Perché dar retta a Keynes?

In un recente articolo della BBC News, il filosofo John Gray pone la curiosa (quanto vana) domanda riguardo ciò che John Maynard Keynes farebbe nella crisi economica di oggi. Dico “vana” perché praticamente ogni governo Occidentale ha seguito il rimedio prescritto da Keynes per la cosiddetta Grande Recessione: in seguito alla crisi finanziaria del 2008, i governi di tutto il mondo si sono impegnati nella spesa a deficit mentre le banche centrali hanno spinto i tassi d’interesse a minimi senza precedenti. Quasi quattro anni dopo, la disoccupazione resta ostinatamente elevata nei paesi più importanti.

Anche adesso, di fronte alla flessione che segue inevitabilmente qualsiasi sensazione di euforia indotta dallo stimolo, alcune banche centrali hanno preso misure per un ulteriore allentamento monetario. La Banca d’Inghilterra ha recentemente annunciato l’estensione del suo programma di quantitative easing da £50 miliardi. Per non essere da meno, sia la Banca Popolare della Cina che la Banca Centrale Europea hanno tagliato i tassi di interesse, nel tentativo di incrementare il credito al consumo. Tuttavia, questi nuovi giri di stimolo monetario non sembrano ottenere  granché: la cura miracolosa Keynesiana è stata finora un vero disastro. Tutto ciò che i discepoli moderni di Keynes riescono a fare è grattarsi la testa e dire “si sarebbe dovuto fare di più”; non alludono mai a quante altre migliaia di miliardi di dollari di carta dovrebbero essere create o spese; si tratta, semplicemente, della scusa che continua a farli andare nella stessa direzione.

Forse per queste ragioni, Gray non propone una raccomandazione in piena regola della famosa politica anticiclica di Keynes per combattere la crisi odierna: lui si chiede se Keynes proporrebbe una politica che contrasta fortemente le teorie influenti presentate nella General Theory of Employment, Interest, and Money. Per Gray, Keynes era un intellettuale di peso che possedeva una “profonda comprensione della natura complessa, imprevedibile ed a volte indissolubilmente difficile delle vicende umane”. Per lui, i politici di tutto il mondo dovrebbero fare in modo di dare il benvenuto al desiderio Keynesiano di realizzare una “varietà intelligente di capitalismo”. Il semplice quesito di Gray riguardo “quello che farebbe Keynes” presenta in realtà un’altra domanda: chi era Keynes e perché era considerato una mente brillante? Quest’uomo merita veramente le lodi che riceve dall’establishment intellettuale strettamente allineato al governo?

Per rispondere a queste domande, è necessario osservare i primi anni del XX secolo del famoso economista. Innanzitutto, Keynes non nacque in una famiglia con pochi mezzi: venne incredibilmente privilegiato durante la crescita da suo padre, John Neville Keynes, il quale fu una figura importante all’interno della Cambridge University. Con l’aiuto di suo padre e del buon amico di suo padre ed economista Alfred Marshall, il giovane Keynes venne introdotto alla vita aristocratica della classe intellettuale della Gran Bretagna e aderì agli Apostles come studente dell’Università di Cambridge. Gli Apostles erano una società segreta riservata a coloro connessi con o nella classe dirigente del paese. L’appartenenza di Keynes avrebbe finito per plasmare la sua visione dell’umanità in generale: ciò lo avrebbe portato all’adozione di una tendenza egocentrica ed elitaria per gran parte della sua carriera.

Quindi tutto cominciò a Cambridge con gli Apostles. Lui e gli altri membri avrebbero spesso fatto riferimento a quelli che non erano all’interno della cricca altamente segreta come “fenomeni” e non “reali”. Come studente universitario, Keynes scrisse in una lettera al suo amico Giles Lytton Strachey:

E’ monomania — questa colossale superiorità morale che percepiamo? Ho la sensazione che la maggior parte del resto [del mondo esterno agli Apostles] non abbia mai visto niente — sono  troppo stupidi o troppo malvagi.

Il senso di superiorità di Keynes era anche accompagnato dal disprezzo degli Apostles verso concetti e valori morali in possesso della classe media, come la parsimonia. Dopo la laurea, avrebbe contribuito a formare il Bloomsbury Group, che divenne una forza intellettuale nel XX secolo in Inghilterra. Il Bloomsbury Group, come gli Apostles, abbracciava i punti di vista d’avanguardia verso l’estetica e la morale e detestava i valori tradizionali. Gran parte dell’odio di Keynes verso le visioni del bene e del male fu il frutto dell’influenza di un professore di filosofia al Trinity College, di nome G.E. Moore. Per Maynard, il capolavoro di Moore, Principia Ethica, era “eccitante, esilarante, l’inizio di un nuovo rinascimento, l’apertura di un nuovo paradiso in terra”. Nel suo libro di memorie “My Early Beliefs”, Keynes insisteva sul fatto che l’etica personale di Moore “rese la morale inutile. […] Abbiamo completamente ripudiato la responsabilità personale dell’obbedienza a regole generali”. Verso la fine dello scritto, garantisce ai suoi lettori che “rimango e sempre rimarrò un immoralista”.

La razionalizzazione di Keynes dell’intervento del governo e l’ego orrendamente gonfiato lo portarono ad essere uno degli economisti più ricercati durante i primi anni della Grande Depressione. Per il politico che si immagina come un modellatore della società perfetta, le teorie presentate da Keynes, che divorziavano da ogni parvenza di realtà, erano una manna dal cielo: la General Theory avrebbe continuato a fornire la copertura intellettuale necessaria alla classe politica, per convincere l’uomo della strada che solo lo Stato avrebbe potuto consegnare la terra dell’abbondanza.

La più controversa delle teorie di Keynes era quella secondo cui gli investimenti devono essere socializzati per praticare, in un certo senso, l'”eutanasia” del rentier, che non possedeva redditi giustificabili. Arrivò persino a scrivere “L’interesse, oggi, non premia alcun sacrificio vero e proprio. […] Non ci sono ragioni intrinseche per la scarsità del capitale”. La soluzione definitiva sarebbe stata quindi quella di progettare “un aumento del volume del capitale fino finché cessi di essere scarso”. Fare ciò significava ridurre il tasso di interesse per i mutuatari, ampliando l’offerta di moneta. Per la gioia dei funzionari pubblici, a ciò avrebbe fatto seguito, in tandem, un aumento della spesa pubblica.

Naturalmente questa strategia avrebbe successo se non fosse per un dettaglio fondamentale: il capitale non è costituito da pezzi di moneta fiat. Il capitale è formato da risparmi reali rappresentati da cose come le macchine industriali, le catene di montaggio, l’attrezzature delle fabbriche, i cavi ottici e le materie prime. In altre parole, non è vero che il capitale non può essere reso scarso poiché può essere stampato a comando. Tuttavia, questa verità non riesce a far smettere le promesse politiche di beni “gratuiti” a vita agli elettori suscettibili.

Ed è per questo che la General Theory non era solo un libro sulla teoria economica; era una guida “sul come” vincere le elezioni. Ci sarebbe da meravigliarsi allora perché così tanti apologeti dello stato sostengono che esso contenga una saggezza senza limiti?

Infatti, quale politico non adora setnire che la prosperità si trova a poche leggi di distanza? Il mondo degli aggregati omogenei che Keynes presentò all’Establishment alimentò il desiderio lussurioso di controllo della società. In un mondo di fredde statistiche, le persone non sono altro che pedine su una scacchiera da spostare avanti e indietro con il minimo di facilità. Le obiezioni non contano nulla; il percorso verso la virtù è visto solo da quei pianificatori centrali che, come Keynes, si considerano “eletti”, non vincolati dagli istinti primordiali della gente comune.

In breve, John Maynard Keynes non si è limitato a fornire una mappa per un’economia gestita a livello centrale, lo ha fatto avvolgendo la sua disonestà intellettuale in un gergo incomprensibile ma carismatico. Come Murray Rothbard ha sottolineato nella sua breve biografia “Keynes, The Man

egli mostrava piacere per la menzogna politica: stilava abitualmente statistiche in base alle sue proposte politiche e si sarebbe esaltato per un’inflazione monetaria mondiale con un’iperbole esagerata pur sostenendo che “le parole dovrebbero essere un po’ selvagge – l’assalto dei pensieri sull’impensato”. Ma, rivelando la sua vera natura, una volta raggiunto il potere, Keynes ammise che tale iperbole doveva essere lasciata cadere: ‘Quando vengono raggiunti i posti del potere e dell’autorità, non ci dovrebbe più essere la licenza poetica’.

L’ego di Keynes era così grande che quando veniva pressato dall’amico ed economista Austriaco Friedrich Hayek sul tipo di totalitarismo che le sue teorie stavano ispirando, gli assicurò che poteva far oscillare facilmente l’opinione pubblica, con un semplice gesto della sua mano.

La domanda interessante non dovrebbe essere “cosa farebbe Keynes?” ma piuttosto “perché dare retta a qualcuno così pomposo e nichilista in primo luogo?”. Proprio come Keynes non vide arrivare la Grande Depressione, i Keynesiani moderni non hanno visto la bolla immobiliare ed il crollo finanziario. Dal suo disprezzo per i principi morali al suo entusiastico sostegno per l’eugenetica, Keynes vedeva il mondo come qualcosa di separato dalla bolla dei suoi compagni elitari. Era un ciarlatano che convinse una generazione di economisti che il bacino dei risparmi reali per ogni dato paese poteva essere reso infinito, se solo lo stato avesse pienamente abbracciato la stampante come un dittatore abbraccia il gulag.

La “varietà intelligente del capitalismo” secondo Gray è solo un modo elegante di dire “pianificazione centrale”. Per Keynes ed i suoi seguaci, il capitalismo è intrinsecamente ignorante perché è basato sul consumatore; il che significa che l’uomo comune determina ciò che viene prodotto e in quale quantità. Per qualcuno che si è raffigurato al di sopra della massa degli stolti, la crescita dell’economia di mercato deve aver occupato parecchio i suoi pensieri.

Forse la migliore sintesi di Keynes arriva da Rothbard, che una volta osservò:

Per Robbins (Lionel) è una figura simile a Dio con una luce dorata […] intorno ad un alone. Ho avuto una valutazione leggermente diversa. Riassumiamo Keynes: arrogante; sadico; avido di potere; bugiardo intenzionale e sistemico; intellettualmente irresponsabile; nemico della logica; amante dell’edonismo di breve termine ed avversario nichilista della morale borghese […];  nutriva un profondo odio della parsimonia e del risparmio; un tizio che voleva liquidare e sterminare la classe creditrice; un imperialista ed anti-Semita ed un fascista.

Al di là di ciò credo fosse un bravo ragazzo!”

Articolo di James E. Miller su Mises Canada

Traduzione di Francesco Simoncelli