Federalismo fiscale: la corruzione di un’idea

Secondo la Costituzione, al governo federale sono assegnati specifici poteri limitati e la maggior parte delle funzioni di governo sono invece demandate ai singoli Stati. Per assicurarsi che i cittadini comprendessero i limiti inerenti al potere federale, i Padri Fondatori aggiunsero il Decimo Emendamento della Costituzione:

I poteri non demandati dalla Costituzione agli Stati Uniti, o da essa non vietati agli Stati, sono riservati ai rispettivi Stati, o al popolo.

Il Decimo Emendamento incarna il federalismo, l’idea che i governi federali e statali detengano ambiti separati di attività e che le responsabilità federali fossero “poche e definite”, come notò James Madison. Storicamente, il federalismo ha sempre costituito un baluardo fondamentale delle libertà americane. Infatti, il presidente Ronald Reagan, in un ordine esecutivo del 1987, rilevò: “Il federalismo è radicato nella consapevolezza che le nostre libertà politiche siano meglio garantite limitando la dimensione e la portata del governo nazionale”[1] .
Purtroppo, negli ultimi decenni, i politici e le corti di giustizia hanno sostanzialmente rinnegato lo spirito originario del federalismo. Il Congresso ha intrapreso molte attività che erano tradizionalmente riservate agli Stati e al settore privato. Le sovvenzioni sono il meccanismo primario di cui si è avvalso il governo federale per estendere il suo potere e la sua presa negli affari statali e locali. Le sovvenzioni sono i programmi di intervento e di sussidio che vengono associati a una fitta rete di controlli regolamentari federali, al fine ingerirsi anche nelle attività più insignificanti, di competenza degli Stati o delle comunità locali.
Il governo federale spende circa $ 500 miliardi di dollari all’anno per sovvenzionare gli Stati, il che costituisce la terza voce più rilevante per il bilancio degli Usa, dietro solo alla social security e alla difesa nazionale. Il numero dei diversi programmi di aiuto è proliferato da 463 nel 1990 a 814 nel 2.006 [2].

Con questo gamma ampia e complessa delle attività assistenzialistiche, i politici federali e statali sono principalmente attratti dai livelli di spesa mobilitati da tali programmi e dalla loro conformità normativa, piuttosto che dalla sfida di fornire servizi di qualità. Inoltre, coinvolgendo tutti i livelli di governo per la definizione di quasi ogni attività politica, il sistema degli aiuti genera una pressoché totale deresponsabilizzazione. Il Congresso dovrebbe riconsiderare tali programmi di assistenzialismo, e smettere di ingerirsi in quelle attività che potrebbero essere meglio svolte dagli Stati o dal settore privato.

La proliferazione delle sovvenzioni federali

Le sovvenzioni da parte del governo federale iniziarono a prender corpo nel corso del tardo diciannovesimo secolo, subirono un’espansione nei primi decenni del 20esimo secolo, ed esplosero letteralmente durante negli anni ’60 [3]. Sotto la presidenza di Lyndon Johnson, vennero stabiliti programmi di aiuto  per le abitazioni, la riqualificazione urbana, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, e numerosi altri ambiti. Il presidente Johnson definì le sue politiche “federalismo creativo”, ma il suo attivismo inferse un duro colpo al federalismo concepito dai Padri Fondatori..

L’ottimismo incontrastato degli anni ’60,  relativamente alla capacità del governo federale di risolvere i problemi locali in forza delle sovvenzioni, non durò però a lungo. Nei primi anni 1970, il Presidente Richard Nixon sostenne che gli aiuti federali non fossero altro che  un “terribile groviglio” di sovrapposizioni ed inefficienza[4]. Nel 1971, nel suo discorso alla Nazione, biasimò “l’idea che una élite burocratica a Washington potesse conoscere meglio dei diretti interessati cosa fosse bene per la gente, ovunque essa fosse”, e sostenne altresì che intendeva “invertire il flusso del potere e delle risorse dai singoli Stati e dalle comunità a Washington”[5].  Dar parte sua, il Presidente Jimmy Carter propose un “attacco concentrato alla burocrazia e alla farraginosità che pervadeva i programmi assistenzialistici federali” [6]. Purtroppo, però, né Nixon, né Carter riuscirono a fare tanto, in ordine alle riforme ventilate.

