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Source link: http://vonmises.it/2012/08/10/le-proposizioni-stataliste-del-protezionismo/

Le proposizioni stataliste del protezionismo

venerdì, agosto 10, 2012 di tradotto da

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Dove c’è il libero commercio, la concorrenza straniera vanificherebbe, anche nel breve periodo, gli obiettivi perseguiti dalle varie misure di intervento del governo nei confronti delle imprese nazionali. Quando il mercato interno non è in qualche modo isolato dai mercati esteri, non ci può essere controllo del governo. Più una nazione va verso la regolamentazione pubblica e l’irreggimentazione, tanto più è spinta verso l’isolamento economico. La divisione internazionale del lavoro diventa sospetta perché ostacola il pieno utilizzo della sovranità nazionale: la tendenza verso l’autarchia è essenzialmente una tendenza delle politiche economiche nazionali; è il risultato del tentativo di rendere fondamentale lo stato nelle questioni economiche.

~ Ludwig von Mises, Omnipotent Government (1944), p. 4.

Il libero commercio è una politica economica cruciale nella limitazione della crescita del socialismo: Mises non vacillò mai da questo punto di vista. Riconobbe la minaccia di tutte le tesi sul protezionismo: aiutano ad espandere il potere dello stato; si muovono verso una pianificazione economica centralizzata.

So da almeno 50 anni che il problema che divide economicamente il movimento della destra è la questione del protezionismo: le persone che credono di essere i difensori del principio della libera impresa ad un certo punto affrontano un momento di verità. Devono decidere se sono a favore dei dazi o del libero scambio. Devono affrontare la realtà delle argomentazioni a favore della libera impresa: credono nella libera impresa o credono in un’economia mista del moderno stato sociale?

Nei miei ultimi saggi sui dazi, in cui ho usato le metafore delle pistole, dei distintivi e delle linee invisibili conosciute come confini, ho cercato di convincere la gente a riflettere attentamente sui principi fondamentali economici della libera impresa. Sto chiedendo alla gente di pensare ai presupposti ed alle implicazioni delle loro opinioni riguardo il modo in cui l’economia funziona davvero e quello in cui dovrebbe funzionare.

COLLETTIVISMO METODOLOGICO

La differenza tra lo statalista ed il libertario ha a che fare con la metodologia: lo statalista inizia la sua discussione sull’economia dal punto di vista dell’impresa collettiva, nota come governo civile. Egli equipara lo stato (il monopolio della coercizione) e la società (istituzioni volontarie); identifica anche lo stato con la nazione e considera questo l’agenzia che rappresenta legalmente la nazione stessa. In alcuni casi, crede davvero che lo stato sia la stessa cosa della nazione. Rousseau è il caso migliore: egli sosteneva l’esistenza della Volontà Generale – l’umanità collettiva, spogliata delle lealtà intermedie e degli obblighi – che è rappresentata dallo stato.

Non vi è dubbio che vi sia un soggetto giuridico definito come il governo degli Stati Uniti. Si tratta di una costruzione giuridica. Essa è caratterizzata, secondo l’affermazione dei suoi sostenitori, dal possesso di una giurisdizione finale sull’utilizzo delle pistole e dei distintivi all’interno dei suoi confini. Ha il monopolio della violenza, che non può essere legalmente contestato da qualsiasi altro ente. Ha l’ultima parola nei confronti di quella persona a cui punta la pistola.

Se non pensiamo allo stato in questo modo, non capiremo che cosa lo stato è in realtà: la coercizione legalizzata. Lo stato è l’agenzia che sostiene e rafforza il suo diritto di puntare le pistole alla tempia della gente. C’è un grande dibattito sui fondamenti giuridici e morali che sottendono questa affermazione, ma il diritto di possedere legalmente una pistola e di puntarla alla tempia di qualcuno è l’essenza dello stato.

La tesi del libero scambio si basa su un presupposto: un individuo ha l’autorità legale e morale di fare un’offerta a qualcun altro per comprare ciò che egli possiede: il diritto legale di fare un’offerta. Ci sono molti modi per difendere l’economia di libero mercato, compresa la sua efficienza, ma il punto di partenza, secondo la teoria libertaria, è il diritto morale e giuridico che ha un individuo nel possedere una proprietà, il che implica il diritto di un individuo a rinnegare una proprietà. Si tratta di proprietà e rinnegamento di una proprietà che servono come fondamento della teoria sociale libertaria e servono anche come fondamento della teoria economica del libero mercato.

