I capitalisti amano il socialismo

Nei cento anni successivi a quando Marx propose le teorie su cui basava l’inevitabilità dell’avvento del socialismo, ognuna di queste si è rivelata fallace, fino ad ora in cui i socialisti dichiarati evitano di menzionarle. E tuttavia, il socialismo è con noi. Non è arrivato attraverso Marx, ma con metodi che non aveva considerato.

Ora sarebbe meglio tentare di dare una definizione di socialismo. Il compito sarebbe senza speranza se dovessimo includere ogni dottrina ancora esistente tra le moltitudini di sette o individui che ne rivendicano il nome. Una volta c’era accordo tra tutti loro su come generare la “società buona” di cui parlavano (anche se non c’era l’accordo sugli ingredienti di quella “società buona”); si trattava semplicemente di conferire al pubblico la proprietà e la gestione dei mezzi di produzione e scambio. In altre parole la nazionalizzazione dell’industria.

Ma negli anni recenti la nazionalizzazione ha di per sé perso il favore di molti socialisti, in particolare in Inghilterra e Germania, semplicemente perché il proletariato l’ha vista all’opera e non pensa che sia la soluzione. I salari sono aumentati così tanto sotto la proprietà privata del capitale che i proletari non hanno alcun interesse a cambiare il sistema.

Così la leadership nei suoi programmi sta puntando poco su nazionalizzazioni e sta piuttosto sottolineando il bisogno dell’interventismo del governo negli affari economici della nazione. Sono a favore del controllo e della regolamentazione da parte del governo, di una tassazione pesante e del “welfare”. In breve il socialismo ora si riduce a invocare un governo forte, a questa condizione: il governo migliore è quello governato da socialisti. Sebbene parlino della società ideale e promettano di realizzarla, il loro interesse principale è quello di prendere le redini del governo.

Solo nei paesi comunisti, come la Russia e la Cina, il capitalismo di Stato è — proprietà e gestione pubblica del capitale —  in piena fioritura. In tutti gli altri paesi — repubblicani o monarchici, “liberi” o no — l’interventismo è la regola, sebbene per essere sicuri, c’è una netta inclinazione dei loro regimi al governo ad impossessarsi di certe forme di capitale. Se l’inclinazione può essere arginata solo il tempo ce lo dirà. Le probabilità sono avverse, semplicemente perché in una economia altamente integrata ogni industria influisce su molte altre e lo Stato potrebbe essere obbligato ad estendere le sue operazioni a campi contigui ai quali ha preso il comando.

Così quando il Tennessee Valley Authority fu incaricato di fornire ai suoi clienti elettricità sovvenzionata, essi sono aumentati di un tale numero che la dirigenza ha dovuto potenziare il suo stabilimento originariamente idroelettrico con elettricità generata dal vapore. Il monopolio del governo sui portalettere lo ha condotto ad invadere l’industria dei pacchi postali, come anche quella del trasferimento di denaro. In Francia il monopolio dello Stato sulle ferrovie è stato esteso ad altre e competitive forme di trasporto, mentre in Inghilterra il monopolio dello Stato sulla sanità ha condotto alla sua intrusione nelle industrie farmaceutiche.

In America, dove la tradizione dell’individualismo è riluttante nell’ammettere il fatto, il capitalismo di Stato sta facendo passi in avanti. In quale altro modo chiamereste il possesso del governo di enormi centrali idroelettriche o l’entrata del governo nel business immobiliare, o le sue considerevoli operazioni bancarie?

Se per ora il governo non ha ancora acquisito il controllo delle ferrovie, la loro regolamentazione pubblica potrebbe portarle alla bancarotta e allora il governo sarebbe forzato ad entrare nel campo come proprietario ed operatore; il prototipo di questa eventualità è la metropolitana di New York.

Il possesso del governo del 40% della terra della campagna sarà a tempo debito aumentata dal pignoramento delle case, delle industrie ed uffici in cui ha garantito mutui ed il governo sarà infine risucchiato nel business del settore immobiliare.

Molte industrie sono così dipendenti dai contratti del governo, o dai sussidi, che la loro proprietà privata è solo una formalità; in effetti il governo le possiede realmente ed ingaggia apparenti proprietari per gestirle. Cosicché, perfino in questo paese, il capitalismo di Stato è un bambino energico che promette di crescere.

Ma non è il capitalismo di Stato che identifica il socialismo. Potrebbe essere la sua ultima caratteristica, ma nel presente il socialismo è confinato alla regolamentazione statale o al controllo dell’industria e all’interventismo negli affari privati delle persone. Se questo fosse socialismo — come dichiarano gli stessi socialisti — allora ne abbiamo a iosa, perfino in questo paese.

