Il troppo stroppia!

Storici dilettanti, nonché professionisti, sembrano credere che vi sia una “teoria della storia”  che permette di guardare al caleidoscopio gli eventi e aiuta a riconoscere grandi e uniformi movimenti che rappresentano il climax degli eventi storici. Quando tali movimenti vengono osservati attentamente, si rivelano non uniformi, né unidirezionali, né dovuti ad una causa principale: la loro uniformità è un’impressione soggettiva agli occhi dell’osservatore; essi restano parte, tuttavia, della moda del tempo.

I principali biografi di John Maynard Keynes, Robert (ora Lord Robert) Skidelsky e suo figlio Edward, in un recente articolo sul Financial Times, dal titolo “Il troppo stroppia”[1], sembrano accettare la teoria per cui la storia Occidentale prese forma da tre grandi onde o distinte ere di sviluppo; prima la produzione, poi il consumo e alla fine l’abbondanza.

Finora, gli autori non fanno affermazioni particolarmente allarmanti – recupereranno successivamente però – sebbene le tre onde siano largamente immaginarie. La produzione, con la quale essi indicano un’alta quantità di investimenti verso il prodotto finale,  a volte, precede il consumo, mentre lo segue solo raramente. Abbiamo oggi un alto consumo secondo gli standard storici, ma anche nel prospero Occidente quasi un quinto della popolazione vive al di sotto della soglia ufficiale di povertà ed ha appena iniziato a “consumare”, nel senso attribuito al termine dai critici. Soprattutto, l’abbondanza manca di uno standard di riferimento: ciò che per me è abbondante può essere un semplice comfort per te; inoltre, anche queste idee soggettive di “abbondanza” cambiano rapidamente da una generazione all’altra e da una società all’altra: le abitudini consumistiche della famiglia operaia odierna sarebbero state viste come eccessive e stravaganti prima della Prima Guerra Mondiale; i primi dieci ricevitori odierni di reddito paiono vivere nell’abbondanza ai nostri occhi, ma non ai loro; inoltre, contrariamente alla teoria delle “tre onde”, non c’è palese preferenza per il piacere rispetto al lavoro: infatti, redditi più alti continuano ad incentivare la volontà di lavorare, mentre coloro che ottengono successi nel campo lavorativo sono spesso dipinti come “maniaci del lavoro”.

Sia come sia, gli Skidelsky si sentono autorizzati a concludere così: abbiamo raggiunto uno stato di abbondanza in cui solo la pubblicità e i “soliti sospetti” possono portarci ad un grado ancora più elevato di consumo; il “troppo stroppia”. Vi è, all’opposto dell’abbondanza, una “bella vita” in cui il consumo non è spasmodico e il piacere è maggiormente apprezzato.

Se le persone realizzassero che la “bella vita” è migliore e foriera di felicità concreta, non cambierebbero le loro attività e abitudini? Certamente, non potrebbero farlo dal giorno alla notte, ma vi sarebbe una migrazione palese verso quella che gli autori sintetizzano come “routine” di una vita lavorativamente meno intensa, più piacevole e meno consumistica; nessuna migrazione del genere è in corso.

A questo punto, la follia è sdoganata: le persone, evidentemente, non sanno ciò che le rende felici e devono essere condotte verso la “bella vita”; dovrebbe esserci un limite alle ore che le persone dovrebbero dedicare alle attività lavorative. Ciò non solo non li avvicinerebbe ad un tenore di vita migliore, ma sistemerebbe anche l’incubo della disoccupazione: i governi dovrebbero garantire la piena occupazione (solo per il numero di ore consentito) e garantire, al contempo, un reddito base a ciascuno, indipendentemente dal fatto che costui lavori o meno. Se alcune persone scegliessero di non lavorare, sarebbe solo una buona cosa, poiché avremmo meno prodotti finali; il consumo dovrebbe essere tassato al 75%, il che significa che le persone sarebbero portate a investire piuttosto che a consumare – un obiettivo stravagante, dato che la produzione maggiore portata dagli investimenti non troverebbe richiesta. In tutta onestà, dobbiamo ammettere che la “bella vita” portata da queste misure pazzesche sarebbe migliore di quella nordcoreana odierna, sebbene non di molto.

“Il troppo stroppia” è impregnato di ideologia affascinante venticinque anni fa, poiché riflette proprio queste idee: è anti-lavoro, anti-industriale e fa riferimento al vago concetto della “bella vita”, che ha molto poco a che fare con la soddisfazione dei bisogni materiali. È indifferente il fatto che, anche nel ricco Occidente,centinaia di milioni di persone facciano grandi sacrifici al fine di guadagnare di più e soddisfare i propri e altrui bisogni materiali; la pubblicità non permette loro di vedere la “bella vita”. Gli autori manterrebbero i lavori accessibili a chiunque voglia lavorare, ma sarebbero ancora più gentili con i vagabondi non intenzionati a farlo, i quali continuerebbero a ricevere il reddito base cui hanno diritto – una prospettiva sociale che è solita scatenare entusiasmo tra l’accademia sinistrorsa progressista dell’ultima parte del secolo scorso, mentre ha perso un po’ di appeal recentemente. Per fortuna, l’articolo non invoca né il socialismo né l’ambientalismo; ma anche senza questi due ingredienti, “il troppo stroppia”. Ciò che rende intempestivo e incongruo questo tentativo di rendere affascinanti dottrine oramai fuori moda, è il tipo di futuro che andremo ad affrontare: pare che, sia o meno riconosciuta la “bella vita”, nel futuro prevedibile lavoreremo di più e consumeremo meno di oggi. Ci sono due cause a monte:

  1. anche senza la generosità al vagabondo, le prestazioni del welfare state sono arrivate a costare più di quanto siamo disposti a pagarle e il deficit complessivo è stato caricato sulle spalle dei futuri contribuenti (finchè possibile almeno). In particolare, l’allungamento clamoroso dell’aspettativa di vita ha reso il carico pensionistico insopportabile;
  2. l’altra riguarda il costo futuro di contingenze quali un clima capriccioso, un livello degli oceani in aumento e il passaggio da fonti economiche di energia (tra cui nucleare e idrocarburi) a fonti costose, quali i pannelli solari e i mulini a vento.

Niente di tutto questo si rivelerà catastrofico come sembra, ma la somma complessiva richiederà, inevitabilmente, sforzi intensi e renderà un sogno adolescenziale la prospettiva del paradiso dei vagabondi.

Sostenere la necessità di rendere il lavoro un optional, proibendolo oltre un determinato numero di ore è, in questo momento storico, l’ultima cosa che una persona responsabile dovrebbe fare. Si tratta di delirio puro e di questi deliri, sinceramente, ne abbiamo  abbastanza.

Articolo di Anthony de Jasay su econlib.org 

Traduzione di Luigi Pirri

 

Note:

[1] L’articolo è una recensione del loro libro, recentemente pubblicato:  How Much is Enough? Money and the good life. Other Press, 2012.