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Source link: http://vonmises.it/2012/07/27/libertarismo-e-inquinamento/

Libertarismo e Inquinamento

venerdì, luglio 27, 2012 di tradotto da

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Va bene: ammettiamo pure che la proprietà privata piena sulle risorse e che il libero mercato conservino e creino le risorse, meglio della regolamentazione del governo. Ma che dire del problema dell’inquinamento? Non soffriremmo di un grave inquinamento a causa dell’incontrollata “avidità capitalista”?

Vi è, prima di tutto, questo fatto nudo e crudo: la proprietà statale, anche quella socialista, ha dimostrato di non essere una soluzione al problema dell’inquinamento. Anche la maggior parte degli ingenui sostenitori della pianificazione del governo ammettono che l’avvelenamento del Lago Baikal, in Unione Sovietica, è un monumento all’incuranza dell’inquinamento industriale di una preziosa risorsa naturale. Ma c’è un problema peggiore di questo. Si notino, ad esempio, le due aree cruciali in cui l’inquinamento è diventato un importante problema: l’aria e le vie d’acqua, in particolare i fiumi: queste sono proprio due delle aree vitali della società in cui la proprietà privata non è autorizzata ad operare.

In primo luogo, i fiumi. I fiumi, ed anche gli oceani, sono generalmente di proprietà del governo; la proprietà privata, di certo una proprietà privata completa, non è permessa per quanto riguarda l’acqua. In sostanza, quindi, il governo possiede i fiumi. Ma la proprietà del governo non è una proprietà vera, perché i funzionari governativi, mentre sono in grado di controllare la risorsa non possono sfruttare il suo valore capitale sul mercato. I funzionari di governo non possono vendere i fiumi o vendere le loro azioni.

Di conseguenza, non hanno alcun incentivo economico a preservare la purezza ed il valore dei fiumi. I fiumi sono, quindi, in senso economico, “senza proprietario”; quindi i funzionari del governo hanno permesso la loro corruzione ed inquinamento. Chiunque è stato in grado di scaricare rifiuti inquinanti nelle acque. Ma consideriamo che cosa accadrebbe se le imprese private fossero in grado di possedere i fiumi ed i laghi. Se una società privata possedesse il Lago Erie, per esempio, allora chiunque scaricasse rifiuti nel lago sarebbe prontamente portato davanti ai giudici per l’aggressione contro la proprietà privata e costretto dai giudici a pagare i danni ed a cessare e desistere da ogni ulteriore aggressione.

Così, solo i diritti di proprietà privata garantiranno la fine dell’inquinamento — e dell’invasione delle risorse. Dato che i fiumi sono senza proprietario, non vi è nessuno che si ribelli e difenda la sua preziosa risorsa dagli attacchi. Se, al contrario, chiunque scaricasse sostanze inquinanti in un lago di proprietà privata (come lo sono molti laghi più piccoli), non gli sarebbe consentito di farlo per molto tempo — il proprietario ruggirebbe in sua difesa[1]. Scrive il Professor Dolan:

Con una General Motors che possiede il fiume Mississippi, si può stare sicuri che duri oneri verebbero posti sulle industrie e sui comuni lungo le sue rive e che l’acqua verrebbe mantenuta pulita a sufficienza per massimizzare i ricavi dalle locazioni concesse alle imprese in cerca dei diritti sull’acqua potabile, sulla ricreazione, e sulla pesca commerciale[2].

Se il governo, come “proprietario”, ha permesso l’inquinamento dei fiumi, esso è stato anche il singolo e più grande inquinatore, soprattutto attraverso lo smaltimento delle acque reflue comunali. Esistono già servizi igienici chimici a basso costo che possono bruciare liquami senza inquinare l’aria, la terra o l’acqua; ma chi investirà in gabinetti chimici quando i governi locali si occuperanno dello smaltimento delle acque reflue gratuitamente per i loro clienti?

