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L’inevitabile dipartita dell’euro

giovedì, agosto 2, 2012 di tradotto da

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Giovedì scorso la Bce di Mario Draghi è stata spinta a difendere l’euro, dopo che il rendimento dei bond del governo spagnolo aveva drammaticamente superato la barriera del 7%. Quando poi la regione di Valencia ha chiesto al governo centrale un salvataggio, e vi erano chiare indicazioni che non sarebbe stata l’unica regione ad avere problemi di bilancio, è diventato chiaro che la Spagna si trovasse in grossi guai. Siamo stati abituati al concetto di “troppo grande per fallire” (Too big to fail), ma ora dovremo abituarci anche alla locuzione “troppo grande per essere salvato”.

Normalmente si parla di Spagna e Italia in termini di debito pubblico e deficit di bilancio, dimenticando che questa è solo una parte del problema. Infatti, dovremmo aggiungere i debiti delle regioni e degli enti locali, delle industrie nazionalizzate o sussidiate e diverse altre garanzie fuori bilancio. Lasciamo da parte, per ora, le proiezioni di spesa della sanità e dei programmi di welfare, che statisticamente rivelano cifre enormemente più grandi: non sono un problema immediato. Rimaniamo però con dei salvataggi, senza nemmeno considerare il sistemi bancario, che ammontano da due a quattro volte le cifre di solito leggete sui giornali. Si pensa normalmente che la Spagna possa essere salvata, ma quando si tiene conto di ogni cosa, includendo il prospetto di una crisi economica indotta da politiche governative erronee, il conto da pagare è semplicemente troppo grande.

Evitare di affrontare la realtà finanziaria è essenzialmente una questione politica. Il Presidente del governo spagnolo, Mariano Rajoy, è stato eletto con una forte maggioranza lo scorso novembre e non è stato in grado di tagliare la spesa. Invece di ridurre il fardello del settore pubblico nell’economia, ha scelto di penalizzare il settore privato produttivo aumentando le tasse. Se c’era qualcuno con la possibilità di fronteggiare la realtà con un mandato elettorale forte, quello era Rajoy, ma non è stato in grado di farlo o perché giudicava l’impresa politicamente impossibile o semplicemente perché è troppo debole.

Forse è questione di realtà politica: questo si riflette in tutti gli altri paesi colpiti dalla crisi. L’elettorato francese ha deciso di mettere in chiaro le cose eleggendo un presidente socialista il cui programma è aumentare contemporaneamente le tasse e la spesa pubblica. Il risultato è che l’Europa si trova ad affrontare un collasso economico più presto di quanto sarebbe stato altrimenti, caricando il fardello, principalmente sulle spalle della Germania, dovuto ai salvataggi degli stati irresponsabili.

La Germania sta diventando politicamente isolata e la cancelliera Merkel non è più in grado di far finta che, deo volente, alla fine tutto andrà per il meglio. Al contrario la Germania si trova davanti alla prospettiva di dover pagare un conto salatissimo, cosa ora riconosciuta anche dalle agenzie di rating. In un podcast di Goldmoney pubblicato lo scorso mercoledì, Philipp Bagus ha stimato in quattro volte il totale delle entrate fiscali il costo che la Germania si troverà a dover affrontare. Questo implica tasse al di sopra del 100% del reddito del settore privato. Come puoi farti seguire dall’elettorato, solo per tenere l’euro in vita, con questa sorta di costi?

Non puoi. Bagus non vede alternativa alla stampa di moneta e questo è effettivamente ciò che Draghi si è detto pronto a fare; ma diversamente dalle altre monete fiat, l’euro non ha dietro un solo paese. Quindi l’effetto sull’euro di Draghi che si mette a stampare potrebbe essere catastrofico.

Sarebbe una catastrofe notevole. Non ci è capito nelle scorse decadi di vedere implodere un’importante moneta fiat, anche se in Germania c’è ancora chi si ricorda la miseria che segue ad un evento del genere. La velocità a cui l’euro si indebolirà potrebbe essere davvero sorprendente.

Articolo di Alasdair Macleod sul Cobden Centre

Traduzione di Marco Bollettino

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