L’intervento pubblico non è la via d’uscita dalla crisi!

Mentre le economie europee continuano ad arrancare, economisti come Paul Krugman  stanno chiedendo un nuovo pacchetto di stimolo pubblico, convinti che le dimensioni dei programmi adottati in precedenza per uscire dalla recessione non siano stati sufficienti. La classe politica, disperata, potrebbe purtroppo decidere di andare in quella direzione, se non altro per il fatto che le argomentazioni contro questa strategia sono state spesso poco efficaci.

E allora perché non provare un altro giro? Uno degli argomenti più forti contro un ulteriore stimolo arriva da Friedrich Hayek e dalla Scuola Austriaca di Economia. La chiave che guida la loro teoria è che le risorse economiche, che siano capitale o lavoro, non sono intercambiabili. Ovvero i beni capitali e gli esseri umani possono contribuire solo in un numero finito di modi al processo produttivo di creazione del valore.

La struttura produttiva dell’economia è come un puzzle dove le tessere che rappresentano capitale e lavoro devono essere combaciare secondo combinazioni particolari. Solo pezzi specifici possono essere collegati ad altri. Tuttavia, a differenza dei puzzle reali, non possediamo un’immagine completa di ciò che stiamo andando a comporre. Invece utilizziamo il feedback prodotto dai prezzi e dal meccanismo profitti/perdite per sapere se i pezzi combaciavano bene assieme oppure no. Se questi segnali funzionano bene, allora riusciremo a creare buone combinazioni di pezzi. Un’altra cosa interessante che distingue il processo produttivo dai puzzle è che potremmo non aver bisogno di tutte le tessere assieme per creare un’immagine che abbia senso e sia desiderabile.

Una spiegazione di ciò che è avvenuto durante il boom economico,  che poi si è concretizzato nella crisi e quindi in una ripresa stagnante,  dice che i tassi di interesse artificialmente bassi generati dalla banca centrale e gli interventi del governo nel settore immobiliare hanno indebolito i segnali che prezzi e profitti ci fornivano in merito alla bontà delle combinazioni dei pezzi. Il risultato è stato un puzzle che usava quasi tutte le tessere a disposizione ma dove queste ultime erano tenute assieme in modo forzato ed in un modo che non produceva nessuna immagine che avesse senso. In altre parole, la struttura produttiva dell’economia non era sostenibile, come abbiamo capito nel 2008. La recessione consiste nello smantellare il puzzle e la ripresa è invece il tentativo di ricostruirlo, ma stavolta in maniera tale che i pezzi si combinino bene assieme. La nostra situazione attuale, ovvero un modo dominato da alta disoccupazione e basso investimento, è l’equivalente di un puzzle dove tanti pezzi sono in attesa di essere combinati assieme.

Chi chiede a gran voce uno stimolo pubblico argomenta che ciò di cui abbiamo bisogno è la spesa, la soltanto della buona e vecchia spesa, per far ripartire l’economia. Ma questo ragionamento deve assumere che non sia importante dove capitale e lavoro inoperosi sono messi all’opera e in quali attività. Per necessità devono far finta che le risorse non siano specifiche e solo parzialmente complementari. Non è utile per noi forzare assieme pezzi che non combaciano, visto che questo è proprio ciò che ha causato il problema.  E lo scopo di un puzzle non è usare tutte le tessere ma ordinarle in modo da formare un’immagine comprensibile.

L’assunzione di chi richiede più stimolo di spesa è che ci sono dei progetti che non aspettano altro di essere portati a compimento, se solo ci vogliamo spendere del denaro. Non importa se effettivamente le risorse (capitale e lavoro) che adesso non sono occupate siano quelle più adatte per perseguire questi progetti, senza parlare poi del fatto  che magari i consumatori e i cittadini non li vogliono nemmeno i prodotti di questi progetti. Comprare, assumere e produrre per il solo scopo di “fare qualcosa” andrà a creare una struttura produttiva che si dimostrerà presto insostenibile. Alcuni progetti potrebbero essere anche già pronti a partire immediatamente ma moltissimi altri richiederanno ingegneri ed altri che li pianifichino. Se la maggioranza dei disoccupati è nel settore delle costruzione e della finanza, i progetti non saranno in grado di trovare gli ingegneri di cui hanno bisogno al salario che si possono permettere e quindi la disoccupazione non calerà.

Politici e burocrati non hanno la conoscenza per sapere quali pezzi si combinano bene tra loro anche perché non possono sapere la natura delle risorse non utilizzate e dei desideri dei consumatori. Non sanno ciò che è necessario per creare una ripresa sostenibile. Una delle più importanti deduzioni di Hayek e degli Austriaci è che prezzi, profitti e perdite servono come surrogato di questa conoscenza per coordinare in modo decentrato la decisioni di produttori e consumatori, le quali spesso sono basate su altra conoscenza che non possono comunicare in altro modo.

Politici che strutturalmente non sono in grado di sapere come allocare in modo efficiente le risorse economiche fornite dallo stimolo, inevitabilmente finiscono per distribuirle a quelle persone e gruppi che daranno loro il supporto elettorale maggiore. La cautela degli Austriaci sui limiti della conoscenza dei politici suggerisce che non importa quale sia la teoria, la politicizzazione della spesa di stimolo comunque non è un caso e non potrà essere evitata. E certamente finanziamenti diretti a gruppi sulla base del loro potere elettorale assicureranno che non si raggiungerà  la giusta combinazione di capitale e lavoro.

Che si può fare quindi? La risposta è contenuta all’interno della critica stessa: liberare la concorrenza, i prezzi, i profitti e le perdite in modo che gli imprenditori e non solo loro possano portare a termine il processo di smantellamento degli errori del boom e capire come riallocare le risorse in modo che siano utilizzate nel modo migliore. Questo processo richiede tempo, ma se i politici smettono di metterci le mani e lasciano che i processi di mercato facciano il loro lavoro, in modo particolare smettendo di salvare le aziende in bancarotta e lasciando che queste vendano i loro asset a chi li potrà mettere all’opera in modo più efficiente, la ripresa arriverà molto velocemente.

Prima dell’avvento del Keynesismo, quasi tutte le recessioni duravano poco dal momento che i produttori era lasciati liberi di ricombinare le tessere del puzzle in combinazioni migliori. È proprio la mancanza di fiducia nel mercato, assieme alla mal riposta fiducia nel processo politico, prodotti dalla dottrina keynesiana ad averci portato a pensare che uno stimolo pubblico sia necessario ed efficiente per farci uscire dalla crisi. Hayek e gli Austriaci, invece, ci hanno dato buone ragioni per pensare altrimenti.

Articolo di Steven Horwitz per LSE blog

Traduzione di Marco Bollettino