La Scuola Austriaca e i suoi straordinari meriti in ambito filosofico ed epistemologico: brevi note

Se si volesse tratteggiare un quadro sintetico, ma al contempo piuttosto indicativo, di quale significato abbia assunto la Scuola Austriaca di economia e di quale contributo abbia apportato in termini di nuove acquisizioni scientifiche, di rinnovamento degli obsoleti schemi teorici e di apertura all’esplorazione di fecondi orizzonti concettuali, non si potrebbe fare a meno di definirla, in sostanza, come una “particolare filosofia liberale o liberistica applicata alla dottrina neoclassica”.[1]

Ed infatti, nonostante gli innegabili meriti conseguiti nel suo più naturale alveo d’indagine, quello, appunto, della scienza economica tout court o della teoria pura dell’economia, non è azzardato affermare che le conquiste più significative siano riconducibili alla sfera eminentemente filosofica ed epistemologica.

Proprio perché, sebbene come del resto in quasi tutte le scuole di pensiero e in quasi tutti gli indirizzi teorici non sia possibile rinvenire né un’univoca ed indiscussa matrice ideale né, tantomeno, un’identica e monolitica impostazione metodologica, possono essere comunque ravvisati, all’interno della stessa scuola, degli elementi in grado di garantire una qual certa omogeneità e una qual certa organica sistematicità: in quanto regolarità presenti e qualificanti il pensiero di gran parte degli esponenti di maggior lustro della scuola medesima.

Fondamentalmente, e fermi restando comunque alcuni inevitabili distinguo, tali elementi di coesione si concretizzerebbero nella

 sostanziale teoria unificata del metodo, [nella] divisione delle scienze su base metodologica, [nella] serrata critica di quelle filosofie della storia (per esempio di Comte e di Hegel) che ostentano il possesso di ineluttabili leggi della storia umana nella sua interezza, [nella] teoria della razionalità limitata, [nella] distruzione della teoria del valore- lavoro, [nella] concorrenza vista come procedura di scoperta del nuovo, [nella] democrazia considerata come insieme di istituzioni che permettono l’effettivo controllo dei governati sui governanti e la sostituzione di questi ultimi senza spargimento di sangue, [nella] lotta contro la tirannia delle maggioranze e dei parlamenti onnipotenti, [nella] penetrante analisi delle origine socialiste del nazismo, [nell’] esame delle conseguenze del burocratismo sulla psicologia umana, [nella] analisi del dilagante servilismo degli intellettuali nei regimi totalitari”.[2]

Tra tutti questi aspetti, data la loro rilevanza, sono senz’altro degni di particolare riguardo (i) il cosiddetto “individualismo metodologico”; (ii) il rigetto di qualunque “costruttivismo ingegneristico”, abbinato ad una concezione dell’individualismo di tipo anglosassone o “irrazionalistico”; (iii) l’adozione del rivoluzionario approccio marginalistico.

L’individualismo metodologico

L’individualismo metodologico è un elemento fondante, strutturale e costitutivo dell’armamentario teoretico ed ideologico della Scuola Austriaca. Questo, invero, postula che alla base di qualsiasi indagine e di qualsiasi valutazione si debba ineludibilmente fare riferimento ad un referente primo e irriducibile: l’individuo, l’unica entità in grado di pensare,  ragionare ed agire. Giacché, i celebrati concetti di “stato”, “nazione”, “classe”, “comunità”, “società” non possono avere alcun senso e non possono essere idonei a fornire alcuna indicazione utile se ad essi viene sottratta la consistenza del valore originario che li permea e che infonde loro il soffio vitale della esistenza: l’individualità e la volontà individuali. Tale primato, infatti, non può essere pregiudicato e compromesso in nome dell’ipostatizzazione di collectiva astratte ed artificiose, in quanto volontariamente private del collante strutturale ed ideale che le istituisce e le determina: la volontà dei singoli individui di associarsi, cooperare, collaborare in vista del raggiungimento di obiettivi personali e comuni. Non possono cioè essere accettate né l’ottica intrisa di “collettivismo socialistico”, né la logica eminentemente olistica per le quali l’uomo si configurerebbe o come una mera cellula di un sofisticato organismo sociale dal quale è emanato e al quale, in via del tutto automatica, deve tendere, o come la parte di un tutto che lo antecede e lo trascende.