Questo esempio indica un problema simile nel caso dell’arresto della crescita della tecnologia nell’acquacoltura per l’assenza della proprietà privata: se i governi, in quanto “proprietari” dei fiumi, permettono l’inquinamento delle acque, allora la tecnologia industriale potrebbe diventare — e lo farà — una tecnologia che inquina l’acqua. Se i processi di produzione sono autorizzati ad inquinare i fiumi non controllati dai loro proprietari, allora questo è il tipo di tecnologia di produzione che avremo.

Se il problema dell’inquinamento delle acque può essere curato con i diritti di proprietà sull’acqua, cosa dire dell’inquinamento atmosferico?

Come possono i libertari eventualmente trovare una soluzione per questo grave problema? Ci può essere proprietà privata sull’aria?

La risposta è: sì, ci può essere. Abbiamo già visto come le frequenze radiofoniche e televisive possono essere di proprietà privata. Così potrebbero esserlo i canali per le compagnie aeree. Le rotte aeree commerciali, per esempio, potrebbero essere di proprietà privata; non c’è bisogno di un Civil Aeronautics Board per dividere — e limitare — le rotte tra le varie città. Ma nel caso dell’inquinamento atmosferico non ci troviamo di fronte alla proprietà al bisogno di protezione della proprietà privata nei propri polmoni, nei campi e nei frutteti. Il fatto essenziale dell’inquinamento atmosferico è che chi inquina invia inquinanti indesiderati — dal fumo alle radiazioni nucleari agli ossidi di zolfo — attraverso l’aria nei polmoni delle vittime innocenti, così come sui loro beni materiali. Tutte queste emissioni che danneggiano le persone o le cose costituiscono un’aggressione contro la proprietà privata delle vittime.

L’inquinamento atmosferico, dopo tutto, è un’aggressione, così come lo è commettere incendi dolosi contro la proprietà altrui o ferire fisicamente una persona. L’inquinamento atmosferico che danneggia gli altri è pura e semplice aggressione. La funzione principale del governo — dei tribunali e della polizia — è quello di fermare l’aggressione; invece, il governo ha fallito in questo compito e ha fallito gravemente nell’esercitare la sua funzione di difesa contro l’inquinamento atmosferico.

E’ importante rendersi conto che questo fallimento non è stato una pura questione di ignoranza, un semplice intervallo di tempo tra il riconoscimento di un nuovo problema tecnologico e la sua risoluzione. Poiché se alcuni degli inquinanti più moderni sono diventati famosi solo di recente, i fumi delle fabbriche e molti dei loro effetti negativi sono noti fin dai tempi della Rivoluzione Industriale, conosciuti nella misura in cui i tribunali Americani, durante la fine e dai primi anni del XIX secolo, presero la decisione deliberata di consentire ai diritti di proprietà di essere violati dal fumo industriale. Nel farlo, i tribunali dovettero — come fecero — modificare ed indebolire sistematicamente le difese dei diritti di proprietà incorporati nel common law Anglosassone. Prima della metà e della fine del XIX secolo, ogni inquinamento atmosferico pregiudizievole era considerato un illecito, un fastidio contro il quale la vittima poteva intentare causa per danni e contro il quale avrebbe potuto ottenere un’ingiunzione per far cessare e desistere da ogni ulteriore invasione dei suoi diritti di proprietà l’aggressore. Ma nel corso del XIX secolo, i giudici alterarono sistematicamente la law of negligence (ndt.: comprendente la disciplina delle violazioni colpose e i conseguenti danni) e la law of nuisance (ndt.: contro le immissioni e i disturbi vari al godimento della proprietà) per consentire qualunque inquinamento atmosferico non insolitamente più grande di quello di qualsiasi azienda produttrice, cioè non più esteso di quello riscontrabile nella consueta prassi degli inquinatori.

Mentre iniziavano a spuntare le fabbriche che immettevano fumo, rovinando i frutteti dei contadini vicini, gli agricoltori avrebbero portato i produttori in tribunale, chiedendo il risaricimento dei danni e le ingiunzioni necessarie contro l’ulteriore invasione della loro proprietà. Ma i giudici, in effetti, dissero: “Ci dispiace. Sappiamo che il fumo industriale (vale a dire, l’inquinamento atmosferico) invade e interferisce con i diritti di proprietà, ma c’è qualcosa di più importante dei semplici diritti di proprietà semplici: e questo è l’ordine pubblico, il ‘bene comune’ E il bene comune decreta che l’industria è una cosa buona, il progresso industriale è una cosa buona e quindi i semplici diritti di proprietà privata devono essere ignorati in nome del bene comune”. E adesso tutti noi stiamo pagando il prezzo amaro di questa invasione della proprietà privata, sotto forma di malattie polmonari ed innumerevoli altri disturbi. E tutto per il “bene comune”[3]!

