L’Impotenza dello Stato nell’economia

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti gli americani che i politici, i quali pretendono di guidare l’economia, non hanno la benché minima idea di quello che stanno facendo. Ormai non è più nemmeno necessario essere degli esperti economici per accorgersi come lo Stato sia del tutto impotente quando si tratta di creare condizioni per la ripresa economica: se si vuole una prova di tale impotenza, basta solamente guardarsi attorno.

Gli Stati sono molto bravi a creare recessioni e ad impedire ogni ripresa. Questo è il limite dei loro poteri. Se vi aspettate qualcosa di costruttivo, resterete sicuramente delusi. I politici di ogni genere e specie, dal presidente Obama in giù, vi promettono la luna ma in cambio vi faranno solo avere  delle pietre prive di ogni valore. Essi incolperanno tutto e tutti per i loro fallimenti, ma la loro inettitudine può vantare  una sola fonte: il processo politico, che si fonda sulla forza, anziché sulla pacifica cooperazione economica ed è singolarmente inadeguato per creare benessere e prosperità.

Tra questi politici, Obama e l’ex presidente George W. Bush hanno destinato più di un trilione di dollari in aumenti di spesa pubblica e in tagli fiscali, con l’obiettivo di stimolare l’economia. E quali sono stati i risultati di tutto ciò? Un tasso di disoccupazione, persistente e minimizzato, dell’ 8,2 per cento. Se si contassero i lavoratori part-time che preferirebbero essere assunti a tempo pieno, il tasso in parola schizzerebbe al 14,8 per cento. Anche questo dato statistico sottende un tasso di partecipazione al lavoro dolorosamente depresso: sotto la soglia del 64 per cento. Bisogna tornare indietro al 1981 per trovare un tasso così basso. In più, l’ironia della sorte vuole che le persone che abbandonano la forza lavoro per la frustrazione non vengano affatto conteggiate nel novero dei disoccupati.

L’approccio dei politici è di per sé viziato sin dalle fondamenta. Quasi senza eccezione alcuna, essi promettono di “rimettere l’economia in movimento”, come se si trattasse di un veicolo in fase di stallo. Ma, metafore popolari a parte, l’economia non può certo configurarsi come un macchinario passibile di stimoli. Essa concerne solamente delle persone, motivate a perseguire le proprie specifiche finalità ed impegnate in continui scambi per assicurarsi mutui benefici.

Le persone effettuano scambi e assumono delle decisioni di investimento – o si astengono dal farlo – sulla base, non solo dei propri valori e delle proprie preferenze, ma anche delle loro aspettative circa l’evoluzione di uno scenario futuro che è, di per sé, intrinsecamente incerto. Queste aspettative possono essere oltremodo annebbiate o variate, a fronte dell’insorgere dell’ incertezza supplementare per le misure che un governo eccentrico deciderà di assumere nel prossimo futuro: trattasi, propriamente, di ciò che lo storico dell’economia Robert Higgs definisce come “regime di incertezza”; gli individui sono meno propensi ad elaborare progetti economici, chiari e definiti, a lungo termine  – quelli che, per intenderci, creano posti di lavoro e  generano prodotti nuovi e migliori – se una nuova tassa o una nuova regolamentazione, che potrebbero venire forse alla luce la prossima settimana, il  prossimo mese, o il prossimo anno, potranno poi annientare la potenzialità di quel disegno di trasformarsi in profitto. Il mondo è già abbastanza incerto di suo, per doverci stare a preoccupare anche dei programmi scriteriati e senza capo né coda che dei politici ignoranti decideranno di assumere per il futuro.

Con tutte le regolamentazioni che sussistono in tema di assicurazione sanitaria dei lavoratori, di finanza e in tutta una serie di altri settori ancora da scrivere, con la Federal Reserve che agisce sulla base del suo mero capriccio, è fuor di dubbio che un imprenditore si accollerebbe un immane rischio nell’intraprendere un qualsivoglia progetto a lungo termine. Inoltre, con circa 15.000 miliardi di dollari di debito nazionale all’orizzonte, chi potrà mai conoscere che razza di piano fiscale il Congresso ed il Presidente abbiano in animo di propinarci?

Questo è già di per sé sufficiente a spiegare la debole ripresa, se così può essere definita. Eppure la maggior parte dei sapientoni, dopo aver assorbito i volgari precetti dell’economia keynesiana, da parte di asseriti maestri e  delle presunte “autorità” che pontificano sulle reti televisive,  ritengono che il difetto stia nel processo di mercato e  non certo in quello politico. Quindi la loro opinione è che allo Stato basterebbe giusto spendere i soldi presi in prestito e tutto sarebbe sistemato. E come spendere questi soldi? Qui entra in gioco la parolina magica “infrastrutture”: i soldi dovrebbero essere impiegati per sistemare le strade, i ponti e le scuole; così facendo la disoccupazione, come per magia, sparirebbe. Basterebbe semplicemente assumere i lavoratori edili al momento privi di occupazione, pagarli per fare questi lavori e  starli a guardare nello spendere i quattrini guadagnati, consentendo ad altri di  lavorare. È così semplice! Lo stato deve pensare in grande!

Tutto ciò può sembrare plausibile, ma è  profondamente sbagliato. Ogni centesimo che lo Stato prende a prestito o acquisisce in forza delle tasse deve essere dapprima stornato da scopi privati. Lo stato è semplicemente un’organizzazione parassitaria, sprovvista di  risorse proprie ed incapace di produrre, per proprio conto, alcunché. Allora, dove starebbe il guadagno?

I keynesiani rispondono che le persone, nel settore privato, non spendono. Ma questo concetto l’abbiamo già spiegato: è il regime di incertezza!  E poi non è vero che la gente non spende per i consumi. Ciò che manca sono gli investimenti. Ma per investire, oltre alla fiducia, occorrono i risparmi – proprio ciò che lo stato e la Fed scoraggiano attraverso la manipolazione dei tassi di interesse, tenuti artificialmente bassi.

Dovremmo proprio smetterla di guardare ai politici per sperare nella ripresa: il cammino verso la prosperità va invece trovato nel ridimensionamento, e non di poco, dello Stato: abolendo tasse e regolamentazioni; eliminando la spesa pubblica, i privilegi corporativi e tutte le altre barriere volte ad ostacolare la cooperazione sociale.

Articolo di Sheldon Richman su Reason.com

Traduzione di Cristian Merlo