Ronald Reagan ebbe un maggior successo nel metter mano a quel  “pasticcio confuso” delle sovvenzioni federali, come egli le definì [7]. In una legge di bilancio del 1981, decine di programmi di sovvenzione vennero abrogati, e molti altri consolidati nell’ambito di progetti di trasferimento più generali. Il “nuovo federalismo” di Reagan  tentò di riordinare le priorità del governo federale e dei singoli Stati, in maniera tale che ogni livello di governo avrebbe avuto la responsabilità di finanziarsi i propri specifici programmi.

Tuttavia, questi sforzi per razionalizzare “l’impero federale delle sovvenzioni” vennero sovvertititi durante gli esercizi successivi, ancorché il Congresso Repubblicano, della metà degli anni ’90, fosse riuscito a trasformare il programma federale di assistenzialismo in un contributo generale.

Oggi, sono previsti più di 800 programmi di aiuto agli Stati e alle comunità locali, in base ad un mio conteggio dei programmi annoverati nel catalogo della “Federal Domestic Assistance” [8]. Si va dalla cifra  spropositata di 225 miliardi di dollari per “Medicaid”, ai centinaia di programmi, dei quali la maggior parte dei contribuenti non ha mai nemmeno sentito probabilmente parlare: come i 15 milioni di dollari stanziati per  l’assistenza infermieristica (“Nursing Workforce Diversity”); il programma da 120 milioni dollari finalizzato all’assistenza della sicurezza nella navigazione (“Boating Safety Financial Assistance”); i 150 milioni di dollari destinati al benessere dei matrimoni (“Healthy Marriages”).

Il totale della spesa in sovvenzioni federali, nell’anno fiscale 2008, ammontava a 467 miliardi di dollari [9].  La spesa effettiva per trasferimenti, al netto dell’inflazione, in settori che non hanno nulla a che vedere con la sanità, è cresciuta rapidamente nel corso degli anni ’60 e ‘70, per diminuire negli ‘80, ed andare di nuovo alle stelle nei primi anni 2000. La spesa reale per trasferimenti nel comparto sanitario, soprattutto destinati al programma “Medicaid”, è più che quadruplicata dal 1985.

Sette ragioni per tagliare i trasferimenti federali

La teoria sottesa  a tali logiche assistenzialistiche  postula che il governo federale sia in grado di gestire dei programmi di interesse nazionale per risolvere al meglio le problematiche locali. La convinzione è che i politici possano spassionatamente distribuire ingenti somme di denaro, veicolandole in virtù di centinaia di programmi studiati a tavolino, sulla scorta di una pianificazione razionale concepita a Washington.
Ma il sistema delle sovvenzioni federali non funziona in questo modo, nella pratica. Alla maggior parte dei politici federali non interessa certo perseguire gli obiettivi generali nazionali, ma sono sicuramente più attratti dalla lotta competitiva per garantire sussidi ai loro Stati. Allo stesso tempo, le sovvenzioni federali incoraggiano il ricorso all’eccesso di spesa da parte dei singoli governi statali, e creano altresì un reticolo ramificato di complesse regolamentazioni federali, che distruggono la capacità di innovazione degli Stati. Per come strutturato il sistema dei trasferimenti, a tutti i suoi livelli, il nocciolo della questione attiene alla conformità normativa e alle cifre implicate dagli stessi, ma giammai concerne la qualità dei servizi erogati.

Di seguito si esplicitano, pertanto, sette buone ragioni per le quali il Congresso dovrebbe iniziare a tagliare le sovvenzioni federali.