Una riprova dell’uso di questo principio nella giurisprudenza dell’età dell’aria può essere scorta in una decisione dei giudici dell’Ohio, Antonik v. Chamberlain (1947). I residenti di una zona periferica nei pressi di Akron citarono in giudizio gli imputati per far cessare l’operatività di un aeroporto di proprietà privata; lamentavano un’invasione dei diritti di proprietà a causa dei rumori eccessivi. Rifiutando l’ingiunzione, il giudice dichiarò:

Nella nostra attività come giudici di questo caso, in rappresentanza di una corte equa, non dobbiamo solo valutare il conflitto di interessi tra il proprietario dell’aeroporto ed i proprietari terrieri vicini, ma dobbiamo anche riconoscere l’ordine pubblico della generazione in cui viviamo. Dobbiamo riconoscere che la creazione di un aeroporto… è di grande interesse pubblico e se un aeroporto viene smantellato o ne viene impedita la costituzione, le conseguenze non ricadranno solo sul proprietario del bene, ma potrebbe manifestarsi una grave perdita di risorse preziose per l’intera comunità[4].

Per coronare i crimini dei giudici, i legislatori, federali e statali, si mossero per cementare l’aggressione, vietando alle vittime dell’inquinamento atmosferico di impegnarsi in “class action” contro gli inquinatori.

Ovviamente, se una fabbrica inquina l’atmosfera di una città dove ci sono decine di migliaia di vittime, non è pratico per ogni vittima citarla in giudizio per raccogliere i suoi danni particolari da chi inquina (anche se un provvedimento potrebbe essere utilizzato efficacemente da una piccola vittima). Il common law, dunque, riconosce la validità della “class action,” in cui una o alcune vittime possono agire contro l’aggressore non solo in nome proprio ma per conto di tutto il gruppo di vittime simili. Ma i legislatori hanno sistematicamente messo al bando tali class action contro i casi di inquinamento. Per questo motivo, una vittima potrebbe citare in giudizio con successo un inquinatore che lo ferisce singolarmente, in una causa di “disturbo della quiete privata”; ma gli è proibito dalla legge agire nei confronti di un inquinatore di massa che sta ferendo un gran numero di persone in una determinata zona! Come scrive Frank Bubb. “E’ come se il governo ti dicesse che (cercherà di) proteggerti da un ladro che deruberà solo te, ma non ti proteggerà se il ladro ruberà anche a tutti gli altri nel quartiere”[5].

Anche il rumore è una forma di inquinamento dell’aria. Il rumore è la creazione di onde sonore che passano attraverso l’aria, quindi bombardano ed invadono la proprietà e le persone. Solo di recente i medici hanno iniziato a studiare gli effetti nocivi del rumore sulla fisiologia umana: ancora una volta, un sistema giuridico libertario permetterebbe di intentare cause per accertare l’esistenza di danni, ingiunzioni e class action contro il rumore eccessivo e dannoso: contro “l’inquinamento acustico.”

Il rimedio contro l’inquinamento atmosferico è quindi chiaro e trasparente e non ha nulla a che fare con programmi-palliativo del governo, da miliardi di dollari (dei contribuenti) che non si indirizzano nemmeno al vero problema; il rimedio è il semplice ritorno delle corti alla loro funzione di difesa dei diritti della persona e della proprietà contro l’invasione, diffidando chiunque inietti sostanze inquinanti nell’aria. Ma che dire dei difensori del progresso industriale pro-inquinamento? E che dire dei maggiori costi che dovrebbero essere a carico del consumatore? E che dire della nostra tecnologia inquinante attuale?