Beh, se la realizzazione della profezia di Marx non può essere attribuita alle sue teorie, come può essere spiegato ciò? E’ il risultato finale delle pratiche istituite dai capitalisti. Sono loro che devono essere biasimati.

Il capitale consiste nei prodotti del lavoro messi da parte per facilitare una maggiore produzione futura e i capitalisti sono coloro che possiedono ed operano queste accumulazioni. In questo ruolo essi possono solo portare benefici alla società. Ma i possessori del capitale non sono mai stati soddisfatti di raccogliere solo i profitti della produzione. In aggiunta a questi, sin dall’inizio del capitalismo essi hanno cercato di aumentare le loro entrate assicurandosi dal governo in carica alcuni privilegi speciali.

Lo scopo di produrre beni e servizi per gli scambi era una necessità accettata, ma il sommum bonum era l’acquisizione dal monarca di sovvenzioni, brevetti e sussidi che avrebbero reso loro profitti monopolistici, ovvero, profitti superiori ed al di sopra di quelli che avrebbero potuto essere raccolti in un mercato competitivo. Il loro scopo era di vivere come i nobili che non rendevano alcun servizio per le rendite che raccoglievano dai loro locatari.

Dal momento che la terra era difficile da ottenere, i capitalisti inventarono modi e mezzi in base ai quali, con l’aiuto della legge e del re, potessero trovarsi in una posizione di monopolio. I meccanismi preferiti erano brevetti e concessioni esclusivi che proibivano agli altri di entrare in certe linee del business, cartelli in cui nessuno tranne i membri potevano entrare in certi mercati, riduzione dei rischi della competizione, tariffe protettive e sussidi.

La pratica di andare in cerca di speciali privilegi garantiti dall’establishment politico fu trasportata in questo paese e fu integrata nell’economia non appena fu organizzato il governo. Si prenda, ad esempio, il business delle poste. All’inizio, quando era nelle mani del congresso coloniale, i contratti erano garantiti ai portalettere (capitalisti) per trasportare la posta da una città a un’altra. I contratti richiedevano il trasporto di un certo numero di lettere in ogni sacco postale sulla sella; se vi era un numero maggiore di lettere da consegnare di quello stabilito, i portalettere si rifiutavano di portare l’eccesso, forzando così il governo a contrattare per un secondo cavallo. Non c’era abbastanza posta per riempire i sacchi postali del secondo cavallo, così i capitalisti aumentarono le loro entrate facendo portare pacchetti per i mercanti; ma il secondo cavallo era disponibile ed era per questa disponibilità che il governo pagava.

Questa pratica è continuata fino ai giorni nostri in cui si paga alle linee aeree per la disponibilità di spazio nei loro cargo, non per l’attuale trasporto di posta. E’ un sussidio, un privilegio speciale, che il contribuente deve pagare e non ha nulla a che fare col capitalismo.

I magnati ferroviari non erano soddisfatti di una concessione esclusiva per far andare i treni da due punti, ma dovettero essere corrotti con ampie garanzie sulle terre confinanti le loro tratte, il che li portò, senza alcun investimento di capitale, nel business spesso lucrativo del settore immobiliare. La fabbricazione e la vendita di liquori fu quasi fin dall’inizio messa sotto licenza dal governo, limitando così la competizione. Il business navale è stato altamente sovvenzionato, principalmente attraverso contratti postali, con la scusa che la marina mercantile fosse necessaria in tempo di guerra.

Furono imposte dal governo quote sullo zucchero al fine di favorire i coltivatori delle barbabietole da zucchero. La tariffa di protezione era un “diritto” acquisito dai produttori perfino prima della ratificazione della Costituzione. E, in tempi recenti, ai contadini sono stati garantiti enormi sovvenzioni per non coltivare. In molti modi i produttori, chiamati capitalisti, sono stati favoriti dal governo a spese dei consumatori.

Ora il punto è che lo Stato non garantisce privilegi senza un quid pro quo. Ogni privilegio coinvolge il prendere qualcosa in cambio di nulla; non è mai uno scambio onorevole e pertanto deve essere imposto. E’ coinvolto il potere coercitivo dell’establishment politico.

Lo Stato, lontano dall’essere una finzione impersonale, è costituito da uomini che sono chiamati politici ma le cui inclinazioni non sono diverse da quelle degli altri uomini. La sola differenza tra il politico e il resto dell’umanità è che egli è investito del potere di obbligare gli altri uomini a fare ciò che non vogliono fare, o del trattenerli dal fare quello che vorrebbero.