Il peggior nemico del saper pensare criticamente è la propensione all´ipostatizzazione, cioè, ascrivere sostanza o un´esistenza reale a dei concetti o costrutti mentali.

L´Ipostatizzazione non e´solamente una fallacia epistemologica e non solo confonde nella ricerca della conoscenza.

Nella cosiddetta Scienza Sociale (sociologia) serve più spesso che no a definire specifiche aspirazioni politiche per la collettività, considerata come se avesse una dignità superiore rispetto all´individualità, o perfino ascrivendo un´esistenza reale solo alla collettività e negando l´esistenza reale dell´individuo, definito come mera astrazione.[3]

L’individualismo metodologico, nella sua accezione più generica, si configura allora come una strenua negazione della concezione diametralmente opposta del collettivismo metodologico: una concezione tanto erronea almeno quanto pericolosa. “Erronea perché presume acriticamente che, se certi concetti sono di uso corrente, devono anche esistere in concreto quelle date cose che essi designano. Pericolosa perché l’aver postulato l’esistenza di collectiva indipendenti e autonomi dagli individui- collectiva come, per esempio, la razza eletta o la classe destinata a redimere l’intera umanità- è all’origine di atrocità indicibili”.[4]

La dignità, la libertà e la responsabilità degli individui sono stati lo scopo ultimo della riflessione degli Austriaci. E la loro difesa di questi grandi ideali non si è limitata a declamare la religione della libertà, ma è stata una difesa approntata con possenti strumenti logici, epistemologici, di teoria economica e di storiografia.[5]

 Dal punto di vista più strettamente economico del termine, invece, l’accezione dell’individualismo metodologico impone che per la valutazione dei fatti sociali ed economici ci si rifaccia alle dinamiche delle azioni e delle interazioni intersoggettive e ci si affidi allo specifico ordine di idee degli operatori e degli agenti economici per comprendere appieno le motivazioni di fondo che hanno indotto e determinato quelle azioni e quelle interazioni. Un siffatto stato di cose non avrebbe potuto far altro che preludere all’adozione di un approccio d’indagine squisitamente “microeconomico”, in netta antitesi agli orientamenti macroeconomici abbracciati da altre scuole economiche, in primis quella keynesiana. E difatti il forte individualismo “austriaco” non avrebbe potuto che sfociare in una radicale opposizione e in un completo rigetto delle logiche spersonalizzanti e delle capziose ipostatizzazioni ingenerate da un abusato utilizzo degli schemi macroeconomici.

Della macroeconomia si lamenta la perdita dell’individuo, che viene sostituito dalla classe, dal gruppo, dalla categoria senz’anima e senza volontà…E difatti la scuola Austriaca è microeconomica per eccellenza, centrata sul comportamento razionale del singolo: il singolo consumatore, il singolo risparmiatore, il singolo investitore, il singolo lavoratore, e così via. [6]

 

Il rigetto di ogni “costruttivismo ingegneristico”

 Il liberalismo austriaco si rifà ad un tradizione di chiara matrice anglosassone, i cui più illustri padri spirituali possono essere ravvisati in pensatori quali Locke, Mandeville, Hume, Adam Smith, Tocqueville, Lord Acton, per citarne solo alcuni in ordine sparso.

L’idea, ripresa sin da subito dall’iniziatore della Scuola Austriaca – Carl Menger- è che la maggior parte delle istituzioni sociali (tra le quali il linguaggio, i costumi, le regole spontanee e naturali della convivenza civile, il mercato) abbiano, di per sé, un’origine irriflessa, non deliberata: la loro genesi e la loro evoluzione non potrebbe cioè essere rapportata ad alcun specifico piano individuale, ancorché, per citare Bruno Leoni, “sussistano per il concorso spontaneo, attivo e costante di innumerevoli individui”.[7] Una simile visione contempla, anzitutto, che, da un lato, “la spontanea collaborazione degli uomini liberi crei spesso, nel decorso del tempo, cose più vaste e durature di quante i loro pensieri individuali possano mai pienamente comprendere”;[8] dall’altro, che essa rifiuti l’idea dell’egualitarismo come correntemente inteso, per abbracciarne un’altra, sicuramente più realistica: “gli individui debbono essere trattati in modo eguale: ossia lasciati operare liberamente, ciascuno nell’ambito della propria sfera di conoscenza e di azione, così che ciascuno contribuisca all’organizzazione della società, trovando in essa il proprio livello”.[9]

Se si riuscisse a penetrare il senso profondo di queste argomentazioni, risulterebbe pressoché naturale e scontato promuovere l’affermazione dei corollari logicamente conseguenti.

Innanzitutto, si realizzerebbe che l’individuo agente non solo debba poter godere di una concreta sfera di autonomia e di libertà, attraverso la quale poter esprimere la propria essenza e le proprie specifiche inclinazioni, mettendo a frutto, sol che lo voglia, i propri talenti.  Ma questi deve poter altresì imparare a fare a meno sia delle soluzioni calate dall’alto e spacciate, in nome di una pretesa presunta superiorità cognitiva dei governanti, come ottime; sia dei progetti partoriti dalla mente di reggitori illuminati, pervasi dalla presunzione fatale di conoscere, prima ancor dei diretti interessati, ciò che sia veramente meglio per loro, deliberandolo per via autoritativa e sotto le mentite e capziose spoglie della inconfutabile bontà della scelta collettiva.

Secondariamente, dovrebbe porsi come imperativo categorico il fatto, non più eludibile, di prestare la massima cura proprio a quelle regole irriflesse e spontanee, frutto dell’interazione volontaria degli individui, di per sé predicabili di assicurare e garantire prevedibilità alle loro azioni.

L’individualismo irrazionalistico degli Austriaci è nettamente contrapposto a quello razionalistico, o di matrice francese, figlio del cartesianismo, degli Enciclopedisti, di Rousseau e dei Fisiocrati. Un complesso di idee che, al contrario, “considera l’individuo ragionante come il punto di partenza della società e delle istituzioni, concepite quali consapevoli creazioni di uno, o di molti individui deliberanti”. [10] Ciò non può che comportare che la sfera individuale sia concepita “come il risultato di una assegnazione coattiva, deliberata e programmatica, ad ogni individuo, di mezzi e di fini” [11] e che possa essere utilizzata la coazione e l’imposizione forzosa ogniqualvolta si registrino delle resistenze o delle opposizioni da parte degli individui, destinatari di tali assegnazioni. Inoltre, un siffatto sistema di idee tende alla postulazione dello scontro frontale tra stato ed individuo, ricusando in toto l’ammissibilità delle formazioni intermedie. È ancora Leoni a ricordarci che “Diderot diceva che esistono degli argomenti con i quali possiamo cercare di convincere le persone della opportunità di appartenere al gruppo, ma aggiungeva che bisogna ricorrere all’eliminazione materiale di coloro che non si lasciano persuadere. L’uomo che non si lascia convincere ad appartenere al gruppo è l’uomo da eliminare,’l’homme à étouffer’ (l’uomo da soffocare)”.[12]

Anche se spesso indebitamente qualificato come concezione liberale, il substrato dell’individualismo razionalistico non è certo collocabile nel solco di quella specifica tradizione di idee e di principi. L’individualismo di matrice francese, semmai, si è sempre configurato come l’inevitabile anticamera e il prodromo logico volto a contribuire alla formazione o, quantomeno, alla legittimazione dei presupposti teoretici ed ideologici di dottrine radicalmente opposte, quali, ad  esempio, il collettivismo od il socialismo. Dottrine che, insieme ad altre, contemplano nel proprio DNA costitutivo la venerazione per qualsiasi tipologia di “costruttivismo ingegneristico”, una degenerazione inarrestabile, una deriva razionalistica  del pregresso pensiero cartesiano, in base alla quale tutti gli eventi storici e le istituzioni sociali possono e devono trovare una collocazione adeguata, in base a piani, progetti, deliberazioni statuiti con intenzionalità,  progettati con lucida consapevolezza, realizzati con una deterministica e sterminata fiducia nella ragione umana, nelle conoscenze acquisite, e nei mezzi a disposizione.

Grande merito degli economisti e filosofi Austriaci è stato, allora, quello di aver proseguito e innovato l’autentica tradizione liberale, avversando, in ogni modo, le premesse viziate e i folli intenti di qualsiasi “costruttivismo ingegneristico”.

Il costruttivista è invasato di presunzione fatale. Presume di avere il potere di <<costruire>> istituzioni a suo piacimento, e di mutarle secondo le proprie intenzioni e piegarle ai propri desideri. Il costruttivista crede di poter plasmare a volontà tutte le istituzioni e, dunque, l’intera società. La verità, però, è che il costruttivita è un illuso nella teoria e, in linea generale, un intollerante e violento nella pratica. Egli crede di sapere, di sapere più degli altri, meglio degli altri: la sua ragione è onnipotente; egli è l’illuminato della dea Ragione. E, credendo di sapere, egli non cambia le sue teorie: si comporta come il medico che per salvare la diagnosi stermina i pazienti. Ma noi siamo fallibili; oltre che fallibili siamo ignoranti; e le nostre azioni e i nostri progetti – anche i meglio elaborati- non sempre riescono- il più delle volte sono accompagnati anche da altri esiti e non  di rado il risultato contrasta decisamente con gli scopi voluti.[13]

 

Il marginalismo

Per quanto invece pertiene all’impiego del rivoluzionario metodo marginalistico, è da premettere che questo venne introdotto ed applicato a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo da economisti del calibro di Carl Menger, Léon Walras, William Stanley Jevons, seppur con le debite e rispettive differenze. A tal proposito, la concezione “austriaca” può essere definita quale una branca fondamentale della scuola neoclassica o marginalista.

Il marginalismo condusse, nel dibattito economico, alla convinzione che il valore di un determinato bene fosse inequivocabilmente connesso con l’utilità ultima, marginale appunto, che si ricava dall’utilizzo e dalla fruizione del bene in oggetto. Un’utilità, d’altro canto, inevitabilmente correlata al soggettivismo delle valutazioni personali, ai canoni individuali di preferenza, alla gamma di scelte ascrivibili alla sfera eminentemente psicologica degli operatori interessati alla scelta medesima. Nell’ottica degli esponenti della Scuola Austriaca il valore di una simile utilità non avrebbe potuto certamente essere quantificato o esplicitato mediante l’introduzione di indici numerici o di parametri matematici intesi alla definizione della loro misura cardinale. In quanto, appunto, il valore assoluto e oggettivo di un bene non sarebbe in alcun modo identificabile nella sua dimensione numerica, essendo imperniato sulle stime personalissime e irriducibili del distinto fruitore.

Una simile teoria è tuttavia suscettibile di trovare un’applicazione immediata qualora si considerano i beni di consumo, idonei ad appagare i bisogni dei singoli individui in virtù della loro utilità diretta. Per cui, in base a quest’ottica, tutta la produzione deve essere orientata alla creazione dei beni di consumo finali – specie di quelli che più soddisfano le esigenze e i gusti dei consumatori-  e la trasformazione di beni intermedi, quali quelli di produzione o di investimento, non direttamente utili, viene valutata e letta alla stregua dei parametri marginalisti: essi non sarebbero altro che “beni di consumo «incompiuti»,” [14] il cui valore “è un mero riflesso del valore dei beni di consumo, che infine per loro mezzo diverranno disponibili.”[15]

La prospettiva marginalista austriaca, comunque, cominciò ad entrare in crisi e ad essere decisamente minoritaria allorché, a partire dai primi anni ’30, cominciarono ad imporsi le tesi matematiche e matematizzanti della Scuola marginalista di Losanna: a partire da Walras e proseguendo con i suoi successori, tra cui Vilfredo Pareto ed Enrico Barone, si diffuse vieppiù l’idea che fosse possibile costruire dei modelli analitici altamente formalizzati ed elaborare delle soluzioni teoriche astratte di assoluta certezza e precisione, esternazione di relazioni e rapporti espressamente quantificabili.

Per gli esponenti della Scuola Austriaca, ad ogni modo, simili ed altre formalizzazioni neoclassiche dell’analisi economica non avrebbero fatto altro che introdurre elementi di dubbio, ingenerando fraintendimenti ed equivoci, frutto dell’instaurazione forzata di fattori di perfezione, ammessi dalla teoria ma non dalla pratica: “ne conseguirebbe che i neoclassici preparerebbero essi stessi i motivi di disillusione verso le libertà economiche, perché esse non condurrebbero agli equilibri e alle posizioni di ottimo vagheggiati dai teorici incauti”. [16]

Di fatto, come è ancora lo stesso Ricossa a ricordarci con il suo impareggiabile nitore espositivo,

l’idea stessa di equilibrio presuppone un mondo uniforme, prevedibile, senza rischi, senza fallimenti, senza disoccupazione…un mondo in cui il futuro è trasparente, e i dati di partenza, in base ai quali decidiamo, si mantengono costanti, non mutano all’improvviso, e tutt’al più seguono regole ben conosciute. Questo mondo…non esisteva, non esiste, e comunque non è il capitalismo: non è il capitalismo vero, è semmai un capitalismo fantasticato, frutto di equivoci, partorito per errore dall’immaginazione di sedicenti liberisti, che hanno capito nulla del liberismo…Il liberismo genuino non ha mai inteso promettere il mercato in equilibrio: al contrario, gli ripugna la condizione di stabilità implicita nell’equilibrio economico, perché la trova innaturale, senza vita, senza libertà. La libertà cara al liberismo è innanzi tutto libertà di innovare, e questo basta per sconvolgere il mercato, la cui funzione è precisamente quella di assicurare in tal modo il progresso tecnologico e merceologico, nonché quello organizzativo. Il liberismo è favorevole al mercato di concorrenza proprio perché intende il mercato come un sistema per squilibrare di continuo l’economia, mediante proposte di nuovi processi produttivi, nuovi prodotti e nuovi istituti economici [17].

Cristian Merlo

 

Note

[1] Sergio Ricossa, Dizionario di Economia, Utet, Torino 1982. Cfr. voce Austriaca, Scuola, p.25.

[2] Dario Antiseri, La scuola austriaca, in “Fondazione Liberal”, num. 5, aprile- maggio 2001.

[3] Trattasi della traduzione di un estratto contenuto nello scritto di Ludwig von Mises, The Ultimate foundation of the Economic Science, per la quale si rimanda al sito http://antoniomanno.blogspot.it/2011/12/linsidia-dellipostatizzazione.html.

[4] Dario Antiseri, Ibid.

[5]Dario Antiseri, Ibid.

[6]Sergio Ricossa, Dizionario di Economia. Cfr. voce Austriaca, Scuola, p.24.

[7] Bruno Leoni, Individualismo, socialismo ed altri concetti politici, p. 6, contenuto nella miscellanea Le pretese e i poteri: le radici individuali del diritto e della politica, Società Aperta, Milano 1997.

[8] Bruno Leoni, Ibid., p.6.

[9] Bruno Leoni, Ibid., p.6.

[10] Bruno Leoni, Ibid., p.7.

[11] Bruno Leoni, Ibid., p.8.

[12] Bruno Leoni, Nuova definizione del concetto di potere, p. 465, contenuto nella miscellanea Tra Stato e mercato, a cura di Francesco Pulitini, IBL Libri, Torino 2011.

[13] Dario Antiseri, La scuola austriaca.

[14] Sergio Ricossa, Dizionario di Economia. Cfr. voce Austriaca, Scuola, p.23.

[15] Sergio Ricossa, Ibid. Cfr. voce Austriaca, Scuola, p.23.

[16] Sergio Ricossa, Ibid. Cfr. voce Austriaca, Scuola, p.24.

[17] Sergio Ricossa, La parte dell’investimento nella teoria economica d’oggi, come citato in Alberto Mingardi, in Antitrust mito e realtà dei monopoli,  Rubbettino, Leonardo Facco Editore, 2004, pp. 15-16.