La tesi per cui un tale divieto ingiuntivo aggiungerebbe costi di produzione industriale è tanto riprovevole quanto la tesi pre-Guerra Civile secondo cui l’abolizione della schiavitù avrebbe aggiunto spese alla coltura del cotone, e pertanto l’abolizione, moralmente corretta, era “impraticabile”. Ciò significa che gli inquinatori sono in grado di imporre tutti i costi elevati dell’inquinamento su coloro i cui polmoni e diritti di proprietà vengono invasi impunemente.

Inoltre, la tesi dei costi e della tecnologia trascura il fatto fondamentale per cui, se l’inquinamento atmosferico viene autorizzato con impunità, continua a non esserci alcun incentivo economico per sviluppare una tecnologia che non inquina. Al contrario, l’incentivo continuerebbe ad essere, come è accaduto per un secolo, esattamente il contrario. Supponiamo, per esempio, che nei primi giorni in cui vennero utilizzati automobili e camion, i giudici avessero stabilito quanto segue:

Normalmente, ci opporremmo ai camion che invadono i prati della gente ed insisteremmo sul fatto che debbano limitarsi alle strade, a prescindere dalla congestione del traffico. Ma i camion sono di vitale importanza per il benessere pubblico e quindi decretiamo che i camion siano autorizzati ad attraversare tutti i prati che vogliono, a condizione di ritenere che questo faciliterà i loro problemi di mobilità.

Se i tribunali avessero sentenziato una cosa simile, ora avremmo un sistema di trasporto in cui i prati verrebbero sistematicamente dissacrati dai camion. Ed ogni tentativo di porvi rimedio verrebbe criticato in nome delle moderne esigenze di trasporto! Il punto è che questo è precisamente il modo in cui le corti hanno sentenziato sull’inquinamento atmosferico — inquinamento che è molto più dannoso dello sconvolgimento dei prati. In questo modo, il governo ha dato il via libera, fin dall’inizio, ad una tecnologia inquinante. Non c’è da stupirsi, quindi, che questo sia precisamente il tipo di tecnologia che abbiamo. L’unico rimedio è quello di costringere gli invasori inquinanti a smetterla con suddetta invasione, reindirizzando la tecnologia in canali non inquinanti o addirittura anti-inquinamento.

Anche al nostro stadio, necessariamente primitivo, della tecnologia anti-inquinamento, sono state già sviluppate tecniche per combattere l’inquinamento atmosferico ed acustico. Possono essere installati silenziatori su macchine rumorose che emettono onde sonore contro-cicliche alle onde delle macchine, e quindi cancellare questi suoni tremendi.

Addirittura ora i rifiuti aerei che lasciano le ciminiere possono essere recuperati ed essere riciclati per produrre prodotti utili per l’industria.

Così, il biossido di zolfo, un inquinante aereo nocivo, può essere catturato e riciclato per produrre acido solforico di valore economico[6]. Il motore ad accensione a scintilla, altamente inquinante, potrà o essere “aggiustato” attraverso nuovi dispositivi o sostituito completamente da motori non inquinanti come quello diesel, a gas o a vapore o da una macchina elettrica. E, come l’ingegnere libertario Robert Poole Jr. fa notare, i costi d’installazione della tecnologia non inquinante o anti-inquinamento sarebbero “in ultima analisi, a carico dei consumatori dei prodotti delle imprese, cioè, coloro che scelgono di associarsi con l’azienda, invece di essere trasmessi a terzi innocenti sotto forma di inquinamento (o di tasse)”[7].

Robert Poole definisce in modo convincente l’inquinamento come “il trasferimento di materia nociva o di energia alla persona o alla proprietà altrui senza il consenso di quest’ultimo”[8]. La soluzione libertaria — l’unica completa — al problema dell’inquinamento atmosferico è di usare i tribunali e la struttura giuridica per combattere e prevenire tale invasione; ci sono recenti segnali in questo senso: nuove decisioni giudiziarie e l’abrogazione di leggi che non permettono le class action. Ma questo è solo l’inizio[9].