Il politico è interessato nelle prerogative della carica. Pertanto quando usa il potere a lui assegnato per favorire gli interessi di alcune persone o gruppi in particolare, domanda in cambio un’estensione delle sue prerogative.

Infatti, il privilegio stesso che garantisce richiede un ampliamento dei suoi poteri, poiché il privilegio deve essere fatto rispettare. I brevetti richiedono un ufficio brevetti, le tariffe richiedono un accurato servizio doganale e una flotta marina abbastanza grande, i cartelli devono essere regolati, i sussidi all’agricoltura e i controlli devono essere amministrati da un dipartimento, le sovvenzioni devono essere distribuiti con parsimonia dagli agenti. Ogni privilegio garantito dallo Stato richiede un ampliamento del suo personale, del suo prestigio e del suo potere — e delle sue entrate attraverso le tasse.

I capitalisti — chiamati così — non hanno mai cavillato sul prezzo. Infatti in cambio dei privilegi redditizi hanno sostenuto lo Stato nella sua richiesta di poteri addizionali regolatori, poiché senza questi poteri i loro privilegi non avrebbero significato nulla.

Tuttavia in questo business di distribuzione di privilegi, lo Stato non avrebbe potuto confinare per sempre la sua clientela ai possessori dei mezzi di produzione. All’inizio, ai tempi del feudalesimo, ogni cosa era tenuta in perfetto ordine limitando la concessione di privilegi ai proprietari terrieri. Ma presto una classe imprenditoriale in crescita entrò in scena; e, in cerca di privilegi, chiese un posto nel governo. Lo ottenne, non a causa dei “diritti degli uomini”, ma offrendo al re il suo sostegno finanziario nelle lotte con lord rivali o principi esteri. Una volta nel governo questi capitalisti si presero cura di loro stessi.

Molto presto le masse turbolente e rumorose, che pagavano per i privilegi, iniziarono a far sentire la loro presenza, e richiesero una voce nel governo attraverso il voto. Il voto è, per definizione, un pezzo di sovranità; la teoria è che la sovranità risieda nei cittadini che la trasferiscono ai loro agenti, il cui esercizio dell’autorità guadagna quindi una legittimità morale. Ma la richiesta di voto non fu mai motivata da un principio astratto; venne da una classe economicamente depressa e l’inganno fu la promessa di miglioramento. Dal momento che i proprietari terrieri ed i capitalisti guadagnarono molto dalla cooperazione con lo Stato, sembrava ragionevole supporre che il proletariato ne avrebbe allo stesso modo beneficiato se avesse potuto ficcare il muso dentro la mangiatoia.

Mai il voto è stato usato per abolire privilegi; è sempre stato usato per richiederne di nuovi o apportare un cambiamento nei beneficiari. La tecnica dei gruppi di pressione è niente meno che mettere insieme molti pezzi minuscoli di sovranità in un efficiente strumento di commercio. Il privilegio è una proposta da banco.

Il commercio del privilegio per il potere ha attratto molti verso lo Stato. Il proletariato non ha mai realmente approcciato lo Stato per ottenere privilegi; era in realtà dato loro dai politici affamati di potere in cambio del loro suffragio. Ogni sussidio al “povero” (in una democrazia) era pensato da un burocrate o un candidato, il candidato per raggiungere la preferenza politica, il burocrate per migliorare le sue prerogative e i suoi benefici.

Il “povero”, essendo umano, come lo sono anche i capitalisti, votava per qualcosa in cambio di niente; sarebbe stato discutibile se il “povero”, diversamente dai capitalisti, avesse saputo che agendo così stava aumentando il potere dello Stato.

Il potere dello Stato è in esatta proporzione con le sue entrate tributarie. La polizia — la burocrazia — deve essere pagata per i suoi servizi e più grandi saranno le entrate tributarie, più grande sarà la burocrazia.

Infatti l’estensione della burocrazia può essere usata come una misura del potere dello Stato. I padri fondatori erano ben preoccupati di questo fenomeno e cercarono di limitare l’area dell’interventismo statale mettendo stretti limiti nei suoi poteri tributari. Ma tutto questo fu inutile a partire da quando fu aggiunto alla Costituzione l’emendamento che istituisce l’imposta sul reddito.

Senza le entrate tributarie il socialismo è impossibile; con esse il socialismo è inevitabile.

Ora, il “povero” paga la maggior parte delle tasse. E’ necessariamente così, perché a livello aggregato i salari costituiscono la maggior parte della ricchezza e costituiscono pertanto la più fruttuosa fonte di tassazione.