1. Le sovvenzioni incentivano gli sprechi. La struttura di base degli incentivi dei programmi di intervento incoraggia un eccesso di spesa da parte di tutti i politici coinvolti, siano essi federali, statali o locali. Il sistema permette ai politici di ogni livello di arrogarsi i meriti per la promozione di specifici programmi di spesa, mentre tende a scaricare su altri livelli di governo la responsabilità di raccogliere una parte del gettito fiscale.
I politici federali progettano una regolamentazione degli aiuti che sia quanto più capace di sollecitare gli Stati ad accrescere la loro domanda di finanziamento dei programmi di spesa. Ad esempio, il Congresso include spesso delle previsioni di “concorso nel finanziamento” di tali programmi, supponendo che i loro costi di espansione siano ripartiti, per così dire,  tra i contribuenti  che versano le loro imposte alla amministrazione centrale e quelli che le versano nelle casse del singolo Stato (tecnicamente, queste previsioni vengono definite “matching grants“: una particolare tipologia di erogazioni che prevede che l’ente percettore debba mettere a disposizione parte della somma, che, integrata con la sovvenzione erogata dall’amministrazione centrale, serve a coprire i costi del programma di spesa varato, ndt). In costanza di un accordo di compartecipazione paritaria (50-50), per ogni 2 milioni di dollari che lo Stato spende in un determinato programma, il governo federale contribuisce con 1 milione di dollari. La condivisione abbatte il “prezzo”, per i funzionari statali, della spesa aggiunta,   inducendoli quindi ad un’espansione dei programmi. Due terzi dei trasferimenti federali si riscontrano in programmi di spesa che presentano il requisito del “concorso nel finanziamento”.

La partita federale infinita per “Medicaid”, per esempio, ha indotto i governi statali ad ampliare continuamente i benefici sanitari ed il numero dei beneficiari ammissibili. Infatti, molti Stati hanno definito degli schemi complessi per alzare artificialmente le quote integrative federali, per il finanziamento di “Medicaid”,  tosando ben bene, in tal modo, i contribuenti chiamati a versare le imposte alla federazione.

Un modo per limitare il ricorso dei politici statali, come in una sorta di “corsa all’oro”,  alle sovvenzioni solo parzialmente sostenute dagli Stati è quello di convertirle nei cosiddetti contributi generali (i cosiddetti “block grants”, ovvero una contribuzione generale, da parte dell’amministrazione centrale, ai bilanci degli enti percettori locali, che non risulta finalizzata alla copertura finanziaria di uno specifico programma, ndt). Con i “block grants” vengono retrocesse delle risorse in misura fissa agli Stati, unitamente ad una certa flessibilità nella definizione del programma. Ad esempio, la legge di riforma del Welfare, adottata nel 1996, trasformò il programma ’“Aid to Families with Dependent Children”, un “matching grant” pressoché eterno, nel “Temporary Assistance for Needy Families”, un”block grant” corrisposto in un’unica soluzione. Riforme similari dovrebbero essere perseguite per “Medicaid” e altri programmi. Trasformare i programmi in contribuzioni generali ridurrebbe sicuramente gli incentivi alla spesa smodata ed eccessiva, e renderebbe oltremodo più facile per i riformatori tagliare ed eliminare i programmi, in un prossimo futuro.

2. L’assegnazione degli aiuti è fatta a casaccio. I teorici che promuovono le sovvenzioni federali suppongono che gli aiuti possano essere razionalmente allocati per servire quei progetti e quegli Stati che manifestino effettivi bisogni di sostegno. Ma nel mondo reale, il sistema degli aiuti funziona in tutt’altro modo. Un articolo del 1940, pubblicato sul Congressional Quarterly, già lamentava: “Il meccanismo delle sovvenzioni negli Stati Uniti si è sviluppata in modo caotico. Sono stati selezionati, per essere sussidiati, degli specifici servizi, in base alle pretese dei gruppi di interesse precostituiti; e scarsa attenzione è stata prestata all’interesse generale nel suo complesso” [10]. Un rapporto del giugno 1981, stilato dalla Commissione consultiva per le relazioni intergovernative, così concluse:” Per quanto concerne l’interesse generale della nazione, la documentazione attesta che il sistema delle sovvenzioni federali non ha mai costituito una interpretazione congrua e logica dei bisogni nazionali”[11].

Oggigiorno, per esempio, gli Stati ricevono quantità variabili di risorse finalizzate al finanziamento delle autostrade, per ogni dollaro di tasse sulla benzina inviato a Washington. Ma mentre alcuni Stati congestionati ed in rapida crescita, che necessiterebbero di nuove autostrade, perdono terreno, altri Stati, a crescita lenta, riescono ad ottenere delle vere e proprie “autostrade verso il nulla”, solo perché sono stati abili nello scegliersi i politici che li rappresentassero. Una importante legge del 2005, sulla regolamentazione delle autostrade,  prevedeva  6.371 accantonamenti, orientati a finanziare progetti specifici che erano stati scelti dai singoli politici, e non da esperti dei trasporti, in base a criteri meritocratici.