Tra i conservatori — a differenza dei libertari — ci sono due risposte, in ultima analisi, al problema dell’inquinamento atmosferico. Una risposta, proveniente da Ayn Rand e Robert Moses (tra gli altri), consiste nel negare l’esistenza stessa del problema, attribuendo tutta questa storia all’agitazione della sinistra che vuole distruggere il capitalismo e la tecnologia, favorendo una forma tribale di socialismo. Anche se parte di questa posizione può essere corretta, negare l’esistenza stessa del problema equivale a negare la scienza stessa ed a dare un ostaggio di vitale importanza all’accusa della sinistra secondo cui i difensori del capitalismo “antepongono i diritti della proprietà ai diritti umani”. Inoltre, una difesa dell’inquinamento atmosferico pregiudica i diritti di proprietà; mette il timbro d’approvazione di questi conservatori su quegli industriali che stanno calpestando i diritti di proprietà dei cittadini.

Una seconda, e più sofisticata, risposta conservatrice viene dai cosiddetti economisti di libero mercato come Milton Friedman. I Friedmaniani ammettono l’esistenza dell’inquinamento atmosferico, ma propongono di risolverlo non con una difesa dei diritti di proprietà, ma con un presunto calcolo utilitaristico “costi-benefici” da parte del governo, che successivamente prenderà e farà rispettare una “decisione sociale” su quanto inquinamento permettere. Questa decisione sarebbe quindi imposta o con la licenza di una data quantità di inquinamento (la concessione dei “diritti di inquinamento”), con una scala graduata di tasse a tal riguardo, oppure con i contribuenti che pagano le imprese per non inquinare. Non solo queste proposte concederebbero una quantità enorme di potere burocratico al governo in nome della salvaguardia del “libero mercato”, ma continuerebbero ad ignorare i diritti di proprietà in nome di una decisione collettiva presa dallo Stato. Questo è ben lungi da un qualsiasi “libero mercato” vero e rivela che, come in molti altri settori economici, è davvero impossibile difendere la libertà ed il libero mercato senza insistere sulla difesa dei diritti di proprietà privata. L’affermazione grottesca di Friedman, secondo cui quegli abitanti urbani che non vogliono contrarre l’enfisema dovrebbero trasferirsi in campagna, ricorda crudamente il famoso detto di Maria Antonietta: “Che mangino le brioches!” — e rivela una mancanza di sensibilità nei confronti dei diritti umani e della proprietà. La dichiarazione di Friedman, infatti, è un tutt’uno con il tipico conservatore secondo cui “Se non ti piace qui, vattene”, una dichiarazione implicante la proprietà del governo sull’intera area di terra denominata “qui” l’abbandono dell’area per chi non si conformi ai suoi voleri. La critica libertaria di Robert Poole delle proposte di Friedman offre un contrasto rinfrescante:

Purtroppo, è un esempio del più grave fallimento degli economisti conservatori: in nessuna parte della proposta vi è alcuna menzione dei diritti. Questa è la stessa lacuna che ha indebolito i sostenitori del capitalismo per 200 anni. Ancora oggi, il termine “laissez-faire” è adatto per portare avanti le immagini delle città industriali Inglesi del XVIII secolo travolte dal fumo e dallo sporco di fuliggine. I primi capitalisti concordavano con i giudici: il fumo e la fuliggine erano il “prezzo” che doveva essere pagato per i benefici dell’industria. [...] Eppure il laissez-faire senza diritti è una contraddizione in termini; il laissez-faire si basa sui diritti e deriva dai diritti dell’uomo e può perdurare solo quando questi sono ritenuti inviolabili. Ora, in un’epoca di maggiore consapevolezza riguardo all’ambiente, questa vecchia contraddizione sta tornando a tormentare il capitalismo.

E’ vero che l’aria è una risorsa scarsa [come i dicono i Friedmaniani], ma ci si deve chiedere il perché: se è scarsa a causa di una violazione sistematica dei diritti, allora la soluzione non è quella di aumentare il prezzo dello status quo, sanzionando pertanto le violazioni, ma far valere i diritti e chiedere che siano protetti. [...] Quando una fabbrica scarica una grande quantità di molecole di biossido di zolfo, le quali entrano nei polmoni altrui causando edemi polmonari, i proprietari della fabbrica hanno letteralmente aggredito le vittime (proprio come accadrebbe nel caso in cui gli spezzassero le gambe). Il punto deve essere sottolineato perché è vitale per la posizione laissez-faire libertaria. Un inquinatore laissez-faire è una contraddizione in termini e deve essere identificata come tale. Una società libertaria sarebbe una società piena di responsabilità, dove ognuno è pienamente responsabile delle sue azioni e delle eventuali conseguenze dannose che esse potrebbero provocare[10]“.

Oltre a tradire la sua presunta funzione di difesa della proprietà privata,il governo ha contribuito all’inquinamento atmosferico in un senso più positivo. Non molto tempo fa il Dipartimento dell’Agricoltura condusse irrorazioni di massa di DDT in elicottero su grandi aree, ignorando la volontà dei singoli agricoltori che si opponevano; esso continua ancora a versare tonnellate di insetticidi tossici e cancerogeni in tutto il Sud, nel tentativo costoso e  inefficace di sradicare la formica di fuoco[11]. E la Commissione per l’Energia Atomica ha riversato rifiuti radioattivi nell’aria e nel terreno per mezzo delle sue centrali nucleari e attraverso i test atomici. I poteri  locali, gli stabilimenti idrici e quelli che forniscono servizi pubblici con licenza monopolistica, inquinano massicciamente l’atmosfera. Uno dei compiti principali dello Stato, in questo settore, è quindi quello di fermare il suo avvelenamento dell’atmosfera.

Così, quando diradiamo le confusioni e la filosofia infondata degli ecologisti moderni, troviamo una tesi importante contro l’attuale sistema; ma la tesi non è contro il capitalismo, la proprietà privata, la crescita o la tecnologia di per sé: è una tesi contro il fallimento del governo nel difendere i diritti di proprietà dall’invasione altrui. Se i diritti di proprietà venissero pienamente difesi contro l’invasione privata e pubblica, scopriremmo, come in altri settori della nostra economia e della società, che l’impresa privata e la tecnologia moderna non rappresentano una maledizione per il genere umano, bensì la sua salvezza.

 

Tratto da For a New Liberty: The Libertarian Manifesto (1973)

Articolo di Murray Rothbard su Mises.org

Traduzione di Francesco Simoncelli

Note

[1] L’attuale legge “sull’appropriazione” negli stati Occidentali fornisce già le basi per pieni diritti di proprietà privata sui fiumi in base “all’homesteading.” Per una discussione completa, consultare Jack Hirshleifer, James C. DeHaven, e Jerome W. Milliman, Water Supply; Economics, Technology, and Policy (Chicago: University of Chicago Press, 1960), capitolo IX.

[2] Edwin G. Dolan, “Capitalism and the Environment,” Individualist (Marzo 1971): 3.

[3] Consultare E.F. Roberts, “Plead the Ninth Amendment!” Natural History (Agosto–Settembre 1970): 18ff. Per una storia ed analisi definitiva del cambiamento nel sistema legale verso la crescita ed i diritti di proprietà nella prima metà del XIX scolo, consultare Morton J. Horwitz, The Transformation of American Law, 1780–1860 (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1977).

[4] Citato in Milton Katz, The Function of Tort Liability in Technology Assessment (Cambridge, Mass.: Harvard University Program on Technology and Society, 1969), p. 610.

[5] Frank Bubb, “The Cure for Air Pollution,” The Libertarian Forum (Aprile 15, 1970): 1. Consultare anche Dolan, TANSTAAFL, pp. 37–39.

[6] Consultare Jane Jacobs, The Economy of Cities (New York: Random House, 1969), pp. 109ff.

[7] Poole, “Reason and Ecology,” pp. 251–52.

[8] Ibid., p. 245.

[9] Consultare Dolan, TANSTAAFL, p. 39, e Katz, The Function of Tort Liability in Technology Assessment, passim.

