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Source link: http://vonmises.it/2012/07/22/chi-possiede-lacqua/

Di chi è l’acqua?

domenica, luglio 22, 2012 di tradotto da

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Caro Mr. Read, congratulazioni per la pubblicazione dello stimolante ed intrigante articolo “Ownership and Control of Water” su Ideas On Liberty del mese di novembre.

E’ molto importante che si rifletta di più su questi punti del nostro sistema societario. Offro questi ulteriori pensieri sui diritti sull’acqua, non come soluzione finale, ma come sforzo per aiutare a trovare risposte ad alcune delle domande sollevate nell’articolo dal professore.

Per un certo periodo di tempo ho creduto che un punto cruciale nel nostro sistema societario avesse a che fare con la proprietà della terra, cioè risorse di qualsiasi ordine fisico inizialmente fornite dalla natura. Questo problema di proprietà è il nodo cruciale della disputa con i socialisti.

Essi dicono che lo Stato è o dovrebbe essere il proprietario di tutta la terra; se si parte da questa premessa, ne segue inevitabilmente anche il controllo sulle persone.

La questione chiave, quindi, è la proprietà. Come dovrebbe essere stabilita la proprietà? Noi sosteniamo, ovviamente, che un individuo adulto dovrebbe essere proprietario di sé, della sua stessa persona. Egli ha anche diritto a tutta la proprietà che crea ed ha il diritto di dare questa proprietà agli altri, se lo vuole, o di scambiarla per altre proprietà. Da qui il diritto di lascito e di eredità. Ma ciò lascia irrisolto il quesito sulle risorse fornite originariamente dalla natura, non create da nessuno. Di chi è la terra?

Senza tentare qui di sviluppare il discorso in lunghezza, mi pare chiaro che né la società né lo Stato abbiano il diritto — una pretesa morale o economica — di accampare titolarità della proprietà sulla stessa. Produzione, secondo me, vuol dire chiaramente che il lavoro dell’uomo funziona col materiale dato dalla natura e viene trasformato in una condizione che ne permette maggiori usi: se un uomo ha diritto al prodotto che crea, ha anche diritto alla terra data dalla natura che per primo trova e rende produttiva. In altre parole, la terra che include l’acqua, le miniere e simili — uno stato primitivo ed inutilizzato – è economicamente priva di valore e pertanto dovrebbe essere legalmente non oggetto di proprietà; questa dovrebbe essere acquisita da quella persona che per primo fa uso della risorsa; è il principio che potremmo chiamare “primo possedimento del primo fruitore”.

Mi pare che questo principio sia coerente con la dottrina libertaria e che, anzi, sia il solo che abbia senso secondo questa dottrina. Ora, il principio del “primo possedimento del primo fruitore” è un metodo per determinare la proprietà di una risorsa inutilizzata nel mercato: dopo di ciò è chiaro che questa, essendo stata mescolata con il lavoro e altri sforzi del primo fruitore, passa completamente ed assolutamente nelle sue mani. Da qui in poi, è titolare della proprietà e può fare della risorsa ciò che desidera. Potrebbe venire fuori dopo pochi anni che sia antieconomico usarla; essa verrebbe, quindi, accantonata. Lasciare a riposo un terreno, tuttavia, dovrebbe essere un privilegio del proprietario, visto che dovrebbe continuare ad avere il diritto incontestato di trattare il bene come desidera.

Abbiamo ora una struttura libertaria da applicare al difficile problema della proprietà dell’acqua. Quando non c’è scarsità ma abbondanza illimitata per fini che riguardano l’uso umano, non ci dovrebbe essere nessuna proprietà; di conseguenza non c’è bisogno che nessuno abbia questo diritto sulle rotte marittime nei grandi mari.

