dagli economisti, che la spiegazione misesiana e l’analisi della depressione ha ottenuto grandi progressi proprio durante la Grande Depressione degli anni Trenta – la stessa depressione che è sempre stata ritenuta dai sostenitori dell’economia di libero mercato come il più grande e catastrofico fallimento del capitalismo del laissez-faire. Non era nulla di simile. Il 1929 è stato reso inevitabile dalla grande espansione del credito bancario in tutto il mondo Occidentale durante gli anni Venti: una politica adottata deliberatamente dai governi Occidentali, e soprattutto dal Federal Reserve System degli Stati Uniti. É stato reso possibile dal fallimento del mondo occidentale nel tornare ad un genuino gold standard dopo la Prima Guerra Mondiale, e consentendo così più spazio alle politiche inflazionistiche da parte del governo. Tutto pensano ora che il Presidente Coolidge sia un sostenitore del laissez-faire e dell’economia di mercato senza ostacoli; tragicamente non lo era e specialmente non nel campo del denaro e del credito. Sfortunatamente i peccati e gli orrori dell’intervento di Coolidge sono stati messi sul conto di un’inesistente economia di libero mercato.

Se Coolidge ha reso inevitabile il 1929, è stato il Presidente Hoover che ha prolungato e acuito la depressione, trasformandola da una depressione acuta, ma guaribile rapidamente, in una malattia lenta e quasi fatale, una malattia “curata” solo con l’olocausto della Seconda Guerra Mondiale. Hoover, non Franklin Roosevelt, fu il fondatore della politica del “New Deal”: in sostanza l’uso massiccio dello Stato per fare quello da cui la teoria misesiana ci ha più messo in guardia – sostenere i salari al di sopra del loro livello di mercato, sostenere i prezzi, inflazionare il credito, e prestare soldi alle posizioni industriali traballanti. Roosevelt ha solo portato avanti, in misura maggiore, quello di cui Hoover era stato un pioniere. Il risultato per la prima volta nella storia americana, fu una depressione quasi perpetua e una disoccupazione di massa quasi permanente. La crisi di Coolidge era diventata una prolungata depressione senza precedenti di Hoover-Roosevelt.

Ludwig von Mises aveva predetto la depressione durante il periodo d’oro del grande boom del 1920 – un tempo, proprio come oggi, quando gli economisti e i politici, armati con una “nuova economia” dell’inflazione perpetua, e con nuovi “strumenti” forniti dalla Federal Reserve, hanno proclamato una “Nuova Era” di prosperità permanente garantita dai nostri dottori economici di Washington. Ludwig von Mises, armato da solo da una corretta teoria del ciclo economico, è stato uno dei pochi economisti a prevedere la Grande Depressione, e quindi il mondo economico è stato costretto ad ascoltarlo con rispetto. F.A. Hayek ha diffuso la parola in Inghilterra, e gli economisti più giovani, nei primi anni Trenta, iniziavano ad adottare la teoria del ciclo misesiana per la loro analisi della depressione – e anche ad adottare, certamente, la politica del libero mercato che accompagnava questa teoria. Purtroppo gli economisti hanno ora adottato la nozione storica di Lord Keynes: che nessuno degli “economisti classici” aveva una teoria del ciclo economico fino a quando Keynes è arrivato nel 1936. C’era una teoria della depressione; era la tradizione dell’economia classica, la sua prescrizione era laissez-faire e la moneta merce; e veniva adottata rapidamente, in Inghilterra e persino negli Stati Uniti, come la teoria del ciclo economico (particolarmente ironico è che il principale fautore “Austriaco” negli Stati Uniti nei primi e a metà degli anni Trenta non fosse nessun altro che il Professor Alvin Hansen, che ben presto avrebbe lasciato il segno come eccezionale discepolo keynesiano in questo paese).

Quello che ha sommerso la crescente accettazione della teoria del ciclo misesiana è stata semplicemente la “Rivoluzione Keynesiana” – la divertente vittoria schiacciante che la teoria keynesiana ha ottenuto nel mondo economico poco tempo dopo la pubblicazione della Teoria Generale nel 1936. Non che la teoria misesiana sia stata rifiutata con successo; è semplicemente stata dimenticata nella corsa sul carro dell’improvvisa moda keynesiana. Alcuni dei principali sostenitori della teoria di Mises hanno ceduto ai venti della nuova dottrina stabilita, e hanno ottenuto importanti incarichi nelle università americane come conseguenza.

Ma ora l’Economist, una volta sostenitore di Keynes, ha recentemente proclamato che “Keynes è morto”. Dopo oltre un decennio ad affrontare taglienti critiche teoriche e le smentite attraverso l’ostinata realtà economica, i keynesiani sono ora in ritirata generale e massiccia. Ancora una volta, l’offerta di denaro e il credito bancario sono stati riconosciuti a malincuore nel loro ruolo di primo piano nei cicli economici. I tempi sono maturi – per una riscoperta, una rinascita, della teoria misesiana del ciclo economico. L’intero concetto di Council of Economic Advisor sarebbe spazzato via, e vedremmo una massiccia ritirata del governo dalla sfera economica. Ma perché tutto questo accada, il mondo dell’economia e il pubblico in generale deve essere messo a conoscenza dell’esistenza di una spiegazione del ciclo economico che è rimasta trascurata sullo scaffale per troppo tragici anni.

Di Murray N. Rothbard su Mises.org (Articolo originale del 1969)

Traduzione di Nicolò Signorini

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