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La Germania è la regina dell’Eurozona (fino a quando?)

domenica, luglio 8, 2012 di tradotto da

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Nell’attuale dibattito sulla crisi dell’euro, la Germania è generalmente considerata modello di forza economica, un faro di prudenza fiscale e fautrice delle riforme strutturali necessarie. Le sue risorse sembrano senza fine e il suo debito pubblico un indiscusso “porto sicuro”; se solo la Germania dividesse la sua forza e le sue risorse più generosamente, la crisi europea del debito sarebbe risolta. Tutto ciò è un’illusione: presto o tardi, i mercati si renderanno conto dei fondamentali deboli del paese e delle sue pesanti sfide da affrontare.

Durante i 13 anni di vita dell’euro, la Germania ha accumulato un ulteriore debito di 900 miliardi di euro. Il debito complessivo è passato dai 1.200 miliardi di euro del 1999 ai 2.100 miliardi della fine del 2011, dal 61% all’81% del Pil. Ricordate che fu la Germania a spingere per i criteri di Maastricht, fra essi un rapporto debito – Pil non superiore al 60%. La Germania ha centrato questo obiettivo in appena 3 di questi 13 anni e ha davvero poche possibilità di ricentrarlo; solo per quattro anni, dall’introduzione dell’Euro, la Germania ha rispettato il limite raccomandato dal Trattato di Maastricht per ciò che concerne il rapporto deficit – Pil, mentre in 7 occasioni ha superato la soglia “massima” del 3%.

A dirla tutta, il deficit dell’anno trascorso (1%) sembra rispettabile, se comparato a quelli della maggior parte dell’Eurozona o a quello della Gran Bretagna (8,4%) o degli Usa (8,7%). Ma questo è stato ottenuto dopo due anni di crescita al 3%, costo di indebitamento ai minimi storici e tasso di disoccupazione in grande diminuzione, il minore degli ultimi 20 anni. Anche con queste premesse, la Germania non è riuscita a chiudere in pareggio; e queste rosee condizioni, certamente, non dureranno. Come accade altrove, tassi di interesse artificialmente bassi, per il tempo considerato, hanno consentito di sostenere prosperità crescente in grandi parti dell’economia tedesca, in special modo il settore finanziario.

Ancora più importante è il fatto che la Germania sia seduta una bomba fiscale e niente sia stato fatto per diffondere questa sensazione in questi anni. Durante il quarantennio trascorso, la Germania ha esteso considerevoli, non sostenibili promesse alla popolazione, principalmente nell’area dell’assistenza medica, delle pensioni di stato e dell’assicurazione sanitaria pubblica (una costosa eredità dell’ultimo governo “conservatore” sotto Helmut Kohl, il mentore della Merkel). Questi impegni costituiscono, come minimo, debito pubblico “implicito” pari al 200% dell’attuale Pil.

I tedeschi adorano il loro welfare state e la loro voglia di riforme è limitata; le modeste, ma tutt’altro che inutili, misure di liberalizzazione del mercato del lavoro, che consentono ora alla Germania di dare la giusta lettura sulla necessità delle riforme strutturali, risalgono al secondo governo Schroeder, dieci anni fa. Niente è accaduto con la Merkel; senza sorpresa alcuna, queste riforme costarono a Schroeder il Cancellierato.

La Germania non fa eccezione. Come la maggioranza delle “socialdemocrazie mature” si avvia lentamente alla bancarotta; le differenze con Grecia e Spagna riguardano la velocità e il grado del processo, non la direzione. È assolutamente imprudente il ruolo di guida che il Paese ha assunto nell’eurozona; una volta entrata la Spagna nella lista degli infortunati, l’80% del fondo EFSF dovrà arrivare da 3 paesi: Germania, Francia e Italia, il che significa un esborso di 200 miliardi immediato per la Germania, più dell’8% del Pil. Poiché l’Italia o diversi settori bancari nazionali potrebbero essere i prossimi ad entrare nel club, le richieste di fondi tedeschi sono praticamente illimitate.

Le banche periferiche subiscono un’emorragia di depositi, che stanno confluendo verso la Germania. Questi trasferimenti non sono fissati al livello di banche centrali nazionali; ciò consente ai settori bancari periferici di rimpiazzare i depositi scomparsi con fondi BCE, limitando le vendite di asset e le contrazioni patrimoniali a livello locale (Spagna e Grecia). Questo mette la Bundesbank nella scomoda posizione di creditore sostanziale delle altre banche centrali: alla fine di Maggio, il saldo Target 2 della Bundesbank ammontava a 700 miliardi, quasi il 27% del Pil.

La Germania potrebbe essere il “last man standing” (l’ultimo uomo rimasto) della tragedia europea ma ciò significa, palesemente, che non vi sarà nessuno a salvarla. La bolla del Bund, considerato investimento-rifugio, è pronta a scoppiare.

Articolo di Detlev Schlichter su PaperMoneyCollapse.org 

Traduzione di Luigi Pirri

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