La pesca, d’altra parte, pone un problema differente. Gli individui e le imprese dovrebbero in definitiva essere in grado di possedere parti del mare per pescare. L’attuale comunismo nel mare ha condotto, inevitabilmente, al progressivo sterminio degli stabilimenti di pesca, dal momento che è nell’interesse di tutti pescare tanti più pesci rispetto a quelli pescati dai colleghi ed a nessuno interessa preservare la risorsa. Il problema sarebbe risolto se, secondo il principio del primo possesso del primo fruitore, le parti del mare potessero formare oggetto di proprietà privata.

Stabilire la proprietà delle acque correnti, come sottolinea il professore, è più difficile. Qual è la soluzione? Dobbiamo concentrarci dapprima nel visualizzare un’organizzazione ideale piuttosto che liberarci dalle attuali relazioni di proprietà dell’acqua, anche se ciò dovrebbe essere necessario. Dopo che l’idea è conosciuta, allora si può iniziare a lavorare verso di essa, data l’attuale situazione: ma è cruciale non confondere le due cose. Il modello per i beni scarsi, quindi, è il primo possesso del primo fruitore.

E’ immediatamente chiaro che la rotta verso la giustizia segue la via dell’appropriazione piuttosto che quella ripariale. Perché ripariale? Che rivendicazione può avere un proprietario terriero, per una qualsiasi parte di un fiume, solo perché la sua terra confina col fiume stesso? Nessuna rivendicazione morale. La sua pretesa ripariale non è basata sul fatto che abbia fatto uso dell’acqua; il suo unico scopo pare sia quello impedire a chiunque altro di usare l’acqua ed il risultato è uno spreco criminale di fiumi e torrenti. Perché un proprietario ripariale dovrebbe avere una pretesa su un corso d’acqua?

Il metodo dell’appropriazione è pertanto di gran lunga più vicino a quello giusto. Il suo difetto principale consiste nella limitiazione cui è stato sottoposto tradizionalmente e siamo tutti grati al professore per la sua chiara spiegazione dei vari metodi di allocazione della proprietà. Il modo per emendare il metodo dell’appropriazione è il seguente:

  1. eliminare tutti i requisiti per l’uso “vantaggioso” — il termine è senza senso e può essere solo concretamente deciso dal libero mercato;
  2. l’acqua deve essere di assoluta proprietà di chi se ne appropria, non dello Stato.

Di conseguenza egli deve essere libero di vendere il suo diritto sull’acqua a qualsiasi altro per qualsiasi scopo, oppure fermarsi dall’usarlo del tutto. Se fallisce sia nell’usare il suo diritto di proprietà sia nel venderlo, se ne deduce che il suo uso non ha valore sul mercato. Ad ogni modo, la decisione deve essere del titolare della proprietà — l’appropriatore.

Come stabilire l’assoluto metodo di appropriazione negli Stati della costa est — con o senza compenso agli attuali proprietari ripariali — è qualcosa che deve essere affrontato. Se i proprietari a valle vogliono evitare l’inquinamento, c’è un semplice modo per farlo con il metodo dell’appropriazione: comprare tutto il fiume — attraverso una società magari — dai primi appropriatori e poi porlo in usi non inquinanti o lasciarlo del tutto “a riposo”.

Dove ci sono fiumi sotterranei, il primo appropriatore è titolare della sua porzione d’acqua e può usarla come desidera. Non c’è ragione per lui di estendere la proprietà all’intero fiume: quindi, sia per i fiumi sotterranei che di superficie, il primo appropriatore e gli ultimi compratori sono proprietari della prima porzione usata di un corso d’acqua ed il successivo appropriatore è titolare della porzione usata a valle.

Inoltre, se i cittadini a valle desiderano costruire una diga ed inondare le terre a monte in modo da proteggersi contro le inondazioni, devono, in una società libertaria, fare due cose:

  1. comprare i diritti sull’acqua che intendono controllare e
  2. comprare le terre da allagare. Se vogliono conservare le foreste per evitare siccità, possono comprare le foreste dai loro proprietari.

Spero che queste osservazioni possano essere d’aiuto.

Articolo di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

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