Source link: http://vonmises.it/2012/07/12/ripudiare-il-debito-pubblico/

Ripudiare il debito pubblico?

giovedì, luglio 12, 2012 di tradotto da

CONDIVIDI:

Nella primavera del 1981, i Repubblicani conservatori alla Camera dei Rappresentanti piansero. Piansero perché, nella prima ondata della rivoluzione Reagan, che avrebbe dovuto portare drastici tagli delle tasse e della spesa pubblica, così come il pareggio di bilancio, venne chiesto loro dalla Casa Bianca ed alla loro leadership di votare per un aumento del limite legale del debito pubblico federale, che allora stava raschiando il tetto legale di un bilione di dollari. Piansero perché per tutta la loro vita avevano votato contro un aumento del debito pubblico, ed ora veniva chiesto loro, dal loro stesso partito e dal proprio movimento, di violare i principi di una vita. La Casa Bianca e la sua dirigenza li rassicurarono; tale violazione sarebbe stata l’ultima: era necessario un aumento del limite del debito per dare al Presidente Reagan la possibilità di realizzare un bilancio in pareggio e cominciare a ridurre il debito stesso. Molti di questi Repubblicani, in lacrime, annunciarono che avrebbero intrapreso questo passo fatale, perché profondamente fiduciosi nel loro Presidente, il quale non li avrebbe delusi.

Le ultime parole famose. In un certo senso, i consiglieri di Reagan avevano ragione: non c’erano più lacrime, nessuna lamentela, perché gli stessi principi furono rapidamente dimenticati, spazzati nella pattumiera della storia. Deficit e debito pubblico si sono accumulati mostruosamente sin da allora, e poche persone se ne sono preoccupate, meno di tutti i Repubblicani conservatori. Puntualmente, il limite legale viene innalzato automaticamente. Alla fine del governo Reagan il debito federale era di $2.6 bilioni; ora è di $3.5 bilioni e in rapida crescita [ed. Nota: $6.9 bilioni, 13 Gennaio 2004]. E questo è il lato roseo della storia, perché se si aggiungono le garanzie sui prestiti “fuori bilancio” e gli imprevisti, il grande debito federale nel suo complesso è di $20 bilioni.

Prima dell’era Reagan, era chiaro come i conservatori si sentissero per il deficit ed il debito pubblico: un bilancio in pareggio era buono e i deficit e il debito pubblico erano male, accumulati dai Keynesiani amanti della spesa e dai socialisti, che assurdamente proclamarono che non c’era nulla di sbagliato o oneroso nel debito pubblico. Secondo le famose parole dell’apostolo Keynesiano di sinistra della “finanza funzionale”, il professor Abba Lernr, non c’è nulla di sbagliato nel debito pubblico perché “lo dobbiamo a noi stessi”. In quei giorni, almeno, i conservatori erano abbastanza astuti da rendersi conto che esisteva una grande differenza se — andando oltre il fumo dei nomi collettivi — uno è un membro del “noi” (il contribuente tartassato) o del “noi stessi” (quelli che vivono dei proventi della tassazione).

Dai tempi di Reagan, però, la vita intellettuale-politica è stata messa sottosopra. I conservatori ed i presunti economisti di “libero mercato” hanno fatto le capriole per cercare di trovare nuove ragioni per cui “i deficit non hanno importanza,” perché tutti noi dovremmo rilassarci e goderci il processo. Forse l’argomento più assurdo dei Reaganomist è quello secondo il quale non dobbiamo preoccuparci della crescita del debito pubblico perché viene pareggiato nel bilancio federale da un ampliamento degli “asset” pubblici. Ecco una nuova svolta nella macroeconomia del libero mercato: le cose stanno andando bene perché il valore degli asset del governo sta aumentando! In questo caso, perché il governo non nazionalizza tutti gli asset a titolo definitivo? I Reaganomist, infatti, se ne uscirono con ogni argomento immaginabile per il debito pubblico, tranne che con la frase di Abba Lerner e sono convinto che non riciclarono quella frase perché sarebbe stato difficile sostenerla con la faccia seria, in un momento in cui la proprietà straniera del debito pubblico stava salendo alle stelle. Anche a prescindere dalla proprietà straniera, è molto più difficile sostenere la tesi di Lerner rispetto a prima; alla fine degli anni ’30, quando Lerner enunciò la sua tesi, il totale degli interessi federali pagati sul debito pubblico era di un miliardo di dollari; ora si è ingrandito a $200 miliardi, la terza più grande voce nel bilancio federale, dopo l’esercito e la Previdenza Sociale: il “noi” sta diventando sempre più sciatto rispetto al “noi stessi”.

Per pensare in modo sensato al debito pubblico, dobbiamo dapprima tornare ai primi principi e prendere in considerazione il debito in generale. In parole povere, un’operazione di credito si verifica quando C, il creditore, trasferisce la somma di denaro (ad esempio $1,000) a D, il debitore, in cambio della promessa che D ripagherà tra un anno a C il capitale più gli interessi. Se il tasso di interesse concordato per la transazione è del 10%, allora il debitore si impegna a pagare in un anno $1,100 al creditore. Questo rimborso completa la transazione che, a differenza di una vendita regolare, si svolge nel tempo.

Finora, è chiaro che non c’è nulla di “sbagliato” con il debito privato. Come per ogni commercio privato o scambio sul mercato, entrambe le parti beneficiano dallo scambio,e nessuno ci perde. Ma supponiamo che il debitore sia sciocco, spenda oltre i suoi limiti e poi scopra che non riesce a restituire la somma che aveva concordato: questo, naturalmente è un rischio intrinseco ai debiti ed era preferibile (naturalmente) tenere i suoi debiti ad un livello tale da permettergli di ripagarli con certezza. Ma questo non è solo un problema di debito: ogni consumatore potrebbe spendere stupidamente; un uomo può sperperare il suo intero stipendio per un gingillo costoso e poi scoprire che non riesce a sfamare la sua famiglia. Così la stoltezza del consumatore non è certo un problema limitato solo al debito. Ma c’è una differenza cruciale: se un uomo si monta la testa e non può pagare, anche il creditore ne soffre, perché il debitore non è riuscito a restituire la proprietà del creditore. In un certo senso, il debitore che non riesce a rimborsare i $1,100 dovuti al creditore ha rubato la proprietà che appartiene al creditore; qui non abbiamo semplicemente un debito civile, ma un illecito, un’aggressione contro la proprietà altrui.

Nei secoli precedenti, l’offesa del debitore insolvente era considerata grave e, a meno che il creditore non fosse stato disposto a “perdonare” il debito per carità, il debitore continuava a dovere i soldi più gli interessi che si accumulavano, più una pena per un mancato pagamento duraturo. Spesso, i debitori venivano sbattuti in prigione fino a quando non potevano pagare — un po’ Draconiano forse, almeno con il giusto spirito di rispetto dei diritti di proprietà e di difesa della santità dei contratti. Il principale problema pratico era la difficoltà dei debitori in carcere di guadagnare i soldi per rimborsare il prestito; forse sarebbe stato meglio consentire al debitore la libertà, a condizione che il suo reddito fosse andato a pagare quello che era dovuto al creditore.

Già nel 17° secolo, tuttavia, i governi iniziarono a singhiozzare per la situazione degli sfortunati debitori, ignorando il fatto che i debitori insolventi avevano scelto il loro modo di risolvere il problema ed iniziarono a sovvertire la loro funzione proclamata di far rispettare i contratti. Furono approvate leggi sulla bancarotta che, sempre più, lasciavano i debitori fuori dai guai ed impedivano ai creditori di ottenere la loro proprietà. Il furto fu sempre di più condonato, l’imprevidenza fu sovvenzionata e la parsimonia iniziava a zoppicare. Infatti, con il dispositivo moderno del Capitolo 11, istituito dal Bankruptcy Reform Act del 1978, i manager inefficienti ed imprevidenti e gli azionisti non solo sono lasciati fuori dai guai, ma rimangono spesso in posizioni di potere, senza debiti e ancora a gestione delle loro imprese, affliggendo i consumatori ed i creditori con le loro inefficienze. I moderni economisti neoclassici utilitaristi non vedono nulla di sbagliato in tutto ciò; il mercato, dopo tutto, si “regola” secondo questi cambiamenti nella legge. E’ vero che il mercato può adattarsi a quasi tutto. E allora? Con creditori zoppicanti i tassi di interesse salgono in modo permanente, per il sobrio e l’onesto così come per l’imprevidente; ma perché i primi dovrebbero essere tassati per sovvenzionare quest’ultimo? Ma ci sono problemi più profondi con questo atteggiamento utilitaristico. E’ la stessa affermazione amorale, dagli stessi economisti, secondo cui non c’è niente di sbagliato in un aumento della criminalità contro i residenti e negozianti dei bassifondi. Il mercato, affermano, si adeguerà e sconterà un simile alto tasso di criminalità, e quindi gli affitti ed i valori degli alloggi sarà inferiore nelle aree dei bassifondi. Così tutto sarà curato. Ma che tipo di consolazione è questa? E che tipo di giustificazione per l’aggressione e la criminalità è questa?

In una società giusta, allora, solo il perdono volontario da parte dei creditori lascerebbe i debitori fuori dai guai; altrimenti, il diritto fallimentare è un’invasione ingiusta dei diritti di proprietà dei creditori.

Un mito sulla cancellazione dei “debiti” è quello per cui i debitori sono abitualmente poveri ed i creditori ricchi, in modo che intervenire per salvare i debitori sia solo un requisito di egualitaria “equità”. Ma questa ipotesi non è mai stata vera: nel mondo degli affari, più un uomo d’affari è ricco più è probabile che sia un grande debitore. Sono i Donald Trump ed i Robert Maxwell di questo mondo, i cui debiti superano clamorosamente i loro asset. L’intervento a favore dei debitori è stato generalmente incalzato da imprese di grandi dimensioni con ingenti debiti; nelle corporazioni moderne, l’effetto delle sempre più rigorose leggi fallimentari è stato quello di ostacolare il creditore/obbligazionista a beneficio di soci e di manager esistenti, che sono solitamente alleati con uan ristretta cerchia di importanti azionisti. Il fatto stesso che una corporazione sia insolvente dimostra che i suoi manager sono stati inefficienti e devono essere rimossi immediatamente dalla scena. Le leggi fallimentari che continuano a prolungare il dominio dei manager esistenti, quindi, non solo invadono i diritti di proprietà dei creditori, ma danneggiano anche i consumatori e l’intero sistema economico, impedendo al mercato di spurgarsi dai manager inefficienti e imprevidenti e dagli azionisti, spostando la proprietà degli asset industriali a creditori più efficienti. Non solo; in un recente articolo di una rivista giuridica, Bradley e Rosenzweig hanno dimostrato che gli azionisti, così come i creditori, hanno perso una notevole quantità di asset a causa dell’applicazione del Capitolo 11 nel 1978. Infatti scrivono: “se i possessori di bond e gli azionisti sono entrambi perdenti ai sensi del Capitolo 11, allora chi sono i vincitori?” I vincitori, senza alcuna sorpresa, risultano essere gli attuali manager aziendali inefficienti, così come i vari avvocati, commercialisti e consulenti finanziari che guadagnano enormi commissioni dalle riorganizzazioni di bancarotte.

In una economia di libero mercato che rispetti i diritti di proprietà, il volume del debito privato è auto-sorvegliato dalla necessità di rimborsare il creditore, poiché nessun Governo-Papà vi tiene fuori dai guai. In aggiunta, il tasso di interesse che il debitore deve pagare dipende non solo dal tasso generale di preferenza temporale, ma dal grado di rischio che il debitore rappresenta per il creditore. Un buon rischio di credito sarà un “debitore principale”, che pagherà interessi relativamente bassi; al contrario, una persona improvvida o che ha già affrontato una bancarotta in precedenza, dovrà pagare un tasso di interesse molto più alto, commisurato al grado di rischio sul prestito.

La maggior parte delle persone, purtroppo, applica la stessa analisi al debito pubblico. Se la santità dei contratti deve regnare nel mondo del debito privato, non dovrebbe essere altrettanto sacrosanta nel debito pubblico? Il debito pubblico non dovrebbe essere disciplinato dagli stessi principi privati? La risposta è no, anche se una tale risposta può urtare la sensibilità di molte persone. Il motivo è che le due forme di debito sono totalmente differenti: se prendo a prestito denaro da una banca ipotecaria, ho stipulato un contratto per trasferire i miei soldi ad un creditore in una data futura; in un senso profondo, egli è il vero proprietario del denaro a quel punto e se non pago lo sto derubando della sua proprietà. Ma quando il governo prende in prestito denaro, non impegna il suo denaro, non mette a rischio le proprie risorse; il governo non impegna la sua stessa vita, fortuna e sacro onore per rimborsare il debito, ma i nostri. Si tratta di un fatto, ed una transazione, completamente diversi.

Diversamente dal resto di noi, il governo non vende beni produttivi o servizi e quindi non guadagna nulla. Può solo ottenere i soldi  saccheggiando le nostre risorse attraverso le tasse, oppure attraverso la tassa nascosta di contraffazione legalizzata conosciuta come “inflazione”. Ci sono alcune eccezioni naturalmente (ad esempio quando il governo vende francobolli per i collezionisti o porta la nostra posta con evidente inefficienza), ma la stragrande maggioranza delle entrate del governo è acquisita attraverso la tassazione o il suo equivalente monetario. Effettivamente, nei giorni della monarchia, e soprattutto nel periodo medievale, prima dell’emersione dello Stato moderno, i re ottenevano la maggior parte del loro reddito dai loro beni privati — come le foreste e le terre agricole. Il loro debito, in altre parole, era più privato che pubblico e, di conseguenza, il loro debito ammontava a quasi nulla rispetto al debito pubblico che è iniziato a fiorire nel tardo 17° secolo.

La transazione del debito pubblico, poi, è molto diversa dal debito privato. Invece di un creditore con una bassa preferenza temporale che scambia soldi per un IOU di un debitore con una preferenza temporale alta, il governo ora riceve i soldi dai creditori; entrambe le parti si rendono conto che il denaro verrà pagato non dalle tasche dei politici e dei burocrati, ma dai portafogli e dalle borse saccheggiate dei contribuenti sfortunati, i cittadini dello Stato; il governo prende i soldi dalle tasse e i creditori pubblici, lungi dall’essere innocenti, sanno benissimo che i loro ricavi verranno fuori dalla stessa coercizione. In breve, i creditori pubblici sono disposti a consegnare il denaro al governo oggi al fine di ricevere una quota del bottino fiscale in futuro. Questo è l’opposto di un libero mercato o una transazione veramente volontaria. Entrambe le parti sono immoralmente inclini a partecipare alla violazione dei diritti di proprietà dei cittadini nel futuro. Entrambe le parti, dunque, stanno facendo accordi sulla proprietà altrui ed entrambi meritano il dorso della nostra mano. L’operazione di credito pubblico non è un vero contratto che deve essere considerato sacrosanto, come non dovrebbe essere considerato un contratto sacrosanto quello dei ladri che si dividono il bottino in anticipo.

Qualsiasi fusione del debito pubblico in una transazione privata deve basarsi sulla nozione comune ma assurda per cui la tassazione sia veramente “volontaria” e che ogni volta che il governo compie un’azione “ci” rappresenta in maniera adeguata e volontaria. Questo mito è stato argutamente ed acutamente smaltito dal grande economista Joseph Schumpeter: “La teoria che interpreta le imposte seguendo l’analogia delle quote di un club o degli acquisti, per esempio, di un medico, dimostra soltanto quanto lontana sia questa parte delle scienze sociali dalle abitudini scientifiche mentali”. Moralità ed utilità economica generalalmente vanno di pari passo. Contrariamente ad Alexander Hamilton, che parlò di una piccola ma potente cricca di creditori pubblici a New York e a Philadelphia, il debito pubblico non è una “benedizione nazionale”. Il disavanzo pubblico annuale, più il pagamento degli interessi annui che continua a salire mentre il debito totale si accumula, incanala sempre più scarsi e preziosi risparmi privati in progetti improduttivi del governo, che “spiazzano” gli investimenti produttivi. Gli economisti dell’Establishment, compresi i Reaganomist, evitano abilmente la questione, etichettando arbitrariamente tutte le spese del governo come “investimenti”, facendo credere che tutto va bene e a gonfie vele, perché i risparmi vengono “investiti” produttivamente. In realtà, però, la spesa pubblica si qualifica solo come “investimento” in senso Orwelliano; il governo spende per conto dei “beni di consumo” e dei desideri dei burocrati, dei politici e dei loro gruppi di pressione. La spesa pubblica, dunque, piuttosto che essere un “investimento” è una spesa al consumo di un livello particolarmente dispendioso ed improduttivo, in quanto non è permessa dai produttori ma da una classe parassitaria che vive a scapito di questi e li indebolisce sempre più. Quindi, vediamo che le statistiche non sono affatto “scientifiche” o “senza valore”; come i dati vengono classificati — se, per esempio, la spesa pubblica è “al consumo” o “di investimento” — dipende dalla filosofia politica e dalle idee del classificatore .