Anche se un programma potrebbe essere gestito in modo razionale, al di fuori dell’ingerenza della  politica, gli Stati possono spesso frustrare le scelte politiche dei funzionari federali. Ad esempio, si suppone che i 15 miliardi di dollari stanziati dal titolo I del programma del Dipartimento dell’Istruzione, siano erogati per sostenere i distretti scolastici più poveri. Ma la prova empirica dimostra che i governi statali e quelli locali utilizzano i fondi stanziati dal Titolo I semplicemente per surrogare il loro finanziamento diretto di quegli istituti: il che contribuisce a far sì che la situazione delle scuole povere non sia certo migliore di quella che si avrebbe in assenza degli aiuti federali. In questi casi, non si riscontra anzitutto alcuna ragione per conferire un’attività alla federazione:  anche se si credesse nella teoria sottostante alle sovvenzioni federali.
3. Le sovvenzioni riducono la concorrenza politica fra gli Stati. Le sovvenzioni federali riducono l’innovazione dei singoli Stati, perché i trasferimenti ricevuti dall’amministrazione centrale sono assistiti da regolamentazioni che limitano la flessibilità politica. Con le sovvenzioni gli Stati sono costretti nella camicia di forza della normativa federale. L’esempio paradigmatico di questa regolamentazione, tesa ad omologare e a standardizzare in maniera indistinta tutte le differenti situazioni (“one-size-fits-all), e che contrasta con il buon senso, si riscontra nella fissazione dei 55 miglia orari quali limite di velocità nazionale. Il limite era stato applicato tra il 1974 e il 1995, in forza del ricatto federale di revocare, altrimenti, i trasferimenti destinati agli Stati per la rete autostradale. Ma non aveva alcun senso che lo stesso limite di velocità dovesse applicarsi tanto agli sconfinati ed aperti spazi degli Stati occidentali, quanto ai congestionati Stati orientali:  il Congresso, di conseguenza, diede retta agli automobilisti e  abrogò la legge.

Tuttavia, la regolamentazione federale strettamente correlata ed inerente alla erogazione delle sovvenzioni registra una crescita esponenziale in altri settori, come l’istruzione. La spesa federale per l’istruzione è letteralmente esplosa, così come, di conseguenza, i controlli normativi disposti dal governo federale. La legge del 2002, “No Child Left Behind”, ad esempio, impone che tutti gli insegnanti siano”altamente qualificati”,  che le versioni dei testi in lingua spagnola siano amministrate, e che alcuni bambini siano comunque affiancati anche dopo l’orario scolastico. I funzionari statali si sono alquanto lamentati per queste nuove imposizioni federali, e 30 legislature statali hanno approvato risoluzioni intese ad accusare la legge in esame (NCLB) di minare i diritti dei singoli Stati.

4. La regolamentazione delle sovvenzioni  genera burocrazia. Le sovvenzioni federali non costituiscono una iniezione di soldi agli Stati a costo zero. I loro costi diretti vengono sostenuti dai contribuenti, coloro che corrispondono le imposte alla federazione e che vivono nei 50 Stati. Inoltre, il sistema genera una quantità enorme di burocrazia a tutti e tre i livelli di governo. Ogni livello di governo distrae gran parte delle risorse destinate a sovvenzionare i programmi di finanziamento, a fronte del proliferare di innumerevoli costi di transazione: costi di redazione della proposta, di gestione delle dotazioni finanziarie, di revisione, di reporting, di conformità normativa, di contenzioso, nonché costi ascrivibili a molte altre attività burocratiche.
Le agenzie statali e locali devono essere conformi alle lunghe liste della complessa regolamentazione federale, che è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti impiegano un esercito di 16 milioni di dipendenti pubblici statali e locali. Ci sono tre tipologie di  regolamentazione delle sovvenzioni federali. La prima tipologia concerne le regole specifiche per ogni programma. Ogni programma può essere accompagnato da centinaia o migliaia di pagine di regole che i beneficiari sono tenuti a seguire. La seconda tipologia comprende i cosiddetti “requisiti trasversali”, che si configurano come disposizioni generali che si applicano a tutti i programmi assistenziali, quali, ad esempio, le regole del mercato del lavoro. La terza tipologia concerne le sanzioni “crossover”, cioè a dire le diverse sanzioni che vengono irrogate agli Stati, qualora non vengano soddisfatti determinati requisiti federali di regolamentazione.
La situazione è aggravata dal fatto che  più di 800 interventi di sovvenzione federale hanno dei mandati che si sovrappongono, e ogni programma ha delle regole uniche. Ad esempio, i governi statali e quelli locali devono interfacciarsi con 16 diversi programmi federali che sussidiano  gli addetti al primo soccorso, come i pompieri [12]. Questo sistema complicato e farraginoso, calato dall’alto, ha condotto a pianificare una risposta frammentata ai potenziali disastri, e a devolvere gran parte dei fondi destinati al primo soccorso a progetti di scarso valore, o a regioni caratterizzate da un rischio terroristico veramente residuale.