Lo Stato non è preoccupato del benessere del “povero” — o anche del “ricco” — ma prende dove il prendere rende bene; ed i salari del paese sono una cornucopia a cui lo Stato non può rinunciare. Così coloro che hanno null’altro che il loro lavoro da vendere pagano i doni offerti loro, come anche l’amministrazione dei sussidi, sebbene, per essere sicuri, credano (e gli viene detto) che stanno prendendo qualcosa in cambio di niente, che il “ricco” paga tutte le tasse.

I capitalisti, d’altra parte, guadagnano qualcosa dai privilegi di cui godono. In primo luogo ci sono scappatoie nelle leggi tributarie che permettono loro di evitare di pagare le tasse in proporzione ai loro guadagni. Queste scappatoie sono necessariamente messe nelle leggi, poiché lo Stato riconosce che l’accumulo di capitale deve essere incoraggiato oppure non ci sarà alcuna produzione su cui tassare; ovvero, se non c’è capitale non ci può essere alcun salario da tassare.

In secondo luogo molti capitalisti si approfittano direttamente o indirettamente dall’acquisizione di potere da parte dello Stato. Quando lo Stato diventa il più grande compratore di beni e servizi nel paese (poiché deve, visto che riduce il potere d’acquisto della gente), è un cliente che vale la pena soddisfare. Alcuni capitalisti lavorano interamente per lo Stato e i loro profitti sono di fatto derivati dalle tasse; non possono obiettare all’accumulo di potere dello Stato. Anche il piccolo capitalista, il mercante, intasca i suoi profitti dal potere d’acquisto messo nelle mani dei lavoratori nelle fabbriche che operano per lo Stato, o dai sussidi dati a chi si da malato.

Non importa quanto lo Stato prenda dal capitalista, c’è sempre qualcosa per lui affinché possa riformare il suo capitale e qualcosa per andare avanti.

In queste circostanze, mentre potrebbe obiettare allo Stato il suo intervento nei propri affari, la sua obiezione è basata sulla sconvenienza personale, non sul principio; in linea di principio, egli è a favore dello Stato.

In realtà, è così anche il proletario che si nutre dei doni dello Stato. La sua sola obiezione allo Stato è che non gli da abbastanza; vuole sempre di più.

Quando il suffragio fu esteso la domanda per privilegi speciali aumentò, e lo Stato per adempiere i suoi scopi ha soddisfatto la domanda con prontezza; infatti fu lo Stato che mise in primo luogo tale idea nella testa del proletario.

Ora, ogni privilegio ammonta a un vantaggio economico ed un vantaggio è accompagnato da uno svantaggio; qualcuno deve pagare per il vantaggio.

Quando, a tempo debito, la domanda per qualcosa in cambio di niente eccede le entrate tributarie dello Stato — o il punto in cui è politicamente poco saggio per quel momento incrementare le aliquote fiscali — lo Stato stampa denaro (o i bond, che è praticamente la stessa cosa). Questa è inflazione. L’inflazione è una tassa nascosta, poiché deruba i risparmiatori dei loro risparmi. E’, infatti, una tassa sul capitale.

Una società in cui tutti sono ladri è impossibile; qualcuno deve produrre qualcosa affinché gli altri possano rubarla. Ma lo Stato non lo sa e continua a prendere tutto quello su cui può mettere le mani, sia che aumenti la tassazione o l’inflazione, per alleviare il suo insaziabile appetito per il potere. A lungo andare tassa direttamente il capitale — non soddisfatto da quello che intasca dall’inflazione — ed a quel punto sia il lavoro che il capitale vengono abbandonati. Perché lavorare quando non c’è nulla da guadagnare facendolo?

E’ allora che il socialismo si realizza; lo Stato s’impossessa della struttura del capitale del paese, o una parte di essa, nello sforzo di far continuare la produzione cosicché abbia qualcosa da tassare. Lo Stato deve vivere secondo la sua natura. Quando lo Stato si impossessa del capitale abolisce tutti i privilegi, sia per i capitalisti sia per i lavoratori, ed i suoi tirapiedi costituiscono la sola classe privilegiata; ognuno lavora per loro. Il socialismo è il prodotto finale di un’economia prosciugata dai privilegi.

Ciò è inevitabile? Sì, se i capitalisti continuano a fare comunella con lo Stato. Agendo così stanno involontariamente scavando la fossa del capitalismo.

 Tratto da “Out of step” (1962)

Articolo di Frank Chodorov su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli