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Nazismo e socialismo, due facce della stessa medaglia

sabato, luglio 14, 2012 di tradotto da

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Per gli standard della Sinistra, Adolf Hitler sarebbe stato considerato un “grande statista” se fosse morto prima dell’inizio della guerra (o se l’avesse vinta). Questo perché la sinistra tende a misurare la grandezza dall’ammontare di terra e dal numero di persone sotto il pollice di un uomo. Secondo questo standard, Hitler era un grande socialista; ciò che, precisamente, lui e i suoi fedeli aspiravano a diventare.

Il problema iniziò nella Repubblica di Weimar. Al fine di controbilanciare il Reichstag, al presidente della Germania vennero dati ampi poteri: fu stabilita l’elezione diretta, il potere di redigere trattati e stringere alleanze, fu posto al vertice delle forze armate, col potere di sciogliere il Reichstag e sottoporre qualsiasi delle sue leggi a referendum e, sotto il famigerato Articolo 48, aveva il potere di sospendere le libertà civili e politiche “in caso di emergenza”.

Questo venne approvato nel 1933 e rimase la base della “legalità” di Hitler in tutto il periodo Nazista, quando riuscì a succedere a Hindenburg come presidente, nel 1934. Hitler occupò sia la presidenza sia il cancellierato, combinando i loro poteri nella “carica” di führer. Il Reichstag approvò la Legge di Abilitazione, che trasferiva al gabinetto le funzioni legislative del Reichstag.

I decreti abolirono i parlamenti o le diete degli stati, le loro bandiere ed i simboli, riducendoli allo stato di province e semplici divisioni amministrative del governo centrale. Con l’instaurazione del regime arrivarono anche i tentacoli dello stato-polpo – un miscuglio di agenzie esecutive amministrative, quarantadue in tutto (tra l’altro, a partire dal 1992, il governo degli Stati Uniti ha 52 agenzie esecutive di tal genere). Ed oltre a queste quarantadue agenzie c’era il normale Gabinetto, il Consiglio del Gabinetto, il Consiglio di Difesa del Reich ed i suoi numerosi comitati, il Ministero della Pubblica Istruzione, l’Ufficio del Vice Führer, l’Ufficio del Plenipotenziario dell’Economia di Guerra, l’Ufficio del Plenipotenziario di Amministrazione, l’Ufficio del Delegato per il Piano Quadriennale, il Ministero delle Finanze, il Ministero dell’Economia e così via.

Nel 1933 la Germania aveva circa sei milioni di disoccupati. Come i suoi contemporanei nelle capitali e governi di tutto il mondo e, come tanti politici oggi, Hitler aveva poco interesse per l’economia e, difatti, era totalmente digiuno di teoria economica. Anche se la centralizzazione economica dovette attendere fino alla liquidazione o soppressione degli oppositori politici e dei gruppi di opposizione organizzata, il “new deal” dei Nazisti iniziò quasi subito.

Ad esempio, nel mese di Ottobre del 1933, Hitler dichiarò che “la rovina del contadino Tedesco sarà la rovina del popolo Tedesco”. Vennero insediati nuovi programmi agricoli, insieme alla propaganda sulla Blut und Bloden. Hitler nominò Direttore del Ministero per l’Alimentazione e l’Agricoltura Walther Darre, che nel 1929 aveva pubblicato un libro, The Peasantry as the Life Source of the Nordic Race.

Darre voleva “riformare” la produzione e l’introduzione sul mercato degli alimenti ed aumentare i prezzi per i coltivatori. L’intero programma di Darre fu progettato con un obiettivo in mente: isolare il coltivatore agricolo dal mercato. Per questo scopo, Darre promulgò la Legge Ereditaria delle Fattorie nel 1933, che aveva lo scopo di impedire la preclusione del diritto ipotecario o la vendita del terreno a scapito della libertà dei coltivatori. Questa “legge” stabiliva che soltanto i Tedeschi ariani, in grado di dimostrare la purezza del loro sangue fino al 1800, potevano possedere un podere.

Ogni podere, fino a 308 acri, fu dichiarato proprietà ereditaria: non poteva essere venduto, diviso, ipotecato o precluso per debito. Con la morte del suo proprietario, sarebbe passato al suo parente maschio più vicino, che a sua volta sarebbe stato costretto a fornire un reddito e una formazione ai suoi parenti. Il coltivatore agricolo venne denominato bauer o contadino, un “titolo onorifico” di cui sarebbe stato privato se avesse rotto “il codice d’onore agricolo”, ovvero, se avesse smesso di coltivare.

A complemento venne stabilita la Proprietà Alimentare del Reich per regolare gli stati e la produzione dei coltivatori. La sua ampia burocrazia imponeva regolamenti che toccavano tutti i campi della vita del coltivatore e la sua produzione, elaborazione e vendita di alimentari; era comandata da Darre stesso come “Capo del Contadini del Reich.”

La Proprietà Alimentare del Reich aveva due obiettivi: aumentare i prezzi agricoli e rendere la Germania “autosufficiente negli alimenti”. Darre fissò arbitrariamente i prezzi dei prodotti agricoli: nei primi due anni del regime, i prezzi all’ingrosso aumentarono del 20% e per il bestiame, le verdure e i latticini, l’aumento fu ancora più ripido. Ma il settore dell’agricoltura non era esente; i costi supplementari di questi prezzi artificiali si riversarono su tutti i consumatori.

Per il suo primo anno, il regime si concentrò su un programma di garanzie governative sui prestiti; leggi di stimolo per opere pubbliche, come la costruzione di strade e la forestazione e “sgravi fiscali mirati” alle imprese che avevano aumentato le spese di capitale e aumentato il numero di dipendenti. Ma dal 1934 in poi, l’attuazione del Wehrwirtschaft, o economia di guerra, divenne il modello a cui erano subordinati affari e lavoro e che venne progettato per operare, non solo in tempo di guerra, ma nel periodo precedente alla guerra.

L’economia della guerra totale si basava sul riarmo, la costruzione e la manutenzione di una macchina da guerra enorme a cui era subordinata l’intera società; per fare questo il regime ricorse all’inflazione. Hjalmar Schacht, il ministro dell’economia, stampò Reichmarks e manipolò il loro valore di cambio ufficiale in modo che, in una volta, vennero stimati avere 237 valori ufficiali diversi. Organizzò accordi di baratto con i governi stranieri ed inventò strumenti finanziari che venivano emessi dalla banca centrale e “garantiti” dal governo e che venivano tenuti “fuori bilancio” per pagare il riarmo. Le banche Tedesche erano obbligate ad accettarli ed erano attualizzati dalla banca centrale. Il ministro delle finanze spiegò a Hitler che si trattava “solo di un modo di stampar denaro”.

Nel 1936, venne inaugurato il programma quadriennale di Göring. Questo fece di lui, che era ignorante in economia quasi quanto Hitler, il dittatore economico della Germania. Spingendo per un’economia totale di guerra, venne decretato il protezionismo e l’autarchia venne denominata “Battaglia della Produzione”: le importazioni di consumo vennero quasi eliminate, il controllo di salari e prezzi fu promulgato e vaste opere pubbliche costruite per lavorare le materie prime.

La burocratizzazione dell’economia seguì necessariamente: Walther Funk, che sostituì Walther Schacht come ministro dell’economia nel 1937, ammise che “le comunicazioni ufficiali oggi compongono più della metà dell’intera corrispondenza dell’industria Tedesca” e che “le esportazioni della Germania coinvolgono giornalmente 40.000 transazioni separate; tuttavia, per ogni singola transazione, quaranta moduli differenti devono essere compilati.”

Gli uomini d’affari e gli imprenditori furono soffocati dal nastro rosso, veniva detto loro dallo stato cosa e quanto potevano produrre ed a che prezzo, erano oberati dalle tasse e furono costretti a dare “contributi speciali” al partito. Le società sotto una capitalizzazione di $40.000 si dissolsero e fondarne di nuove con capitalizzazione inferiore a $2.000.000 venne proibito, cosa che eliminò un quinto di tutte le aziende Tedesche.

La monopolizzazione dell’industria, iniziata prima del regime Nazista, fu resa obbligatoria e ampliata e il Ministero dell’Economia fu autorizzato a formare nuovi cartelli, con la facoltà di costringere le imprese a fondersi con quelle esistenti. Il labirinto di imprese ed associazioni di categoria, creato per esercitare pressioni sulla Repubblica di Weimar, venne nazionalizzato e reso obbligatorio per tutte le imprese.

Venne istituita la Camera Economica del Reich, in cima a tutte queste associazioni: si trattava di sette gruppi economici nazionali, ventitre camere economiche, settanta camere di artigianato e cento camere dell’industria e del commercio. Da queste burocrazie e numerosi uffici ed agenzie del Ministero dell’Economia e dell’Ufficio del Piano Quadriennale, piovvero una marea di decreti e leggi, che a loro volta crearono per le aziende la necessità, da un lato, di avvocati ed uffici legali per comprendere queste regole e dall’altro di un regime sistematico di corruzione dei funzionari.