 

5. Le sovvenzioni ingenerano un sovraccarico dell’interventismo politico. Un grave problema, recato dalla portata enorme delle attività assistenzialistiche federali, consiste propriamente nel fatto che i politici federali impiegano il loro tempo ad occuparsi di questioni specificamente locali, come la scuola pubblica, anziché occuparsi di questioni cruciali, che hanno impatti per tutta la nazione. La vasta gamma di programmi di sovvenzione genera infinite opportunità, per i politici federali, di destinare i progetti ai propri distretti di appartenenza, in una ricerca spasmodica di  finanziamenti che li tiene occupati per gran parte del loro tempo.

Ogni nuovo programma di aiuti ha ridotto sempre più la capacità dei politici di affrontare i veri problemi di carattere nazionale, in quanto la loro attenzione è più che altro attratta dalle problematiche di spesa locale. Le sovvenzioni hanno contribuito a creare un “sovraccarico” della propensione alla regolamentazione, da parte della autorità federali. È difficile inquadrare il problema, anche da un punto di vista quantitativo, ma è chiaro che la maggioranza dei politici federali ignora i principali problemi nazionali;  ne sia a testimonianza la gestione della crescente minaccia del terrorismo, prima dell’11 settembre. Ma anche dopo quella fatidica data, una serie di indagini hanno rivelato che la maggior parte dei membri delle commissioni di intelligence della Camera e  del Senato non si sono preoccupati, o non avevano il tempo per farlo, di leggere un cruciale report redatto dai servizi segreti [13].  Il Presidente Calvin Coolidge, nel 1925, era sicuramente nel giusto quando ebbe a sostenere che gli aiuti agli Stati dovrebbero essere tagliati in quanto postula che essi postulano che si “gravi il governo nazionale oltre ogni sua naturale capacità cognitiva, ed oltre ogni sua abilità di amministrare” il ruolo che gli compete [14].

6. Le sovvenzioni rendono torbide le responsabilità di governo. I tre livelli di governo esistenti negli Stati Uniti non sembrano certo più alla ordinata torta a strati, che esisteva nel diciannovesimo secolo. Invece, appaiono molto di più come una pasticciata torta marmorizzata, con responsabilità frammentate tra diversi livelli. Le sovvenzioni federali hanno reso oltremodo complesso realizzare, per i cittadini,  quale sia il livello di governo  responsabile per i risultati politici conseguiti. Tutti e tre i livelli di governo svolgono ruoli importanti in settori come i trasporti e l’istruzione, rendendo difficile l’attribuzione della responsabilità. I politici sono diventati abili a puntare il dito per accusare gli altri livelli di governo, come è stato evidente subito dopo che si è abbattuto l’uragano Katrina. Quando  tutti i livelli di governo sono responsabili per lo svolgimento di una data attività, nessuno è responsabile.

7. I problemi comuni non sono sempre le vere priorità nazionali. Nel corso dei decenni, i politici hanno sostenuto che le varie attività esercitate dagli Stati, dagli enti locali e dai privati necessitassero dell’intervento federale, in quanto erano diventate “priorità nazionali”. Questo l’incipit di una circolare del segretario all’istruzione: “la responsabilità per l’istruzione primaria spetta agli Stati in virtù della Costituzione. Esiste anche un impellente interesse nazionale affinché sia assicurata la qualità delle scuole pubbliche nazionali. Pertanto, il governo federale … fornisce assistenza agli Stati e alle stesse scuole, nel tentativo di integrare, e non di sostituire, il sostegno del singolo Stato” [15].

L’istruzione è, ovviamente, una materia prioritaria per la maggior parte delle persone, ma ciò non significa, di per sé, che il governo federale debba essere coinvolto. Infatti, ci sono ben poche attività che il governo federale esegue che non siano, allo stesso tempo,  priorità anche per gli stessi  individui, le imprese, gli Stati e le amministrazioni locali. Gli Stati sono certamente liberi di condividere le loro esperienze politiche in settori quali l’istruzione, ma non vi è alcuna necessità per un controllo verticistico e centralistico da Washington.
In un ordine esecutivo del 1987, il presidente Ronald Reagan osservò:

It is important to recognize the distinction between problems of national scope (which may justify federal action) and problems that are merely common to the states (which will not justify federal action because individual states, acting individually or together, can effectively deal with them).16

È importante riconoscere la distinzione tra i problemi di portata nazionale (che possono giustificare un intervento federale) e problemi che sono semplicemente comuni agli Stati (che non possono giustificare un intervento federale, perché i singoli Stati, agendo individualmente o congiuntamente, sono in grado di affrontarli efficacemente da sé) [16].
La confusione tra problematiche che sono di portata nazionale e quelle che, semplicemente, sono solo comuni agli Stati si estende anche a settori quali la sicurezza interna. Parecchie erogazioni legate alla “sicurezza nazionale” ineriscono a fattori che dovrebbero, invece, essere finanziati a livello locale, come i giubbotti antiproiettile per i poliziotti e i sistemi radio per i primi soccorritori. Delegare al governo federale tale spesa serve solamente a generare burocrazia e un braccio di ferro fra gli Stati per ottenere il  finanziamento. Al contrario, quando le determinazioni di finanziamento e quelle di spesa vengono assunte insieme, nell’ambito dello stesso livello decisionale, sia esso statale o locale, i compromessi politici rifletteranno comunque meglio le preferenze dei cittadini all’interno di ogni giurisdizione.

Conclusioni

Il sistema delle sovvenzioni federali è un metodo indiretto di finanziamento delle attività statali e locali, che non giova ad alcuna finalità economica di rilievo. Durante gli anni settanta e ottanta, i revisori dei conti del governo e le commissioni ufficiali caldeggiarono alcune riforme sostanziali del sistema di aiuti, ma tale  ma tali riforme non vennero mai realizzate. Ronald Reagan mise il sistema a dieta per alcuni anni, ma non si volse lo sguardo alle patologie di base. Da allora, sono stati aggiunti centinaia di nuovi programmi di sovvenzione,  i costi sono lievitati, e le battaglie di campanile per accaparrarsi i trasferimenti si sono solo acuite.

I fallimenti degli aiuti federali sono ormai stati riconosciuti da parecchio tempo, ma il sistema ha generato una ragnatela di interessi così ramificati ed interconnessi, tali da bloccare ogni riforma. Gli interessi in parola sono sicuramente inclusivi di quelli dei funzionari eletti nei tre livelli di governo; di quelli delle centinaia di associazioni che rappresentano i beneficiari dei trasferimenti assistenzialistici; nonché, di quelli ascrivibili alla gran parte dei 16 milioni di lavoratori statali e locali che dipendono dai finanziamenti federali.

Il sistema degli aiuti prospera non perché promuova il buon governo, ma semplicemente perché esso massimizza i benefici dei politici. I politici, ad ogni livello di governo, se da un lato possono essere direttamente coinvolti nelle decisioni di spesa relative ad una vasta gamma di programmi, dall’altro possono scaricare sugli altri livelli di governo la colpa per la scarsa qualità dei servizi erogati e per l’eccessivo gravame fiscale. Il sistema di sovvenzioni federali è stato giustamente definito il “trionfo della spesa irresponsabile”.