Il collettivista inizia con il concetto di stato come autorità finale; la teoria libertaria inizia con il concetto di individuo come autorità suprema.

Dal mio punto di vista economico, comincio con Dio come autorità finale, poiché, come ho cercato di dimostrare negli ultimi 45 anni, il Dio della Bibbia è di gran lunga il difensore dei diritti della proprietà privata: questo è racchiuso nel comandamento: “Non rubare.” Continuo a paragonare questo concetto con l’affermazione degli economisti del moderno stato sociale: “Non rubare, se non a maggioranza dei voti”.

ADAM SMITH

Adam Smith è correttamente considerato come il difensore del concetto di libero scambio di maggior successo nella storia. Questo è uno dei motivi per cui, agli occhi di coloro che credono nel libero scambio, il lavoro di Adam Smith come esattore delle dogane (dazi) per il governo Britannico è una di quelle classiche ironie della storia. Adam Smith vendette i suoi principi economici per un reddito elevato.

Murray Rothbard ha esposto quello che possiamo legittimamente chiamare il mito di Adamo Smith. Smith non f il più grande difensore del libero mercato, né il più grande difensore della teoria economica, ma fu, senza dubbio, il primo difensore più influente del libero commercio e del libero mercato. Come pubblicista, era un maestro. Perché questo debb essere vero, non saprei: il suo libro, The Wealth of Nations (1776) è un libro pesante e rara è la persona che sostiene di iniziare a leggere da pagina 1 alla fine.

Smith fece un’affermazione che, ai suoi tempi, fu grandemente importante e gettò le basi della moderna teoria economica. Sosteneva che il sistema di libero mercato è autonomo: esisterebbe indipendentemente dalla legislazione dello stato. Lo chiamò “il sistema della libertà naturale”. Descrisse come avrebbe funzionato il libero mercato se lo stato non fosse intervenuto approvando leggi per interessi speciali, da cui traevano beneficio un gruppo o un altro. Quella che Rousseau rivendicava come Volontà Generale, fu definito da Smith come “libero mercato”. Ma la Volontà Generale di Rousseau aveva bisogno di una istituzione rappresentativa per esprimersi; la teoria di Smith del libero mercato era l’interprete  di sé stessa.

Il sistema della libertà naturale massimizzerebbe la ricchezza delle nazioni, disse, ma, molto più importante, massimizzerebbe la ricchezza degli individui. L’idea centrale del libro di Adam Smith era questa: il perseguimento degli interessi individuali, da parte di tutti gli abitanti della nazione, si tradurrà in un aumento della ricchezza complessiva. Il suo collegamento tra il perseguimento degli interessi individuali e la massimizzazione della ricchezza della propria nazione è l’essenza della logica Smithiana e del ragionamento della maggior parte dei liberi imprenditori.

Questa è sicuramente l’idea più importante che i socialisti respingono sempre. L’essenza della prospettiva socialista è questa: l’interesse individuale non può essere attendibile, perché conduce allo sfruttamento dei deboli. Al fine di difendere i deboli, il socialista sostiene che il governo civile debba interferire con i diritti della proprietà privata e pianificare la società dal punto di vista della nazione nel suo insieme, del popolo nel suo insieme, dell’avanguardia del proletariato o di qualsiasi altro gruppo identificato come rappresentante gli interessi della nazione.

Il socialista vuole capitalizzare la parola “nazione”: la Nazione è il suo punto di partenza ed è anche il suo fine etico. Egli identifica lo stato con la nazione ed insiste circa il modo corretto di guardare l’economia: vederla come un’estensione dello stato, che incorpora in qualche modo la nazione.

LUPI MERCANTILISTI TRAVESTITI DA PECORE

I liberi imprenditori dicono di rifiutare questa prospettiva. Lo stesso vale per la maggior parte dei conservatori. Dicono di non credere che lo stato sia la stessa cosa della nazione. Il problema è che la maggior parte di essi opera ancora in termini dell’entità collettiva nota come “Nazione”: si aggrappano ancora all’idea dello stato-nazione come fonte ultima di orientamento dell’economia.