I deficit ed un debito in crescita sono un peso crescente e intollerabile per la società e l’economia, perché aumentano il carico fiscale e drenano sempre più risorse dal settore produttivo per fornirle a quello parassitario e controproducente, il settore “pubblico”. Inoltre, ogni volta che i deficit sono finanziati attraverso l’espansione del credito bancario — in altre parole, creando nuovo denaro — le cose peggiorano, dato che l’inflazione del credito crea inflazione nei prezzi permanente e in aumento, così come onde di boom/bust o “cicli economici”.

È per tutte queste ragioni che il Jeffersoniani e i Jacksoniani (che, contrariamente ai miti degli storici, erano straordinariamente esperti di teoria economica e monetaria), odiavano e vituperavano il debito pubblico. Infatti, il debito nazionale fu ripagato due volte nella storia Americana, la prima volta da Thomas Jefferson e la seconda, e senza dubbio l’ultima volta, da Andrew Jackson.

Purtroppo, ripagare un debito nazionale che presto raggiungerà i $4 biliardi manderebbe rapidamente in bancarotta l’intero paese. Pensate alle conseguenze di imporre nuove tasse per $4 biliardi negli Stati Uniti il prossimo anno! Un altro modo, altrettanto devastante, di saldare il debito pubblico potrebbe essere quello di stampare $4 biliardi di nuovo denaro — sia in dollari di carta sia con la creazione di nuovo credito bancario: questo metodo sarebbe straordinariamente inflazionistico, i prezzi andrebbero presto alle stelle, rovinando tutti i gruppi i cui guadagni non aumentano nella stessa misura e distruggendo il valore del dollaro. Ma in sostanza questo è ciò che accade in paesi che iperinflazionano, come fece la Germania nel 1923 ed innumerevoli paesi da allora, in particolare del Terzo Mondo. Se un paese inflaziona la valuta per ripagare il debito, i prezzi saliranno in modo che i dollari o i marchi o i pesos che il creditore riceve valgono molto meno dei dollari o pesos che inizialmente aveva prestato. Quando un Americano acquistava un bond Tedesco da 10,000 marchi nel 1914, valeva diverse migliaia di dollari; quei 10,000 marchi alla fine del 1923 non avrebbero avuto valore superiore ad un pacchetto di gomme da masticare. L’inflazione, quindi, è un modo subdolo e terribilmente distruttivo per ripudiare indirettamente il “debito pubblico”; distruttivo perché rovina l’unità monetaria, dalla quale dipendono individui ed imprese per calcolare tutte le loro decisioni economiche.