[10] Poole, “Reason and Ecology,” pp. 252–53. L’affermazione di Friedman può essere trovata in Peter Maiken, “Hysterics Won’t Clean Up Pollution,” Human Events (Aprile 25, 1970): 13, 21–23. Una presentazione completa della posizione dei Friedmaniani può essere trovata in Thomas D. Crocker and A.J. Rogers III, Environmental Economics (Hinsdale, Ill.: Dryden Press, 1971); e posizioni simili possono essere trovate in J.H. Dales, Pollution, Property, and Prices (Toronto: University of Toronto Press, 1968), e Larry E. Ruff, “The Economic Common Sense of Pollution,” Public Interest (Primavera, 1970): 69–85.

[11] Glenn Garvin, “Killing Fire Ants With Carcinogens,” Inquiry (Febbraio 6, 1978): 7–8.

Comunicazione di Servizio: da questa settimana e sino a settembre, pubblicheremo gli articoli giornalieri dal lunedì al venerdì. Non vi saranno quindi nuove pubblicazioni nel week end.

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avatar ildubbioso luglio 29, 2012 alle 08:52

Non penso però che sia una soluzione parziale, se qualcuno possedesse il Bisagno, o migliaia di altri torrenti italiani dubito che ci guadagnerebbe qualcosa a dare “locazioni concesse alle imprese in cerca dei diritti sull’acqua potabile, sulla ricreazione, e sulla pesca commerciale”. Sarebbe molto più conveniente venire a patti con le industrie inquinanti.

avatar Giorgio Venzo luglio 30, 2012 alle 14:21

E’ molto importante riflettere prima su cosa significhi quel “qualcuno”: il privato non è soltanto l’individuo, nè il guadagno è sempre e solo quello monetario.
Il caso di un’associazione dedita al mantenimento di un’area geografica è proprio quello di un privato che, agendo col fine principale di salvaguardare un torrente, potrebbe acquistarne il corso e sorvegliarlo.

Il caso, sempre possibile, di proprietario che “viene a patti con soggetti inquinanti” va considerato pesando anche la reazione di quegli altri proprietari i cui campi, case o attività giacciono lungo il corso del fiume inquinato, subendone danno.

Il caso estremo di un privato che detenga proprietà di tutto un corso fluviale, dalla fonte al mare più le terre circostanti, vedrebbe entrerare in gioco i proprietari dei tratti di mare interessati a scopo balneare o di itticoltura.

avatar ildubbioso agosto 4, 2012 alle 10:39

è vero, non ci avevo pensato. Effettivamente se si considera il principio di difendere sempre la proprietà privata molti problemi sembrano risolversi

avatar lukeskywalker luglio 27, 2012 alle 12:53

Bell’articolo e mi ha chiarito molte cose.
Un ultimo dubbio: quando si stabilisce quando c’è inquinamento? Semplicemente posso affermare che nella mia proprietà, di quella determinata fonte di inquinamento, non voglia neanche una quantità infinitesimale?

avatar Francesco Simoncelli luglio 29, 2012 alle 10:13

Ciao Luke.

>Semplicemente posso affermare che nella mia proprietà, di quella determinata fonte di inquinamento, non voglia neanche una quantità infinitesimale?

Per rispondere a questa domanda bisogna chiamare in causa i diritti di proprietà. Diversamente dai Chicago boys, che considerano principalmente quanto una determinata entità crei “ricchezza sociale,” gli Austriaci/libertari prendono in considerazione i diritti di proprietà ed il principio di non aggressione.

Ad esempio, nel 1830 c’erano ferrovie che correvano lungo i lati di vari poderi. Il motore emetteva scintille, le quali potevano incendiare il raccolto dei coltivatori. In questo caso, anche la minima scintilla era un’invasione della proprietà ed il coltivatore poteva rivolgersi ad una corte per chiedere un compenso e addirittura un’ingiunzione. Se la compagnia ferroviaria avesse perpetrato il suo atteggiamento di invasione della proprietà altrui, i responsabili sarebbero andati in prigione. Per questo motivo, furono “costretti” a sviluppare tecnologie in grado di limitare le scintille del motore. (es. smoke prevention devices)

avatar lukeskywalker agosto 1, 2012 alle 15:58

Chiarissimo. Grazie della risposta.

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