Poi, nel Febbraio del 1935 tutta l’occupazione passò sotto il controllo esclusivo di uffici di collocamento statali che determinavano chi avrebbe lavorato dove e per quanto tempo. E, il 22 Giugno del 1938, l’Ufficio del Piano Quadriennale istituì un’occupazione garantita mediante la coscrizione del lavoro: ogni lavoratore Tedesco veniva assegnato ad una posizione, dalla quale non poteva essere esonerato dal datore di lavoro, né poteva cambiare lavoro, senza il permesso dell’ufficio del lavoro del governo. L’assenteismo sul lavoro era punito con multe o reclusione, tutto in nome della “sicurezza sul lavoro”. Uno slogan popolare Nazista, a quel tempo, diceva “l’Interesse Comune prima del Proprio!”.

E, nella sua prefazione all’edizione del 1936 in lingua Tedesca della sua General Theory of Employment, Interest and Money, John Maynard Keynes scrisse: “La teoria della produzione aggregata, che è il punto centrale del libro seguente, tuttavia, può essere adattata molto più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario rispetto alla teoria della produzione e della distribuzione in condizioni di libera concorrenza e di elevato grado di laissez-faire”.

Anche la vita sociale era centralizzata dal Reich. Sotto l’organizzazione “Forza attraverso la Gioia”, il tempo libero delle persone era irreggimentato. A nessuno sport o gruppo ricreativo – dal club degli scacchi e dal calcio alla classificazione degli uccelli, all’istruzione degli adulti, al teatro, all’opera, ai concerti e alla musica – era permesso il funzionamento senza la supervisione dello stato. Oltre ai costi sociali che derivano dall’impedire alle persone di badare a sé stesse, c’erano gli enormi costi di questa immensa burocrazia che presidiava le attività private dei cittadini.

Le tradizioni locali furono attaccate ed eliminate, le armi da fuoco vennero messe fuorilegge e confiscate e venne tentata la fusione delle varie chiese Cristiane e l’eliminazione dei simboli Cristiani nei luoghi pubblici e nelle scuole. Anche l’istruzione passò sotto il controllo centrale del Ministro della Pubblica Istruzione del Reich, che progettava i curriculum, i libri di testo rivisti e gli insegnanti autorizzati.

Ultimo ma non meno importante e forse vera eredità dei Nazisti, fu la loro dottrina della colpa collettiva che è ora tanto di moda da essere usata non solo contro i Tedeschi stessi, ma anche contro i Cattolici, i Palestinesi, gli Ebrei, i Musulmani e tanti altri; essa è, inostre, alla base  delle rivendicazioni riparatrici per la schiavitù nera ed è stata utilizzata più di recente contro i Serbi, così come contro i Cinesi. La colpa collettiva è tornata come fulcro della politica dello stato, in relazione a gruppi di vittime ufficiali e ai loro presunti carnefici; è diventata l’elemento centrale delle politiche nei dibattiti etici oggi.

In Germania, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, tra tanti altri, sentiamo ancora le vecchie richieste di protezionismo, di sviluppo nazionale e di “politiche nazionali”, di controllo dei prezzi e dei salari e di sussidi agricoli, di maggiore controllo centrale sul finanziamento all’istruzione, di redistribuzione della ricchezza e conseguenti giustificazioni morali, di sostegno risoluto ad un’economia di guerra in tempo di pace. Vediamo che tutte queste cause cosiddette “progressiste” conducono ad una rovina sociale, ad un dolore e ad una rabbia montante.

Ludwig von Mises ci ha ricordato, nell’Azione Umana, che i Nazisti usarono “Ebreo” come sinonimo di “capitalista”. Quello che questo 46% di Tedeschi – e, anzi, la vasta maggioranza in tutte le nazioni – non vede è che queste politiche, cosiddette “buone”, conducono inevitabilmente alla guerra ed al controllo totale. Quest’ultimo punto richiede quello precedente come “rimedio”, al fine di arrestare l’inevitabile declino economico e crollo susseguente. E’ un peccato che così tante persone, che ritengono necessario imparare dal passato, non abbiano imparato le lezioni più importanti.

Articolo di Adam Young sul periodico Free Market

Traduzione di Francesco Simoncelli

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