Propongo, allora, un modo apparentemente drastico ma in realtà molto meno distruttivo di ripagare il debito pubblico in un colpo solo: totale ripudio del debito. Considerate questa domanda: perché i poveri cittadini della Russia o della Polonia o degli altri paesi ex-Comunisti devono essere caricati di debiti contratti dai loro precedenti padroni Comunisti? Nella situazione Comunista, l’ingiustizia è chiara: i cittadini che lottano per la libertà e per un’economia di libero mercato dovrebbero essere tassati per pagare debiti contratti da parte della precedente mostruosa classe dirigente. Ma questa ingiustizia differisce solo per grado dal debito pubblico “normale”. Perché, allo stesso modo, il governo Comunista dell’Unione Sovietica dovrebbe essere caricato da debiti contratti dal governo zarista che odiavano e rovesciarono? E perché noi, cittadini Americani di oggi, dovremmo essere caricati di debiti creati da una classe dirigente del passato che ha contratto questi debiti a nostre spese? Uno degli argomenti convincenti contro il pagamento delle “riparazioni” per la schiavitù del passato è che noi, i vivi, non eravamo schiavisti. Allo stesso modo, noi, i vivi, non abbiamo contratto nel passato o nel presente i debiti contratti dai politici e dai burocrati di Washington.

Anche se largamente dimenticato da storici e dalla gente, il ripudio del debito pubblico è una parte solida della tradizione Americana. La prima ondata di ripudio del debito pubblico avvenne durante il 1840, dopo il panico del 1837 e 1839. Quel panico era la conseguenza di un boom inflazionistico alimentato dalla Seconda Banca degli Stati Uniti. Cavalcando l’onda del credito inflazionistico, molti governi statali, in gran parte quelli gestiti dai Whig, galleggiavano in una quantità enorme di debito, la maggior parte del quale andò in inutili opere pubbliche (eufemisticamente chiamate “miglioramenti interni”) e nella creazione di banche inflazionistiche. Il debito pubblico dei governi statali aumentò da $26 milioni a $170 milioni nel decennio del 1830. La maggior parte di questi titoli erano finanziati da investitori Inglesi ed Olandesi.

Durante la deflazione del 1840, conseguente al panico, i governi statali affrontarono il rimborso del loro debito in dollari che avevano ora più valore di quelli che avevano preso in prestito. Molti stati, ora in gran parte in mani Democratiche, incontrarono la crisi ripudiando questi debiti, in tutto o in parte, riducendo le quantità di “aggiustamenti”. In particolare, dei 28 stati Americani nel 1840, nove erano nella posizione gloriosa di non avere debito pubblico, ed uno (il Missouri) era trascurabile; dei 18 rimanenti, nove pagavano gli interessi sul proprio debito pubblico senza interruzioni, mentre altri nove (Maryland, Pennsylvania, Indiana, Illinois, Michigan, Arkansas, Louisiana, Mississippi e Florida) ripudiarono in parte o completamente i loro debiti. Di questi stati, quattro andarono in default per diversi anni per i loro pagamenti di interesse, mentre gli altri cinque (Michigan, Mississippi, Arkansas, Louisiana e Florida) ripudiarono totalmente e definitivamente il loro intero debito pubblico. Come in ogni ripudio debitorio, il risultato è stato quello di scrollare un grande peso dalle spalle dei contribuenti degli Stati inadempienti e ripudianti.

A parte la morale o l’argomento della santità del contratto contro il ripudio di cui abbiamo già discusso, l’argomento economico standard è che tale ripudio è disastroso, perché chi, sano di mente, potrebbe concedere nuovi prestiti ad un governo ripudiante? Ma l’efficace contro-argomento raramente viene considerato: perché più capitali dovrebbero essere gettati nella buca per ratti del governo? E’ proprio il prosciugamento del credito pubblico futuro che costituisce uno degli argomenti principali per il ripudio, perché significa un’essiccazione benefica di un importante canale che distrugge i risparmi della gente. Quello che vogliamo è risparmio in abbondanza ed investimenti nelle imprese private, ed un magro, austero, basso budget di un governo risicato. Il popolo e l’economia possono crescere grassi ed in prosperità quando il loro governo è affamato e gracile.

La successiva grande ondata di ripudio del debito pubblico avvenne nel Sud dopo la piaga dell’occupazione del Nord e la loro rimozione dalla Ricostruzione. Otto stati del Sud (Alabama, Arkansas, Florida, Louisiana, North Carolina, South Carolina, Tennessee e Virginia) procedettero, durante il tardo 1870 e nei primi anni del 1880, sotto regimi Democratici, a ripudiare il debito imposto ai loro contribuenti dai corrotti e spreconi governi Repubblicani Radicali in fase di Ricostruzione.