A tutt’oggi, quindi,  il sistema ha un disperato bisogno di essere ridimensionato. Specie con gli enormi deficit di bilancio federale odierni e  con l’enorme aumento dei costi che sta di fronte a programmi intesi ormai come diritti acquisiti,  c’è poco spazio, nel bilancio federale, per  le attività statali e locali. I politici devono rilanciare il federalismo e cominciare a dare un taglio ai programmi assistenzialistici. Se il sistema di sovvenzioni fosse dismesso, i governi degli Stati ed il settore privato interverrebbero e finanzierebbero quelle attività che essi reputassero meritevoli dell’intervento. Ma nel delegare al governo federale il potere di intervenire in merito alle questioni  statali e locali, chiediamo al Congresso di compiere qualcosa di impossibile — ovverossia di pianificare in maniera efficace le esigenze concorrenti di un paese variegato, composto da più di 300 milioni di persone.

Articolo di Chris Edwards su Downsizinggovernment.org

Traduzione di Cristian Merlo


[1] Ronald Reagan, Executive Order 12612, October 26, 1987, www.reagan.utexas.edu/archives/speeches/1987/102687d.htm.

[2] Si faccia riferimento a Chris Edwards, “Federal Aid to the States: Historical Cause of Government Growth and Bureaucracy,” Cato Institute Policy Analysis no. 593, May 22, 2007.

[3] Per ulteriori dettagli in merito alla storia delle sovvenzioni federali, si rimanda a Chris Edwards, “Federal Aid to the States: Historical Cause of Government Growth and Bureaucracy,” Cato Institute Policy Analysis no. 593, May 22, 2007.

[4] Citato in Ben Canada, “Federal Grants to State and Local Governments: A Brief History,” Congressional Research Service, RL-30705, February 19, 2003, p. 9.

[5] Richard Nixon, “Annual Message to the Congress on the State of the Union,” January 22, 1971. Disponibile al sito  www.nixonlibrary.org.

[6] Advisory Commission on Intergovernmental Relations, “The Intergovernmental Grant System: An Assessment and Proposed Policies,” January 1978, p. 24.

[7] Budget of the U.S. Government, FY1983, “Budget Message of the President,” (Washington: Government Printing Office, February 1982), p. M22.

[8]Si faccia riferimento a Chris Edwards, “Federal Aid to the States: Historical Cause of Government Growth and Bureaucracy,” Cato Institute Policy Analysis no. 593, May 22, 2007.

[9] Budget of the United States Government, Fiscal Year 2009, Analytical Perspectives, “Aid to State and Local Governments” (Washington: Government Printing Office, 2008).

[10] B. Putney, “Federal-State Relations Under Grants-In-Aid,” Congressional Quarterly, July 30, 1940.

[11] Advisory Commission on Intergovernmental Relations, “The Federal Role in the Federal System: The Dynamics of Growth,” vol. X, June 1981, p. 94.

[12] Government Accountability Office, “Federal Assistance: Grant System Continues to Be Highly Fragmented,” GAO-03-718T, April 29, 2003, pp. 13, 14.

[13] Il Washington Post ha rivelato che, nel 2004, la maggior parte dei membri delle commissioni di intelligence della Camera e del Senato non aveva letto i rapporti cruciali sul terrorismo, o  prestato attenzione alle indagini conoscitive per rettificare i problemi nelle agenzie di intelligence. Si rimanda a Dana Priest, “Congressional Oversight of Intelligence Criticized”, Washington Post, April 27, 2004, p. A1. La commissione di intelligence del Senato ha confermato che pochissimi senatori si sono mai presi la briga di dar un’occhiata ai documenti forniti dai servizi segreti. Si veda, a tal proposito, Victoria Toensing, “Oversee? More Like Overlook”, op-ed, Washington Post, June 13, 2004. Inoltre, un membro della Commissione per l’11 Settembre, ed ex- membro della Camera, Tim Roemer, ha commentato che i membri del Congresso, che si suppone stiano sovrintendendo alle attività di intelligence, in realtà siano troppo impegnati per farlo a causa delle loro altre mille attività.

[14] Citato in Charles Warren, Congress as Santa Claus or National Donations and the General Welfare Clause of the Constitution (New York: Arno Press, 1978), p. 103. (Originally published by the Michie Company, Charlottesville, Virginia, 1932).

[15] Margaret Spellings, “10 Facts About K-12 Education Funding,” Department of Education, June 2005, www.ed.gov/about/overview/fed/10facts/10facts.pdf.

[16]Ronald Reagan, Executive Order 12612, October 26, 1987, www.reagan.utexas.edu/archives/speeches/1987/102687d.htm.