Questa prospettiva, in Occidente, è stata associata al mercantilismo. Il mercantilismo è il sistema in cui i politici ottengono il controllo dello stato e quindi lo utilizzano per concedere monopoli di commercio a gruppi con interessi particolari. È in questa prospettiva che Adam Smith scrisse il suo libro.

Nella misura in cui le persone dicono di credere nel concetto di libero mercato di Adam Smith, dovrebbero opporsi al mercantilismo. Il problema è questo: la mentalità mercantilista è rappresentata al meglio con la difesa dei dazi. I dazi sono tasse sulle vendite imposte sulle importazioni di merci di produzione straniera. Eppure la maggior parte delle persone che si ritiene “difensore del libero mercato”, cioè difensori dell’economia di Adam Smith, è in stragrande maggioranza a favore dei dazi. Pensano di sostenere il libero mercato ma sono mercantilisti. Pensano di essere difensori della proprietà privata, quando sono in realtà difensori dello stato sociale.

Il motivo per cui i conservatori dicono di opporsi al welfare state è perché lo stato interferisce con il libero mercato. Ma quando li si pressa per difendere il libero mercato, chiedendo loro di opporsi a tutti i dazi ad eccezione degli strumenti generatori di entrate, si rifiutano di farlo. Insistono sul fatto che il sistema tariffario è necessario per difendere il libero mercato. Quale fallimento? La concorrenza sleale su tutta la linea invisibile: il confine nazionale.

Poi, quando si mostra loro che la logica di Adam Smith è stata applicata contro i dazi ed il mercantilismo, potrebbero tornare sui loro passi. Potrebbero dire che il beneficio del sistema tariffario è quello di rendere la nazione più ricca. Ancora una volta, l’anti-mercantilista sottolinea che questa idea della ricchezza attraverso le tasse sulle vendite delle importazioni era l’essenza del mercantilismo.

Poi il difensore dei dazi continua, affermando come i suoi critici siano anti-patriottici e vogliano distruggere i redditi elevati dei lavoratori Americani. Vogliono distruggere i posti di lavoro altamente retribuiti degli Americani; vogliono ridurre gli Americani al livello economico dei contadini del Terzo Mondo.

Questo è mercantilismo. E’ sempre stato mercantilismo. E’ statalismo. E’ statalismo assistenziale. Si tratta di una pistola puntata alla vostra tempia al fine di portare beneficio reddituale ad un gruppo particolare che vuole estrarre ricchezza con la violenza. Questa è l’essenza del welfare state: questo è “non rubare, se non a maggioranza dei voti”.

I protezionisti cercano di trovare argomenti economici per giustificare i dazi. Cercano, inoltre, una difesa etica di questa posizione: così, insistono sul fatto che gli agenti autorizzati dallo stato dovrebbero avere il diritto di puntare una pistola alla tempia e raccogliere un’imposta sulle vendite in nome del popolo.

Il loro concetto di Popolo è di per sé collettivista; vedono il Popolo rappresentato al meglio dallo stato: ritengono che lo stato abbia l’obbligo di imporre tasse sulle vendite delle importazioni, al fine di portare benefici a produttori inefficienti di quei beni che la maggior parte dei clienti non vuole acquistare ai prezzi richiesti dai venditori.

I LUOGHI COMUNI DEL PROTEZIONISMO

Il mercantilista adotterà qualsiasi argomento a portata di mano per difendersi. Eccone alcuni:

La nazione ha l’obbligo di proteggere i suoi cittadini contro i lavoratori-schiavi [spaventosamente efficaci].

La nazione ha l’obbligo di proteggere i propri produttori dalle sovvenzioni all’esportazione, proprio come quelle fornite dal nostro governo, delle nazioni straniere.

La nazione ha l’obbligo di difendersi dalle merci prodotte in nazioni che non hanno standard ambientali più elevati del nostro.

La nazione ha l’obbligo di difendersi dalla guerra economica di altri stati.

La nazione [non l'esercito] ha l’obbligo di proteggere le industrie che potrebbero essere necessarie in una guerra contro una nazione esportatrice.

La nazione ha l’obbligo di. . . .

Un momento! Ho alcune domande.

Cosa vuol dire, “la nazione”? Che cos’è questa nazione?

Come fa una legge che cura interessi speciali di produttori nazionali a difendere l’entità, vagamente definita, chiamata “nazione”?

Come è possibile che gli interessi di una manciata di produttori che non possono convincere i clienti ad acquistare da loro, per qualsiasi ragione, rappresentino i migliori interessi della nazione?

Perché gli interessi di questa entità collettiva conosciuta come “nazione” sono meglio compresi da un gruppo di politici che ha il supporto di una piccola minoranza di produttori che si trovano in concorrenza diretta con i produttori al di fuori del paese? Non stiamo parlando della maggior parte dei produttori. Nel 1970, solo il 5% del prodotto interno lordo degli Stati Uniti era il risultato del commercio internazionale. Oggi, è più vicino al 25%, ma in qualsiasi modo lo si voglia definire, la stragrande maggioranza degli Americani non lavora per aziende che si trovano in concorrenza diretta con i produttori stranieri.

Come è possibile che pochi gruppi con interessi speciali ed in concorrenza con i produttori esteri siano in possesso di una posizione speciale in qualità di rappresentanti dell’ente collettivo “nazione”, nonostante il fatto evidente che la stragrande maggioranza delle persone che vive nella nazione non lavori per queste aziende, non investa in queste aziende, non possieda queste aziende o nemmeno conosca i nomi di queste aziende? Chi li ha designate come “rappresentanti del popolo”? I politici, naturalmente.

Come fanno leggi per i gruppi speciali a persuadere persone che dicono di credere nel libero mercato, a convincerle ad attuare i programmi consigliati da questi gruppi con interessi speciali, come l’imposizione di imposte sulle vendite dei beni importati ed il conseguente aumento del prezzo di tali prodotti, in modo da costringere i clienti, all’interno del paese, a comprare da questi produttori inefficienti che altrimenti non potrebbero convincere i clienti a comprare da loro?

PRODOTTO CIVETTA

Attenzione ai prodotti civetta. I difensori dei dazi si presentano come difensori della nazione, quando in realtà la nazione, dal punto di vista dell’economia, non è un’entità collettiva. La nazione, da un punto di vista economico, è semplicemente un nome di comodo che diamo alle persone all’interno di invisibili linee giudiziarie note come “confini nazionali”. Queste persone posseggono delle proprietà e fanno offerte per comprare la proprietà altrui. Il difensore delle imposte sulle vendite viene nel nome della nazione e sostiene che le reali esigenze economiche della nazione siano meglio soddisfatte imponendo tasse sulla vendita sulle merci importate. Ma l’idea di nazione, da un punto di vista economico, si basa sul concetto del diritto di proprietà privata e dello scambio. Com’è possibile che ciascuno parli a nome di questa nazione – volendo imporre la minaccia della violenza, al fine di impedire ai proprietari di utilizzare  i loro beni come meglio credono?

Il difensore dei dazi è un collettivista. Non c’è scampo. è  un collettivista perché vuole usare il potere di coercizione dello stato per interferire con le decisioni dei proprietari. Lo fa in nome di un’entità suprema: la nazione. La nazione è sovrana. La nazione esiste, economicamente parlando, come un’entità al di sopra ed al di là dei risultati di una serie di scambi. Il difensore dei dazi inizia con il concetto di sovranità suprema in economia di un’entità collettiva: la nazione.

Il protezionismo è un prodotto civetta. Il difensore dei dazi dice di credere nel libero mercato ma abbraccia un concetto mercantilistico della nazione. Non inizia a discutere menzionando il concetto di proprietà privata, ma con la sovranità dello stato riguardo ai termini di scambio. Non inizia con l’individuo, come fece Adam Smith. Inizia con il concetto di stato e nazione a cui Adam Smith si oppose nel suo libro.

Quello che mi stupisce è la misura dell’auto-illusione dei liberi imprenditori che chiedono dazi in nome della nazione, e poi insistono sul fatto di credere nel libertarismo. Se iniziate concettualmente e metodologicamente con la sovranità dello stato sugli affari economici, siete nella migliore delle ipotesi un mercantilista, nel peggiore dei casi un comunista e sempre e  comunque uno statalista. Siete statalisti e welfaristi, perché credete nella redistribuzione forzata delle ricchezze da parte dello stato. Credete in questo principio: “Non rubare, se non a maggioranza dei voti”.

Ma c’è di peggio. Il protezionismo vuol dire proprio questo: “Non rubare, se non per ingannare gli elettori”.

In che modo il protezionista inganna gli elettori? Andando dagli elettori in nome della nazione, quando in realtà è un sostenitore dei produttori inefficienti e non competitivi che non possono convincere i clienti ad acquistare i loro beni.

Alcuni di questi sostenitori sono in realtà sui libri paga dei gruppi commerciali i cui membri non possono competere, quindi cercano favori dal governo. Ma la maggior parte di loro sono semplicemente individui auto-illusi, che non hanno mai capito che cos’era il mercantilismo e non conoscono gli argomenti che Adam Smith presentò contro esso. Non hanno imparato, dopo oltre 200 anni di scritti, che l’intervento economico da parte dello stato riduce la ricchezza di quei clienti che non sono più autorizzati ad acquistare i beni che vogliono.

Il mercantilista guarda a questi clienti esclusi e pensa quanto segue: “Non contano”. In realtà, sta pensando questo: “Non dovrebbero contare, invece contano, quindi dobbiamo tagliarli fuori alla frontiera”. Il nocciolo della questione è: i clienti sono una maggioranza di persone all’interno della nazione e se questo non fosse vero, non ci sarebbe bisogno di imporre tasse sulla vendita delle merci importate al fine di ridurre il commercio. L’unico motivo per cui sono imposte tasse sulle vendite, oltre a riscuotere entrate, è perché i gruppi con interessi speciali, che non sono in grado di competere nel mercato libero, sono ben consapevoli del fatto che la maggior parte dei clienti non vuole comprare quello che vogliono vendere alle loro condizioni . I gruppi con interessi speciali hanno bisogno di dazi perché non rappresentano la nazione.

I protezionisti insistono sul fatto che agiscono per conto della nazione. Non rispondono agli argomenti dei difensori del libero mercato, che sostengono come gli individui debbano essere lasciati liberi di fare qualsiasi scambio vogliano. Il difensore del libero mercato nega che ci sia una qualsiasi entità collettiva chiamata “nazione” che in qualche modo rappresenta al meglio le persone che fanno scambi volontari. Il difensore del libero mercato comincia con il diritto alla proprietà privata; il difensore del protezionismo inizia con un’entità collettiva che rappresenta presumibilmente il popolo e che approva leggi per interessi speciali contro i privati che vogliono fare acquisti. Com’è possibile che gli interessi della nazione siano meglio rappresentati da gruppi con interessi speciali che non possono competere nel libero mercato?

Com’è possibile che persone che sostengono di essere difensori del libero mercato e che addirittura affermano di essere “libertari”, si uniscano ai gruppi speciali per convincere il Congresso ad approvare imposte sulle vendite di merci importate? Com’è possibile che tutto questo venga fatto in nome del libero mercato, quando è chiaramente una forma di mercantilismo, il quale era il bersaglio della critica di Adam Smith nel 1776? Com’è possibile che i mercantilisti moderni si siano illusi a tal punto da negare il loro mercantilismo , insistendo sul fatto di essere difensori del libero mercato, quando in realtà sostengono la posizione che Adam Smith respinse (Come qualcuno possa ragionare in questo modo, in nome della scuola Austriaca di economia, proprio non riesco a capirlo. Ma c’è una persona del genere)?

Questa è schizofrenia intellettuale. Queste persone non sanno pensare. Iniziano la loro analisi – così com’è – con un soggetto collettivo noto come nazione, eppure si credono difensori del libero mercato. Eppure la logica dell’economia di libero mercato non si basa su un soggetto collettivo noto come nazione.

LE PROPOSIZIONI DEL PROTEZIONISMO

L’intero concetto del protezionismo dipende da una serie di proposizioni, nessuna delle quali è vera e pochi (se non nessun protezionista) sono disposti a difenderle in modo chiaro e schietto. Tali proposizioni false sono le seguenti:

La nazione è rappresentata al meglio dalla nazione-stato.

Il diritto alla proprietà privata non è il fondamento del libero mercato.

La sovranità suprema dello stato è il fondamento del libero mercato.

I gruppi con interessi speciali, che non possono competere in modo efficace, comprendono le esigenze della stragrande maggioranza dei cittadini molto meglio dei proprietari.

I gruppi con interessi speciali, che pagano i politici per votare a favore dei dazi, agiscono per conto della nazione.

I politici comprendono al meglio le esigenze della grande maggioranza dei cittadini.

C’è un qualche modo per un politico di valutare con precisione i costi ed i benefici dello scambio volontario.

I politici possono aggiungere benefici nazionali e sommare i costi e poi, di solito, voteranno a favore di ciò che massimizza i benefici netti nazionali.

I politici non hanno interessi personali a scapito della maggioranza dei proprietari.

Le opinioni dei clienti che desiderano acquistare da stranieri dovrebbero essere ignorate.

Pistole, distintivi ed imposte sulle vendite aumentano la ricchezza delle nazioni.

I protezionisti non iniziano la loro analisi con persone che agiscono. Iniziano sempre con l’ente collettivo noto come “stato”. Sottolineano che l’entità collettiva nota come “stato” rappresenta al meglio l’interesse dell’entità collettiva nota “Nazione” (Questa idea risale a Platone, ma fu più energicamente sostenuta da Rousseau).

Non definiscono mai cosa sia la nazione e non mostrano mai come le normative per gli interessi speciali di produttori inefficienti aumentino la ricchezza di una nazione.

Milioni di conservatori che insistono sul fatto che il Congresso non debba essere attendibile per valutare l’economia nazionale sostengono anche questa eccezione: la capacità collettiva del Congresso di imporre tasse sulla vendita delle importazioni. In questo caso, dicono, gli elettori possono e devono fidarsi del Congresso.

Ecco il presupposto di tutti i difensori dei dazi come protezione. La ricerca del profitto, da parte di individui con interessi speciali, conduce alla povertà nazionale, quando questi perseguono il proprio interesse attraverso un confine nazionale. All’interno dei confini, la logica di Adam Smith è sensata, dicono: il perseguimento dell’interesse personale fa aumentare la ricchezza delle nazioni. Ma questo principio non si applica oltre i confini nazionali.

Smith invitò l’estensione della logica del suo sistema di libertà naturale oltre tutte le frontiere. I protezionisti, allora ed ora, si rifiutano di accettarlo. Dicono che la sua logica si ferma alla frontiera nazionale.

CONCLUSIONE

Non mi aspetto di cambiare la mente di ogni protezionista. Ma mi piacerebbe che le persone oggetto del programma di tassazione dei protezionisti riconoscessero la persona che sostiene le tasse sulla vendita delle importazioni come mercantilista e statalista.

Il protezionista non lo ammetterà a sé stesso e, sicuramente, non lo ammetterà mai a nessuno, considerando le sue argomentazioni. Egli nega fermamente di essere un mercantilista o uno statalista, ma i suoi argomenti sono quelli del mercantilismo e dello statalismo, quindi le sue smentite non devono essere prese sul serio.

Voglio che i protezionisti escano allo scoperto; voglio che ammettano di difendere il mercantilismo e quindi anche il welfare state; voglio che ammettano di non credere che i proprietari abbiano il diritto di operare scambi volontari al di là dei confini nazionali senza il pagamento di un’imposta sulle vendite; voglio che confessino di credere in questa formula: pistole + distintivi + tasse sulle vendite = ricchezza delle nazioni

Soprattutto, voglio che smettano di rivendicare la loro adesione alla scuola Austriaca di economia e al libertarismo.

I protezionisti includono spesso questa frase nelle loro risposte: “Ma che dire di…?” Ecco la mia risposta: “Metti via il tuo distintivo, rimetti la tua pistola nella fondina e smettila di volermi tassare”. O, più filosoficamente: “Non parli a nome della nazione”; o ancora, andando sul personale: “Smettila di comportarti come un compare di un piccolo gruppo di imprese che non possono rispettare gli standard imposti dai clienti”.

Articolo di Gary North su Mises.org (pubblicato originariamente su LewRockwell.com)

Traduzione di Francesco Simoncelli

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