Quindi cosa si può fare adesso? L’attuale debito federale è di $3.5 bilioni. Circa $1.4 bilioni, o il 40%, è posseduto da una o un’altra agenzia del governo federale. E’ ridicolo per un cittadino essere tassato da un braccio del governo federale (l’IRS) per pagare l’interesse sul debito ed il capitale posseduti da un’altra agenzia del governo federale. Si farebbe risparmiare al contribuente una grande quantità di denaro e si impedirebbe che ulteriori risparmi vadano sprecati, se si cancellasse semplicemente il debito a titolo definitivo. Il presunto debito è semplicemente una finzione contabile che fornisce una maschera alla realtà e fornisce un mezzo conveniente per multare il contribuente. Così, la maggior parte delle persone pensa che la Social Security Administration prende i suoi premi e li accumula, forse in buon investimenti, e poi “ripaga” il cittadino “assicurato” al compimento dei 65 anni. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Non esiste alcuna assicurazione e non c’è nessun “fondo”, come invece dovrebbe esserci in un qualsiasi sistema di assicurazione privato. Il governo federale prende semplicemente i “premi” (tasse) della Previdenza Sociale del giovane, li spende nelle spese generali del Tesoro e poi, quando la persona compie 65 anni, tassa qualcun altro per la “prestazione assicurativa”. La Previdenza Sociale, forse l’istituzione più venerata nel sistema politico Americano, è anche il più grande racket. E’ semplicemente un gigantesco schema di Ponzi controllato dal governo federale. Ma questa realtà è mascherata dall’acquisto di titoli di Stato da parte della Social Security Administration; il Tesoro spende poi questi fondi in qualsiasi cosa desideri. Ma il fatto che la SSA abbia titoli di Stato nel suo portafoglio e raccolga l’interesse ed il pagamento dal contribuente Americano, gli permette di mascherarsi come un business assicurativo legittimo.

Annullare le agenzie federali in possesso di bond, quindi, riduce il debito federale del 40%. Solleciterei, pertanto, a ripudiare l’intero debito a titolo definitivo e lasciare che i trucioli cadano dove possono. Il risultato glorioso sarebbe un calo immediato di $200 miliardi nelle spese federali, con almeno la possibilità di combattere per un taglio equivalente nelle tasse.

Ma se questa soluzione è considerata troppo Draconiana, perché non trattare il governo federale come viene trattato qualsiasi privato in bancarotta (dimenticando il Capitolo 11)? Il governo è un’organizzazione, quindi perché non liquidare gli asset di questa organizzazione e pagare ai creditori (i possessori dei bond del governo) una quota pro-rata di tali asset? Questa soluzione non costerebbe nulla al contribuente, e, ancora una volta, lo alleviarebbe di $200 miliardi in pagamenti di interessi annuali. Il governo degli Stati Uniti dovrebberessere costretto a rigettare i suoi asset, venderli all’asta, e poi pagare i creditori di conseguenza. Quali asset? Ve n’è una grande quantità: dalla TVA alle terre nazionali, fino alle varie strutture come le Poste. Le tanti sedi della CIA a Langley, in Virginia, dovrebbero fruttare abbastanza denaro per quasi tutti gli alloggi dell’intera forza lavoro all’interno della Beltway. Forse potremmo espellere le Nazioni Unite dagli Stati Uniti, recuperare i terreni ed i fabbricati e venderli per alloggi di lusso per i ricconi dell’East Side. Un’altra fortuna derivante da questo processo sarebbe una massiccia privatizzazione delle terre socializzate degli Stati Uniti Occidentali ed anche del resto dell’America. Questa combinazione di ripudio e di privatizzazione rappresenterebbe un lungo cammino per la riduzione della pressione fiscale, per la solidità fiscale e per la desocializzazione degli Stati Uniti.

Al fine di seguire questa strada, però, dobbiamo prima liberarci dalla mentalità fallace che fonde pubblico e privato e che tratta il debito pubblico come un contratto produttivo tra due proprietari legittimi.

Articolo di Murray Newton Rothbard su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

Articolo precedente:

Articolo successivo: